LETTERATURA
LATINA
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1. |
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Introduzione |
Letteratura latina
Tradizione letteraria in lingua latina
comprendente, oltre alle opere composte
nell’antica Roma, anche la produzione scritta
in gran parte dell’Europa occidentale durante
il Medioevo e il Rinascimento.
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2.
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La tradizione
latina |
I
primi documenti della letteratura latina
risalgono al III secolo a.C., ma la sua
tradizione è continuata, in varie forme, fino ai
nostri giorni. La caduta dell’impero romano e il
graduale sviluppo delle lingue romanze –
derivate dal latino volgare, lingua non
letteraria parlata dal popolo – non intaccarono
il ruolo di principale lingua letteraria che per
secoli il latino svolse nell’Europa occidentale.
Il latino letterario continuò il suo sviluppo in
epoca medievale con contenuti ispirati perlopiù
al cristianesimo. Con l’avvento dell’Umanesimo
nel XV secolo, le forme classiche vennero
riproposte e il latino ricevette un nuovo
sviluppo creativo protrattosi fino al XVII
secolo. Fino a tempi recenti la letteratura
classica (latina e greca) ha rappresentato nella
cultura occidentale una delle componenti
fondamentali della formazione medio-alta. Il
latino è ancora adottato come lingua ufficiale
della Chiesa cattolica – anche se dal 1971 nella
comunicazione liturgica è stato sostituito dalle
lingue nazionali – e persiste, non solo in
Italia, come strumento formativo nei licei.
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3. |
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Caratteristiche
della letteratura latina |
La
letteratura latina nacque e si sviluppò come
progressiva appropriazione – attraverso
traduzioni, rifacimenti e imitazioni – dei
modelli greci, fino a diventare, almeno nel I
secolo a.C. e nel I secolo d.C., la letteratura
più importante della vasta cultura ellenistica
diffusasi in tutto il bacino del Mediterraneo
all’interno dell’impero romano bilingue (col
latino nella parte occidentale e il greco in
quella orientale). La letteratura latina e
quella greca costituirono a loro volta il
modello fondamentale, specie nel Rinascimento,
per il successivo sviluppo delle letterature
europee. Gli scrittori latini, coscienti della
loro dipendenza formale dai modelli greci,
riuscirono peraltro a esprimere e valorizzare
gli aspetti tipicamente latini delle loro
esperienze. In particolare, quasi tutti
dovettero interpretare il ruolo di
civilizzazione che Roma svolse nel mondo antico.
La letteratura latina trovò la sua massima
espressione nella poesia epica e lirica,
nell’oratoria, nella storiografia, nella
commedia e nella satira, l’unico importante
genere letterario inventato dai romani.
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4. |
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L’età arcaica |
Le
più antiche attestazioni letterarie in lingua
latina sono rintracciabili nella lirica
religiosa (carmen saliare), nella celebrazione
degli antenati (carmina ed elogi funebri che
stanno all’origine della storiografia latina),
nell’organizzazione giuridica (leggi delle XII
Tavole), nella storiografia (annales redatti dai
pontefici massimi) e in forme teatrali come
l’atellana, una sorta di Commedia dell’Arte ante
litteram.
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5. |
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Da Livio
Andronico a Plauto |
L’anno convenzionale di nascita della
letteratura latina vera e propria è il 240 a.C.,
quando Livio Andronico, uno schiavo di lingua
greca portato da Taranto a Roma, tradusse e
adattò per le scene romane, dietro incarico del
senato, un testo teatrale greco. Seguirono,
sempre a opera sua, altri rifacimenti di
tragedie e commedie greche. Ma Andronico ha
soprattutto il merito di aver tradotto,
adottando il verso italico (saturnio), l’Odissea
di Omero.
Il
campano Gneo Nevio fu il primo scrittore italico.
Scrisse un poema epico in saturni sulla prima
guerra punica (Bellum poenicum), inaugurando il
poema epico di argomento nazionale, in cui
l’elemento mitico si fondeva con quello storico.
Fu inoltre il primo a scrivere drammi di
argomento romano (fabula praetexta) oltre a
commedie di grande successo sulla falsariga di
quelle greche. Fondamentale nell’età arcaica fu
Quinto Ennio soprattutto per i suoi Annales,
poema appassionato e vigoroso nel quale la
storia di Roma e delle sue conquiste è narrata
in esametri dattilici, adattati con successo
alla lingua latina. Ennio offrì il modello
linguistico dell’epica romana fino a Virgilio.
Delle opere di questi primi scrittori rimangono
solo frammenti giuntici attraverso le citazioni
di altri autori. Abbiamo invece 21 commedie di
Plauto, il più originale manipolatore di
commedie greche adattate alla sensibilità latina,
e insieme il più grande innovatore nel campo
della lingua, resa brillante anche attraverso il
gioco continuo dell’allitterazione. La sua opera
interpreta una società ancora unitaria
nell’etica e nella cultura.
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5.1. |
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L’influsso ellenistico e
il circolo degli Scipioni |
Dopo di lui la cultura cominciò a divaricarsi
anche per il crescente peso del mondo
greco-ellenistico, che aveva il suo centro più
vitale ad Alessandria. A Roma, nel cosiddetto
“circolo degli Scipioni“, con la figura centrale
di Scipione Emiliano e con la presenza di
Terenzio e dei greci Polibio e Panezio, venne
elaborata una mediazione tra la cultura
etico-estetica dell’ellenismo da un lato e la
virtus e il senso realistico dei romani
dall’altro; e prese forma una concezione
neostoica (vedi Stoicismo) della vita, di tipo
aristocratico, che per lungo tempo costituì
l’ideologia della classe dirigente romana.
L’africano Terenzio, uno dei due grandi nomi del
teatro latino insieme a Plauto, servì da modello
a gran parte delle commedie europee fino all’età
moderna. Egli propose una sensibilità morale
così nuova e moderna da apparire ostico al
pubblico romano. Latino di Tuscolo era invece
Catone, il primo maestro della prosa latina, che
espresse nelle Origines l’ideologia politica
della confederazione italica e nel De
agricoltura (giuntoci per intero) la mentalità
sociale dei contadini italici. La dimensione
individualistica e per certi aspetti
autobiografica si configura per la prima volta
con le Satire di Lucilio, anch’egli legato al
“circolo degli Scipioni”.
Del periodo compreso tra Catone e Cicerone (seconda
metà del II secolo a.C.) non ci è giunta nessuna
opera completa, anche se i fermenti culturali
furono vivi, specie nell’ambito teatrale, con
Pacuvio, Accio e Lucio Afranio, e nella
storiografia in particolare con Sisenna (morto
nel 67 a.C.), che trovò un illustre continuatore
in Sallustio.
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6. |
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L’età di Cesare e di
Augusto |
Il
I secolo a.C. è considerato l’età aurea della
letteratura latina: allora maturarono i frutti
dell’assimilazione della cultura ellenistica. Fu
anche il secolo delle guerre civili (Mario e
Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio),
che alterarono l’equilibrio degli istituti
politici tradizionali. E fu un’età
antitradizionalista: a Roma, diventata la
metropoli di uno stato sovranazionale, si
approfondì il distacco tra società civile e
società politica. Si configurarono marcate
posizioni individualistiche e modelli
interpretativi della realtà estranei, le une e
gli altri, alla cultura tradizionale, perché
centrati sul problema del destino e della
felicità individuali.
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6.1. |
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Una nuova humanitas |
Il
primo caso è quello dei poetae novi e in
particolare di Catullo, il primo grande poeta
lirico latino; il secondo è quello di Lucrezio
che produsse un eccezionale poema
didascalico-filosofico di impostazione epicurea,
De rerum natura (Sulla natura). Fu però anche il
secolo del declino della tradizione, avviata da
Nevio e da Ennio, dell’arte drammatica e
dell’epopea nazionale. La lingua letteraria subì
un processo di canonizzazione in senso
aristocratico e con Cicerone mostrò di aver
acquisito gli strumenti per tradurre il pensiero
greco. A Cicerone spetta il merito di aver
riaffermato i valori della tradizione entro un
più moderno sistema culturale, elaborando un
ideale di humanitas in cui il momento politico è
ancora quello culminante, ma arricchito di
valori letterari e filosofici. Nuova è anche la
storiografia, centrata sul presente (Cesare) o
sul recente passato (Sallustio) e pensata come
lavoro di diagnosi e interpretazione politica
oltre che come opera di documentazione oggettiva.
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6.2. |
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Il periodo aureo |
All’interno dell’età augustea, compresa tra la
morte di Cesare (44 a.C.) e quella di Augusto
(14 d.C.), vanno distinte due generazioni:
quella degli intellettuali formatisi nel pieno
delle guerre civili e quindi disposti a
interpretare (spesso dietro sollecitazione del
potere centrale) il senso della civiltà romana (Virgilio,
Orazio e Livio); e una seconda generazione che
aveva le guerre civili alle spalle: di essa il
poeta maggiore fu Ovidio, che scrisse per la
società colta e raffinata presente nei salotti
della Roma mondana. Alla prima generazione
appartengono anche Tibullo e Properzio,
sofisticati interpreti della poesia elegiaca che,
a partire da Catullo e dai poetae novi, assunse
forme originali, divenute poi canoniche per la
letteratura europea. Virgilio creò con l’Eneide
il modello linguistico del poema epico per i
secoli a seguire e offrì un’interpretazione
mitologica, ma in chiave moderna, dell’impero
romano, ricollegandosi all’epica omerica. A
Orazio si deve il modello di una lirica nuova,
orientata su quella greca classica e
caratterizzata da un’insuperata compiutezza
formale. Livio “sacralizzò”, in un’opera
monumentale (142 libri di cui ne rimangono 35),
l’intera storia romana dalle origini al suo
tempo. Quanto a Ovidio, il maggiore
rappresentante della seconda generazione
augustea, si ricordano la sua Ars amatoria (manuale
ironico sull’arte della conquista amorosa che
costituisce un’opera originale, perché sia a
greci sia a latini mancava una didascalica
erotica) e soprattutto le Metamorfosi (lungo
poema che ripropone antichi miti in una
struttura narrativa molto libera), opera che
avrà una fortuna enorme, insieme agli scritti di
Virgilio, per tutto il Medioevo.
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7. |
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L’età giulio-claudia
(14-69 d.C.) |
La
figura carismatica di Augusto aveva dato avvio a
una fase di fatto monarchica dell’impero romano,
benché venisse mantenuto tutto l’impianto della
facciata repubblicana e il sovrano avesse
assunto il titolo di princeps, cioè “il primo (tra
i cittadini)” o di imperator, cioè “comandante
militare (supremo)”. Di fatto il potere reale
era ora nelle mani di uno solo, che lo
trasmetteva per via ereditaria. La
trasformazione rivoluzionaria della costituzione
politica di Roma era riuscita ad Augusto, perché
egli aveva saputo garantire la pace al termine
di un estenuante periodo di guerre civili e
perché era riuscito a gestire il potere
assicurando ampi spazi alla vecchia classe
dirigente (romana e italica) espressa dal senato,
in una fase di grande espansione economica. Ma
gli imperatori successivi (a cominciare da
quelli della famiglia giulio-claudia) non
avevano né il suo carisma, né i suoi meriti
storici. Cominciò quindi un braccio di ferro per
il potere tra il senato e gli imperatori, che si
appoggiarono alla fedeltà dell’esercito,
irrigidirono le loro posizioni assolutiste e
perseguitarono quegli intellettuali che da
posizioni filorepubblicane contestavano il
potere. Per la prima volta dopo Augusto, gli
intellettuali cominciarono a essere
all’opposizione ed espressero un’inquieta
sensibilità per il presente.
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7.1. |
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La reazione anticlassica:
retorica e filosofia |
La
letteratura rimase aristocratica nel gusto e
nelle forme, con l’unica eccezione di Fedro, che
rielaborò in modo originale in versi latini le
favole popolari del greco Esopo con testi (ne
abbiamo 5 libri) accolti, non a caso, poco
benevolmente dalla cultura ufficiale. Per
l’influenza delle scuole di retorica (che, nelle
mutate condizioni storiche, occuparono
progressivamente gli spazi che erano stati
propri, in età repubblicana, dell’oratoria), per
il trasformarsi della sensibilità e dei valori,
oltre che per il ruolo svolto dalla filosofia,
sempre più attenta ai problemi individuali
dell’uomo, nacque una letteratura nuova
caratterizzata da un gusto modernista,
anticlassico e anticiceroniano.
L’intellettuale che interpretò meglio, in modo
simbolico, la sua età fu il filosofo Seneca (4
a.C. - 65 d.C.), nato in Spagna e figlio del più
celebre retore del tempo. A lui si deve
l’elaborazione del linguaggio dell’interiorità (evento
fondamentale per la cultura occidentale) e
l’identificazione della libertà con la libera
dignità interiore. Maggior rappresentante dello
stoicismo romano, Seneca ripropose, in forma
moderna e in chiave politica, la figura ideale
del saggio come colui che è capace di
indipendenza interiore e si attrezza a un libero
confronto con la morte oltre i condizionamenti
del potere. Egli fu anche maestro di un nuovo
stile che gioca sulla paratassi breve, sulla
riproposizione variata del pensiero e su una
tensione concettuale di gusto epigrammatico e
sentenzioso. E ancora, è autore di cupe e tese
tragedie che per secoli influenzarono la
produzione drammatica europea.
Accanto a Seneca va ricordato, per la
sensibilità modernista, Lucano, autore della
Pharsalia o Bellum civile, poema epico sulla
guerra civile tra Cesare e Pompeo; di taglio
nuovo già nel tema, l’opera si caratterizza per
l’esibizione retorica del suo impianto e per un
patetismo espressionistico che segnano da soli
la distanza dal gusto classico e che sono capaci
di esprimere la violenza drammatica del potere e
in genere della vita. L’educazione retorica si
manifesta attraverso una complicata oscurità di
linguaggio in un altro giovane, Persio, autore
di poche satire dettate più da una tensione
intellettuale che non dalla conoscenza della
vita. Diversa, ma altrettanto nuova e certo
originale, è la rappresentazione che del
presente offre Petronio col suo Satyricon, opera
che per genere si ricollega liberamente al
romanzo greco e alla satira menippea e che, con
sfoggio di raffinatezza intellettuale, offre un
quadro realistico del mondo plebeo italico: al
di là di ogni intenzione ideologica, l’opera è
anche un quadro della società contemporanea in
movimento.
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8. |
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L’età dei Flavi e di
Traiano (69-117 d.C.) |
Fu
questa l’età di massima espansione dell’impero e
insieme l’età in cui la forza vitale delle
province superò quella dell’Italia, in cui il
senato era ormai largamente provinciale e in cui
da un lato crebbe l’apporto culturale delle
province romanizzate e, dall’altro, si fece più
marcata l’indipendenza della cultura latina da
quella greca. Sul piano politico i Flavi
valorizzarono la centralità, in crisi,
dell’Italia e stabilirono un rapporto meno
conflittuale col senato (con l’eccezione di
Domiziano), sicché si preparò il passaggio al
principato elettivo (scelta temporanea) con
Traiano.
Dopo l’anarchia dell’anno 69 d.C., Vespasiano
riorganizzò lo stato e favorì un’opera di
restaurazione culturale, che consisteva
nell’assegnare una preminenza e una funzione di
modello agli scrittori dell’età classica, quella
di Cesare e di Augusto. In particolare,
divennero punti di riferimento incontrastati
Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia.
A Virgilio guardarono una serie di narratori in
versi quali Gaio Valerio Flacco (morto nel 93
d.C.), Silio Italico e Stazio. L’opera di
quest’ultimo, e soprattutto la Tebaide, ebbe una
particolare fortuna nel Medioevo, anche per la
sua ortodossia virgiliana sul piano linguistico.
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8.1. |
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Il canone classicista |
Grande importanza per la restaurazione del gusto
classicista ebbe, con il suo trattato Institutio
oratoria (Istituzione oratoria), Quintiliano (nato
in Spagna), il primo retore a ricoprire una
cattedra a spese dello stato. Con lui prese
avvio quella canonizzazione di Cicerone, sul
piano del gusto linguistico e retorico, che
sarebbe durata per secoli, attraverso
l’Umanesimo fino, nella sostanza,
all’insegnamento attuale del latino nelle scuole
superiori. Grande erudito e maestro della prosa
scientifica e didattica fu Plinio il Vecchio, la
cui Naturalis historia (Storia naturale) svolse
un ruolo enciclopedico fondamentale per
generazioni e costituisce per noi una fonte
ricchissima di notizie altrimenti perdute. Il
nipote Plinio il Giovane è autore di un
raffinato epistolario, il più importante, per
l’informazione e l’abilità letteraria, dopo
quello ciceroniano, al quale per vari aspetti fa
riferimento.
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8.2. |
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Satira e storiografia |
Questa età vanta la straordinaria figura di
Marziale, il maggiore scrittore latino di
epigrammi, dalla inesausta inventiva e anch’egli
interprete, come Plinio il Giovane, ma su un
altro piano, della società romana contemporanea.
Documenta il sempre dominante gusto retorico e
diatribico anche il maggior scrittore di satire
dopo Orazio, Giovenale, che espresse in forme
violente lo sdegno del provinciale per il
degrado morale della metropoli.
Tra i numerosi storici spicca Tacito, il
maggiore storico latino dell’età imperiale, che
con un linguaggio denso, volutamente asimmetrico
e vicino ai confini della poesia, di impianto
non ciceroniano, tracciò un bilancio amaro del
primo secolo dell’età imperiale, vagheggiando,
pur nella coscienza di un impossibile ritorno, i
valori politici e morali dell’età repubblicana.
Diversa tempra di storico, ma grande felicità
narrativa tra curiosità e pettegolezzo e
puntualità nell’informazione, rivela Svetonio
col De vita Caesarum (conosciuto in italiano col
titolo Le vite dei dodici Cesari), dal carattere
aneddotico ed erudito.
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9. |
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L’età degli Antonini (II
secolo d.C.) |
Il
secolo si aprì nell’ordine politico e militare
di Traiano e Adriano e si chiuse con l’anarchia
militare che precedette i Severi. Il linguaggio
letterario manifesta il declino della
spiritualità romana in corso. Se nell’età di
Cesare e di Cicerone il centro ideale della
pagina letteraria era il periodo dalla complessa
architettura (segno di ordine razionale e di
fiducia in quell’ordine), e se nell’età di
Seneca, col suo gusto anticlassico, era il
periodo breve e sentenzioso, punto di
riferimento della pagina divenne ora la parola,
il cui culto retorico ed erudito esprimeva la
disintegrazione della spiritualità. Sarebbe
stato il cristianesimo, con la sua forza
trascinante, a ridare vitalità alla cultura
latina.
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9.1. |
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Arcaismo ed erudizione |
Il
II secolo manifesta in più casi un gusto
arcaizzante: ama le parole antiche, ma il
richiamo al passato è spesso una rinuncia
all’azione e l’irrazionalismo si accompagna al
recupero un po’ rigido della parola di un tempo.
L’imperatore Marco Aurelio esprime non tanto il
vecchio ideale della ragione al potere quanto
l’abito mentale di un mistico: suggestivi, al
riguardo, sono i suoi Ricordi.
Comparve in questo periodo la figura
dell’intellettuale itinerante, a metà tra il
maestro di retorica e il mago. Tale è il
romanziere Apuleio, autore delle Metamorfosi o
L’asino d’oro (titolo, il secondo, invalso nelle
traduzioni), affascinante narrazione romanzesca
e fantastica (vi è contenuta anche la celebre
novella di Amore e Psiche). L’amore per la
parola, specie se rara e antica, si affianca al
gusto erudito e antiquario, fonte per noi di
notizie preziose. Tali sono le Noctes Atticae
(Le notti attiche) di Aulo Gellio. Un giocoliere
della parola è invece il retore Frontone. Amore
per la grazia e la musicalità della parola, non
senza leziosità sentimentale, manifestano i
cosiddetti “poeti novelli”, alla cui sensibilità
si accosta l’anonimo autore del Pervigilium
Veneris (Vigilia della festa di Venere).
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10. |
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Il basso impero (III-V
secolo d.C.) |
Il
II secolo si chiuse con i Severi e con il
ritorno al principato dinastico, sempre più
orientaleggiante. La prolungata anarchia del III
secolo si risolse con Diocleziano, che conferì
all’impero una nuova organizzazione di tipo
burocratico e militare. E mentre nell’impero
dilagavano la cultura e la spiritualità
cristiana, la cultura pagana, in posizione di
debolezza, fu rappresentata dall’opera del poeta
cartaginese Nemesiano, oltre che da una
consistente produzione di scritti grammaticali,
eruditi, giuridici e tecnici, in versi e in
prosa. Prese ora consistenza una forma
letteraria attestata per la prima volta, in
ambito latino, agli inizi del III secolo, quella
dei centoni.
Il
IV e il V secolo, l’età del basso impero, videro
il formarsi di un nuovo ceto dominante,
costituito dagli alti gradi della burocrazia. La
parte occidentale dell’impero romano manifestava
un processo irreversibile di decadenza, tanto
che nel 330 la capitale passò a Bisanzio. Alla
morte di Teodosio (395) l’impero romano perse la
sua unità, mentre la letteratura pagana, in una
realtà policentrica e nel contesto dell’ormai
dominante spiritualità cristiana, andava
estenuandosi.
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10.1. |
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Gli ultimi scrittori
pagani |
Il
tentativo di far risorgere la cultura pagana per
iniziativa di Giuliano l’Apostata rimase un caso
isolato, anche se Roma continuava a essere
l’emblema della romanità. A farsi cantore della
sua grandezza fu un poeta nato ad Alessandria
d’Egitto e di madrelingua greca, Claudiano (morto
all’inizio del V secolo), che visse a Roma solo
per pochi mesi prima di stabilirsi alla corte di
Milano: egli fu il più grande poeta latino e il
più fecondo panegirista del basso impero. E la
grande storiografia di Tacito fu continuata non
da un rappresentante del senato, bensì da un
ufficiale di carriera nato ad Antiochia, Ammiano
Marcellino, anch’egli di madrelingua greca.
L’opera di Svetonio venne ripresa nel IV secolo
da una raccolta di biografie di imperatori,
indicate col titolo complessivo di Historia
Augusta.
Quanto alla poesia occorre ricordare almeno
Ausonio, il maggiore rappresentante della
cultura gallica. L’ultimo gruppo di
intellettuali che appartengono a un’aristocrazia
romana rimasta fedele alla propria tradizione
culturale e ideale viene descritto nei Saturnali
di Macrobio, opera che costituisce una sorta di
compendio della cultura antica.
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11. |
 |
Letteratura latina
cristiana |
La
letteratura latina cristiana si sviluppò solo a
partire dalla fine del II secolo e prese avvio
con le prime traduzioni della Bibbia, precedenti
a quella fondamentale – la Vulgata – di san
Gerolamo. L’area più attiva fu l’Africa
settentrionale al tempo delle persecuzioni di
fine II e III secolo. Comparvero allora gli
“Atti” dei martiri o “passioni”, dal valore
prevalentemente documentario.
|
11.1. |
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Gli apologisti (III
secolo) |
L’attività più specificamente letteraria
cominciò con un gruppo di scrittori che
difendevano il cristianesimo dalle accuse pagane
(vedi Apologetica), polemizzavano con gli
eretici e sviluppavano temi di carattere
disciplinare e organizzativo. Tra questi
scrittori si segnala Tertulliano per l’ampiezza
dell’opera, per la forza polemica che la
percorre e per la creatività linguistica che vi
si dispiega. Accanto a lui stanno altri tre
scrittori (Minucio Felice, Cipriano, Novaziano)
che documentarono i conflitti religiosi tra Roma
e Cartagine oltre che il ruolo svolto da Roma
nell’elaborazione del latino cristiano.
Mentre nella seconda metà del III secolo la
Chiesa sviluppò la sua organizzazione,
continuarono le persecuzioni e insieme la
produzione letteraria degli apologisti, con toni
di contrapposizione radicale alla cultura pagana
(Arnobio), ma anche con tentativi di mediazione
(Lattanzio). E mentre ci si avviava alla
tolleranza del cristianesimo con l’editto di
Milano (313), comparve una riscrittura del
Vangelo secondo Matteo in quattro canti di
esametri virgiliani e venne prodotto il primo
lavoro di esegesi biblica in latino per mano del
vescovo di Pettau in Pannonia.
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11.2. |
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La costruzione della
dottrina teologica e i padri della Chiesa
(IV-V secolo) |
Nonostante il nuovo clima di tolleranza, il
cristianesimo non era ancora culturalmente forte
nell’area a lingua latina dell’impero. Fu il
confronto teologico con l’eresia ariana –
importante anche per i riflessi sull’ordine
pubblico – a produrre una serie di testi che si
configurano come un importante sistema
dottrinale. A Ilario di Poitiers si deve il
trattato De Trinitate, la più importante summa
teologica antiariana, oltre che commenti al
Vangelo di Matteo e ai Salmi e i più antichi
inni in latino fino a oggi conservati. A lui
spetta anche il merito di aver introdotto in
Occidente lo spiritualismo platonico di Origene,
mentre Mario Vittorino (polemista nei confronti
di ariani e manichei) recuperò la tradizione
platonica attraverso Plotino e Porfirio.
La
figura dominante della cultura ecclesiastica del
IV secolo fu il vescovo di Milano, sant’Ambrogio,
autore di numerosi commenti all’Antico
Testamento, di trattati dogmatici e morali, di
inni e di un interessante epistolario. Il
cristianesimo elaborò anche, con Paolo Orosio,
una storia del mondo dalla creazione al 417, e
con Prudenzio (nato in Spagna) offrì un vero
talento poetico in lingua latina: la sua
Psychomachia (Battaglia per l’anima) inaugurò
una nuova tradizione poetica che comportava
l’impiego dell’allegoria.
Vizi e virtù
La
prosa cristiana è dominata dalle figure di due
padri della Chiesa, san Gerolamo e sant’Agostino.
L’opera maggiore di san Gerolamo, la traduzione
della Bibbia nota col nome di Vulgata, divenne
il testo biblico canonico in latino ed ebbe
enorme influenza sulla prosa successiva.
Sant’Agostino fu la mente speculativa più alta:
innestò nel pensiero cristiano la forma della
tradizione classica e gettò le basi della
filosofia occidentale moderna, sottoponendo
all’esame dell’intelletto i problemi dell’anima
ed elaborando ulteriormente il linguaggio
dell’interiorità specie nelle Confessioni.
In
questo periodo furono prodotte anche opere che,
pur non avendo un orientamento specificamente
cristiano, esercitarono un notevole influsso sul
pensiero cristiano successivo. Di Marziano
Capella (prima metà del V secolo) è la curiosa
opera allegorica, mista di versi e prosa, nota
col titolo di De nuptiis Mercurii et Philologiae
(Le nozze di Mercurio con la Filologia), che
fornì alla cultura europea cristiana uno
strumento per organizzare in forma enciclopedica
quella parte della cultura secolare che riteneva
importante. Nel corso del V secolo l’attività
letteraria più viva fu, in area gallica, il
dibattito teologico tra Agostino e Pelagio sul
problema del rapporto tra grazia e libertà.
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12. |
 |
Letteratura latina
medievale |
Per circa un millennio a partire dal tempo delle
invasioni barbariche nella parte occidentale
dell’impero romano (comprendente anche l’Irlanda,
la Germania, la Polonia, la Scandinavia), si
sviluppò una cultura di matrice cristiana che
utilizzava come lingua comune il latino nella
sua variante medievale, detto anche mediolatino.
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12.1. |
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Tradizione classica e
monachesimo irlandese |
Nonostante la cesura culturale prodotta dalle
invasioni barbariche, la continuità col passato
è espressa da autori come Severino Boezio, che
con il De consolatione philosophiae (La
consolazione della filosofia) acquistò il ruolo
di nuovo filosofo, come Cassiodoro, che delineò
il sistema delle arti del trivio e del quadrivio
(vedi Arti liberali), e come Isidoro di Siviglia,
che con le Etymologiae offrì un’enciclopedia del
sapere cristiano ai secoli seguenti.
Alla rinascita culturale poco contribuirono
l’Italia e l’Africa (già epicentri della
letteratura latina cristiana) e molto invece
l’Irlanda: uno dei suoi tanti missionari,
Colombano, fondò l’abbazia di Bobbio, destinata
a diventare uno dei centri di trascrizione dei
testi classici. Tradizione romana e monachesimo
irlandese dettero vita a una rinnovata cultura
anglosassone. Tra i suoi rappresentanti spicca
il dottore della Chiesa Beda, autore della
Historia ecclesiastica gentis Anglorum (Storia
ecclesiastica degli angli), conclusa nel 731.
Dalla sua scuola uscì Alcuino, figura centrale
della rinascita carolingia. Contributi alla
rinascita culturale europea, e in particolare a
quella carolingia, vennero anche da
intellettuali profughi dalle regioni del
Mediterraneo orientale e dalla Spagna in seguito
all’espansione araba.
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12.2. |
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La rinascita carolingia |
La
rifondazione della cultura antica avvenne nel
contesto di una nuova nozione di universalità,
che si opponeva a quella araba. Nel IX secolo un
cospicuo gruppo di intellettuali si raccolse
alla corte di Carlo Magno: oltre al già citato
Alcuino, si distinsero il colto arcivescovo di
Magonza Rabano Mauro, autore forse dell’inno
Veni creator Spiritus (Vieni Spirito creatore) e
Paolo Diacono, autore dell’Historia
Langobardorum (Storia dei longobardi). Si
svilupparono la storiografia, con l’autorevole
biografia di Carlo Magno dell’erudito franco
Eginardo, il poema epico il Waltharius (saga
germanica attribuita al monaco di San Gallo
Ekkehard il Vecchio – IX-X secolo – e centrata
sulla vita del re Walter di Aquitania),
componimenti poetici di vario tipo, composizioni
liriche e musicali come il Liber hymnorum (Libro
di inni) di Notker I (840 ca. – 912) detto
Balbulus (”balbuziente”), che introdusse in
Germania delle sequenze musicali (ampliamenti
dell’alleluja a conclusione degli inni religiosi)
che costituiscono un modello per la lirica
religiosa e laica dei secoli successivi.
Quando coi successori di Carlo Magno decadde la
monarchia, la cultura trovò i suoi centri, nei
due secoli seguenti, nelle abbazie delle odierne
Germania meridionale e Svizzera (Fulda,
Reichenau, San Gallo). Nel X secolo si sviluppò
il genere letterario dell’agiografia, cioè delle
semileggendarie vite dei santi e dei loro
miracoli, più vicino al gusto popolare. Il
secolo vide anche il fiorire di poesie, perlopiù
anonime, come la prosa ritmica del canto delle
scolte modenesi, e di poemetti come l’Ecbasis
captivi (Fuga del prigioniero, 940 ca.), opera
di un monaco lorenese, che ha come protagonisti
gli animali. Sempre riconducibile all’ambito
monastico sono le narrazioni di viaggio alla
ricerca del paradiso terrestre, come la
Navigatio Sancti Brandani, che narra di
un’allegorica esplorazione dell’Atlantico
settentrionale guidata dal monaco irlandese
Brandano.
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12.3. |
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Drammi liturgici e poesia
goliardica |
Numerose sono anche le opere teatrali giunte a
noi. Perlopiù anonime, sono centrate sul dramma
liturgico, coltivato soprattutto nei conventi e
legato al servizio divino. Tali testi ebbero
ampia circolazione fino a tutto il Cinquecento,
e da essi discese direttamente il dramma moderno.
A Rosvita, monaca a Gandersheim, si devono sei
drammi in prosa rimata sulla lotta tra lo
spirito e la carne.
Dopo il 1000 la funzione culturale delle abbazie
era ancora vigorosa. Alla metà nel nuovo secolo
rinacque l’abbazia di Montecassino e in quel
tempo si collocano il più antico romanzo
cavalleresco del Medioevo, l’anonimo Roudlieb, e
i Carmina Cantabrigensia, che anticiparono la
poesia goliardica. Questa, anonima, era opera
dei cosiddetti “goliardi” o “chierici (intellettuali)
vaganti” e celebrava i temi del vino e
dell’amore carnale, mentre il clero e la
tradizionale poesia devozionale venivano
trattati con toni satirici. Questi testi sono
conservati in vari manoscritti, il più noto dei
quali presenta una serie di componimenti, i
Carmina Burana, raccolti in un manoscritto
bavarese del XIII secolo.
La
nascita della lirica trobadorica, contemporanea
ai canti amorosi, perduti, di Abelardo, non
soffocò quella latina, anzi il loro interscambio
comportò un reciproco rafforzamento. Ancora più
fecondo fu l’incontro culturale col mondo arabo:
traduzione del Corano, migliore conoscenza di
Aristotele attraverso traduzioni arabe,
conciliazioni tra Aristotele e Tolomeo ecc.
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12.4. |
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Dalle università ai
comuni |
A
Parigi nel XII secolo si affermarono la teologia
e la speculazione mistica con Ugo e Riccardo di
San Vittore, e con Pietro Lombardo prese avvio
la tradizione della summa (compendio sistematico
di “sentenze” – sintetiche formulazioni di un
certo pensiero o una certa teoria – che
comprendeva anche i commenti del compilatore). A
Parigi insegnava il già ricordato Abelardo: a
parte le opere filosofiche e teologiche, sono
per noi di grande interesse la breve
autobiografia Historia calamitatum mearum (Storia
delle mie sventure) e il carteggio scambiato con
Eloisa. Nel XII secolo si sviluppò anche un
nuovo gusto fantastico per influsso dei racconti
orientali. Inoltre riprese la narrativa
animalesca, con intenzioni allegorico-morali (Ysengrinus,
1148, di Nivardo di Gand, l’antecedente del
Roman de Renart); si sviluppò la trattatistica
amorosa di tipo cortese (De amore, 1185 ca., di
Andrea Cappellano). Iniziarono a circolare le
artes poeticae, con le quali si applicò
l’ars
dictandi (la retorica applicata alla scrittura
delle lettere), nata a Montecassino e poi
passata alla prosa giuridica e quindi alla
letteratura. Occorre poi considerare la cultura
delle università, soprattutto francesi e
italiane. Al rinnovamento francescano (secolo
XIII) e alla sua spiritualità è legata la lirica
religiosa:
Dies irae di Tommaso da Celano e
Stabat mater di Jacopone da Todi.
Importante è in Italia la produzione letteraria
nel XIII secolo, anche per lo sviluppo del mondo
comunale. Si ricorda l’opera didascalica di
Bonvesin de la Riva (morto intorno al 1313); le
cronache, tra cui quella di Salimbene da Parma;
le raccolte di brevi racconti in forma di
exempla (narrazioni esemplari per il loro valore
morale) e di miracula; e la Legenda aurea, serie
di vite di santi del domenicano e vescovo di
Genova Jacopo da Varazze (1230-1298). Tuttavia
la forma culturale più importante è quella del
dibattito filosofico attraverso summae,
commentarii e quaestiones (digressioni e
dibattiti su un certo tema condotti dal maestro
nelle università durante la lettura di un testo
di studio). E anche quando lo sviluppo dei
volgari avrebbe cominciato a soppiantare l’uso
del latino, tutta la letteratura di carattere
teorico-scientifico avrebbe continuato a essere
scritta in lingua latina, come attestano i
trattati De vulgari eloquentia e Monarchia di
Dante. L’ultimo grande testo in lingua latina
del Medioevo fu l’Imitazione di Cristo,
attribuita al monaco tedesco Tommaso da Kempis:
la sua diffusione in Europa fu seconda solo ai
Vangeli.
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13. |
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Letteratura latina del
Rinascimento |
L’ultima grande stagione della letteratura in
lingua latina è quella dell’Umanesimo e del
Rinascimento. All’origine della grande cultura
del Rinascimento furono, a partire dalla fine
del Trecento, la ricerca e lo studio
appassionato dei testi antichi (latini e poi
anche greci) che erano sopravvissuti, in genere
grazie alla trasmissione monastica, attraverso i
secoli del Medioevo. Tali testi vennero sentiti
come modelli e guide fondamentali per il
rinnovamento culturale in corso, sviluppatosi
dalla civiltà comunale.
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13.1. |
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L’umanesimo italiano |
Pioniere della ricerca e dello studio
appassionato dei testi antichi fu Petrarca, le
cui opere (tutte in latino eccetto il Canzoniere
e i Trionfi) sono orientate su grandi modelli
antichi: su sant’Agostino il Secretum, su
Cicerone il vasto epistolario e su Virgilio il
poema in esametri Africa. Molto più ridotta è la
produzione latina in versi e in prosa del
Boccaccio, ma altrettanto forte è la sua
passione per il mondo antico: suo è ad esempio
il volgarizzamento della X Deca di Tito Livio.
Tuttavia solo nel Quattrocento, e in particolare
nei centri culturali coincidenti con le corti
signorili (di cui il più importante fu quello di
Firenze) si sviluppò una nuova letteratura
rigorosamente stabilizzata sui modelli antichi.
E si può dire che almeno fino al 1470 circa il
latino tornò a essere la sola lingua della
comunicazione intellettuale (con una produzione
volgare ridotta per quantità e qualità). Sono da
considerare umanisti-maestri Guarino Veronese e
Vittorino da Feltre. Alcuni dei primi prosatori
nuovi furono a vario titolo funzionari della
Repubblica fiorentina: Coluccio Salutati,
Leonardo Bruni, autore di opere storiche e di un
epistolario di tipo ciceroniano, e Poggio
Bracciolini, al quale si devono un affascinante
epistolario e il Liber facetiarum (Libro delle
facezie, 1452), che ebbe una grande diffusione
nel corso del secolo. Figura centrale fu quella
di Lorenzo Valla, per il quale la filologia non
fu solo la scienza della ricostruzione dei
codici antichi, bensì strumento di definizione
critica di un nuovo modello culturale terreno.
In
ambito filosofico campeggiano le figure di
Marsilio Ficino, che tentò la conciliazione tra
pensiero platonico e cristianesimo e il
superamento dell’aristotelismo e della
scolastica medievale, e di Pico della Mirandola,
noto per De hominis dignitate (La dignità
dell’uomo).
Accanto alla prosa fiorì una straordinaria
produzione di versi. Il poeta più innovativo e
versatile fu Giovanni Pontano, che seppe
elaborare una lingua duttile sulla lezione di
Virgilio e di Ovidio (De amore coniugali, De
tumulis). L’altro grande poeta fu il Poliziano,
i cui versi latini gareggiano per grazia con
quelli, più noti, in lingua volgare.
Altro filologo (studiò il testo del De rerum
natura di Lucrezio) e originale poeta è Michele
Marullo (1453-1500), che si segnala su tutti per
la capacità di trattare il latino come lingua
viva. Marco Gerolamo Vida (1485-1566) è noto per
il De arte poetica, trattato in esametri che
costituisce la prima importante esposizione
della retorica cinquecentesca, e per il poema
Christias, una vita di Cristo in stile
virgiliano, opera modesta nonostante l’ambizione
di realizzare un’epopea cristiana pari a quella
pagana.
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13.2. |
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L’umanesimo europeo |
La
tradizione di una letteratura moderna in lingua
latina classica inaugurata in Italia venne
sviluppata anche in Europa. Particolare
importanza ha la vasta produzione dell’umanista
olandese Erasmo da Rotterdam, autore tra l’altro
del celebre Elogio della follia (1511), diretto
soprattutto contro i teologi e i dignitari della
Chiesa. Altrettanto celebre è Utopia (1516) del
letterato e filosofo inglese Thomas More, opera
visionaria che, delineando uno stato democratico
in cui vige la tolleranza religiosa, segnava un
superamento dei valori medievali e avrebbe
esercitato un influsso decisivo sul pensiero
politico occidentale.
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