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Vincenzo Monti
Proprio nei decenni in cui il sentimento
romantico si diffondeva in Europa, cioè dal
finire del secolo XVIII al Congresso di Vienna,
dominò nell'arte e nella letteratura italiana,
negli arredamenti e nelle consuetudini della
vita civile, il neoclassicismo,cioè il costume
di ispirarsi alla civiltà e al mondo dei
classicì. La civiltà antica, prima di cedere il
passo alle passioni del Nord, risplendeva di
un'ultima luce, in genere un po' fredda e
preziosa, compassata, geometrica. Ma il
neoclassicismo costituiva ad un tempo un
preludio della sensibilità romantica, anzi la
prima veste con cui il Romanticismo penetrava
nei paesi latini. Nel Romanticismo era infatti
tormento e inquietudine, e perciò anche
aspirazione insoddisfatta alla bellezza
compiuta, ad una plaga di ideale serenità e
perfezione. Questa plaga irraggiungibile,
foggiata dagli animi a placamento della malattia
del secolo, fu simboleggiata dai neoclassici
nella Grecia dell'età classica, o Ellade, come
allora fu detto. Questo mito dell'Ellade fu
l'aspetto intimamente romantico del
neoclassicismo: il mito del mondo antico non più
come serena contemplazione ma come isola sognata
e perduta, terra d'approdo della bellezza,
perseguita senza speranza dagli uomini.
In effetti quasi tutti gli scrittori di questo
periodo rivelano all'indagine critica una
sensibilità romantica; non soltanto il Foscolo,
che è uno dei poeti europei più nuovi e più
grandi, ma il Monti stesso, che pure appare del
neoclassicismo l'autore più congeniale.
Alle soglie del Romanticismo VINCENZO MONTI
raccolse in un centone armonioso la poesia della
tradizione; e la raccomandò ai giovani, la
consegnò al nuovo secolo con magnifica e
decorosa vena poetica. Per il carattere della
sua poesia, tutta volta al decoro esteriore, e
per le mutevoli e facili simpatie politiche, fu
spesso considerato un esempio di superficialità
e di incoerenza; e fu invece un'anima candida,
legata come poche altre ad un suo intangibile
amore per le belle forme, per le immagini
elaborate e consacrate dai classici, sempre
fedele, in ultima analisi, al partito della
mitologia, minacciata di morte e rovina dalla
nuova scuola poetica. Facile alle emozioni, il
Monti subisce ed accoglie con impulsivo
entusiasmo le vicende fortunose e straordinarie
dei suoi tempi. Ogni avvenimento fa derivare
dalla sua fantasia un'onda sonora di
endecasillabi, ma la vicenda si disperde sin dai
primi versi nel mito, si dispoglia di ogni
contingenza ed aspetto terreno, appena fornita
l'occasione prima al poetare. C'era in effetti
nel Monti un duplice aspetto, quello apparente,
del poeta d'occasione, celebratore ufficiale
delle glorie politiche, e quello sostanziale,
del sognatore puro, appartato in una sua musica
interna, in una sua meraviglia di suoni e di
colori. La mitologia non era un artificio
imposto al Monti dalla tradizione letteraria, ma
la sostanza stessa della sua fantasia, una
fantasia che di per sé viveva in una sorta di
cosmo primitivo, immersa in una plaga di
apparizioni remote, in un mondo che serbava
ancora la freschezza delle prime rugiade.
Due momenti essenziali la critica riconosce oggi
nello svolgimento lirico del Monti: quello del
primo Monti, più scenografico, più appariscente,
ricco di sonorità improvvise, di immagini
folgoranti, sostanzialmente più vistoso che
poetico: il Monti insomma della Bellezza
dell'Universo, avanti l'incontro col gran fiume
omerico; e quello del secondo Monti, capace di
un ritmo più equilibrato e disteso, dotato di un
abbandono più docile dell'animo, di una facilità
e castità del linguaggio che persuadono anche il
lettore più moderno e scaltrito; il Monti
insomma della Feroniade, di quella rievocazione
mitologica immersa in una sorta di pallore. Tra
l'uno e l'altro aspetto si colloca la versione
dell'Iliade, che valse ad attenuare la
prepotenza delle immagini, ad immergere la
versificazione montiana in un fiume pieno ed
uguale. Versione, come suol dirsi; in realtà
opera senza dubbio originale, anzi tra le più
originali delle nostre lettere, tanto più libera
innanzi al testo di Omero quanto minore era nel
Monti la conoscenza effettiva della lingua
greca. Non ad Omero egli obbediva infatti parola
per parola, ma alla propria musica interna, a
quella nostalgia per l'antico, per le fantasie
cosmiche primigenie, in cui la critica riconosce
la natura romantica del poeta, seppure del tutto
inconsapevole.
LA FERONIADE
È l'opera intorno a cui il Monti lavorò più
lungamente, poiché vi pose mano nel 1784, al
tempo del suo soggiorno in Roma, e vi tornò
sopra per aggiungere, correggere, mutare e
rimutare, fino agli anni estremi; malgrado ciò
il poemetto, pubblicato la prima volta a Milano
nel 1832, ci è giunto incompiuto, diviso in tre
canti che abbracciano circa duemila
endecasillabi.
È opinione diffusa che il poeta si sia indotto a
comporlo per desiderio di celebrare il
tentativo, compiuto dal pontefice Pio VI, di
prosciugare le paludi pontine; un tentativo non
nuovo, che era già stato di consoli e di
imperatori romani. Ma se tale può essere
considerato l'avvio occasionale dell'opera, al
modo medesimo in cui l'editto di Saint-Cloud lo
fu forse per i Sepolcri di Ugo Foscolo, ben
altri interessi urgevano nell'animo del Monti;
si offriva a lui infatti l'occasione di
immergersi, di calarsi nel mondo favoloso dei
miti, il mondo più vero della sua poesia.
Immagina il poeta che vivesse presso Terracina,
all'alba della vita e del mondo, una
leggiadrissima ninfa, Feronia, schiva di nozze,
solo innamorata dei fiori che crescevano per sua
cura in quella terra; fiori delicati, gentili,
cui si aggiungeva il profumo dei cedri e del
melograno, mentre i salici piangenti parevano
piegarsi alla terra come per atto d'amore. La
dolce Feronia fu vagheggiata perfino da Giove,
ed a lui, apparsole in forma di giovinetto,
corrispose: divenne così dea, adorata da molte
popolazioni, mentre intorno ai suoi giardini
sorgevano ricche e popolose città. Ma ciò
suscitò la gelosia di Giunone, che, dopo aver
cacciato la rivale, riversò nei luoghi fioriti
di primavera la furia di molti torrenti,
l'Ufente, l'Astura, il Ninfeo. Le acque
irruppero nella campagna, allagando e
distruggendo: non rimase che un paludoso
deserto, una distesa di terra senza vita. Nella
tempesta perirono anche Timbro e Larina,
giovinetti a cui sorrideva prossimo il giorno
del'e nozze.
Da tanta devastazione, da così grande rovina era
scampato solo il bosco di Feronia; ma
l'inesorabile Giunone, aiutata questa volta da
Vulcano, fece sì che gli zolfi e gli asfalti
sotterranei, accesi dalle scintille del dio,
esplodessero con terremoto orrendo, e che ogni
cosa fosse divelta, frantumata, che delle città
non restassero se non miseri avanzi.
Non rimase infatti che una landa sterile, una
terra senza più case, senza più abitatori;
unico, volle la Parca risparmiare il cane
Melampo, una sorta di novello ed infelicissimo
Argo, che, immemore del cibo, fra le macerie
ricercando a lungo I andò col furto il suo
signor sepolto.
Dall'alto dell'Olimpo, Giove volse allora lo
sguardo alla valle divenuta un mare di limo, una
spenta palude, e comandò a Mercurio di
discendere sulla Terra per salvare almeno il
tempio della dolce Feronia; per suo volere,
sarebbe sorta colà una stirpe di eroi,
dominatori del mondo, e vi avrebbero avuto il
culto tutte le divinità dell'Olimpo. Intanto
Feronia, scacciata da Giunone, dopo esser caduta
semiviva al piede di un'elce, viene accolta
nella casa del contadino Lica, dove si reca
Giove stesso per confortarla, e per
profetizzarle che sarebbero risorte le città
distrutte ed innalzati a lei nuovi altari:
dapprima per opera di alcuni illustri romani,
Appio, Cetego, Augusto, infine per desiderio di
Pio, un pontefice che diran Pio le genti, e di
quel nome / sesto sarà.
VINCENZO
MONTI BIOGRAFIA
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