PANORAMA DELLA LETTERATURA ITALIANA
LE ORIGINI
A mano a mano che Roma conquistava nuovi
territori, vi portava con le armi la propria
civiltà e la propria lingua; cosi che, col
passare del tempo, il latino fini col divenire
la lingua comune dell'impero romano se si
eccettuano alcune regioni quali la Grecia in
cui la forte tradizione letteraria non permise
al latino di penetrare nel popolo. Ma quando
l'impero si sfasciò, le innovgioni linguistiche,
che attraverso i soldati-coloni, i rapporti
commerciali ecc. si propagavano da Roma nei
territori occupati, non giunsero piú ad
alimentare e rinnovare il latino lí diffuso; e
presso i diversi popoli le differenziazioni di
pronuncia e di vocaboli (invero sempre esistenti
ma assai attenuate finché arrivava da Roma
l'influsso vivo della lingua) col trascorrere
del tempo si approfondirono tanto, che nelle
varie province il « latino comune » fini col
trasformarsi in piú latini volgari. Questi, in
seguito, evolvendosi ciascuno per conto proprio,
si trasformarono in altrettanti nuovi linguaggi
(linguaggi neo-latini: rumeno, portoghese,
spagnolo, provenzale, francese, latino, italiano),
i quali, continuando nel loro processo di
evoluzione e di purificazione attraverso i
secoli, in futuro daranno luogo alle varie
lingue moderne.
I SECOLI XI-XII
Però, mentre alcuni linguaggi neo-latini si
evolvono con una certa rapidità verso la nuova
lingua ed una nuova letteratura, in Italia,
centro della latinità, non è ancora possibile
una letteratura in italiano: la cultura nella
Penisola nei secoli XI-XII continua a svolgersi
in lingua latina, ed è in gran parte di
argomento ecclesiastico, storico, retorico
(studio della lingua).
IL DUECENTO
La
letteratura in italiano nasce nel Duecento,
contemporaneamente o quasi nelle varie
regioni d'Italia, come risultato dello
svolgimento, nei singoli territori, dell'antico
latino volgare che si è venuto trasformando in
altrettanti dialetti italiani; e ogni poeta
canta, affinandolo, nel proprio dialetto.
Tendenza comune della nuova letteratura è
l'educare gli animi; e particolarmente tale
carattere notiamo in componimenti di indirizzo
religioso.
Nell'Italia centrale S. FRANCESCO D'ASSISI, nel «Cantico delle
Creature », innalza un canto di estasi e di
ringraziamento e di umiltà tutta francescana al
Signore, esaltandolo attraverso ciò che Egli ha
creato; e JACOPONE DA TODI in alcune sue laude
disprezza i beni terreni e se stesso come misera
carne, e in altre si abbandona ad esaltazioni
mistiche e all'ardente desiderio di obliarsi
nella divinità.
Contemporaneamente alla letteratura dì carattere
religioso, e mentre maggiore incremento hanno
gli studi filosofico-teologici
(SAN TOMMASO), scientifici, giuridici,
storici, retorici e dottrinali e morali, si
costituisce in Sicilia formata da poeti dì
varie partì d'Italia una scuola poetica che
comincia a considerare la poesia non come mezzo
per istruire ma come fine a se stessa, intuendo
che per fare poesia occorre non improvvisare, ma
meditare e ricercare ie espressioni capaci dì
tradurre in parole e in immagini la voce
dell'animo; e, verso la seconda metà del secolo,
sorge in Bologna, per opera di GUIDO GUINIZELLI, la Scuola del Dolce Stil Nuovo,
che
si sviluppa dipoi specialmente in Firenze. Qui
trova la sua maggiore espressione nelle
composizioni di GUIDO CAVALCANTI e dì DANTE
ALIGHIERI giovane.
I poeti della scuola cantano argomenti amorosi,
dando all'amore un valore tutto spirituale:
l'amore è voluto da Dio e si manifesta
attraverso la donna dì animo nobile, la quale «
sveglia » nell'uomo nobile il sentimento
d'amore. Tuttavia questo è sentito da alcuni
poeti anche come tormento, come nostalgia, come
malinconia: in particolar modo da Guído
Cavalcanti e da CINO DA PISTOIA, uno degli
ultimi e più notevoli stilnovisti.
Con la scuola del Dolce Stil Nuovo la lingua
italiana è formata, ricca non solo di liriche
d'argomento amoroso e di componimenti religiosi
in versi, ma anche di rime satirico-realistiche
(dì cui massimo esponente è CECCO ANGIOLIERI) e
di opere in prosa, tra le quali si distinguono
il « Milione » dì MARCO POLO e il «
NOVELLINO »
(Cento novelle) di un anonimo.
IL TRECENTO
Nel Trecento continuano e si sviluppano i motivi
letterari del secolo XIII: hanno rime politiche
realistiche, didascaliche, prosa religiosa,
novellistica, scritti di storia...
Ma il nuovo secolo particolarmente si gloria di
una notevolissima produzione poetica in
italiano, dovuta a tre scrittori che vanno
annoverati fra i maggiori di tutti í tempi e
della letteratura mondiale: Dante, Petrarca,
Boccaccio. Per opera loro il volgare italiano si
sviluppa e trionfa sul latino (anche se
abbondante continua la letteratura in questa
lingua) e sui dialetti d'Italia si impone il
fiorentino.
DANTE ALIGHIERI
DANTE ALIGHIERI, fiorentino (1265-1321), lo
troviamo la prima volta verso la fine del
Duecento tra i poeti del Dolce Stil Nuovo. Per
la sua donna, Beatrice;compone rime, come è uso;
e morta essa, dopo qualche tempo rileggendo
quelle composizioni la ripensa cosi
nostalgicamente e fortemente che sente il
bisogno di narrare in prosa il suo amore ideale
per lei, intramezzando alla prosa varie rime
precedentemente scritte in suo onore. Nasce cosi
la Vita Nova (1292-93), primo esempio notevole,
nella nostra letteratura, di prosa artistica.
Impegnatosi quindi con se stesso dì comporre
un'opera ancora maggiore in gloria di Beatrice,
il poeta s'immerge in studi severi, formandosi
una solida cultura che rivela pochi anni dopo in
alcune opere di erudizione (composte durante
l'esilio, a lui ingiustamente inflitto), e
infine nella Commedia, grandioso poema
allegorico-didascalico, quadro
storico-politico-morale dei secoli XIII e XIV,
profondamente umano, e, soprattutto, capolavoro
altamente poetico; uno dei maggiori che saranno
mai scritti.
Il poeta immagina di percorrere i tre regni
d'oltretomba (l'Inferno, il Purgatorio e il
Paradiso), guidato dalla retta ragione prima
(impersonata nel poeta latino Virgilio) e dalla
Fede poi (impersonata in Beatrice), e descrive
quel mondo ultraterreno con l'evidenza della
realtà, in un continuo succedersi di episodi, dí
stati d'animo, di ambienti: i morti riprendono
vita per un istante al passaggio di Dante e
rivivono le antiche passioni e quanto di piú
caro ebbero durante la loro esistenza nel mondo
terreno. Viaggio fantastico e pur vivamente
realistico, con il quale il poeta intende
dimostrare che qualsiasi peccatore e tale egli
si presenta all'inizio del poema se comprende
la bruttura delle colpe commesse e si pente e si
purifica, può salvarsi spiritualmente e aspirare
aiutato dalla Fede alla beatitudine eterna.
Con Dante si può dire che il Medio Evo sia
chiuso, anzi superato: la generazione che segue
respira un'altra aria: ai Comuni succedono lo
sfarzo e lo spirito nuovo delle Signorie.
FRANCESCO PETRARCA
Anche l'aretino FRANCESCO
PETRARCA (1304-1374),
in parte contemporaneo dell'Alighieri, vive la
nuova epoca e da lui differisce profondamente:
il senso religioso, cosí forte in Dante, non piú
in Peti: rea dogmaticamente sicuro pur rimanendo
questi sinceramente credente; i beni terreni
attraggono l'animo suo e contrastano con il
desiderio di elevazione celeste. In tale
dissidio (che rappresenta la crisi del Medio
Evo) consiste la caratteristica della vita e
dell'opera sua piú importante dal punto di vista
poetico, il
Canzoniere (o Rime sparse); i cui
motivi dominanti si possono cosí riassumere:
confessione del poeta del proprio amore per una
donna, Laura, che gli cagiona gioia e dolore;
pentimento, che di tanto in tanto afferra il
poeta, di amare i beni terreni che distolgono
l'anima sua dal vero bene, Dio; e insieme
riconoscimento che quanto piace al mondo è breve
sogno. Tali motivi si alternano (e talvolta si
uniscono in una sola composizione) in tutto il Canzoniere,
creando un'atmosfera di malinconia,
di rimpianto, di rimorso e insieme di
dimenticanza di tutto nella visione di Laura.
GIOVANNI BOCCACCIO
Nello stesso tempo del Petrarca vive GIOVANNI
BOCCACCIO, nato a Parigi (1313-1375), nel quale
continua il modificarsi della concezione umana
della vita che si verifica durante il sec. XIV.
Per il Boccacio la vita è questo mondo e non ci
sono in lui scrupoli e travagli religiosi come
nel Petrarca. Nel suo capolavoro, le cento
novelle del
Decameron,
il mondo spirituale del Medioevo scompare e
tutto uno spirito nuovo ravviva l'opera.
L'interesse fondamentale dello scrittore
consiste nel desiderio di ritrarre vari tipi
umani e rappresentarli attraverso una trama,
un'azione, che ne ponga in rilievo il carattere
e la natura; e attinge i tipi di ogni classe
sociale, sia nella vita semplice e onesta sia
nella dissipata e immorale. Cosí che, sfogliando
il Decameron,
ci imbartiamo in novelle
che narrano amori tragici ed eroici sino al
sacrificio, amori nobili e cavallereschi,
affetti delicati; e accanto a questi, amori
lascivi. A fìanco degli amori l'esaltazione
dell'intelligenza e la derisione della
sciocchezza umana (es. Calandrino).
Atteggiamenti umani svariatissimi, pieni di
sfumature, che Boccaccio ritrae finemente e
fissa in modo tale che essi non si possono tra
loro confondere.
IL
QUATTROCENTO
L'atteggiamento spirituale del Petrarca e del
Boccaccio, il senso sempre piú vivo degli
interessi terreni e dei valori umani che si è
reso sí evidente nel sec. XIV seguendo la crisi
del Medioevo, raggiunge nel Quattrocento il
pieno sviluppo. L'uomo acquista sempre piú
coscienza del proprio valore: di non essere solo
un attore posto nel mondo e guidato da un Essere
superiore da cui deve attendere il premio e la
punizione, come si sosteneva durante il
Medioevo, ma di essere la cosa piú bella creata
da quell'Essere e dotato di un'intelligenza che
gli permette di penetrare nelle cose intorno a
lui create. Tale esigenza di libertà spirituale
porta anche a studiare il libero pensiero degli
scrittori latini ed anche greci (vissuti prima
del Cristianesimo), i quali vengono riletti con
spirito nuovo, con occhi sgombri da ogni
pregiudizio morale; e le opere antiche vengono
cercate dappertutto, in Italia e fuori d'Italia,
nei conventi, nelle soffitte..., a costo di
qualsiasi sacrificio. Accademie a Roma, a
Napoli, a Firenze, aiutano gli studiosi;
munifici Signori, i « mecenati », aprono loro le
proprie corti. La stampa inventata allora
agevola il lavoro. Tutto questo movimento prende
il nome di Umanesimo. Canone fondamentale della
letteratura diviene l'imitazione: considerando i
testi dei classici come modello di perfezione,
l'umanista cerca di avvicinare il proprio stile
a quelli (e attinge spesso da essi pure il
pensiero) con l'intento di raggiungere uno stile
dignitoso, raffinato.
Abbiamo, cosí, molti prosatori e poeti che usano
come lingua il latino. Ma non mancano scrittori
illustri di lingua italiana, quali
LORENZO DE' MEDICI
(autore di rime e
poemetti), ANGELO POLIZIANO (famoso latinista e
grecista e autore, tra l'altro, in italiano, del
poemetto idillico Stanze per la giostra), LUIGI
PULCI (il cui capolavoro è il Morgante), MATTEO
MARIA BOIARDO (autore del poema cavalleresco
Orlando innamorato), JACOPO SANNAZARO (illustre
latinista e compositore, in italiano, del
romanzo pastorale Arcadia), LEON BATTISTA
ALBERTI e LEONARDO DA VINCI, esimi pensatori ed
artisti.
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IL
CINQUECENTO
Le tendenze spirituali e culturali manifestatesi
durante il Quattrocento raggiungono nel primo
Cinquecento il loro splendore: il concetto della
dignità e della potenza dell'intelletto umano,
già celebrate dai filosofi dell'Umanesimo,
divengono il presupposto di una civiltà nuova:
un impeto di vita spinge l'uomo a godere i beni
della terra, a solcare mari sconosciuti
(Colombo, Magellano, ecc.), ad indagare
l'universo, e, nello stesso tempo, a meditare
sull'animo umano e ad osservare la realtà quale
veramente è.
Sulla soglia del secolo incontriamo tre grandi
scrittori: l'Ariosto, il Machiavelli, il
Guicciardini.
LUDOVICO ARIOSTO
LUDOVICO ARIOSTO,
di Reggio Emilia (1474-1533), è uomo che ama non
vivere in mezzo alla fastosità e agli intrighi
di corte e al frastuono delle armi, ma appagare
il suo intimo nell'abbandono poetico, lasciando
libera la facoltà creativa, sviluppatissima, a
fingere mille immagini. E alla fantasia accesa
ecco presentarsi campagne sterminate, vie
interminabili, cavalli alati, castelli
incantati, guerrieri e duelli, amori fedeli e
amori lascivi, fughe, inseguimenti, giardini
deliziosi d'oblio..., e una infinità di
avventure, che pur nella loro grande varietà
finiscono per assumere nella mente del poeta un
certo ordine, un certo equilibrio, una certa
armonia. Nasce cosí l'Orlando Furioso,
poema epico, in cui il poeta narra oltre a
cento e cento episodi che si librano tra il
fantastico e il reale rinfelice amore di
Orlando per la bellissima Angelica e la sua
pazzia causata dall'amore deluso. Il poema
cavalleresco, che sino al 1500 è stato materia
di cantastorie o di qualche spirito serio non
ancora artisticamente del tutto formato (il
Boiardo), trova con l'Ariosto la sua poesia e il
suo capolavoro, e con lui finisce, almeno come
opera d'arte.
NICCOLÒ MACHIAVELLI
Contemporaneo dell'Ariosto è
NICCOLÒ
MACHIAVELLI, fiorentino (1469-1527), studioso di
problemi politici. Egli sostiene che la politica
è indipendente dalla religione e dalla morale,
ed istituisce, in tal modo, una scienza politica
nuova, i cui concetti fondamentali espone nel
Principe
(1513). Sua è pure, tra l'altro,
un'originale commedia, La mandragola, una delle
piú belle del Cinquecento.
FRANCESCO GUICCIARDINI
Non inferiore come pensatore al Machiavelli
è FRANCESCO GUICCIARDINI,
anche questo
fiorentino (1483-1540), il quale ne critica
certi giudizi troppo assoluti in due
interessanti scritti (Considerazioni sui
«Discorsi» del Machiavelli, Ricordi politici e
civili), ove espone anche il proprio pensiero
politico. Particolarmente importante, tra le sue
opere, è la Storia d'Italia, nella quale, in
venti volumi, narra e medita, in un racconto
ordinato e basato su fonti storiche
diligentemente studiate, le vicende degli stati
italiani. Sino ad ora non si era avuta un'opera
simile.
Con Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, inizia
cosi, magnificamente, il secolo XVI; e se questi
scrittori sono importanti per le loro opere in
se stesse, lo sono pure rispetto alla lingua.
Con essi, infatti, e con altri minori, la lingua
italiana mostra di essere pervenuta a tale grado
di maturità da potere essere piegata ad ogni
argomento, sia lirico sia speculativo; tanto che
neppure i dotti umanisti, che considerano
l'italiano « vile, povero, disonorato », possono
ora piú negarne l'importanza assunta.
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TORQUATO TASSO
Contribuisce al suo sviluppo, nella seconda metà
del secolo, l'opera di un altro grande poeta,
non indegno di essere ricordato accanto
all'Ariosto: TORQUATO TASSO, nato a Sorrento (1544-1595). Bellissimi, in gran
parte, sono il dramma pastorale Aminta e il
poema epico
Gerusalemme Liberata.
Il carattere fondamentale
dei passi migliori della poesia del Tasso è un
senso di malinconia profonda, a volte
sottolineata da una certa musicalità: il suo
animo si apparta in un mondo intimo e ritrae nel
verso i propri tormenti, i propri contrasti
elegiaci, e talvolta drammatici. Mentre
nell'Ariosto l'amore è gioia di vivere, nel
Tasso è tormento; mentre l'Ariosto è poeta
particolarmente narratore, il Tasso è poeta del
sentimento che si rivela nel poema attraverso i
contrasti di Erminia, che ama, non corrisposta,
Tancredi, il quale invece ama, non riamato,
Clorinda; e attraverso gli amori di Rinaldo e di
Armida. Anche lo stile risente di questa
immedesimazione nel sentimento, di questo
cantare tutto intimo, e il verso assume un ritmo
piú lento e piú morbido, la parola diviene
suggestiva.
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IL SEICENTO
Con il poeta della « Gerusalemme Liberata » si
ode l'ultima voce poetica del Cinquecento,
prorompente da un animo commosso: ché la poesia
degli ultimi decenni del secolo decade e le
lettere italiane si avviano verso un'età il
Seicento impoetica in quasi ogni sua
espressione.
Il Seicento un'età di crisi.
Poeti e prosatori
cercano nuove fonti di poesia; avidi di novità e
poveri, d'altra parte, di vita interiore e di
ideali politici, etici, religiosi, nel desiderio
di dare vita a un mondo poetico che esprima in
modo nuovo le varie manifestazioni della vita,
fanno leva sulla propria abilità stilistica e si
abbandonano alla descrizione delle impressioni
che suscitano i sensi: e le impressioni sensorie
ritraggono in immagini, con l'intento di
stupire, di meravigliare il lettore.
Ben povera di valore artistico è pertanto
l'abbondante letteratura in versi del secolo,
sia nella lirica (dominata da GIAN BATTISTA
MARINO, autore, tra l'altro, del poema Adone),
nella poesia eroica, burlesca e satirica, sia
nel teatro, se si eccettuano alcune tragedie di
CARLO DOTTORI (Aristodemo) e di FEDERICO DELLA
VALLE (Judit, ecc.); e ben povera artisticamente
è anche la letteratura in prosa. Senonché, qui,
dagli scrittori che si abbandonano al gioco
funambolesco di immagini, si staccano opere
solidissime, che rispondono al bisogno intimo
del loro autore di proclamare convinzioni
proprie, ideali, conquiste: sono opere di
carattere scientifico, storico, politico, nelle
quali vivono grandi interessi morali: la lotta
contro la vecchia scienza (GALILEO GALILEI),
contro l'assolutismo temporale dei papi (PAOLO
SAREI), contro il dominio spagnolo imperversante
nel secolo XVII in Italia [TRAIANO BOCCALINI e
ALESSANDRO TASSONI, autore delle Filippiche
(1)].-(Noto anche per il poema eri-comico La
secchia rapita.)
IL SETTECENTO
Volgendo il Seicento alla fine, i dotti italiani
incominciano ad acquistare coscienza del
decadimento delle nostre lettere, e mentre si
svolgono discussioni teoriche intente a porvi un
rimedio, sorge in Roma una accademia, l'ARCADIA (che si estende in « colonie » in tutta Italia),
con il proposito di « estirpare » il cattivo
gusto e di ritornare alla realtà. E per reagire
al complicato gioco di immagini del secentismo,
propugna un ritorno alla semplicità e
all'imitazione dei classici. Ma i suoi poeti
sono personalità prive di anima artistica e
troppo risentono della fiacchezza e
dell'artificiosità della società in mezzo a cui
vivono, rappresentata da cavalieri imparruccati
e da darnine in guardinfante; e l'Arcadia,
tendendo al semplice, finisce col cadere nel
lezioso, nello svenevole, nell'idillio
mellifluo, e prosegue nella vuotaggine interiore
del '600 e nell'assenza del sentimento, cioè nel
difetto fondamentale del secolo precedente a cui
vuole reagire.
Sui poeti arcadi si eleva il romano PIETRO
METASTASIO
(1698-1782), con alcune canzonette e
con alcuni dei suoi 26 melodrammi.
Inoltre nella prima metà del Settecento, in
piena Arcadia, emergono tre studiosi: LUDOVICO
ANTONIO MURATORI con i suoi profondi e vasti
studi storici, il filosofo G. BATT. VICO
con i
Principi di Scienza nuova, PIETRO GIANNONE con
l'opera storico-polemica Istoria del Regno di
Napoli.
Avvicinandosi la metà del '700, il rinnovamento
propugnato all'inizio dei secolo si accentua; e
sorgono scrittori su scrittori che, consci della
decadenza della letteratura e della frivolezza
della società contemporanea, si volgono a tutta
un'opera di rinnovamento letterario-morale il
cui centro spirituale è rappresentato da
Giuseppe Parini.
CARLO GOLDONI
purga la commedia dalle bullonerie, stravaganze
e trivialità, in cui era caduta nel secolo
passato, e l'innalza ad opera d'arte, portando
inoltre sulla scena sia nelle sue commedie di
ambiente, sia in quelle di carattere il mondo
borghese e vivo della sua Venezia (seppure
spesso con una grazia e anche leggerezza che
risentono dell'Arcadia); SAVERIO BETTINELLI con
le Lettere virgiliane fa una critica di tutta la
letteratura passata, e, pur commettendo
madornali errori di giudizio, dà colpi decisivi
a tanta poesia vuota che ancora si regge, come
il petrarchismo e la frivola Arcadia; GASPARE
Gozzi con la Gazzetta veneta, l'Osservatore, i
Sermoni, mette in evidenza l'immoralità del
tempo; GIUSEPPE BARETTI, con la Frusta
letteraria, colpisce la letteratura «
smascolinata » e « mollemente femmina » degli
arcadi e i cattivi libri e il mal costume;
CESARE
BECCARIA
critica, nel trattato
Dei delitti e delle
pene,
i sistemi penali del tempo; PIETRO
VERRI, nel Caffè e in libri di economia
notevoli, propone riforme economiche; GIOVANNI
MELI canta, in dialetto siciliano, con grande
spontaneità e sentimento la natura; GIUSEPPE
PARINI (1729-1799), nelle Odi e nel Giorno, si
propone come compito di educare, rifare la
società ridandole vita sanità virilità: colpisce
egli la nobiltà oziosa e frivola, inconscia
della Rivoluzione vicina; frusta i poeti
sdolcinati e vuoti, la società corrotta; innalza
l'onesto lavoratore; esalta la dignità
dell'uomo, dando egli stesso esempio di dignità
nel suo vivere e nell'arte; ridona alla
letteratura il tono virile, oltre a fare opera
di poesia pregevole.
Tuttavia se la dignità e la sanità morale
ritornano nella poesia col Parini, difetta
ancora ad essa la capacità di cogliere e fissare
i problemi intimi e il travaglio degli uomini.
Ed ecco, negli ultimi decenni del secolo,
VITTORIO
ALFIERI (1749-1803)
nelle sue opere Della Tirannide, Del principe e
delle lettere, Vita, Tragedie... scrutare
l'animo umano ed ogni moto interiore fermare nel
verso o nel periodo, rivelandosi potente
psicologo, quale da piú secoli, e massimamente
dopo la vuotaggine secentistica-arcadica, la
letteratura italiana aveva dimenticato. «
Compito dello scrittore sostiene l'Alfieri è
di commuovere e coltivare gli affetti umani,
dare agli uomini nobili entusiasmi, far
conoscere i loro diritti, istigarli a scuotere
ogni senso di tirannide » ; e quel compito fa
suo; e negli scritti mostra amore per la
giustizia, per l'indipendenza spirituale; e
verga forti accenni di libertà e di dignità
umana.
Il Settecento iniziato arcadico si chiude cosí
con un rinnovato senso della letteratura
italiana, con il rinnovamento della lirica
(dovuto al Panini) e con accenti di educazione
morale e civile, con un ritorno alla vita, alla
realtà, da cui si trae ispirazione; mentre un
nuovo movimento letterario ed un nuovo
atteggiamento degli animi si manifesta con il
Romanticismo, che si sviluppa in pieno
nell'Ottocento.
A cavaliere dei due secoli incontriamo il poeta VINCENZO MONTI,
tutto preso da entusiastico amore per le belle
forme dello stile e dei classici.
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