Pindaro
Vita
Il più grande esponente della lirica corale
arcaica nacque a Cinocefale, vicino a Tebe,
attorno al 520 - 518 a.C., dalla nobile famiglia
degli Egidi, originari di Sparta e fondatori del
culto gentilizio di Apollo Carneo. Secondo una
tradizione, che non siamo in grado di confermare
con certezza, egli sarebbe stato avviato alla
poesia da due poetesse beotiche, Mirtide di
Antedone e Corinna di Tanagra (la prima è
praticamente ignota e la seconda, soprannominata
“mosca”, forse per il suo cicaleccio, fu autrice
per gli alessandrini di almeno cinque libri,
comprendenti in prevalenza nomoi monodici,
“canti da vecchierelle”, epigrammi); ma se anche
gli aneddoti tramandati in proposito dalle fonti
antiche corrispondessero a verità è indubitabile
che gli ideali panellenici di Pindaro e la
funzione da lui attribuita al suo canto si siano
trovati in contrasto con quella poesia dalla
coloritura spiccatamente locale. Per questo, il
poeta cercò ad Atene altri e più famosi maestri
come Apollodoro, Agatocle e Laso di Ernione; da
quest’ultimo, valente musicologo ed autore di
ditirambi, il giovane Pindaro apprese anche il
virtuosismo tecnico per cui era meritatamente
famoso.
Nel 498 a.C. il genio precoce di Pindaro diede
buona prova di sé, cantando nella Pitica X, il
più antico epinicio giunto fino a noi, la
vittoria del tessalo Ippocle, conquistata a
Delfi nella corsa dei ragazzi. Celebrando la
gloria del giovanissimo discendente della nobile
stirpe degli Alevadi, Pindaro iniziava la sua
illustre carriera di poeta aristocratico,
cantore dei trionfi agonari degli atleti e degli
epigoni delle più antiche famiglie.
Tuttavia, il periodo centrale della sua lunga
esistenza coincise con un profondo mutamento
morale, politico e religioso dell’Ellade,
destinato a scardinare molti dei principi su cui
si fondava l’educazione dell’età arcaica. Erano
gli anni delle guerre persiane e l’attenzione
del mondo greco era attratta dalle vicende del
conflitto e dalla politica di Atene, che, grazie
al ruolo avuto nella guerra, si avviava a
divenire un punto di riferimento per l’intera
Ellade. Pindaro, invece, tutto preso dalla
volontà di celebrare il passato, si sentiva
estraneo a questo presente i cui ideali si
andavano sempre più allontanando dai suoi.
Neppure l’epico scontro di Maratona (490 a.C.),
destinato ad essere argomento di tanta
letteratura nazionalistica, lasciò traccia nella
sua poesia; nella Pitica VI databile appunto al
490 e dedicata a Senocrate di Agrigento,
fratello del tiranno Terone, per la vittoria
nella corsa delle quadrighe, ottenuta dal suo
giovane figlio Trasibulo, non c’è neppure un
accenno alla celebre battaglia. Anzi, dieci anni
dopo, nel 480 a.C., la politica di Tebe divenne
apertamente filopersiana; la città, governata da
una gruppo di aristocratici, accolse
pacificamente gli inviati di Serse e mandò
perfino un contingente militare a Platea al
fianco delle milizie persiane. Pindaro,
appartenente alla medesima classe sociale,
venuta a patti con il nemico, condivise anche
l’atteggiamento dei sacerdoti di Delfi, che
avevano interpretato gli oracoli a favore della
politica di non opposizione ai persiani.
Tuttavia i motivi del dissenso di Pindaro erano
indipendenti allo sfondo politico della patria e
molto più profondi: si sentiva attratto
dall’ideale di vita eroico, oramai remoto ed in
contrasto col regime democratico greco.
Il concetto dell’aristocrazia di razza dominava
ancora il suo cuore e lo spingeva a distaccarsi
dalla realtà storica in cui viveva, per
ricongiungersi alla dimensione senza tempo del
mito. In essa, il poeta ritrovava gli archetipi
divini o semidivini che accendevano la sua
fantasia e che egli credeva di veder rivivere
nelle figure degli atleti vincitori delle gare
olimpiche, sospendendo temporaneamente i
contrasti esterni.
Gli anni fra il 476 ed il 460 a.C. furono quelli
di più intensa attività: le città sicule erano
una presenza costante nei giochi ed il poeta non
esitò ad esaltarne i tiranni, giungendo a porli
sullo stesso piano degli antichi monarchi,
discendenti di Zeus. Con alcuni di loro instaurò
profondi rapporti di amicizia, favoriti dal
carattere aperto e dai molteplici interessi
culturali e religiosi di questi ultimi.
Fra gli illustri committenti di Pindaro
ricordiamo Ierone di Siracusa, per il quale
compose l’ Olimpica e la Pitica I (476-470). Ma
l’amicizia non durò, sia per il carattere
orgoglioso del tiranno, sia per la simpatia che
questi accordò a Simonide e Bacchilide di Ceo.
Nel 468 Pindaro lasciò la Sicilia, ma nonostante
la partenza non gli vennero a mancare nè celebri
protettori nè l’ammirazione del pubblico. Nel
corso dei suoi numerosi viaggi ad Egina, Rodi,
Corinto e Ceo, onorò Telesicrate e Arcesilao,
signori di fiorenti colonie.
Dopo il 460 la produzione di Pindaro si fece
meno intensa e la sua creatività poetica assunse
un diffuso pessimismo: il mondo ellenico era
profondamente mutato e la democrazia ateniese
aveva assunto definitivamente la funzione di
polo politico dell’Ellade, Tebe era stata
sottomessa ed il santuario di Delfi era dominato
dai Focesi. Non poteva cosi sottrarsi ad una
visione sempre più triste e delusa
dell’esistenza: la forza creatrice della
fantasia era ormai solo un ideale.
Dell’ultima fase della vita di Pindaro non
abbiamo notizie certe: secondo la tradizione
antica, il poeta si sarebbe spento ad Argo,
ormai ottantenne, nel 438 fra le braccia di
Teosseno, giovane compagno teneramente amato.
Le opere
Pindaro usa la lingua della lirica corale, ossia
il dialetto dorico misto a elementi eolici, dove
compare anche qualche fenomeno del beotico.
Nell’edizione alessandrina la sua produzione,
eccezionalmente ampia, occupava diciassette
libri ordinati per generi: Inni, Peani, Prosodi,
Parteni, Iporchemi, Encomi, Treni, Epinici.
Sopravvivono integralmente solo quattro libri
degli Epinici, divisi secondo le gare
panelleniche di cui celebravano i vincitori:
essi contengono rispettivamente 14 odi Olimpiche,
12 Pitiche, 11 Nemee, 8 Istmiche. Le altre opere
sono note solo da numerosi frammenti in cui
appaiono grandiose descrizioni del mondo divino,
racconti mitici, solenni enunciati etici ed
anche tratti di arguta grazia e voci d’amore.
L’epinicio di Pindaro si articola secondo tre
linee tematiche svolte con grande varietà di
motivi: l’elogio, che contiene un succinto
riferimento al vincitore e all’occasione
sportiva; il mito, collegato sovente con la
famiglia o con la patria del celebrato, che
costituisce la parte di maggiore ampiezza ed
impegno poetico; e la gnome, ossia
l’enunciazione di sentenze religiose e morali. A
collegare questi elementi interviene il richiamo
alla performance, ossia all’occasione in cui il
carme viene eseguito.
A fondamento del mondo pindarico sta la
convinzione che nella poesia si manifesti la
perfezione assoluta del cosmo e della divinità.
Essa istituisce la gloria del vincitore,
esaltando il momento supremo del successo
atletico in cui egli raggiunge la pienezza della
sua qualità umana. Questa circostanza lo allinea
agli eroi del mito; e il presente viene così
attratto in una sfera di valori assoluti ed
eterni. Alla sublimità di tale concezione
corrisponde uno stile di inaudita tensione,
ricco di immagini dotate di emozionante evidenza.
In ampi periodi si collocano enunciati sintetici
e definitivi, che si susseguono secondo
drastiche ellissi logiche, affidando la loro
suggestione al sentimento della bellezza, in cui
coincidono l’interpretazione pindarica
dell’esistenza umana e della natura divina e
l’esito della sua creazione artistica.
Olimpica I
Nel 476 a.C. la gara del corsiero a Olimpia fu
vinta dal cavallo Ferenico per il tiranno Ierone
di Siracusa. A Pindaro, allora nel fiore
dell’età e della fama, fu dato l’incarico di
comporre un epinicio, che venne forse eseguito
nella festa privata, offerta dal principe nella
sua reggia, mentre alla celebrazione pubblica
era destinato l’Epinicio V di Bacchilide.
Si trattava, in un certo senso, di un’ulteriore
competizione, questa volta fra i due massimi
lirici del tempo, divisi da una risentita
rivalità; e Pindaro presentò nell’agone la sua
opera più maestosa e complessa, e
programmaticamente esemplare. Per questa ragione,
oltre per il fatto che vi si proclamava
l’eccellenza assoluta dei giochi di Olimpia e si
narrava il precedente mitico delle gare equestri,
il carme fu posto all’inizio del libro che nelle
edizioni alessandrine raccoglieva gli epinici.
Esso si apre appunto con una folgorante
esaltazione delle Olimpiadi, per la quale
vengono convocati a confronto l’acqua, l’oro, il
sole. A tale fama corrisponde l’alto prestigio
della poesia, che è gioia di Ierone come lo sono
i cavalli; ed il canto celebra il volo solitario
con cui Ferenicio donò il trionfo al suo
signore. Con il perentorio splendore d’immagini
che è proprio dell’arte pindarica, questo
solenne proemio fonde l’elogio del committente
con la memoria dell’occasione sportiva; e la
poesia viene presentata come naturale sigillo di
questa gloria.
La sezione centrale del canto appartiene al mito;
ed il suo protagonista è Pelope, l’eroe del
Peloponneso dove Olimpia si trova. Della sua
storia Pindaro trasceglie due episodi: l’amore
di Poseidon per lui, e la sua vittoriosa sfida
al re Enomao per ottenerne in sposa la figlia
Ippodamia. Ma secondo la sua tecnica egli espone
la materia mitica, che presuppone nota al
pubblico, per allusioni e singole scene, da cui
si irradia il significato dell’intera vicenda.
All’evocazione narrativa si intreccia poi la
riflessione gnomica.
La tradizione voleva che Pelope fosse stato
fatto a pezzi dal padre Tantalo, cotto in un
calderone ed imbandito agli dèi, forse come
sfida alla loro onniscienza. Demetra
inavvertitamente ne mangiò una spalla, ma Zeus
ricompose il corpo sostituendo la parte mancante
con un omero d’avorio. Pindaro rifiuta questa
storia blasfema, che deve la sua diffusione al
fascino della poesia: ma degli dèi occorre dire
soltanto il bene. Egli prospetta la sua versione:
Pelope scomparve dal banchetto divino, poiché
Poseidon invaghito di lui l’aveva rapito in
cielo, e furono i vicini invidiosi ad inventare
la menzogna dell’antropofagia divina.
Il secondo episodio della saga presuppone il
ritorno di Pelope alla condizione di uomo: e
causa ne fu l’arroganza di Tantalo, che tradì il
favore eccezionale degli dèi. Pelope vuole
sposare Ippodamia, che il padre Enomao concederà
solo a chi sappia vincerlo in una gara di corsa
con i cavalli; e nella notte, in riva al mare,
il giovane invoca l’aiuto del dio possente che
l’aveva amato. Nell’atmosfera insieme magica e
reale di questa scena si esaurisce la storia:
Poseidon assicura a Pelope il suo aiuto, e per
narrare il resto sono sufficienti due versi;
egli vincerà è avrà Ippodamia, da cui gli
nasceranno sei figli gloriosi.
Con un perfetto ricorso anulare si riprende la
lode di Ierone e dei giochi sportivi: il
discorso ritorna ad Olimpia, dove è la tomba
dell’eroe, onorata di sacrifici nei giorni delle
gare. Queste assicurano a chi vince la felicità
duratura della fama, che nasce dal giorno del
trionfo. A consacrarla è la poesia; e Pindaro
augura a se stesso e al principe che si dia
un’altra occasione di gloria e di canto: la
vittoria somma, con la quadriga.
La concezione eroica dell’esistenza, soprattutto
proclamata nelle parole di Pelope a Poseidon, e
l’intensità della morale religiosa, il senso
solenne della tradizione mitica e della gloria
presente, la fantastica forza delle immagini e
l’arcana suggestione degli scenari, il vigoroso
annuncio del prestigio che pertiene all’arte ed
il composto tripudio per il successo sportivo
concorrono a formare un’opera d’arte, in cui
l’arcaismo maturo celebra uno dei suoi risultati
più splendidi, paragonabile al frontone di
Olimpia in cui è raffigurata l’attesa dell’esito
della gara fra Pelope ed Enomao.
PER HIERON DI
SIRACUSA, COL CORSIERO
Ottima è
l’acqua, l’oro come fuoco acceso
Nella notte sfolgora sull’esaltante ricchezza:
se i premi aneli
a cantare, o mio cuore,
astro splendente di giorno
non cercare più caldo
del sole nel vuoto cielo –
né gara più alta d’Olimpia celebriamo,
onde l’inno glorioso incorona
con pensieri di poeti: che gridino
il figlio di Kronos, giunti alla ricca
beata dimora di Hieron!
Regale impugna uno scettro nella Sicilia
ricca di frutti mietendo il sommo di ogni virtù,
e gioisce del fiore
migliore della poesia –
canti onde spesso giochiamo
adulti intorno alla mensa amica. Ora
togli la dorica cetra
dal chiodo, se a te la gloria di Pisa e
Pherenikos
soggiogò la mente ai pensieri più dolci:
quando sull’Alpheios balzò porgendo
senza sprone il corpo
alla corsa e allacciò il padrone al trionfo,
il re siracusano lieto
di cavalli. E gloria gli splende
nella maschia colonia del lidio Pelops.
Bramò l’eroe il possente Gaiaochos
Poseidon, quando dal bacile che monda
Klotho lo tolse
bello d’avorio la spalla scintillante.
Molte le meraviglie, e certo
delle gare. Massimo viene ad ognuno
il bene prodotto dal giorno. Ed io incoronare
lui con equestre canto
con eolica melodia
devo, certo che amico ospitale,
tra gli uomini d’oggi, insieme più esperto
del bello e regale al potere
mai ornerò con volute famose di inni.
Provvido ai tuoi pensieri vigila
il dio che t’è prossimo,
o Hieron. Né mai desista: perché
io miro a cantarti trovando
ancora più dolce col carro
veloce una via alleata di parole,
giunto alla luce del Kronion. Per me la Musa,
per il mio vigore alleva un dardo poderoso.
Altezze diverse per l’uomo:
culmina l’ultima vetta
coi re. Non scrutare più avanti.
Possa tu d’ora innanzi incedere in alto
ed io così ai vincitori
accostarmi insigne per maestria
tra i Greci dovunque.
Letture
critiche – 1
Nella festa olimpica vive una sintesi complessa
quanto precaria di valori culturali, a cui
l’epinicio conferisce un canone di certezza
nell’illusione di una gloria comune a tutta la
grecità.
E’ molto meno facile definire in breve il valore
culturale di un fenomeno complesso come le
Olimpiadi. Dal punto di vista dell’atleta la
partecipazione ai giochi era il momento
culminante di un processo formativo, personale e
comunitario: il pònos, la fatica
dell’addestramento e la tensione ideale su cui
insiste il canto epinicio, è impensabile senza
istituzioni sociali come il ginnasio e la
palestra, senza il sostegno della città, della
famiglia e di un contorno d’amici e sostenitori,
gli stessi che in caso di vittoria
parteciperanno al komos; mentre per il
concorrente sconfitto, cui Pindaro rivolge
talora un’attenzione solo negativa, scatta
fatalmente la sanzione sociale del silenzio.
L’Olimpiade è un momento di comunicazione
collettiva intensa, di riconoscimento e conferma
di valori e regole comuni su un supporto
religioso (culturale e rituale) omogeneo; ad
Olimpia si recarono storici come Erodoto,
filosofi come Platone ed Aristotele, oratori
come Demostene. Al di là dell’entusiasmo
campanilistico, che in qualche caso si manifesta
in maniera scomposta al ritorno del vincitore in
patria e che di certo è una componente emotiva
importante, nella comunione dei giochi
l’esasperato particolarismo politico degli stati
greci trova, o meglio ritrova nel tempo sacro,
la conoscenza di un’unità etica fondamentale. La
festa olimpica è una sintesi in cui, sotto il
patrocinio del dio supremo, l’educazione alla
guerra si esplica in una pacifica mimesi della
guerra: di profondo valore simbolico per
l’individuo e per la comunità. Ma è una sintesi
fragile, affidata a cittadini in teoria liberi e
uguali. A dispetto di momenti di particolare
enfasi nazionale, come nel 476, e della
successiva pubblicistica panellenica di
pensatori e retori come Isocrate, la Grecia
delle città-stato non trasse da tale sintesi
nessun reale incentivo all’attuazione di
un’unità politica permanente, che solo il ferro
ed il fuoco dei re macedoni parvero poter
imporre. All’esasperata divisione del presente
fu se mai il cantò occasionale dell’epinicio ad
opporre, nella sua infinita flessibilità ma
anche nella sua granitica certezza, l’illusione
di una gloria comune e condivisa, attinta dalla
memoria mitica ai valori unanimamente
riconosciuti dalla Grecia eroica.
Olimpica VII
Un’analoga, anche se diversamente articolata
complessità strutturale si osserva pure
nell’Olimpica VII, che celebra la vittoria
ottenuta da Diagora di Rodi nel pugilato alle
Olimpiadi del 464 a.C. Diagora era famoso per la
formidabile possanza fisica e per il talento
atletico, grazie a cui aveva compiuto
l’eccezionale prestazione di vincere in tutti i
quattro giochi panellenici, oltre che in
numerosi agoni locali. Egli apparteneva alla
nobilissima famiglia degli Eratidai, che
occupava un ruolo preminente nella vita politica
e sociale di Rodi; e quest’aristocratica
tradizione, con i suoi privilegi e le
responsabilità, suona come un contrappunto
sotteso alle lodi del vincitore.
Il carme si apre con una sontuosa similitudine
in cui una coppa di vino spumeggiante, offerta
dal suocero al novello sposo durante la festa
nuziale, viene comparata con il canto che onora
quanti vincono nelle gare.
Ora è la volta di Diagora; e l’inno lo
festeggerà rievocando i miti della sua isola.
Anche qui l’introduzione intreccia l’elogio
dell’atleta e della sua patria, il ricordo
dell’occasione e il prestigio della poesia,
motivando artisticamente il passaggio alla
sezione mitica, che occupa il centro concettuale
ed architettonico dell’ode.
Come nell’Olimpica I il mito è trattato per
episodi, che peraltro non si collegano ad un
comune protagonista, come era Pelope, ma
risalgono alla storia remota di Rodi. Di questa
vengono evocate tre fasi, che si succedono in
ordine cronologico inverso: si passa così dalla
dimensione umana a quella divina e cosmogonica,
attraverso un periodo intermedio a cui
partecipano uomini e dèi. Il senso di questo
processo a ritroso va individuato nel progetto
della religiosità pindarica, che mira ad
affermare nella divinità il principio ultimo ed
assoluto del reale, in cui l’uomo finisce per
riconoscere l’origine e la ragione degli
accadimenti della storia.
La prima sezione è dedicata alla colonizzazione
argiva di Rodi, guidata da Tlepolemo. In un
impulso d’ira questi aveva ucciso un suo parente;
ma l’oracolo di Delfi si era benignamente
limitato a imporgli di emigrare a Rodi, l’isola
fiorente di ricchezze. A questo motivo si
allaccia direttamente il secondo episodio quando
Atena era balzata in armi dal capo del padre, il
Sole aveva consigliato ai Rodiesi di onorare la
nuova dea con sacrifici: ma essi dimenticarono
di santificarli con il fuoco. Ancora una volta
gli dèi perdonarono; e per il favore di Atena,
la gente di Rodi divenne esperta di ogni arte,
tanto che l’isola si arricchì di molto oro.
La terza storia risale alla preistoria del mondo,
allorchè gli dèi se ne spartirono il dominio. Il
Sole era assente, ed essi trascurarono di
assicurargli il suo lotto. Ma il Sole rifiutò
che si procedesse ad un nuovo sorteggio: negli
abissi del mare egli vedeva sorgere un’isola
bellissima e feconda, e chiese che questa gli
venisse data. Qui il dio si unì alla ninfa che
portava il medesimo nome di Rodi, e ne ebbe
sette figli; da uno di questi nacquero i tre
eroi da cui si nominarono le tre città
dell’isola: Camiro, Ialiso e Lindo.
Così il canto ritorna al presente, in cui
Tlepolemo è onorato di sacrifici, e Diagora
ottiene innumerevoli vittorie, il cui fitto
elenco proclama la sua gloria. Ma egli possiede
anche fermezza e temperanza, come si conviene a
chi discende da nobili padri, e sa che la sorte
degli uomini è mutevole al pari dei venti.
Questa sentenza si richiama al generale invito
alla moderazione, che è proprio della morale
greca, e soprattutto delfica. In effetti, sono
gli dèi stessi a offrirne l’esempio, mitemente
perdonando gli errori e le dimenticanze in tutti
i tre episodi mitici narrati nel carme: tanto
che questo motivo finisce per rappresentarne il
filo conduttore in una prospettiva etica e
religiosa. Ma è probabile che l’autentica unità
della poesia pindarica, su cui tanto si è
discusso, vada cercata altrove: nella solenne
tensione dello stile e nel fulgore delle
immagini, che si irradia in significative
polivalenze, e dove persino la consonanza fra il
nome di Rodi e della rosa è valorizzata per
inventare la sfolgorante fantasia dell’isola che
“sboccia” dal fondo del mare. A conferire
emozionante compattezza alla poesia di Pindaro è
il senso di una missione poetica che consiste
nel rivelare la bellezza dell’universo, di cui
fanno parte tanto l’armonia della divinità
quanto gli uomini e la loro arte.
PER DIAGORAS
DI RODI, PUGILE
Come chi da
mano generosa un calice
ribollente di rugiada di vite
in dono porga
al giovane sposo – l’alzava brindando
da casa a casa massiccio d’oro, vertice dei beni:
lo splendore della festa
e il genero onora, tra gli amici
presenti lo fa invidiato per nozze concordi -,
anch’io nettare distillato, omaggio delle Muse,
ai vincitori invio dolce frutto della mente,
e m’ingrazio
chi in Olimpia e in Pito
prevalse. Felice chi parole di lode avvolgono:
ora l’uno ora l’altro protegge
la Grazia feconda, spesso,
con cetra soave e flauto di mille voci.
Letture
critiche – 2
L’elaborata tecnica del simbolo viene
valorizzata da Pindaro per esprimere
un’ambivalente concezione esistenziale.
In questa ode i commentatori hanno trovato una
sola vera difficoltà. Tutti e tre i miti, la
storia di Tlepolemo, il sacrifizio di Rodi, la
spartizione della Terra, superbamente narrati,
pure hanno una nota sinistra: delle ombre
solcano quello splendore. Come ci spiegheremo
questa particolarità in un poema di
congratulazione? La colonizzazione di Rodi è
strettamente connessa all’omicidio compiuto dal
suo fondatore; i suoi cittadini, per una
misteriosa dimenticanza, non riescono ad
assicurarsi il pieno favore di Atena; la
spartizione della Terra fatta da Zeus è viziata
dall’assenza del dio del Sole.
Pindaro dunque sapeva bene punto per punto
quello che stava facendo. Perché l’ha fatto? Il
simbolo, quando l’avremo trovato, renderà tutto
chiaro. Noi dovremmo ascoltare il poema intero,
con tutta la nostra capacità di comprensione,
come un greco lo ascolterebbe. Ma molti di noi
insistono a tradurlo in una lingua diversa e poi
ad ascoltare la propria traduzione. Ognuno parla
dell’Isola come “Rodi”, ma per il poeta e tutti
coloro che udirono quest’ode il suo significato
era “La Rosa”.
Pensando all’isola patria di Diagora, Pindaro è
indotto dal suo bel nome a vederla sotto la
similitudine di una rosa e così concepisce il
radioso quadro di quel luogo prediletto come una
piccola, esigua regione che per il dio del Sole
offuscò nel paragone tutti gli altri domini
terrestri, come una pianta divina che cresce dal
fondo marino su fino alla luce del Sole. E’ con
questo quadro innanzi che egli studia l’intero
complesso della storia di Rodi finché anche
questo prende forma dall’immagine di una pianta
di rose che cresce, e che cresce in un modo che
nessun uomo aveva ancora visto, da un oscuro
letto sotto l’acqua salata. La Rosa di Pindaro
non è pianta di ogni giorno, essa cresce nella
sua vivificante immaginazione fino a divenire un
simbolo della nostra vita, di dolore rivolto in
gioia, di un miracoloso germogliare da un luogo
senza fertilità o luce del sole in una finale
radiosità e bellezza sovrana.
Ecco perché tutte le storie che crescono intorno
all’Isola della Rosa sono narrate in modo a
prima vista così inadatto ad un poema che
proclama i fastosi destini dei discendenti del
Re del Sole, ed in particolare il successo di
Diagora ed il suo illustre congiunto. Questo
perché, in tutti e tre, la radiosità è preceduta
dalla tristezza.
Nemea X
Le ultime tre lodi del libro delle Nemee non
celebrano propriamente altrettante vittorie nei
giochi di questo nome: la X è in onore di Teeo
di Argo, due volte vincitore nella lotta agli
Heraia, le gare in onore della dea Era che si
svolgevano nella sua stessa patria. Non ne
conosciamo con esattezza la data, ma sulla base
di riferimenti interni la critica tende a
situarla nel decennio fra il 468 ed il 458 a.C.
Anziché trovarsi al centro del carme come nei
due epinici visti in precedenza, qui il mito ne
rappresenta la conclusione, secondo un progetto
che connette intimamente la struttura, il tema e
l’intenzione del carme stesso. Questo è
articolato per blocchi nettamente distinti, che
corrispondono ai cinque sistemi strofici (ciascuno
formato di strofe, antistrofe ed epodo) di cui
consta l’opera.
Il primo di essi introduce direttamente un ampio
elogio della città di Argo, patria del vincitore
e sede dei giochi, svolto nella forma di un
catalogo dei molti miti illustri che intorno ad
essa si raccoglievano. Ma l’apparente
schematicità della struttura è riscattata dalla
potenza immaginativa delle figurazioni che
cooperano a evocare in allusive sintesi ogni
singola leggenda; e si è anche supposto che
Pindaro traesse spunto dalle opere d’arte
figurata che ornavano la città, trasfigurando
nell’atmosfera del presente le sue tradizioni
gloriose.
Con la convenzionale protesta di non avere voce
sufficiente per cantare tutto ciò che il sacro
spazio della città ricorda, Pindaro passa nel
secondo sistema strofico all’attualità: ossia
alla doppia vittoria ottenuta dal giovane Teeo
nelle gare argive, a cui fanno corona altri
numerosi successi. Solo Olimpia gli manca, e a
questa meta egli ambisce nel silenzio del suo
cuore; ma Zeus conosce anche ciò che la bocca
reverente non osa dire. E’ una preghiera
implicita che il poeta leva insieme al suo
committente; ad essa verrà, ancora allusivamente,
ripresa nella chiusa del carme.
La gloria sportiva di Teeo continua quella dei
suoi avi materni, e pure di questi vengono
ricordate le molte vittorie. Ma le tradizioni
atletiche della famiglia non devono stupire: un
remoto antenato ospitò i gemelli Dioscuri,
Castore e Polluce, i sovrintendenti divini dei
giochi di Sparta; ed essi hanno cura dei giusti
che li onorano, poiché gli dèi sono fedeli
all’amicizia.
A fulgida conferma di quest’asserto viene ora il
mito della morte dei due fratelli: se pure tale
si può chiamare, poiché essi ora trascorrono
insieme un giorno fra gli immortali ed un giorno
sottoterra. Essi erano figli di Leda, che generò
Polluce da Zeus e Castore dal suo sposo mortale
Tindaro. In un agguato questi venne colpito
mortalmente da Ida, il quale a sua volta cadde
insieme al fratello Linceo sotto la mano
vendicatrice di Polluce.
Accanto al gemello palpitante negli ultimi
respiri, Polluce levò allora una disperata
preghiera al padre Zeus, invocando anche per sé
la morte. Il signore degli dèi comparve e gli
propose l’alternativa: o godere della vita
immortale che spettava alla sua origine, o fare
parte di tale privilegio al fratello, dividendo
con lui l’eternità e l’oltretomba. Ma il giovane
divino non dubitò, e subito restituì a Castore
la luce e la parola.
All’esplicita connessione genealogica
dell’episodio mitico con il personaggio del
committente se ne aggiunge un’altra sottilmente
allusiva: gli dèi non dimenticano i vincoli
della solidarietà, e dunque Teeo può confidare
nella vittoria che ancora desidera. Ma il motivo
contingente, che peraltro stringe il carme in
una compatta unità, è trasceso da Pindaro nella
contemplazione dell’universo eroico, di cui la
decisione di Polluce offre un modello grandioso.
Alla densità esemplare del tema si adatta la
tensione emotiva di un racconto, che è tutto
risolto nell’azione. La fulminea essenzialità
della mitologia argiva in apertura del carme è
bilanciata da una narrazione insolitamente
dettagliata nella fase dell’agguato iniziale;
poi le parole dei protagonisti divini esprimono
con monumentale essenzialità il travaglio di un
vivere che è troppo contiguo all’umano per
essere esente dalla sofferenza. Ma l’eroismo
degli dèi sta nell’accettare questa parte della
loro condizione; e l’atto breve con cui Polluce
richiama a sé il fratello è immerso nella luce
abbacinante del sublime.
Istmica VIII
In quest’ode Pindaro celebra la vittoria
ottenuta dal giovane Cleandro di Egina nella
gara di Pancrazio, ai giochi dell’Istmo.
L’allusione a un grave pericolo che aveva
minacciato la Grecia intera non può che
riferirsi alla seconda invasione persiana,
guidata da Serse; e dunque il carme va ascritto
ad una data immediatamente successiva al 479 a.C.,
ossia dopo che la battaglia di Platea aveva
annientato in maniera definitiva i progetti del
nemico in esso, peraltro, accanto al sollievo e
all’esaltazione della libertà tanto strenuamente
difesa, compare anche un velo di sgomento, in
cui l’ ”io” poetico assume carattere
marcatamente autobiografico. La patria di
Pindaro, Tebe, si era schierata dalla parte dei
Persiani, per incitamento della fazione
oligarchica che deteneva il potere;e dopo Platea,
il comandante persiano Pausania aveva preteso la
consegna dei traditori, condannandoli a morte.
Pindaro non aveva partecipato a questi patti, ma
l’umiliazione della patria lasciò un segno nella
tonalità ambivalente dell’esordio.
Questo occupa le prime due strofe con l’elogio
del vincitore e il riferimento all’occasione
sportiva in cui alla vittoria sull’Istmo si
aggiunge menzione di un’altra vittoria riportata
da Cleandro nei giochi panellenici di Nemea; con
la già ricordata allusione all’attualità
politica e con la motivazione della scelta del
mito. Questo si collega pure, indirettamente,
agli eventi del recente passato. Egina, patria
del vincitore, aveva concorso in primo piano
alla lotta contro i Persiani; e Pindaro si
propone di reinserire la sua città nella
tradizione graca, dopo la crisi che l’aveva
portata sul fronte opposto, ricordando la comune
origine che riconduceva sia Egina che Tebe alle
due ninfe anonime, sorelle in quanto entrambe
figlie del fiume Asopo, e parimenti amate da
Zeus.
Dall’unione fra Zeus ed Egina nacque Eaco; e da
qui ha inizio il mito, che occupa la quattro
strofe centrali del carme, dalla III alla VI.
Figli di Eaco furono Telamone, sovrano di Egina
e a sua volta padre di Aiace, e Peleo sposo
della dea Teti e padre di Achille. Su questo
della discendenza, Pindaro accentra il racconto,
rappresentando l’occasione in cui gli dei
decisero di assegnare Teti a Peleo. Si tratta di
un mito famoso a cui il poeta apporta sue
varianti. L’avvenente ninfa del mare era
desiderata da Zeus; e Pindaro immagina che il re
degli dei si fosse trovato a contenderla con il
fratello Poseidon. Ma una diffusa tradizione
voleva che il figlio nato da Teti sarebbe
divenuto più potente del padre. Questo destino
viene annunciato dalla grande dea Themis, che
suggerisce di scongiurarne dal regno divino le
conseguenze, assegnando la giovane al più pio
dei mortali, appunto Peleo. Dalle nozze nacque
il grande Achille; e la seconda parte del mito
ne rievoca le imprese sotto Troia.
La morte di Achille, celebrata dalle Muse, offre
lo spunto per il passaggio alla strofa
conclusiva; poiché gli dei amano che un uomo
valente sia cantato anche dopo la morte. E così
Pindaro unisce alla celebrazione di Cleandro il
ricordo del cugino Nicocle, pure vincitore alle
gare dell’Istmo nel pugilato, e che ora è morto.
E il carme si conclude con un’immagine lieve ed
arguta: l’elogio di Cleandro, che non nascose
“in un buco” il fiore dei suoi anni.
Compatta e nitida nella struttura, vibrante di
sentimento personale, sapientemente articolata
nel rapporto fra un’attualità problematica,
l’occasione elogiativa e la narrazione mitica,
la Pitica VIII è uno dei carmi più felici di
Pindaro, anche se non rientra tra i più famosi.
Esso dimostra in altissimo grado la sua capacità
di rinnovare anche la materia mitica più nota e
sfruttata, grazie all’originalità del taglio
prospettico. Il senso della narrazione si
concentra in una scena ricca di valori evocativi
e concettuali: il concilio degli dei, in cui si
leva la voce solenne di Themis a ricondurre
sotto la legge del destino le passioni degli
immortali e la sorte dei mortali. E un’altra
immagine di plastica potenza riassume la gloria
di Achille: il gesto drammatico e perentorio con
cui l’eroe addita ai campioni dell’esercito
nemico le porte dell’oltretomba. La poetica del
kairos, il “momento” portatore e rivelatore
della grandezza e della gloria, attinge qui una
delle sue immagini più incisive e memorande.
PER CLEANDRO
DI EGINA VINCITORE NEL PANCRAZIO
Per Cleandro
e la sua giovinezza, a glorioso
Riscatto delle fatiche, qualcuno, o giovani,
desti – recandosi allo splendido portico
del padre suo Telesarco –
un festoso corteo, a compenso
della vittoria sull’Istmo e perché nelle gare
a Nemea ebbe successo:
perciò anche io, benchè triste nell’animo,
acconsento a invocare la aurea
Musa. Liberati da grandi dolori,
non priviamoci delle corone,
e non farti servo dei lutti:
scampati a ineluttabili mali,
darò al popolo qualcosa di dolce, pur dopo la
pena,
poiché un dio a noi
tolse quel travaglio
sul capo, quasi pietra
di Tantalo, per l’Ellade insostenibile.
A me però la paura dei pericolosi corsi
arrestò la forte tensione: meglio
sempre guardare
valle il dorico apio:
perché un tempo
anche lui vinse uomini
dei paesi vicini infuriando con l’ineluttabile
mano.
Non lo disonora la stirpe dell’egregio
Fratello del padre! Intrecci dunque un compagno
a Cleandro, per il pancrazio, un grazioso
serto mirto, poiché
l’agone di Alcatoo e la gioventù
a Epidauro l’accolse vittorioso in passato.
Lodarlo è facile al buono:
non hai infatti costretto in un buco
la sua giovinezza, lontana da belle imprese.
Letture
critiche - 3
Secondo la poetica pindarica dell’ “occasione”,
ogni manifestazione riceve senso dal rapporto
con la rappresentazione dell’universale.
L’imprevisto, il manifestarsi di fatti
giustificati nel momento del loro accadere, ma
senza apparente legame reciproco o senza un
logico causale e infine le tendenze più
contrastanti, imponevano una sempre rinnovata
tensione alla mente irrequieta di uno spirito
singolarmente pronto a cogliere il rilievo delle
cose, perché illuminato dalla caratteristica
sensibilità del vinto. Contemporaneo di Eschilo,
Pindaro non si pone come il poeta di Eleusi il
problema dell’ordine universale e dei suoi
dissidi. Mentre Eschilo vive in un cosmo anche
se problematico, Pindaro soffre di volta in
volta l’episodio, che presenta sempre la sua
autonomia o perché estraneo al cosmo
aristocratico o per l’incapacità del poeta
arcaico di cogliere un rigoroso nesso di cause e
di effetti.
A Pindaro l’idea di concatenamento logico dei
fatti era preclusa: la sua sensibilità
spirituale si protendeva a cogliere il rivelarsi
dei singoli momenti nella loro autonoma irruenza.
Perciò egli poté creare un’originale poesia
dell’attimo, di un attimo irridescente e sempre
nuovo nelle sue manifestazione.
Né conviene dimenticare che Pindaro è (per noi
soprattutto) cantore di atleti. IL loro mondo
agonistico rappresentava per la sua stessa
natura una spiritualità essenzialmente critica,
quale l'epoca esigeva da un aristocratico e come
risulta dalla fecondità singolare dei contrasti
polemici, che davano vita al pensiero filosofico.
Chi viene preso da questa forza critica si
colloca in un’atmosfera ideale e unitaria,
sicchè un’unica forma spirituale domina la
molteplicità delle manifestazioni sue: ecco,
quindi, l’inesausta brama del confronto; la
vivacità di un pensiero sempre mobile e pronto a
sorprendere e fissare problemi; un senso del
valore d’ideale bellezza di questo contrasto di
persone, di cose, di pensieri. Chi sa mostrare
un’attenta sensibilità per questa forza
agonistica in tutte le sue vibrazioni, potrà
assurgere ad una propria rappresentazione
universale, nella quale tutto abbia il suo senso:
tanto i nomi di umane creature, che sono state
capaci di vivere questo ideale; quanto “gnomai”
ricche di pensiero vissuto, che si possono,
forse, considerare come l’espressione più
evidente del momento spirituale dell’agonistica;
quanto infine, miti, capaci per essi di offrire
innumerevoli contrasti secolari non da chiarire
al rivelarsi di un indissolubile dissidio, ma da
superare ed illuminare secondo una visione di
bellezza ideale.
Pindaro è sì il poeta delle “occasioni”, ma
queste per lui sono problemi vivi che, per tale
loro natura, possono venir inseriti nell’unità
“poetica” dell’ode.
Gli Epinici
Già gli antichi ritenevano che il vertice
dell’arte pindarica fosse rappresentato dagli
Epinici. Questi sono raccolti in quattro libri,
ripartiti secondo i grandi giochi panellenici,
che forniscono volta per volta l’occasione di
celebrare il vincitore.
Il libro delle 14 Olimpiche si collega così alle
gare in onore di Zeus, che si tenevano a Olimpia
nell’Elide ogni quattro anni. Le 12 Pitiche
traggono origine dai giochi per Apollo Pizio,
che venivano organizzati a Delfi pure con
scadenza quadriennale. Le 11 Nemee si
riferiscono alle gare biennali che avevano luogo
a Nemea nell’Argolide, sempre in onore di Zeus
(ma le ultime tre hanno rapporto con occasioni
diverse). Infine l’occasione delle 8 Istmiche
era costituita dai giochi pure biennali che si
svolgevano a Corinto in onore di Poseidon; alla
fine di quest’ultima serie peraltro sono cadute
alcune odi.
Il significato di queste ricorrenze non si
limitava alla sola prestazione sportiva.
L’agonismo dei Greci ebbe sempre come obbiettivo
l’esaltazione del momento supremo della vittoria,
in cui il vincitore raggiunge e dimostra la
compiuta pienezza delle sue potenzialità umane,
che lo assimilano ai grandi eroi del mito,
protetti ed eletti dagli dèi. Nella gloria di
quest’evento sublime sta il senso dell’epinicio
pindarico, che celebra la gioia e la pienezza
vitale dell’istante, e al tempo stesso lo rende
perenne con il dono della poesia. Il prestigio
dell’arte è sentito anche come un’offerta al
committente da parte dell’autore, che in questo
modo rivaluta l’aspetto pratico della sua
prestazione professionale; e il medesimo
bagliore di un grazia soprannaturale coinvolge
il poeta, il vincitore, il pubblico.
Quest’ultimo infatti si sente partecipe di
un’occasione che riverbera la propria
eccezionalità sulle tradizioni del luogo patrio,
che ha dato comuni natali al vincitore ed a
quanti ascoltano il suo elogio, e sovente anche
ai protagonisti del mito rievocato nell’ode.
L’occasione consacra il canto, e a sua volta il
canto consacra l’occasione: secondo questo
reciproco rapporto occorre intendere la ieratica
solennità della parola pindarica e la complessa
struttura del carme. Pindaro si professa vate di
una perfezione assoluta, dove la natura eterna
del cosmo e della divinità, i grandi accadimenti
del passato e la felicità attuale, si integrano
nella luce mandata da Zeus per esaltare la vita
degli uomini. La vittoria è il segno tangibile
della presenza divina nelle cose umane, che
grandi miti eroici testimoniano; e per la
coscienza etica del tempo di Pindaro, gli dèi
valgono come garanzia della norma superiore,
alla quale la vita dell’uomo deve uniformarsi.
Tutto ciò è espresso non nella forma astratta
dell’investigazione razionale, ma nell’immediata
evidenza dell’immagine, secondo l’attitudine
propria della Grecia arcaica: e sia il mondo
divino sia le storie del passato offrono al
poeta la materia per creare il canto, in cui
risiedono il vertice ed il significato di
quell’esperienza che proclama la gloria
dell’uomo ricordandogli tuttavia il suo limite.
Da tale insieme di ragioni ideali nasce la
compresenza di vari motivi nella struttura
dell’epinicio pindarico. L’unità intrinseca del
carme rappresenta un problema ampiamente
dibattuto dalla critica, e forse falsamente
posto. E’ in effetti probabile che già
quest’esigenza di unità sia un anacronismo,
almeno nel senso in cui viene postulata in tempi
più recenti. Si è visto come l’esperienza di
alcuni lirici, Saffo in prima linea, tendesse a
raccogliere in un organismo unitario la
struttura ed il significato della composizione
poetica; ma tale attitudine va considerata non
tanto come norma assoluta, quanto come
individuale scelta stilistica. D’altra parte, è
innegabile che i carmi di Pindaro, pure nella
successione di diversi motivi tematici e
concettuali, costituiscano un tutto altamente
omogeneo, in cui fratture e passaggi repentini (i
cosìddetti “voli pindarici”) non infrangono una
sostanziale coerenza di emozione.
Nell’epinicio di Pindaro si riconoscono di
consueto tre linee tematiche: l’elogio, il mito,
la gnome. Il primo comporta generalmente un
conciso riferimento alla persona del vincitore e
alla sua situazione familiare ed etnica, e
all’occasione della vittoria. Esso non comprende
comunque la descrizione della prestazione
atletica, riassunta tutt’al più in folgoranti
immagini di uomini e cavalli lanciati verso il
traguardo, o di lottatori tesi nello sforzo
definitivo. Per quanto riguarda il mito, in
esplicito rapporto con le tradizioni familiari
del celebrato, con quelle della sua patria o del
luogo della gara, oppure in una più sottile
allusiva relazione con la prospettiva generale
del carme, l’epinicio prevede la trattazione di
un episodio tratto dal patrimonio leggendario
della Grecia. La materia stessa offriva qui un
campo privilegiato per l’elaborazione poetica,
come aveva insegnato una lunga tradizione; ma
dagli schemi tradizionali, fondati
sull’esposizione di tipo narrativo, la tecnica
di Pindaro si distingue vigorosamente. Nel
pubblico egli presuppone la conoscenza degli
elementi fondamentali del mito; e ciò gli
consente di rievocarlo con un procedimento di
selezione e di sintesi, che intorno alle fasi e
alle immagini più significative accentra il
corso e il significato della saga.
Ma nella dialettica fra presente ed eterno che
costituisce l’ardua sfida artistica
dell’epinicio, una funzione essenziale è
affidata alla gnome, l’enunciazione di sentenze
a carattere religioso e morale. In esse non si
dovranno cercare processi argomentativi e nuovi
sviluppi di pensiero, anche se i principi
dell’etica arcaica vi appaiono rivissuti alla
luce del supremo valore di una giustizia
immanente, che la Grecia contemporanea andava
scoprendo. Ma, soprattutto, la gnome offre lo
strumento poetico sia per attrarre l’attualità
dell’occasione in una sfera di valori assoluti,
sia per interpretare la vicenda mitica secondo i
criteri di una morale tuttora valida per gli
uomini del presente.
Già per tale via si realizza dunque
un’intrinseca unità del carme; ma questa
compattezza viene ribadita mediante un quarto
elemento, al quale solo di recente si è posta
attenzione. Si tratta del richiamo alla
performance stessa, ossia al momento esaltante
della festa, e soprattutto alla funzione
fondamentale che in questa svolge la poesia.
Negli epinici compare di frequente una prima
persona, che non è possibile identificare con
rigorosa esattezza: può essere il poeta, il coro,
la comunità intera che assiste e partecipa al
rito. Ma in questo “io” si riassume quel senso
di vitale e diretto coinvolgimento, che
racchiude in un organismo unitario tutti gli
sviluppi del carme.
La coerenza di fantasia, arte e pensiero fa
degli Epinici pindarici un colossale monumento,
dotato di una peculiare complessità; né riesce
agevole restringere in un sommario le cangianti
ed intrecciate linee dei singoli carmi. Già gli
antichi consideravano esemplare l’Olimpica 1,
scritta per la vittoria di Gerone siracusano nel
476. Essa inizia con un’immagine di sublime
arditezza, in cui acqua, oro, fuoco e sole
vengono convocati a confronto per esaltare
l’eccellenza dei giochi d’Olimpia e la regalità
di Gerone. La fulminea immagine del destriero
Ferenico proteso verso la vittoria trapassa nel
mito del progenitore della stirpe dorica, da cui
Siracusa discende: Pelope. Nella sua saga sono
isolati due momenti: dapprima si confuta la
tradizione secondo cui il padre Tantalo avrebbe
imbandito le sue carni agli dèi: in realtà il
giovane scomparve dalla sua casa perché
Poseidon, colto d’amore per lui, l’aveva rapito
nella celeste dimora degli dèi. Rivediamo poi
Pelope sulla riva del mare, nella notte, ad
invocare il suo amante divino perché lo aiuti a
ottenere le nozze di Ippodamia, che il padre
Enomao concederà soltanto a chi lo sappia
vincere nella corsa dei carri. Con il soccorso
di Poseidon, Pelope riuscì più veloce; ed ora è
sepolto nei pressi di Olimpia, dove le gare
perpetuano la memoria di quell’antico precedente,
garantendo la gloria eterna al vincitore e a chi
leva il canto che lo celebra.
Lo splendore radioso in cui quest’universo è
trasfigurato dalla poesia non esclude tuttavia
la pena di vivere. Sui mitici protagonisti di
Pindaro incombono anche il dolore e la morte: ed
è nel modo di affrontare tale destino che si
palesa la loro grandezza fuori dell’ordinario.
Un saggio mirabile di questa tematica si ha
nella Nemea 10, in realtà collegata con i giochi
argivi in onore di Era; e l’epinicio si apre con
un ampio elogio di Argo, che ricorda le glorie
dei suoi eroi e delle sue donne. Anche l’atleta
celebrato è argivo, e molte vittorie ha già
ottenuto, incrementando la fama degli avi: fra
questi fu un uomo che ebbe l’onore di ospitare i
Dioscuri. Ha qui inizio il ricordo mitico,
concentrati nell’episodio che vide il fratello
mortale, Castore, perire in uno scontro contro i
figli di Afareo. A loro volta questi caddero
sotto la vendetta di Polluce, l’immortale; ma
egli, ritornato poi presso il fratello morente,
supplicò Zeus di poter condividere la sua
sventura come ne aveva condiviso la vita. Il dio
supremo gli concesse di scegliere tra la vita
immortale e la sorte di trascorrere insieme a
Castore un giorno nella beatitudine dell’Olimpo,
e un giorno sottoterra, alternativamente; e
Polluce non esitò ad optare per la seconda
alternativa.
Umana commozione e sublime magnanimità si
fondono in quest’episodio di altissima poesia,
con cui la sapienza strutturale di Pindaro
chiude l’epinicio. La sua straordinaria capacità
di articolare il carme secondo un raffinato
gioco di effetti prospettici trova sempre nuove
variazioni. Nell’Olimpica 7, in onore del famoso
pugile Diagora di Rodi, la storia mitica
dell’isola è rievocata lungo tre momenti
essenziali che si dispongono secondo una serie
cronologica inversa. I suoi abitanti attuali
vantano di trarre origine da Tlepolemo, a cui fu
imposto di andare in esilio perché durante un
momento di ira aveva commesso un omicidio. Ma
nell’indicare all’eroe la sede della sua nuova
vita, l’oracolo narra che alla nascita di Atena,
Zeus aveva ordinato ai Rodiesi di celebrare un
sacrificio; ed essi per dimenticanza
trascurarono nel rito il vivo seme del fuoco.
Anche a loro gli dèi perdonarono; a Atena
concesse loro il dono di un’arte superiore, per
cui le vie dell’isola recavano opere simili ad
uomini che camminano. Ancora prima, quando gli
dèi si divisero il mondo appena creato, essi
avevano dimenticato di assegnare la sua parte
del Sole: ma questi vide un’isola che si celava
nel profondo del mare, e chiese che fosse fatta
sbocciare dagli abissi, come il fiore di cui
essa porta il nome ( “la rosa” è il nome
dell’isola). Da allora Rodi fu suo retaggio, e
in essa il dio amò la fanciulla Rodi, da cui gli
nacquero tre figli che si suddivisero la fertile
terra e fondarono le rocche che portano il loro
nome.
Stile
Di fronte alla tensione intellettuale e
speculativa che è il contrassegno della
modernità di Simonide, l’opera di Pindaro appare
caratterizzata da una maestosa monumentalità,
che risulta refrattaria ad ogni condizionamento
dei tempi e delle mode. La forma del suo
discorso poetico non è la dimostrazione , bensì
l’enunciato assoluto e sovrano ; e i suoi carmi
non si organizzano secondo le norme di un
razionale argomentare, ma presentano possenti ed
ellittiche successioni di immagini e sentenze,
rette da fantastiche analogie. Si tratta di un
atteggiamento arcaico, che tuttavia non si
risolve in un recupero del passato, sebbene il
mondo ideologico di Pindaro si conformi ancora
ai valori dell’aristocrazia. La miracolosa forza
di uno stile che infrange i moduli della
tradizione grazie ad una rivoluzionaria densità
e complessità; l’arditezza di strutture che
trascurano ogni programmata coerenza di
superficie per esprimere l’unità profonda
dell’ispirazione; l’intima serietà con cui
valori in via di consunzione vengono affermati
in una prospettiva cosmica che perentoriamente
si afferma eterna: tutti questi caratteri fanno
dell’opera di Pindaro un’architettura d’arte e
di pensiero, che non viene scalfita dal rifiuto
di adeguarsi all’attualità.
L’indifferenza verso le tendenze del presente
non impedì che Pindaro, il quale secondo il
costume dell’epoca trascorse la vita del poeta
itinerante dietro commissione, ottenesse un
enorme successo. Ma, oltre che la grandiosa
qualità poetica, giocava a suo favore una
straordinaria attitudine a presentare in una
luce nuova quanto incisiva i miti gloriosi
dell’Ellade. Pindaro recupera questo sistema
tradizionale nella convinzione della sua
perennità; e nella sua poesia il mondo greco
sentiva aggregarsi quel senso di un’intrinseca
unità culturale, al di sopra dei particolarismi
da cui esso era afflitto, che viene sempre più
affermandosi nel periodo intorno alle guerre
persiane.
L'arte di
Pindaro
La misura somma dell’arte consiste per Pindaro
nell’inesausta novità ed originalità delle
immagini e delle forme, in cui la poesia
manifesta il mondo eterno delle idee e dei
sentimenti umani. Questa tensione creativa
improntava anche il tessuto musicale, oggi
perduto; ma di esso rimane traccia nella varietà
degli schemi metrici, che non si ripetono mai da
un carme all’altro.
In generale essi si dispongono all’interno della
triade introdotta da Stesicoro. Questa si
compone di strofe, antistrofe ed epodo; e
soltanto rare volte compare un sistema
monostrofico, ossia basato sulla ripetizione di
una medesima strofa.
La lingua di Pindaro rientra nella convenzione
della melica corale: su una base dorica sono
inseriti elementi epici ed eolici insieme e
qualche fenomeno proprio del dialetto beotico.
Lo strumento linguistico assume una dimensione
di assoluta unicità grazie alla forza dello
stile, che costituisce il raggiungimento più
alto della poesia pindarica. Esso è
caratterizzato da una sorta di concretezza
fantastica, che conferisce un’emozionante
evidenza anche alle formulazioni più ardite.
L’idea si trasforma in immagine, così da
esprimere un intero mondo narrativo e
concettuale in termini visivi, dominati dal
bagliore della luce, dal trasmutare dei colori,
dalla plasticità dei corpi. Al tempo stesso,
l’ampiezza del periodo si dilata nelle volute di
una musicalità che privilegia un’armonia
complessa e severa. All’impressione di
un’architettura monumentale, la cui staticità
vale come simbolo dell’eterno, contribuisce la
preferenza accordata alle espressioni nominali,
rispetto alle quali il verbo è limitato alle
pure necessità funzionali. Egualmente ridotto è
l’impiego di particelle e di ogni altra
transizione argomentativa: di conseguenza la
dizione si concentra in enunciati sintetici e
definitivi, tra cui perentorie ellissi gettano i
ponti di un pensiero che rifiuta di
assoggettarsi alle norme della dialettica umana.
Nell’epoca in cui la grandiosità della
concezione tragica di Eschilo si inoltrava ad
investigare le ragioni ultime della divinità e
il suo agire nella storia, Pindaro proclama in
modi altrettanto grandiosi l’assolutezza
metastorica del divino, raffigurandola negli
stessi caratteri formali della propria poesia.
Funzione di questa è rivelare il divino, non
investigarlo secondo gli schemi della ragione.
Ad una tale missione il poeta viene chiamato
dall’eccellenza innata della sua natura: come,
ciascuno nel proprio campo, manifestano la
potenza divina gli atleti, i potenti della
terra, i campioni delle gesta mitiche. Fermare
la storia era certo un’illusione; e non fu
l’ideologia immobile dell’aristocrazia a dare
l’impronta futura alla civiltà greca, bensì lo
strenuo ardimento intellettuale che dalla ionia
si trasmise alla democrazia ateniese. Di questa
presa di coscienza la poesia lirica segnò una
tappa fondamentale, con la rivendicazione
dell’autonomia individuale e con la scoperta di
un tempo dinamico, che nel presente concentra il
senso della sua incessante trasformazione. Ma la
poesia lirica aveva affermato pure un’altra
verità, non meno essenziale per la cultura
ellenica: il valore supremo del momento estetico.
E’ lungo questa linea che Pindaro non si limita
al ruolo di banditore di ideali in via di
dissoluzione, e si integra in un coerente
percorso storico. Il significato ultimo del suo
universo poetico si riassume nel sentimento
della bellezza. Questa è il punto dove
coincidono sia l’interpretazione che Pindaro dà
dell’esistenza umana e della natura divina, sia
l’esito della sua creazione artistica, in quanto
simbolo concreto e perenne di un periodo storico,
che individuò nell’esperienza estetica un
fattore essenziale dell’idea di uomo.
Pindaro e il nodo nella barba
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