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Pindaro

Vita

Il più grande esponente della lirica corale arcaica nacque a Cinocefale, vicino a Tebe, attorno al 520 - 518 a.C., dalla nobile famiglia degli Egidi, originari di Sparta e fondatori del culto gentilizio di Apollo Carneo. Secondo una tradizione, che non siamo in grado di confermare con certezza, egli sarebbe stato avviato alla poesia da due poetesse beotiche, Mirtide di Antedone e Corinna di Tanagra (la prima è praticamente ignota e la seconda, soprannominata “mosca”, forse per il suo cicaleccio, fu autrice per gli alessandrini di almeno cinque libri, comprendenti in prevalenza nomoi monodici, “canti da vecchierelle”, epigrammi); ma se anche gli aneddoti tramandati in proposito dalle fonti antiche corrispondessero a verità è indubitabile che gli ideali panellenici di Pindaro e la funzione da lui attribuita al suo canto si siano trovati in contrasto con quella poesia dalla coloritura spiccatamente locale. Per questo, il poeta cercò ad Atene altri e più famosi maestri come Apollodoro, Agatocle e Laso di Ernione; da quest’ultimo, valente musicologo ed autore di ditirambi, il giovane Pindaro apprese anche il virtuosismo tecnico per cui era meritatamente famoso.

Nel 498 a.C. il genio precoce di Pindaro diede buona prova di sé, cantando nella Pitica X, il più antico epinicio giunto fino a noi, la vittoria del tessalo Ippocle, conquistata a Delfi nella corsa dei ragazzi. Celebrando la gloria del giovanissimo discendente della nobile stirpe degli Alevadi, Pindaro iniziava la sua illustre carriera di poeta aristocratico, cantore dei trionfi agonari degli atleti e degli epigoni delle più antiche famiglie.

Tuttavia, il periodo centrale della sua lunga esistenza coincise con un profondo mutamento morale, politico e religioso dell’Ellade, destinato a scardinare molti dei principi su cui si fondava l’educazione dell’età arcaica. Erano gli anni delle guerre persiane e l’attenzione del mondo greco era attratta dalle vicende del conflitto e dalla politica di Atene, che, grazie al ruolo avuto nella guerra, si avviava a divenire un punto di riferimento per l’intera Ellade. Pindaro, invece, tutto preso dalla volontà di celebrare il passato, si sentiva estraneo a questo presente i cui ideali si andavano sempre più allontanando dai suoi. Neppure l’epico scontro di Maratona (490 a.C.), destinato ad essere argomento di tanta letteratura nazionalistica, lasciò traccia nella sua poesia; nella Pitica VI databile appunto al 490 e dedicata a Senocrate di Agrigento, fratello del tiranno Terone, per la vittoria nella corsa delle quadrighe, ottenuta dal suo giovane figlio Trasibulo, non c’è neppure un accenno alla celebre battaglia. Anzi, dieci anni dopo, nel 480 a.C., la politica di Tebe divenne apertamente filopersiana; la città, governata da una gruppo di aristocratici, accolse pacificamente gli inviati di Serse e mandò perfino un contingente militare a Platea al fianco delle milizie persiane. Pindaro, appartenente alla medesima classe sociale, venuta a patti con il nemico, condivise anche l’atteggiamento dei sacerdoti di Delfi, che avevano interpretato gli oracoli a favore della politica di non opposizione ai persiani.

Tuttavia i motivi del dissenso di Pindaro erano indipendenti allo sfondo politico della patria e molto più profondi: si sentiva attratto dall’ideale di vita eroico, oramai remoto ed in contrasto col regime democratico greco.

Il concetto dell’aristocrazia di razza dominava ancora il suo cuore e lo spingeva a distaccarsi dalla realtà storica in cui viveva, per ricongiungersi alla dimensione senza tempo del mito. In essa, il poeta ritrovava gli archetipi divini o semidivini che accendevano la sua fantasia e che egli credeva di veder rivivere nelle figure degli atleti vincitori delle gare olimpiche, sospendendo temporaneamente i contrasti esterni.

Gli anni fra il 476 ed il 460 a.C. furono quelli di più intensa attività: le città sicule erano una presenza costante nei giochi ed il poeta non esitò ad esaltarne i tiranni, giungendo a porli sullo stesso piano degli antichi monarchi, discendenti di Zeus. Con alcuni di loro instaurò profondi rapporti di amicizia, favoriti dal carattere aperto e dai molteplici interessi culturali e religiosi di questi ultimi.

Fra gli illustri committenti di Pindaro ricordiamo Ierone di Siracusa, per il quale compose l’ Olimpica e la Pitica I (476-470). Ma l’amicizia non durò, sia per il carattere orgoglioso del tiranno, sia per la simpatia che questi accordò a Simonide e Bacchilide di Ceo.

Nel 468 Pindaro lasciò la Sicilia, ma nonostante la partenza non gli vennero a mancare nè celebri protettori nè l’ammirazione del pubblico. Nel corso dei suoi numerosi viaggi ad Egina, Rodi, Corinto e Ceo, onorò Telesicrate e Arcesilao, signori di fiorenti colonie.

Dopo il 460 la produzione di Pindaro si fece meno intensa e la sua creatività poetica assunse un diffuso pessimismo: il mondo ellenico era profondamente mutato e la democrazia ateniese aveva assunto definitivamente la funzione di polo politico dell’Ellade, Tebe era stata sottomessa ed il santuario di Delfi era dominato dai Focesi. Non poteva cosi sottrarsi ad una visione sempre più triste e delusa dell’esistenza: la forza creatrice della fantasia era ormai solo un ideale.

Dell’ultima fase della vita di Pindaro non abbiamo notizie certe: secondo la tradizione antica, il poeta si sarebbe spento ad Argo, ormai ottantenne, nel 438 fra le braccia di Teosseno, giovane compagno teneramente amato.

Le opere

Pindaro usa la lingua della lirica corale, ossia il dialetto dorico misto a elementi eolici, dove compare anche qualche fenomeno del beotico. Nell’edizione alessandrina la sua produzione, eccezionalmente ampia, occupava diciassette libri ordinati per generi: Inni, Peani, Prosodi, Parteni, Iporchemi, Encomi, Treni, Epinici. Sopravvivono integralmente solo quattro libri degli Epinici, divisi secondo le gare panelleniche di cui celebravano i vincitori: essi contengono rispettivamente 14 odi Olimpiche, 12 Pitiche, 11 Nemee, 8 Istmiche. Le altre opere sono note solo da numerosi frammenti in cui appaiono grandiose descrizioni del mondo divino, racconti mitici, solenni enunciati etici ed anche tratti di arguta grazia e voci d’amore.

L’epinicio di Pindaro si articola secondo tre linee tematiche svolte con grande varietà di motivi: l’elogio, che contiene un succinto riferimento al vincitore e all’occasione sportiva; il mito, collegato sovente con la famiglia o con la patria del celebrato, che costituisce la parte di maggiore ampiezza ed impegno poetico; e la gnome, ossia l’enunciazione di sentenze religiose e morali. A collegare questi elementi interviene il richiamo alla performance, ossia all’occasione in cui il carme viene eseguito.

A fondamento del mondo pindarico sta la convinzione che nella poesia si manifesti la perfezione assoluta del cosmo e della divinità. Essa istituisce la gloria del vincitore, esaltando il momento supremo del successo atletico in cui egli raggiunge la pienezza della sua qualità umana. Questa circostanza lo allinea agli eroi del mito; e il presente viene così attratto in una sfera di valori assoluti ed eterni. Alla sublimità di tale concezione corrisponde uno stile di inaudita tensione, ricco di immagini dotate di emozionante evidenza. In ampi periodi si collocano enunciati sintetici e definitivi, che si susseguono secondo drastiche ellissi logiche, affidando la loro suggestione al sentimento della bellezza, in cui coincidono l’interpretazione pindarica dell’esistenza umana e della natura divina e l’esito della sua creazione artistica.

Olimpica I

Nel 476 a.C. la gara del corsiero a Olimpia fu vinta dal cavallo Ferenico per il tiranno Ierone di Siracusa. A Pindaro, allora nel fiore dell’età e della fama, fu dato l’incarico di comporre un epinicio, che venne forse eseguito nella festa privata, offerta dal principe nella sua reggia, mentre alla celebrazione pubblica era destinato l’Epinicio V di Bacchilide.

Si trattava, in un certo senso, di un’ulteriore competizione, questa volta fra i due massimi lirici del tempo, divisi da una risentita rivalità; e Pindaro presentò nell’agone la sua opera più maestosa e complessa, e programmaticamente esemplare. Per questa ragione, oltre per il fatto che vi si proclamava l’eccellenza assoluta dei giochi di Olimpia e si narrava il precedente mitico delle gare equestri, il carme fu posto all’inizio del libro che nelle edizioni alessandrine raccoglieva gli epinici.

Esso si apre appunto con una folgorante esaltazione delle Olimpiadi, per la quale vengono convocati a confronto l’acqua, l’oro, il sole. A tale fama corrisponde l’alto prestigio della poesia, che è gioia di Ierone come lo sono i cavalli; ed il canto celebra il volo solitario con cui Ferenicio donò il trionfo al suo signore. Con il perentorio splendore d’immagini che è proprio dell’arte pindarica, questo solenne proemio fonde l’elogio del committente con la memoria dell’occasione sportiva; e la poesia viene presentata come naturale sigillo di questa gloria.

La sezione centrale del canto appartiene al mito; ed il suo protagonista è Pelope, l’eroe del Peloponneso dove Olimpia si trova. Della sua storia Pindaro trasceglie due episodi: l’amore di Poseidon per lui, e la sua vittoriosa sfida al re Enomao per ottenerne in sposa la figlia Ippodamia. Ma secondo la sua tecnica egli espone la materia mitica, che presuppone nota al pubblico, per allusioni e singole scene, da cui si irradia il significato dell’intera vicenda. All’evocazione narrativa si intreccia poi la riflessione gnomica.

La tradizione voleva che Pelope fosse stato fatto a pezzi dal padre Tantalo, cotto in un calderone ed imbandito agli dèi, forse come sfida alla loro onniscienza. Demetra inavvertitamente ne mangiò una spalla, ma Zeus ricompose il corpo sostituendo la parte mancante con un omero d’avorio. Pindaro rifiuta questa storia blasfema, che deve la sua diffusione al fascino della poesia: ma degli dèi occorre dire soltanto il bene. Egli prospetta la sua versione: Pelope scomparve dal banchetto divino, poiché Poseidon invaghito di lui l’aveva rapito in cielo, e furono i vicini invidiosi ad inventare la menzogna dell’antropofagia divina.

Il secondo episodio della saga presuppone il ritorno di Pelope alla condizione di uomo: e causa ne fu l’arroganza di Tantalo, che tradì il favore eccezionale degli dèi. Pelope vuole sposare Ippodamia, che il padre Enomao concederà solo a chi sappia vincerlo in una gara di corsa con i cavalli; e nella notte, in riva al mare, il giovane invoca l’aiuto del dio possente che l’aveva amato. Nell’atmosfera insieme magica e reale di questa scena si esaurisce la storia: Poseidon assicura a Pelope il suo aiuto, e per narrare il resto sono sufficienti due versi; egli vincerà è avrà Ippodamia, da cui gli nasceranno sei figli gloriosi.

Con un perfetto ricorso anulare si riprende la lode di Ierone e dei giochi sportivi: il discorso ritorna ad Olimpia, dove è la tomba dell’eroe, onorata di sacrifici nei giorni delle gare. Queste assicurano a chi vince la felicità duratura della fama, che nasce dal giorno del trionfo. A consacrarla è la poesia; e Pindaro augura a se stesso e al principe che si dia un’altra occasione di gloria e di canto: la vittoria somma, con la quadriga.

La concezione eroica dell’esistenza, soprattutto proclamata nelle parole di Pelope a Poseidon, e l’intensità della morale religiosa, il senso solenne della tradizione mitica e della gloria presente, la fantastica forza delle immagini e l’arcana suggestione degli scenari, il vigoroso annuncio del prestigio che pertiene all’arte ed il composto tripudio per il successo sportivo concorrono a formare un’opera d’arte, in cui l’arcaismo maturo celebra uno dei suoi risultati più splendidi, paragonabile al frontone di Olimpia in cui è raffigurata l’attesa dell’esito della gara fra Pelope ed Enomao.



PER HIERON DI SIRACUSA, COL CORSIERO


Ottima è l’acqua, l’oro come fuoco acceso

Nella notte sfolgora sull’esaltante ricchezza:

se i premi aneli

a cantare, o mio cuore,

astro splendente di giorno

non cercare più caldo

del sole nel vuoto cielo –

né gara più alta d’Olimpia celebriamo,

onde l’inno glorioso incorona

con pensieri di poeti: che gridino

il figlio di Kronos, giunti alla ricca

beata dimora di Hieron!

Regale impugna uno scettro nella Sicilia

ricca di frutti mietendo il sommo di ogni virtù,

e gioisce del fiore

migliore della poesia –

canti onde spesso giochiamo

adulti intorno alla mensa amica. Ora

togli la dorica cetra

dal chiodo, se a te la gloria di Pisa e Pherenikos

soggiogò la mente ai pensieri più dolci:

quando sull’Alpheios balzò porgendo

senza sprone il corpo

alla corsa e allacciò il padrone al trionfo,

il re siracusano lieto

di cavalli. E gloria gli splende

nella maschia colonia del lidio Pelops.

Bramò l’eroe il possente Gaiaochos

Poseidon, quando dal bacile che monda

Klotho lo tolse

bello d’avorio la spalla scintillante.

Molte le meraviglie, e certo

delle gare. Massimo viene ad ognuno

il bene prodotto dal giorno. Ed io incoronare

lui con equestre canto

con eolica melodia

devo, certo che amico ospitale,

tra gli uomini d’oggi, insieme più esperto

del bello e regale al potere

mai ornerò con volute famose di inni.

Provvido ai tuoi pensieri vigila

il dio che t’è prossimo,

o Hieron. Né mai desista: perché

io miro a cantarti trovando

ancora più dolce col carro

veloce una via alleata di parole,

giunto alla luce del Kronion. Per me la Musa,

per il mio vigore alleva un dardo poderoso.

Altezze diverse per l’uomo:

culmina l’ultima vetta

coi re. Non scrutare più avanti.

Possa tu d’ora innanzi incedere in alto

ed io così ai vincitori

accostarmi insigne per maestria

tra i Greci dovunque.



Letture critiche – 1


Nella festa olimpica vive una sintesi complessa quanto precaria di valori culturali, a cui l’epinicio conferisce un canone di certezza nell’illusione di una gloria comune a tutta la grecità.

E’ molto meno facile definire in breve il valore culturale di un fenomeno complesso come le Olimpiadi. Dal punto di vista dell’atleta la partecipazione ai giochi era il momento culminante di un processo formativo, personale e comunitario: il pònos, la fatica dell’addestramento e la tensione ideale su cui insiste il canto epinicio, è impensabile senza istituzioni sociali come il ginnasio e la palestra, senza il sostegno della città, della famiglia e di un contorno d’amici e sostenitori, gli stessi che in caso di vittoria parteciperanno al komos; mentre per il concorrente sconfitto, cui Pindaro rivolge talora un’attenzione solo negativa, scatta fatalmente la sanzione sociale del silenzio. L’Olimpiade è un momento di comunicazione collettiva intensa, di riconoscimento e conferma di valori e regole comuni su un supporto religioso (culturale e rituale) omogeneo; ad Olimpia si recarono storici come Erodoto, filosofi come Platone ed Aristotele, oratori come Demostene. Al di là dell’entusiasmo campanilistico, che in qualche caso si manifesta in maniera scomposta al ritorno del vincitore in patria e che di certo è una componente emotiva importante, nella comunione dei giochi l’esasperato particolarismo politico degli stati greci trova, o meglio ritrova nel tempo sacro, la conoscenza di un’unità etica fondamentale. La festa olimpica è una sintesi in cui, sotto il patrocinio del dio supremo, l’educazione alla guerra si esplica in una pacifica mimesi della guerra: di profondo valore simbolico per l’individuo e per la comunità. Ma è una sintesi fragile, affidata a cittadini in teoria liberi e uguali. A dispetto di momenti di particolare enfasi nazionale, come nel 476, e della successiva pubblicistica panellenica di pensatori e retori come Isocrate, la Grecia delle città-stato non trasse da tale sintesi nessun reale incentivo all’attuazione di un’unità politica permanente, che solo il ferro ed il fuoco dei re macedoni parvero poter imporre. All’esasperata divisione del presente fu se mai il cantò occasionale dell’epinicio ad opporre, nella sua infinita flessibilità ma anche nella sua granitica certezza, l’illusione di una gloria comune e condivisa, attinta dalla memoria mitica ai valori unanimamente riconosciuti dalla Grecia eroica.


Olimpica VII

Un’analoga, anche se diversamente articolata complessità strutturale si osserva pure nell’Olimpica VII, che celebra la vittoria ottenuta da Diagora di Rodi nel pugilato alle Olimpiadi del 464 a.C. Diagora era famoso per la formidabile possanza fisica e per il talento atletico, grazie a cui aveva compiuto l’eccezionale prestazione di vincere in tutti i quattro giochi panellenici, oltre che in numerosi agoni locali. Egli apparteneva alla nobilissima famiglia degli Eratidai, che occupava un ruolo preminente nella vita politica e sociale di Rodi; e quest’aristocratica tradizione, con i suoi privilegi e le responsabilità, suona come un contrappunto sotteso alle lodi del vincitore.

Il carme si apre con una sontuosa similitudine in cui una coppa di vino spumeggiante, offerta dal suocero al novello sposo durante la festa nuziale, viene comparata con il canto che onora quanti vincono nelle gare.

Ora è la volta di Diagora; e l’inno lo festeggerà rievocando i miti della sua isola. Anche qui l’introduzione intreccia l’elogio dell’atleta e della sua patria, il ricordo dell’occasione e il prestigio della poesia, motivando artisticamente il passaggio alla sezione mitica, che occupa il centro concettuale ed architettonico dell’ode.

Come nell’Olimpica I il mito è trattato per episodi, che peraltro non si collegano ad un comune protagonista, come era Pelope, ma risalgono alla storia remota di Rodi. Di questa vengono evocate tre fasi, che si succedono in ordine cronologico inverso: si passa così dalla dimensione umana a quella divina e cosmogonica, attraverso un periodo intermedio a cui partecipano uomini e dèi. Il senso di questo processo a ritroso va individuato nel progetto della religiosità pindarica, che mira ad affermare nella divinità il principio ultimo ed assoluto del reale, in cui l’uomo finisce per riconoscere l’origine e la ragione degli accadimenti della storia.

La prima sezione è dedicata alla colonizzazione argiva di Rodi, guidata da Tlepolemo. In un impulso d’ira questi aveva ucciso un suo parente; ma l’oracolo di Delfi si era benignamente limitato a imporgli di emigrare a Rodi, l’isola fiorente di ricchezze. A questo motivo si allaccia direttamente il secondo episodio quando Atena era balzata in armi dal capo del padre, il Sole aveva consigliato ai Rodiesi di onorare la nuova dea con sacrifici: ma essi dimenticarono di santificarli con il fuoco. Ancora una volta gli dèi perdonarono; e per il favore di Atena, la gente di Rodi divenne esperta di ogni arte, tanto che l’isola si arricchì di molto oro.

La terza storia risale alla preistoria del mondo, allorchè gli dèi se ne spartirono il dominio. Il Sole era assente, ed essi trascurarono di assicurargli il suo lotto. Ma il Sole rifiutò che si procedesse ad un nuovo sorteggio: negli abissi del mare egli vedeva sorgere un’isola bellissima e feconda, e chiese che questa gli venisse data. Qui il dio si unì alla ninfa che portava il medesimo nome di Rodi, e ne ebbe sette figli; da uno di questi nacquero i tre eroi da cui si nominarono le tre città dell’isola: Camiro, Ialiso e Lindo.

Così il canto ritorna al presente, in cui Tlepolemo è onorato di sacrifici, e Diagora ottiene innumerevoli vittorie, il cui fitto elenco proclama la sua gloria. Ma egli possiede anche fermezza e temperanza, come si conviene a chi discende da nobili padri, e sa che la sorte degli uomini è mutevole al pari dei venti.

Questa sentenza si richiama al generale invito alla moderazione, che è proprio della morale greca, e soprattutto delfica. In effetti, sono gli dèi stessi a offrirne l’esempio, mitemente perdonando gli errori e le dimenticanze in tutti i tre episodi mitici narrati nel carme: tanto che questo motivo finisce per rappresentarne il filo conduttore in una prospettiva etica e religiosa. Ma è probabile che l’autentica unità della poesia pindarica, su cui tanto si è discusso, vada cercata altrove: nella solenne tensione dello stile e nel fulgore delle immagini, che si irradia in significative polivalenze, e dove persino la consonanza fra il nome di Rodi e della rosa è valorizzata per inventare la sfolgorante fantasia dell’isola che “sboccia” dal fondo del mare. A conferire emozionante compattezza alla poesia di Pindaro è il senso di una missione poetica che consiste nel rivelare la bellezza dell’universo, di cui fanno parte tanto l’armonia della divinità quanto gli uomini e la loro arte.



PER DIAGORAS DI RODI, PUGILE


Come chi da mano generosa un calice

ribollente di rugiada di vite

in dono porga

al giovane sposo – l’alzava brindando

da casa a casa massiccio d’oro, vertice dei beni:

lo splendore della festa

e il genero onora, tra gli amici

presenti lo fa invidiato per nozze concordi -,

anch’io nettare distillato, omaggio delle Muse,

ai vincitori invio dolce frutto della mente,

e m’ingrazio

chi in Olimpia e in Pito

prevalse. Felice chi parole di lode avvolgono:

ora l’uno ora l’altro protegge

la Grazia feconda, spesso,

con cetra soave e flauto di mille voci.


Letture critiche – 2

L’elaborata tecnica del simbolo viene valorizzata da Pindaro per esprimere un’ambivalente concezione esistenziale.

In questa ode i commentatori hanno trovato una sola vera difficoltà. Tutti e tre i miti, la storia di Tlepolemo, il sacrifizio di Rodi, la spartizione della Terra, superbamente narrati, pure hanno una nota sinistra: delle ombre solcano quello splendore. Come ci spiegheremo questa particolarità in un poema di congratulazione? La colonizzazione di Rodi è strettamente connessa all’omicidio compiuto dal suo fondatore; i suoi cittadini, per una misteriosa dimenticanza, non riescono ad assicurarsi il pieno favore di Atena; la spartizione della Terra fatta da Zeus è viziata dall’assenza del dio del Sole.

Pindaro dunque sapeva bene punto per punto quello che stava facendo. Perché l’ha fatto? Il simbolo, quando l’avremo trovato, renderà tutto chiaro. Noi dovremmo ascoltare il poema intero, con tutta la nostra capacità di comprensione, come un greco lo ascolterebbe. Ma molti di noi insistono a tradurlo in una lingua diversa e poi ad ascoltare la propria traduzione. Ognuno parla dell’Isola come “Rodi”, ma per il poeta e tutti coloro che udirono quest’ode il suo significato era “La Rosa”.

Pensando all’isola patria di Diagora, Pindaro è indotto dal suo bel nome a vederla sotto la similitudine di una rosa e così concepisce il radioso quadro di quel luogo prediletto come una piccola, esigua regione che per il dio del Sole offuscò nel paragone tutti gli altri domini terrestri, come una pianta divina che cresce dal fondo marino su fino alla luce del Sole. E’ con questo quadro innanzi che egli studia l’intero complesso della storia di Rodi finché anche questo prende forma dall’immagine di una pianta di rose che cresce, e che cresce in un modo che nessun uomo aveva ancora visto, da un oscuro letto sotto l’acqua salata. La Rosa di Pindaro non è pianta di ogni giorno, essa cresce nella sua vivificante immaginazione fino a divenire un simbolo della nostra vita, di dolore rivolto in gioia, di un miracoloso germogliare da un luogo senza fertilità o luce del sole in una finale radiosità e bellezza sovrana.

Ecco perché tutte le storie che crescono intorno all’Isola della Rosa sono narrate in modo a prima vista così inadatto ad un poema che proclama i fastosi destini dei discendenti del Re del Sole, ed in particolare il successo di Diagora ed il suo illustre congiunto. Questo perché, in tutti e tre, la radiosità è preceduta dalla tristezza.

Nemea X

Le ultime tre lodi del libro delle Nemee non celebrano propriamente altrettante vittorie nei giochi di questo nome: la X è in onore di Teeo di Argo, due volte vincitore nella lotta agli Heraia, le gare in onore della dea Era che si svolgevano nella sua stessa patria. Non ne conosciamo con esattezza la data, ma sulla base di riferimenti interni la critica tende a situarla nel decennio fra il 468 ed il 458 a.C.

Anziché trovarsi al centro del carme come nei due epinici visti in precedenza, qui il mito ne rappresenta la conclusione, secondo un progetto che connette intimamente la struttura, il tema e l’intenzione del carme stesso. Questo è articolato per blocchi nettamente distinti, che corrispondono ai cinque sistemi strofici (ciascuno formato di strofe, antistrofe ed epodo) di cui consta l’opera.

Il primo di essi introduce direttamente un ampio elogio della città di Argo, patria del vincitore e sede dei giochi, svolto nella forma di un catalogo dei molti miti illustri che intorno ad essa si raccoglievano. Ma l’apparente schematicità della struttura è riscattata dalla potenza immaginativa delle figurazioni che cooperano a evocare in allusive sintesi ogni singola leggenda; e si è anche supposto che Pindaro traesse spunto dalle opere d’arte figurata che ornavano la città, trasfigurando nell’atmosfera del presente le sue tradizioni gloriose.

Con la convenzionale protesta di non avere voce sufficiente per cantare tutto ciò che il sacro spazio della città ricorda, Pindaro passa nel secondo sistema strofico all’attualità: ossia alla doppia vittoria ottenuta dal giovane Teeo nelle gare argive, a cui fanno corona altri numerosi successi. Solo Olimpia gli manca, e a questa meta egli ambisce nel silenzio del suo cuore; ma Zeus conosce anche ciò che la bocca reverente non osa dire. E’ una preghiera implicita che il poeta leva insieme al suo committente; ad essa verrà, ancora allusivamente, ripresa nella chiusa del carme.

La gloria sportiva di Teeo continua quella dei suoi avi materni, e pure di questi vengono ricordate le molte vittorie. Ma le tradizioni atletiche della famiglia non devono stupire: un remoto antenato ospitò i gemelli Dioscuri, Castore e Polluce, i sovrintendenti divini dei giochi di Sparta; ed essi hanno cura dei giusti che li onorano, poiché gli dèi sono fedeli all’amicizia.

A fulgida conferma di quest’asserto viene ora il mito della morte dei due fratelli: se pure tale si può chiamare, poiché essi ora trascorrono insieme un giorno fra gli immortali ed un giorno sottoterra. Essi erano figli di Leda, che generò Polluce da Zeus e Castore dal suo sposo mortale Tindaro. In un agguato questi venne colpito mortalmente da Ida, il quale a sua volta cadde insieme al fratello Linceo sotto la mano vendicatrice di Polluce.

Accanto al gemello palpitante negli ultimi respiri, Polluce levò allora una disperata preghiera al padre Zeus, invocando anche per sé la morte. Il signore degli dèi comparve e gli propose l’alternativa: o godere della vita immortale che spettava alla sua origine, o fare parte di tale privilegio al fratello, dividendo con lui l’eternità e l’oltretomba. Ma il giovane divino non dubitò, e subito restituì a Castore la luce e la parola.

All’esplicita connessione genealogica dell’episodio mitico con il personaggio del committente se ne aggiunge un’altra sottilmente allusiva: gli dèi non dimenticano i vincoli della solidarietà, e dunque Teeo può confidare nella vittoria che ancora desidera. Ma il motivo contingente, che peraltro stringe il carme in una compatta unità, è trasceso da Pindaro nella contemplazione dell’universo eroico, di cui la decisione di Polluce offre un modello grandioso. Alla densità esemplare del tema si adatta la tensione emotiva di un racconto, che è tutto risolto nell’azione. La fulminea essenzialità della mitologia argiva in apertura del carme è bilanciata da una narrazione insolitamente dettagliata nella fase dell’agguato iniziale; poi le parole dei protagonisti divini esprimono con monumentale essenzialità il travaglio di un vivere che è troppo contiguo all’umano per essere esente dalla sofferenza. Ma l’eroismo degli dèi sta nell’accettare questa parte della loro condizione; e l’atto breve con cui Polluce richiama a sé il fratello è immerso nella luce abbacinante del sublime.

Istmica VIII

In quest’ode Pindaro celebra la vittoria ottenuta dal giovane Cleandro di Egina nella gara di Pancrazio, ai giochi dell’Istmo. L’allusione a un grave pericolo che aveva minacciato la Grecia intera non può che riferirsi alla seconda invasione persiana, guidata da Serse; e dunque il carme va ascritto ad una data immediatamente successiva al 479 a.C., ossia dopo che la battaglia di Platea aveva annientato in maniera definitiva i progetti del nemico in esso, peraltro, accanto al sollievo e all’esaltazione della libertà tanto strenuamente difesa, compare anche un velo di sgomento, in cui l’ ”io” poetico assume carattere marcatamente autobiografico. La patria di Pindaro, Tebe, si era schierata dalla parte dei Persiani, per incitamento della fazione oligarchica che deteneva il potere;e dopo Platea, il comandante persiano Pausania aveva preteso la consegna dei traditori, condannandoli a morte. Pindaro non aveva partecipato a questi patti, ma l’umiliazione della patria lasciò un segno nella tonalità ambivalente dell’esordio.

Questo occupa le prime due strofe con l’elogio del vincitore e il riferimento all’occasione sportiva in cui alla vittoria sull’Istmo si aggiunge menzione di un’altra vittoria riportata da Cleandro nei giochi panellenici di Nemea; con la già ricordata allusione all’attualità politica e con la motivazione della scelta del mito. Questo si collega pure, indirettamente, agli eventi del recente passato. Egina, patria del vincitore, aveva concorso in primo piano alla lotta contro i Persiani; e Pindaro si propone di reinserire la sua città nella tradizione graca, dopo la crisi che l’aveva portata sul fronte opposto, ricordando la comune origine che riconduceva sia Egina che Tebe alle due ninfe anonime, sorelle in quanto entrambe figlie del fiume Asopo, e parimenti amate da Zeus.

Dall’unione fra Zeus ed Egina nacque Eaco; e da qui ha inizio il mito, che occupa la quattro strofe centrali del carme, dalla III alla VI. Figli di Eaco furono Telamone, sovrano di Egina e a sua volta padre di Aiace, e Peleo sposo della dea Teti e padre di Achille. Su questo della discendenza, Pindaro accentra il racconto, rappresentando l’occasione in cui gli dei decisero di assegnare Teti a Peleo. Si tratta di un mito famoso a cui il poeta apporta sue varianti. L’avvenente ninfa del mare era desiderata da Zeus; e Pindaro immagina che il re degli dei si fosse trovato a contenderla con il fratello Poseidon. Ma una diffusa tradizione voleva che il figlio nato da Teti sarebbe divenuto più potente del padre. Questo destino viene annunciato dalla grande dea Themis, che suggerisce di scongiurarne dal regno divino le conseguenze, assegnando la giovane al più pio dei mortali, appunto Peleo. Dalle nozze nacque il grande Achille; e la seconda parte del mito ne rievoca le imprese sotto Troia.

La morte di Achille, celebrata dalle Muse, offre lo spunto per il passaggio alla strofa conclusiva; poiché gli dei amano che un uomo valente sia cantato anche dopo la morte. E così Pindaro unisce alla celebrazione di Cleandro il ricordo del cugino Nicocle, pure vincitore alle gare dell’Istmo nel pugilato, e che ora è morto. E il carme si conclude con un’immagine lieve ed arguta: l’elogio di Cleandro, che non nascose “in un buco” il fiore dei suoi anni.

Compatta e nitida nella struttura, vibrante di sentimento personale, sapientemente articolata nel rapporto fra un’attualità problematica, l’occasione elogiativa e la narrazione mitica, la Pitica VIII è uno dei carmi più felici di Pindaro, anche se non rientra tra i più famosi. Esso dimostra in altissimo grado la sua capacità di rinnovare anche la materia mitica più nota e sfruttata, grazie all’originalità del taglio prospettico. Il senso della narrazione si concentra in una scena ricca di valori evocativi e concettuali: il concilio degli dei, in cui si leva la voce solenne di Themis a ricondurre sotto la legge del destino le passioni degli immortali e la sorte dei mortali. E un’altra immagine di plastica potenza riassume la gloria di Achille: il gesto drammatico e perentorio con cui l’eroe addita ai campioni dell’esercito nemico le porte dell’oltretomba. La poetica del kairos, il “momento” portatore e rivelatore della grandezza e della gloria, attinge qui una delle sue immagini più incisive e memorande.


PER CLEANDRO DI EGINA VINCITORE NEL PANCRAZIO

Per Cleandro e la sua giovinezza, a glorioso

Riscatto delle fatiche, qualcuno, o giovani,

desti – recandosi allo splendido portico

del padre suo Telesarco –

un festoso corteo, a compenso

della vittoria sull’Istmo e perché nelle gare

a Nemea ebbe successo:

perciò anche io, benchè triste nell’animo,

acconsento a invocare la aurea

Musa. Liberati da grandi dolori,

non priviamoci delle corone,

e non farti servo dei lutti:

scampati a ineluttabili mali,

darò al popolo qualcosa di dolce, pur dopo la pena,

poiché un dio a noi

tolse quel travaglio

sul capo, quasi pietra

di Tantalo, per l’Ellade insostenibile.

A me però la paura dei pericolosi corsi

arrestò la forte tensione: meglio

sempre guardare

valle il dorico apio:

perché un tempo

anche lui vinse uomini

dei paesi vicini infuriando con l’ineluttabile mano.

Non lo disonora la stirpe dell’egregio

Fratello del padre! Intrecci dunque un compagno

a Cleandro, per il pancrazio, un grazioso

serto mirto, poiché

l’agone di Alcatoo e la gioventù

a Epidauro l’accolse vittorioso in passato.

Lodarlo è facile al buono:

non hai infatti costretto in un buco

la sua giovinezza, lontana da belle imprese.


Letture critiche - 3

Secondo la poetica pindarica dell’ “occasione”, ogni manifestazione riceve senso dal rapporto con la rappresentazione dell’universale.

L’imprevisto, il manifestarsi di fatti giustificati nel momento del loro accadere, ma senza apparente legame reciproco o senza un logico causale e infine le tendenze più contrastanti, imponevano una sempre rinnovata tensione alla mente irrequieta di uno spirito singolarmente pronto a cogliere il rilievo delle cose, perché illuminato dalla caratteristica sensibilità del vinto. Contemporaneo di Eschilo, Pindaro non si pone come il poeta di Eleusi il problema dell’ordine universale e dei suoi dissidi. Mentre Eschilo vive in un cosmo anche se problematico, Pindaro soffre di volta in volta l’episodio, che presenta sempre la sua autonomia o perché estraneo al cosmo aristocratico o per l’incapacità del poeta arcaico di cogliere un rigoroso nesso di cause e di effetti.

A Pindaro l’idea di concatenamento logico dei fatti era preclusa: la sua sensibilità spirituale si protendeva a cogliere il rivelarsi dei singoli momenti nella loro autonoma irruenza. Perciò egli poté creare un’originale poesia dell’attimo, di un attimo irridescente e sempre nuovo nelle sue manifestazione.

Né conviene dimenticare che Pindaro è (per noi soprattutto) cantore di atleti. IL loro mondo agonistico rappresentava per la sua stessa natura una spiritualità essenzialmente critica, quale l'epoca esigeva da un aristocratico e come risulta dalla fecondità singolare dei contrasti polemici, che davano vita al pensiero filosofico.

Chi viene preso da questa forza critica si colloca in un’atmosfera ideale e unitaria, sicchè un’unica forma spirituale domina la molteplicità delle manifestazioni sue: ecco, quindi, l’inesausta brama del confronto; la vivacità di un pensiero sempre mobile e pronto a sorprendere e fissare problemi; un senso del valore d’ideale bellezza di questo contrasto di persone, di cose, di pensieri. Chi sa mostrare un’attenta sensibilità per questa forza agonistica in tutte le sue vibrazioni, potrà assurgere ad una propria rappresentazione universale, nella quale tutto abbia il suo senso: tanto i nomi di umane creature, che sono state capaci di vivere questo ideale; quanto “gnomai” ricche di pensiero vissuto, che si possono, forse, considerare come l’espressione più evidente del momento spirituale dell’agonistica; quanto infine, miti, capaci per essi di offrire innumerevoli contrasti secolari non da chiarire al rivelarsi di un indissolubile dissidio, ma da superare ed illuminare secondo una visione di bellezza ideale.

Pindaro è sì il poeta delle “occasioni”, ma queste per lui sono problemi vivi che, per tale loro natura, possono venir inseriti nell’unità “poetica” dell’ode.

Gli Epinici

Già gli antichi ritenevano che il vertice dell’arte pindarica fosse rappresentato dagli Epinici. Questi sono raccolti in quattro libri, ripartiti secondo i grandi giochi panellenici, che forniscono volta per volta l’occasione di celebrare il vincitore.
Il libro delle 14 Olimpiche si collega così alle gare in onore di Zeus, che si tenevano a Olimpia nell’Elide ogni quattro anni. Le 12 Pitiche traggono origine dai giochi per Apollo Pizio, che venivano organizzati a Delfi pure con scadenza quadriennale. Le 11 Nemee si riferiscono alle gare biennali che avevano luogo a Nemea nell’Argolide, sempre in onore di Zeus (ma le ultime tre hanno rapporto con occasioni diverse). Infine l’occasione delle 8 Istmiche era costituita dai giochi pure biennali che si svolgevano a Corinto in onore di Poseidon; alla fine di quest’ultima serie peraltro sono cadute alcune odi.
Il significato di queste ricorrenze non si limitava alla sola prestazione sportiva. L’agonismo dei Greci ebbe sempre come obbiettivo l’esaltazione del momento supremo della vittoria, in cui il vincitore raggiunge e dimostra la compiuta pienezza delle sue potenzialità umane, che lo assimilano ai grandi eroi del mito, protetti ed eletti dagli dèi. Nella gloria di quest’evento sublime sta il senso dell’epinicio pindarico, che celebra la gioia e la pienezza vitale dell’istante, e al tempo stesso lo rende perenne con il dono della poesia. Il prestigio dell’arte è sentito anche come un’offerta al committente da parte dell’autore, che in questo modo rivaluta l’aspetto pratico della sua prestazione professionale; e il medesimo bagliore di un grazia soprannaturale coinvolge il poeta, il vincitore, il pubblico. Quest’ultimo infatti si sente partecipe di un’occasione che riverbera la propria eccezionalità sulle tradizioni del luogo patrio, che ha dato comuni natali al vincitore ed a quanti ascoltano il suo elogio, e sovente anche ai protagonisti del mito rievocato nell’ode.

L’occasione consacra il canto, e a sua volta il canto consacra l’occasione: secondo questo reciproco rapporto occorre intendere la ieratica solennità della parola pindarica e la complessa struttura del carme. Pindaro si professa vate di una perfezione assoluta, dove la natura eterna del cosmo e della divinità, i grandi accadimenti del passato e la felicità attuale, si integrano nella luce mandata da Zeus per esaltare la vita degli uomini. La vittoria è il segno tangibile della presenza divina nelle cose umane, che grandi miti eroici testimoniano; e per la coscienza etica del tempo di Pindaro, gli dèi valgono come garanzia della norma superiore, alla quale la vita dell’uomo deve uniformarsi. Tutto ciò è espresso non nella forma astratta dell’investigazione razionale, ma nell’immediata evidenza dell’immagine, secondo l’attitudine propria della Grecia arcaica: e sia il mondo divino sia le storie del passato offrono al poeta la materia per creare il canto, in cui risiedono il vertice ed il significato di quell’esperienza che proclama la gloria dell’uomo ricordandogli tuttavia il suo limite.

Da tale insieme di ragioni ideali nasce la compresenza di vari motivi nella struttura dell’epinicio pindarico. L’unità intrinseca del carme rappresenta un problema ampiamente dibattuto dalla critica, e forse falsamente posto. E’ in effetti probabile che già quest’esigenza di unità sia un anacronismo, almeno nel senso in cui viene postulata in tempi più recenti. Si è visto come l’esperienza di alcuni lirici, Saffo in prima linea, tendesse a raccogliere in un organismo unitario la struttura ed il significato della composizione poetica; ma tale attitudine va considerata non tanto come norma assoluta, quanto come individuale scelta stilistica. D’altra parte, è innegabile che i carmi di Pindaro, pure nella successione di diversi motivi tematici e concettuali, costituiscano un tutto altamente omogeneo, in cui fratture e passaggi repentini (i cosìddetti “voli pindarici”) non infrangono una sostanziale coerenza di emozione.

Nell’epinicio di Pindaro si riconoscono di consueto tre linee tematiche: l’elogio, il mito, la gnome. Il primo comporta generalmente un conciso riferimento alla persona del vincitore e alla sua situazione familiare ed etnica, e all’occasione della vittoria. Esso non comprende comunque la descrizione della prestazione atletica, riassunta tutt’al più in folgoranti immagini di uomini e cavalli lanciati verso il traguardo, o di lottatori tesi nello sforzo definitivo. Per quanto riguarda il mito, in esplicito rapporto con le tradizioni familiari del celebrato, con quelle della sua patria o del luogo della gara, oppure in una più sottile allusiva relazione con la prospettiva generale del carme, l’epinicio prevede la trattazione di un episodio tratto dal patrimonio leggendario della Grecia. La materia stessa offriva qui un campo privilegiato per l’elaborazione poetica, come aveva insegnato una lunga tradizione; ma dagli schemi tradizionali, fondati sull’esposizione di tipo narrativo, la tecnica di Pindaro si distingue vigorosamente. Nel pubblico egli presuppone la conoscenza degli elementi fondamentali del mito; e ciò gli consente di rievocarlo con un procedimento di selezione e di sintesi, che intorno alle fasi e alle immagini più significative accentra il corso e il significato della saga.

Ma nella dialettica fra presente ed eterno che costituisce l’ardua sfida artistica dell’epinicio, una funzione essenziale è affidata alla gnome, l’enunciazione di sentenze a carattere religioso e morale. In esse non si dovranno cercare processi argomentativi e nuovi sviluppi di pensiero, anche se i principi dell’etica arcaica vi appaiono rivissuti alla luce del supremo valore di una giustizia immanente, che la Grecia contemporanea andava scoprendo. Ma, soprattutto, la gnome offre lo strumento poetico sia per attrarre l’attualità dell’occasione in una sfera di valori assoluti, sia per interpretare la vicenda mitica secondo i criteri di una morale tuttora valida per gli uomini del presente.

Già per tale via si realizza dunque un’intrinseca unità del carme; ma questa compattezza viene ribadita mediante un quarto elemento, al quale solo di recente si è posta attenzione. Si tratta del richiamo alla performance stessa, ossia al momento esaltante della festa, e soprattutto alla funzione fondamentale che in questa svolge la poesia. Negli epinici compare di frequente una prima persona, che non è possibile identificare con rigorosa esattezza: può essere il poeta, il coro, la comunità intera che assiste e partecipa al rito. Ma in questo “io” si riassume quel senso di vitale e diretto coinvolgimento, che racchiude in un organismo unitario tutti gli sviluppi del carme.

La coerenza di fantasia, arte e pensiero fa degli Epinici pindarici un colossale monumento, dotato di una peculiare complessità; né riesce agevole restringere in un sommario le cangianti ed intrecciate linee dei singoli carmi. Già gli antichi consideravano esemplare l’Olimpica 1, scritta per la vittoria di Gerone siracusano nel 476. Essa inizia con un’immagine di sublime arditezza, in cui acqua, oro, fuoco e sole vengono convocati a confronto per esaltare l’eccellenza dei giochi d’Olimpia e la regalità di Gerone. La fulminea immagine del destriero Ferenico proteso verso la vittoria trapassa nel mito del progenitore della stirpe dorica, da cui Siracusa discende: Pelope. Nella sua saga sono isolati due momenti: dapprima si confuta la tradizione secondo cui il padre Tantalo avrebbe imbandito le sue carni agli dèi: in realtà il giovane scomparve dalla sua casa perché Poseidon, colto d’amore per lui, l’aveva rapito nella celeste dimora degli dèi. Rivediamo poi Pelope sulla riva del mare, nella notte, ad invocare il suo amante divino perché lo aiuti a ottenere le nozze di Ippodamia, che il padre Enomao concederà soltanto a chi lo sappia vincere nella corsa dei carri. Con il soccorso di Poseidon, Pelope riuscì più veloce; ed ora è sepolto nei pressi di Olimpia, dove le gare perpetuano la memoria di quell’antico precedente, garantendo la gloria eterna al vincitore e a chi leva il canto che lo celebra.

Lo splendore radioso in cui quest’universo è trasfigurato dalla poesia non esclude tuttavia la pena di vivere. Sui mitici protagonisti di Pindaro incombono anche il dolore e la morte: ed è nel modo di affrontare tale destino che si palesa la loro grandezza fuori dell’ordinario. Un saggio mirabile di questa tematica si ha nella Nemea 10, in realtà collegata con i giochi argivi in onore di Era; e l’epinicio si apre con un ampio elogio di Argo, che ricorda le glorie dei suoi eroi e delle sue donne. Anche l’atleta celebrato è argivo, e molte vittorie ha già ottenuto, incrementando la fama degli avi: fra questi fu un uomo che ebbe l’onore di ospitare i Dioscuri. Ha qui inizio il ricordo mitico, concentrati nell’episodio che vide il fratello mortale, Castore, perire in uno scontro contro i figli di Afareo. A loro volta questi caddero sotto la vendetta di Polluce, l’immortale; ma egli, ritornato poi presso il fratello morente, supplicò Zeus di poter condividere la sua sventura come ne aveva condiviso la vita. Il dio supremo gli concesse di scegliere tra la vita immortale e la sorte di trascorrere insieme a Castore un giorno nella beatitudine dell’Olimpo, e un giorno sottoterra, alternativamente; e Polluce non esitò ad optare per la seconda alternativa.

Umana commozione e sublime magnanimità si fondono in quest’episodio di altissima poesia, con cui la sapienza strutturale di Pindaro chiude l’epinicio. La sua straordinaria capacità di articolare il carme secondo un raffinato gioco di effetti prospettici trova sempre nuove variazioni. Nell’Olimpica 7, in onore del famoso pugile Diagora di Rodi, la storia mitica dell’isola è rievocata lungo tre momenti essenziali che si dispongono secondo una serie cronologica inversa. I suoi abitanti attuali vantano di trarre origine da Tlepolemo, a cui fu imposto di andare in esilio perché durante un momento di ira aveva commesso un omicidio. Ma nell’indicare all’eroe la sede della sua nuova vita, l’oracolo narra che alla nascita di Atena, Zeus aveva ordinato ai Rodiesi di celebrare un sacrificio; ed essi per dimenticanza trascurarono nel rito il vivo seme del fuoco. Anche a loro gli dèi perdonarono; a Atena concesse loro il dono di un’arte superiore, per cui le vie dell’isola recavano opere simili ad uomini che camminano. Ancora prima, quando gli dèi si divisero il mondo appena creato, essi avevano dimenticato di assegnare la sua parte del Sole: ma questi vide un’isola che si celava nel profondo del mare, e chiese che fosse fatta sbocciare dagli abissi, come il fiore di cui essa porta il nome ( “la rosa” è il nome dell’isola). Da allora Rodi fu suo retaggio, e in essa il dio amò la fanciulla Rodi, da cui gli nacquero tre figli che si suddivisero la fertile terra e fondarono le rocche che portano il loro nome.

Stile

Di fronte alla tensione intellettuale e speculativa che è il contrassegno della modernità di Simonide, l’opera di Pindaro appare caratterizzata da una maestosa monumentalità, che risulta refrattaria ad ogni condizionamento dei tempi e delle mode. La forma del suo discorso poetico non è la dimostrazione , bensì l’enunciato assoluto e sovrano ; e i suoi carmi non si organizzano secondo le norme di un razionale argomentare, ma presentano possenti ed ellittiche successioni di immagini e sentenze, rette da fantastiche analogie. Si tratta di un atteggiamento arcaico, che tuttavia non si risolve in un recupero del passato, sebbene il mondo ideologico di Pindaro si conformi ancora ai valori dell’aristocrazia. La miracolosa forza di uno stile che infrange i moduli della tradizione grazie ad una rivoluzionaria densità e complessità; l’arditezza di strutture che trascurano ogni programmata coerenza di superficie per esprimere l’unità profonda dell’ispirazione; l’intima serietà con cui valori in via di consunzione vengono affermati in una prospettiva cosmica che perentoriamente si afferma eterna: tutti questi caratteri fanno dell’opera di Pindaro un’architettura d’arte e di pensiero, che non viene scalfita dal rifiuto di adeguarsi all’attualità.

L’indifferenza verso le tendenze del presente non impedì che Pindaro, il quale secondo il costume dell’epoca trascorse la vita del poeta itinerante dietro commissione, ottenesse un enorme successo. Ma, oltre che la grandiosa qualità poetica, giocava a suo favore una straordinaria attitudine a presentare in una luce nuova quanto incisiva i miti gloriosi dell’Ellade. Pindaro recupera questo sistema tradizionale nella convinzione della sua perennità; e nella sua poesia il mondo greco sentiva aggregarsi quel senso di un’intrinseca unità culturale, al di sopra dei particolarismi da cui esso era afflitto, che viene sempre più affermandosi nel periodo intorno alle guerre persiane.

L'arte di Pindaro

La misura somma dell’arte consiste per Pindaro nell’inesausta novità ed originalità delle immagini e delle forme, in cui la poesia manifesta il mondo eterno delle idee e dei sentimenti umani. Questa tensione creativa improntava anche il tessuto musicale, oggi perduto; ma di esso rimane traccia nella varietà degli schemi metrici, che non si ripetono mai da un carme all’altro.

In generale essi si dispongono all’interno della triade introdotta da Stesicoro. Questa si compone di strofe, antistrofe ed epodo; e soltanto rare volte compare un sistema monostrofico, ossia basato sulla ripetizione di una medesima strofa.

La lingua di Pindaro rientra nella convenzione della melica corale: su una base dorica sono inseriti elementi epici ed eolici insieme e qualche fenomeno proprio del dialetto beotico. Lo strumento linguistico assume una dimensione di assoluta unicità grazie alla forza dello stile, che costituisce il raggiungimento più alto della poesia pindarica. Esso è caratterizzato da una sorta di concretezza fantastica, che conferisce un’emozionante evidenza anche alle formulazioni più ardite. L’idea si trasforma in immagine, così da esprimere un intero mondo narrativo e concettuale in termini visivi, dominati dal bagliore della luce, dal trasmutare dei colori, dalla plasticità dei corpi. Al tempo stesso, l’ampiezza del periodo si dilata nelle volute di una musicalità che privilegia un’armonia complessa e severa. All’impressione di un’architettura monumentale, la cui staticità vale come simbolo dell’eterno, contribuisce la preferenza accordata alle espressioni nominali, rispetto alle quali il verbo è limitato alle pure necessità funzionali. Egualmente ridotto è l’impiego di particelle e di ogni altra transizione argomentativa: di conseguenza la dizione si concentra in enunciati sintetici e definitivi, tra cui perentorie ellissi gettano i ponti di un pensiero che rifiuta di assoggettarsi alle norme della dialettica umana.

Nell’epoca in cui la grandiosità della concezione tragica di Eschilo si inoltrava ad investigare le ragioni ultime della divinità e il suo agire nella storia, Pindaro proclama in modi altrettanto grandiosi l’assolutezza metastorica del divino, raffigurandola negli stessi caratteri formali della propria poesia. Funzione di questa è rivelare il divino, non investigarlo secondo gli schemi della ragione. Ad una tale missione il poeta viene chiamato dall’eccellenza innata della sua natura: come, ciascuno nel proprio campo, manifestano la potenza divina gli atleti, i potenti della terra, i campioni delle gesta mitiche. Fermare la storia era certo un’illusione; e non fu l’ideologia immobile dell’aristocrazia a dare l’impronta futura alla civiltà greca, bensì lo strenuo ardimento intellettuale che dalla ionia si trasmise alla democrazia ateniese. Di questa presa di coscienza la poesia lirica segnò una tappa fondamentale, con la rivendicazione dell’autonomia individuale e con la scoperta di un tempo dinamico, che nel presente concentra il senso della sua incessante trasformazione. Ma la poesia lirica aveva affermato pure un’altra verità, non meno essenziale per la cultura ellenica: il valore supremo del momento estetico. E’ lungo questa linea che Pindaro non si limita al ruolo di banditore di ideali in via di dissoluzione, e si integra in un coerente percorso storico. Il significato ultimo del suo universo poetico si riassume nel sentimento della bellezza. Questa è il punto dove coincidono sia l’interpretazione che Pindaro dà dell’esistenza umana e della natura divina, sia l’esito della sua creazione artistica, in quanto simbolo concreto e perenne di un periodo storico, che individuò nell’esperienza estetica un fattore essenziale dell’idea di uomo.

  Pindaro e il nodo nella barba
 

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