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Il R
omanticismo ('800)

Il Romanticismo segna veramente, nella storia della civiltà moderna, l'avvento di una una nuova sensibilità, di un nuovo orientamento del pensiero, di una rivoluzione del gusto di grandissima portata ed efficacia. La sua influenza nel tempo è perciò tale da abbracciare tutto il secolo scorso nei suoi aspetti e motivi diversi, non soltanto romantici propriamente detti ma neoclassici, veristi, decadenti.
Bisogna anzitutto richiamare alla memoria, per la comprensione del fenomeno, quel processo secolare che dal Rinascimento aveva condotto la cultura europea sino all'Illuminismo, cioè quella fiducia assoluta e indiscriminata che gli Illuministi avevano avuta nei Lumi della Ragione, quel loro dispregio del passato, quel ripudio di ogni spiegazione metafisica, quel gusto dell'uniformità razionale. Il trionfo della Ragione era stato invero in gran parte il trionfo di una chiarezza geometrica, un poco astratta e disciplinata; il trionfo di un movimento che disprezzava e ripudiava le voci più istintive dello spirito, cioè il travaglio religioso e morale, l'incertezza sulle sorti dell'uomo, il palpito del sentimento, il fervore dell'arte. Ma sul finire del Settecento un nuovo stato d'animo si diffondeva ovunque in Europa, nel quale appariva ormai matura e irreparabile la crisi dell'Illuminismo. La mente umana, già orgogliosa di possedere il criterio assoluto e immutabile del Vero riconosceva la superficialità del suo ottimismo, la sua incapacità a comprendere e risolvere i problemi essenziali dell'essere, l'esistenza di un dissidio insanabile tra l'ideale e il reale. Da questo squilibrio doloroso derivava non soltanto il pessimismo ma l'ansia religiosa dell'epoca romantica, il bisogno, così diffuso tra gli scrirtori dell'Ottocento, di rinvenire un principio soprannaturale nel mondo degli uomini, di rinvenire nel cosmo una ragion d'essere. Una religiosità tuttavia sofferente, pochissime volte risolta in una fede positiva, placata nella certezza. V'era in quella diffusa e inspiegabile tristezza, in quell'abbandono alle profondità più indefinite ed arcane dell'essere, il primo germe di quelle contaminazioni dello spirito, di quelle perversioni che saranno così facili a cogliersi nelle esperienze decadenti, alla fine dell'Ottocento. La Natura appariva agli occhi dei romantici non più come un cornplesso ordinato, ferma ed immutabile nelle sue leggi; ma come una una forza chiusa e remota. Ai confini della materia si distendono le regioni dell'ignoto; una folla di sensazioni e di avvertimenti sovrannaturali circonda ed isola gli uomini, fa ad essi presentire al di là delle apparenze sensibili una realtà misteriosa ed inconoscibile. I romantici prediligono i paesaggi desolati e solitari, i luoghi sconvolti dalle tempeste; e le turbinose passioni dell'animo, le estasi dolorose, i brividi e desideri indefiniti. La Ragione, dominatrice nel
Settecento, cede il posto al sentimento; e l'uguaglianza razionale degli animi all'esasperata esaltazione dell'Io, alla consapevolezza dei valori individuali e singoli dello spirito. AI centro della sensibilità romantica si colloca la passione amorosa, l'amore inteso come vittoria supremi sulle forze del male, come incontro ineffabile e misterioso di due anime; un amore destinato per la sua natura medesima a pascersi di sogni impossibili a raccostarsi con l'idea della morte e del sacrificio.
A questi aspetti fondamentali del sentimento e dell'anima romantica si accompagnarono profonde trasformazioni negli atteggiamenti della cultura e del pensiero. La filosofia romantica rivalutò infatti le forze del sentimento e della fantasia; e ricollocò l'esperienza artistica in primo piano, innalzandola sino alla dignità dei motivi essenziali e predominanti nella vita dello spirito. Ma la conquista fondamentale del Romanticismo è da ricercarsi in quel rispetto ed interesse per il passato che meritò all'Ottocento il nome del secolo della storia. L'orgoglioso disprezzo illuministico cedeva il posto ad un atto di umiltà, al bisogno di indagare nelle epoche trascorse, di rinvenire nella storia le tracce e le ragioni del nostro destino. Il passato non appare più come un mondo da' imitare; e restaurare, conforme alla fede dogmatica negli antichi che era stata tipica della Rinascita; e neppure come una realtà da ripudiare, conforme alla intransigenza rivoluzionaria degli illuministi; bensì come l'opera stessa dello spirito nel suo faticoso procedere, tonò svolgimento da comprendere nel suo significato, nei suoi valori positivi. Da questo gusto e sensibilità della storia derivava la scoperta delle memorie e delle tradizioni dei singoli popoli, cioè la scoperta delle singole patrie nazionali, quel senso concreto della Nazione che avrebbe operato così attivamente nella storia del secolo XIX. E la scoperta della civiltà medioevale, cioè di un'epoca che appariva per eccellenza antirazionale, vigorosa, istintiva, remotissima dalla disciplina dei classici, da quel formulario retorico che da secoli aduggiava sulla letteratura europea.
Un ideale nuovo si generava nel campo delle lettere: all'ideale dell'equilibrio, della compostezza formale, dell'ordine, tipico dellaletteratura classica, si contrapponeva \l'ideale del furore creativo, della passione, dell'intensità sentimentale. V'era alle origini della scuola romantica un nuovo concetto dell'attività letteraria, non più considerata come una piacevole evasione nel campo delle lettere, come una fuga dalla realtà più impegnativa dell'uomo, ma come un approfondimento dell'esperienza quotidiana, come un modo più intenso di essere uomo tra gli uomini, di partecipare al moto della storia. Incontro col Vero la poesia, cioè scoperta ed indagine della realtà sociale ed umana, espressione delle voci più profonde dello spirito, ricerca di un significato nell'esistenza e nelle vicende degli uomini. Ed accanto a questo nuovo senso delle lettere, a questa interiorità maggiore della letteratura romantica, una polemica viva, fortemente impegnata, contro gli aspetti più consunti della tradizione: contro l'imitazione degli autori classici, contro l'uso delle favole mitologiche, ormai estranee alla civiltà dei moderni, contro le leggi e i principi della Retorica, che per secoli avevano vincolata e intristita la libera espressione del sentimento poetico, contro il culto della forma, nella cui bellezza si esaurivano per i seguaci del classicismo quasi tutti i pregi dell'arte; l'affermazione che la letteratura doveva ispirarsi alle leggende popolari, alle tradizioni cristiane, alle vicende e ai costumi della nazione; che letteratura doveva essere non soltanto « coeva », cioè ispirata alla civiltà e al sentimento dei moderni, ma più ampia di respiro, capace di una maggiore risonanza nelle masse dei lettori, non più rivolta soltanto agli iniziati ma agli uomini di intelletto e gusto comuni.
Il movimento romantico ebbe le sue origini in Germania, tuttavia non come un fenomeno esclusivamente letterario, ma piuttosto come un movimento, di significato nazionale e politico, come un'insurrezione cioè della stirpe teutonica contro la tradizione e la civiltà delle genti latine. I romantici tedeschi insorgevano contro il predominio della cultura mediterranea, denunciavano la soggezione umiliante della Germania alla poesia classica. La nuova poesia tedesca doveva attingere alle radici stesse della nazione principi di un letteratura originale; ispirarsi ai secoli in cui le genti vigorose del Nord avevano invaso e conquistato le terre dell'Impero; alle stragi barbariche dei tempi remoti, alle fantasie orride e tenebrose del medioevo germanico.
Dalla Germania le nuove dottrine si diffusero in Europa solo alla fine dell'età napoleonica; ma già da qualche decennio la sensibilità romantica appariva matura in Europa, come dimostrano moltissime opere pubblicate in Inghilterra in Francia in Italia agli inizi dell'Ottocento; nelle quali non era ancora possibile rinvenire formulati in modo esplicito i principi del movimento romantico, ma era facile riconoscere l'anima della nuova letteratura, l'impetuosa e spesso sconfortata « malattia del secolo ».

LA BELLEZZA ROMANTICA
 

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