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UMANIZZAZIONE DELLA CULTURA NELLE COMPOSIZIONI POETICHE.

GLI SCRITTORI DI TRAGEDIE

Già in Esiodo, troviamo un accento umano nella considerazione del doloroso destino dell'individuo in faticosa lotta con le forze misteriose della natura e con le insidie dei suoi simili; e la poesia lirica, da Alceo a Pindaro, darà sempre maggior risalto al valore umano, sino all'esaltazione della forza, dell'ardimento e della bellezza dell'individuo. Ma l'abbandono graduale della mitologia e la sua sostituzione con sentimenti ed eventi umani si scorge ancor meglio nei tre grandi poeti tragici del v secolo : Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Sebbene Eschilo (525-456) s'ispirasse indubbiamente ad un vivo sentimento religioso e ad un profondo rispetto delle tradizioni patrie, possiamo riscontrare già in lui un incipiente distacco dalle concezioni proprie della religione popolare. Tale distacco traeva origine dal fatto che la religione tradizionale si presentava ai suoi occhi piena di problemi rispetto al suo ideale della giustizia. Gli dei si mostravano potenti e felici, ma anche discordi e autori di male; il nesso tra la hybris e la némesis, ossia tra la umana tracotanza e il necessario castigo, non appariva sempre conforme a giustizia; la colpa stessa gravava sugli uomini come un peccato originale e si trasmetteva, tristo retaggio di dolori, di padre in figlio per una necessità inesorabile. E come giustificare l'umana libertà, schiacciata dal peso del fato, che incombe sugli uomini e perfino sugli dei ? I suoi eroi mitologici (Prometeo, Oreste, le figlie di Danao, la progenie di Edipo) ed il re persiano Serse Clicca  appaiono nei suoi drammi come esempi di hybris punita; ma, al tempo stesso, fanno sentire con la voce dolente del poeta la propria ragione di uomini, ossia la volontà d'affermare l'autonomia della coscienza morale di fronte alla potenza inesorabile degli dei e del destino.
Questo richiamo all'autonomia della coscienza è ancor più evidente nel secondo grande tragico della Grecia, Sofocle (497-406), il quale volge lo sguardo non tanto al mondo divino e alle sue leggi fatali, quanto al mondo umano, con le sue miserie e angosce. « Molte sono le cose straordinarie, ma nessuna è più straordinaria dell'uomo... » La tragedia dell'uomo è implicita nel limite stesso della vita: nella temporaneità, caducità, casualità d'incontri e di eventi. E — per quanto uno s'adopri di rimanere nel proprio limite e di non trapassare nell'hyhris, nella tracotanza, ma di conoscere a fondo se stesso — un cieco destino lo stronca, guasta i suoi disegni, travolge la sua buona volontà nella colpa come la sua salute nella malattia e nella morte. E' impossibile all'uomo foggiare in sé quell'idea di serenità armoniosa e di nobile equilibrio, che Fidia e Policleto rappresentavano allora così splendidamente nelle loro statue. Sotto l'apparente splendore della vita umana c'è un'angoscia irreparabile; e « meglio di tutto è non esser nati; o, altrimenti, una volta nati tornarsene al più presto là onde si è venuti ». In questo amaro pensiero è lo sgomento, ma al tempo stesso anche la ribellione dell'uomo che cerca una legge morale appropriata alla sua natura per dare un ordine e un significato alla sua vita. E per questo in Sofocle ha grande spicco l'eroe, l'uomo di carattere indomito e magnanimo (Aiace, Edipo, Ercole, Elettra, Filottete) che soccombe facendo sentire il grido della propria dignità offesa dalla violenza esterna o dal caso o dal destino. Nell' Antigone l'attenzione si concentra sul contrasto fra la coscienza morale dell'individuo e le leggi, non sempre conformi a giustizia, dello stato: la figlia di Edipo dà sepoltura al fratello Polinice, contro gli ordini del re Creonte, e soccombe al sopruso del tiranno affermando la inviolabilità della legge morale: legge divina, non più sovrastante ma intima al cuore dell'uomo. « Io non potevo credere, » dice, « che i tuoi bandi avessero tanta forza da permettere a un mortale di trasgredire le leggi degli dei, non scritte e incrollabili. » La legge divina non incombe più, dunque, come un peso estraneo, ma si inserisce, liberamente accolta, nell'animo umano e diviene fondamento della coscienza morale.
Euripide (480-406) procede per questa via, compiendo un passo decisivo verso l'umanizzazione della legge. Egli non si ferma più, come Sofocle, in atteggiamento dolorosamente sbigottito allo spettacolo delle miserie del mondo e non accetta più, con l'animo rassegnato di Eschilo, gli ordini immutabili della giustizia divina; ma discute, critica, interpreta liberamente i miti e le figure degli dei riducendo queste e quelli alla misura degli eventi terreni e alla statura degli uomini. Egli fissa gli occhi sull'individuo; non tanto sull'eroe di tempra eccezionale caro a Sofocle, quanto semplicemente sull'uomo, con la sua psicologia passionale, con la sua voglia di farsi una ragione propria delle cose, con le sue caratteristiche e debolezze individuali. Come Socrate porta la filosofia dal cielo in terra, dalla contemplazione degli dei e della natura al cuore dell'uomo, così Euripide distacca l'eroe tragico dai legami col mondo divino e lo inquadra nella cornice del suo dramma terreno, in lotta con gli eventi esterni mossi dalla capricciosa fortuna, con i suoi sentimenti incerti, col suo ragionare dubbioso. Siamo ormai nell'ambiente dei sofisti e di Socrate. Si racconta che Socrate prediligesse le tragedie di Euripide, perché contenevano un insegnamento fatto sulla misura degli uomini.



LA COMMEDIA


In questo ambiente che dà rilievo all'uomo, alla sua estrosa personalità e alla sua libera critica, prende forza la commedia, che da sfogo rozzamente immediato dello spirito popolare si eleva con Aristofane (450-385) a forma d'arte. Come nella tragedia si rispecchia il formarsi della libera coscienza individuale nei ceti colti, così nella commedia si fa sentire con crescente efficacia la libera voce motteggiante e satirica del popolo. La democrazia risulta infatti dal confluire in un medesimo ambiente, in accordo o in contrasto, delle grandi personalità con la coscienza ancor rozza ma libera e spregiudicata dei ceti popolari.
Nella società ateniese del v secolo il popolo non ama le novità, né concepisce che una cosa si possa fare o pensare per la prima volta. E perciò sempre pronto al frizzo, allo scherno, al commento satirico, se ha libertà di parola, contro gli innovatori di ogni sorta, in politica, in arte, in religione. Di fronte ai naturalisti, che sostituivano ragionamenti sulla natura alle spiegazioni fantastiche della mitologia, di fronte ai sofisti e a Socrate, che opponevano alle tradizioni e alle leggi il giudizio critico della coscienza individuale, Aristofane, che era un aristocratico conservatore, trovava in sé una perfetta rispondenza di sentimenti e giudizi con l'anima popolare; ed aveva, in più, estro e capacità di esprimerli con efficacia d'arte. Non meraviglia, quindi, che egli, echeggiando i commenti popolari, difenda le tradizioni politiche e religiose di Atene contro gli empi filosofi naturalisti (Anassagora), contro i sofisti, e metta in fascio con i sofisti anche la nobile figura di Socrate, che è pure un innovatore, anzi il più pericoloso di tutti perché il più serio, il più onesto e, quindi, il più efficace. Per lo stesso motivo, come nelle Nuvole (Nefelia) schernisce Socrate, così nelle Rane (Bdtrachoi) e nelle Tesmoforiarise prende di mira Euripide, che mette in gara nell'aldilà con Eschilo, facendogli fare naturalmente una meschina figura.
L'avvento della democrazia in Atene porta in primo piano l'individuo col suo libero giudizio, diritto o storto che sia, e ad una visione del mondo in cui sono protagonisti gli dei succede uno spettacolo in cui campeggiano sulla scena gli uomini. Anche i popolani di Aristofane sono intimamente persuasi, senza accorgersene, di quel che Socrate insegna : che la verità e il criterio della giustizia vengon fuori dal contrasto delle opinioni e dalla libertà di discussione.
 

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