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LETTERE

Broadside-seller 'Hawkie'

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VOLTAIRE

LETTERE FILOSOFICHE
SULLA COMMEDIA
 

Non so come il saggio e ingegnoso signor de Muralt, di cui abbiamo le Lettere sugli Inglesi e sui Francesi, parlando della commedia si sia limitato a criticare un comico chiamato Shadwell. Quest'autore era assai disprezzato al suo tempo; non era certo il poeta della gente per bene; i suoi lavori teatrali, che erano piaciuti al pubblico in qualche rappresentazione, erano disdegnati da tutte le persone di buon gusto, e assomigliavano a tante di quelle commedie che in Francia ho visto attirare la folla e rivoltare i lettori, e delle quali si è potuto dire:
Tutta Parigi le condanna e tutta Parigi vi accorre.
II signor de Muralt Zavrebbe dovuto, mi sembra, parlarci di un autore eccellente che viveva allora: cioè Wicherley, che fu a lungo l'amante ufficiale della più illustre amante di Carlo II. Costui, che trascorreva la vita a contatto del gran mondo, ne conosceva perfettamente i vizi e gli aspetti ridicoli, e li dipinse nel modo più fermo e con i colori più veri.
Ha creato un misantropo, a imitazione di Molière. I tratti di Wicherley sono più marcati e più arditi di quelli del nostro misantropo; ma hanno minor finezza e decoro. L'autore inglese ha corretto l'unico difetto che vi sia nell'opera di Molière: la mancanza d'intreccio e d'interesse. La commedia inglese è interessante, e l'intreccio è ingegnoso, ma è senza dubbio troppo audace per i nostri gusti. In essa si parla di un capitano di vascello pieno di valore, di schiettezza e di disprezzo per il genere umano; egli ha un amico saggio e sincero di cui diffida, e una donna che lo ama teneramente e che egli non degna di uno sguardo; ha invece riposto tutta la sua fiducia in un falso amico, che è l'uomo più indegno che esista, e ha donato il proprio cuore alla più civetta e alla più perfida fra tutte le donne; è assolutamente certo che questa donna è una Penelope, e quel suo falso amico un Catone. Parte per andare a combattere contro gli Olandesi, e lascia il suo denaro, i suoi gioielli e tutto ciò che possiede al mondo a quella donna virtuosa, e raccomanda costei al suo amico fedele, in cui tanto confida. Tuttavia, quel vero onest'uomo di cui egli tanto diffida si imbarca con lui; e la donna che lo ama e che egli non ha mai degnato di uno sguardo, si traveste da paggio e fa il viaggio con loro senza che il capitano, per tutta la durata della campagna, si accorga del suo sesso.

Il capitano, essendo stato distrutto il suo vascello in combattimento, ritorna a Londra senza aiuti, senza vascello e senza denaro, con il paggio e l'amico, ignorando l'amicizia dell'uno e l'amore dell'altra. Va immediatamen­te dalla perla delle donne, che è certo di ritrovare con la sua cassaforte e la sua fedeltà: la ritrova sposata all'onesto furfante a cui si era affidato, e che non gli ha custodito il deposito meglio del resto. Il pover'uomo stenta a credere che una donna per bene possa fare simili scherzi; ma, per convincerlo meglio, quella virtuosa signora si innamora del giovane paggio e vuole averlo per forza. Ma poiché giustizia dev'essere fatta e poiché, in un'opera teatrale, il vizio dev'essere punito e la virtù premiata, alla fine accade che il capitano si sostituisce al paggio, va a let­to con la sua infedele, fa becco l'amico traditore, lo pas­sa da parte a parte con una buona stoccata, riprende la sua cassetta e sposa il paggio. Sappiate anche che il lavoro è stato arricchito con un nuovo personaggio, la contessa di Pimbesche, vecchia litigiosa, parente del capitano, la quale è davvero la più piacevole creatura e il miglior carattere che vi sia nel teatro.
Wicherley ha poi derivato da Molière una commedia non meno singolare e non meno audace: è una specie di École des Femmes.
Il personaggio principale della commedia è un bel tipo di avventuriero galante, il terrore dei mariti di Londra; per agire con maggiore sicurezza costui decide di spargere la voce che, per una malattia da cui è stato colpito, i chirurghi hanno ritenuto opportuno di renderlo eunuco. Con questa bella reputazione, tutti i mariti gli affidano le mogli, e il poveretto non ha che l'imbarazzo della scelta; fra tutte egli accorda la sua preferenza a una villanella che ha molta innocenza e temperamento, e che rende cornuto
il marito con una buona fede che vale assai più della ma­lizia delle signore più esperte. Questa commedia non è cer­to una scuola di buoni costumi, ve lo concedo, ma è ve­ramente scuola di spirito e di buona comicità.
Un certo cavaliere Vanbrugh ha scritto alcune commedie ancora più piacevoli, ma di minore ingegno. Questo cavaliere era un gaudente e, oltre a ciò, poeta e architetto: si afferma che scriveva come costruiva, un po' grossolanamente. È lui che ha edificata il famoso castello di Blenheim, massiccio e durevole monumento della nostra sfortunata battaglia di Hòchstadt. Se solo gli appartamenti fossero grandi quanto le mura sono spesse, quel castello sarebbe assai comodo.
Nell'epitaffio di Vanbrugh è stato scritto che ci si augurava che la terra non gli fosse leggera, dato che in vita l'aveva così disumanamente caricata.
Durante un viaggio in Francia prima della guerra del 1701, questo cavaliere venne rinchiuso nella Bastiglia, e vi restò per qualche tempo, senza aver mai potuto sapere che cosa gli avesse procurato un simile onore da parte del nostro ministero. Nella Bastiglia compose una commedia; e la cosa che mi appare più strana è che in quest'opera non ci sia neppure un accenno contro il paese in cui subiva tale violenza.
Tra tutti gli Inglesi colui che ha portato più in alto la gloria del teatro comico è Congreve, ora defunto. Ha scritto solo poche commedie, ma nel loro genere esse sono tutte eccellenti. Le regole del teatro vi sono rigorosa­mente osservate; sono piene di caratteri appena delineati con estrema finezza; non si è costretti a sopportare la mi­nima facezia scadenti; ovunque trovate il linguaggio delle persone per bene, e azioni da furfanti: questo dimostra che egli conosceva bene il suo ambiente, e che viveva nella cosiddetta buona società. Era infermo e quasi morente quando l'ho conosciuto. Aveva un difetto: quello di non stimare abbastanza il suo primo mestiere d'autore, che gli aveva creato fama e fortuna. Mi parlava delle sue ope­re come di inezie indégne di lui e mi disse, la prima volta che ci parlammo, di non considerarsi altro che un gentiluomo che viveva molto semplicemente; gli risposi che se avesse avuto la sfortuna di essere un gentiluomo come tanti altri, non sarei mai andato a trovarlo, e fui molto colpito da una vanità così male rivolta.
Le sue commedie sono le più spiritose e le più riuscite; quelle di Vanbrugh le più gaie, e quelle di Wicherley le più forti.
Dobbiamo notare che nessuno di questi begli spiriti ha parlato male di Molière. Solo i peggiori autori inglesi han­no detto male di quel grande. Sono i peggiori musicisti ita­liani a disprezzare Lulli, ma un Buononcini lo stima e gli rende giustizia, così come un Mead tiene in gran conto un Helvétius e un Silva.
L'Inghilterra ha inoltre buoni poeti comici, come il cavaliere Steele e il signor Cibber, ottimo commediografo e poeta del re, titolo questo che sembra ridicolo ma che non manca di procurare mille scudi di rendita e buoni privilegi. Il nostro grande Corneille non ha mai avuto tanto.
Non chiedetemi comunque di entrare qui in maggiori dettagli su queste commedie inglesi di cui sono un così grande ammiratore, né che vi riferisca una battuta o una facezia di un Wicherley o di un Congreve; una traduzione non fa ridere affatto. Se volete conoscere la commedia inglese, non c'è altro mezzo che andare a Londra, restarvi tre anni, imparare bene l'inglese e assistere a commedie ogni giorno. Non provo un grande piacere nel leggere Plauto e Aristofane: perché? Perché non sono né un greco né un romano. La finezza delle battute, le allusioni, i riferimenti, tutto questo va perduto per uno straniero.
Non è la stessa cosa nella tragedia; in essa si tratta soltanto di grandi passioni e di eroiche stoltezze consacrate dai vecchi errori della favola o della storia. Edipo ed Elettra appartengono agli Spagnoli, agli Inglesi e a noi, come ai Greci. Ma la buona commedia è il quadro parlante degli aspetti ridicoli di una nazione, e se non conoscete a fondo la nazione, non ne potete giudicare il quadro.

Voltaire

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