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Nel 1919 Franz Kafka scrive al padre Hermann una lunga
lettera che non fu mai consegnata al destinatario. All’epoca lo scrittore ha
trentasei anni, ma vive a casa dei genitori, perché, nonostante abbia avuto
diverse fidanzate, non si è mai sposato. Inoltre una grave malattia
polmonare, la tubercolosi, lo ha già minato e nel giro di pochi anni lo
condurrà alla morte. Nella lettera Kafka ripercorre le tappe salienti del
mancato dialogo con il padre e mette a nudo se stesso nel tentativo di
indagare il rapporto più importante della sua vita, chiave di lettura di
tutta la sua opera. Ne riportiamo alcuni passaggi.
 
Caro papà,
recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te.
Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che
mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi
particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un
discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una
risposta molto incompleta, perché anche quando scrivo mi bloccano la paura
di te e le sue conseguenze. e perché la vastità del tema oltrepassa di gran
lunga la mia memoria e la mia intelligenza. [...]
Ero un bambino pauroso; ma ero anche testardo, come lo sono i bambini; certo,
la mamma mi viziava, ma non posso credere di essere stato particolarmente
indocile, non posso credere che con una parola gentile, uno sguardo
affettuoso, prendendomi per mano in silenzio, non si sarebbe ottenuto da me
tutto ciò che si voleva. E tu sei, in fondo, una persona bonaria e dolce (quanto
sto per dire non è in contraddizione parlo solo dell'impressione che da
bambino avevo di te), ma non tutti i bambini hanno la resistenza e il
coraggio di cercare a lungo l'affetto sino a trovarlo. Tu sai trattare un
bambino solo secondo il tuo carattere, con forza appunto, con fracasso e
irascibilità, e nel mio caso ciò ti sembrava quanto mai opportuno, volendo
fare di me un giovane forte e coraggioso.
Dei primi anni ricordo bene solo un episodio. Forse anche tu lo ricordi. Una
notte piagnucolavo incessantemente per avere dell'acqua, certo non a causa
della sete, ma in parte probabilmente per infastidire, in parte per
divertirmi. Visto che alcune pesanti minacce non erano servite, mi
sollevasti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi lasciasti là per un
poco da solo, davanti alla porta chiusa, in camiciola. Non voglio dire che
non fosse giusto, forse quella volta non c'era davvero altro mezzo per
ristabilire la pace notturna, voglio soltanto descrivere i tuoi metodi
educativi e l'effetto che ebbero su di me. Quella punizione mi fece sì
tornare obbediente, ma ne riportai un danno interiore. L'assurda insistenza
nel chiedere acqua, che trovavo tanto ovvia, e lo spavento smisurato
nell'essere chiuso fuori, non sono mai riuscito a porli nella giusta
relazione. Ancora dopo anni mi impauriva la tormentosa fantasia che l'uomo
gigantesco, mio padre, l'ultima istanza[1],
potesse arrivare nella notte senza motivo e portarmi dal letto sul ballatoio,
e che dunque io ero per lui una totale nullità. […]
Era sufficiente a schiacciarmi la tua sola immagine fisica. Ricordo, ad
esempio, quando ci spogliavamo nella stessa cabina. Io magro, debole,
sottile, tu alto, imponente. Anche dentro la cabina mi facevo pena, non solo
davanti a te, ma davanti al mondo intero, perché tu eri per me la misura di
tutte le cose. Quando poi uscivamo tra la gente e tu mi tenevi per mano, uno
scheletrino, malsicuro, a piedi nudi sul tavolato, impaurito di fronte
all'acqua, incapace di imitare i movimenti di nuoto che tu insistevi a
illustrarmi con le migliori intenzioni, ma in realtà facendomi vergognare
sempre di più, allora cadevo in preda alla disperazione e in quegli istanti
tutte le mie esperienze negative in tutti i campi trovavano una spaventosa
conferma. Il sollievo maggiore lo provavo quando a volte ti spogliavi per
primo e io potevo restare solo in cabina e differire la vergogna della mia
comparsa in pubblico, fin quando venivi a vedere dove mi fossi cacciato e mi
trascinavi fuori. Ti ero riconoscente perché non sembravi notare il mio
disagio, e poi ero fiero del corpo di mio padre. D'altronde questa diversità
esiste ancor oggi tra noi, negli stessi termini.
[...]
Tutte le idee apparentemente sottratte alla tua dipendenza erano fin da
principio gravate dal tuo giudizio negativo; e reggere questa situazione
fino a manifestare un pensiero in maniere completa e compiuta era quasi
impossibile. Non parlo di pensieri particolarmente elevati, ma di una
qualsiasi piccola iniziativa infantile. Bastava essere felici per una cosa
qualunque, esserne presi, tornare a casa, raccontarla, e la risposta era un
sospiro ironico, un crollare la testa, un tambureggiare con le dita sul
tavolo: «Ho visto di meglio», oppure «Se i tuoi pensieri sono tutti qui»,
oppure «Ho ben altro per la testa, io», a anche «E che te ne fai?», o infine
«Senti un po' che avvenimento!». Naturalmente nessuno pretendeva che ti
entusiasmassi per ogni sciocchezza infantile quando avevi le tue
preoccupazioni. Non si tratta di questo. Si trattava della delusione che tu
infliggevi al bambino sempre e per principio, spinto dal tuo carattere
contraddittorio, e inoltre questo spirito di contraddizione si rafforzava
incessantemente con l'accumularsi dei motivi che lo provocavano, cosicchè
alla fine si imponeva come qualcosa di abituale, anche quando, per una volta,
eri della mia stessa idea; inoltre le delusioni patite dal bambino non erano
delusioni qualsiasi, ma colpivano in profondità giacché provenivano da te,
l'autorità suprema. Il coraggio, la decisione, la fiducia, la gioia per
questo o per quello non resistevano fino in fondo se tu eri contrario o
anche solo se la tua contrarietà era prevedibile; e del resto era
prevedibile per la quasi totalità delle mie azioni. […]
L'impossibilità di avere con te un dialogo pacato portò ad un'altra
conseguenza, molto ovvia: disimparai a parlare. E’ probabile che non sarei
mai diventato un grande oratore, ma di una discorsività normalmente e
mediamente fluida avrei potuto impadronirmi. Tu però hai cominciato molto
presto a troncarmi la parola in bocca, la tua minaccia: «Non ammetto
obiezioni!» e quella mano alzata mi accompagnano da allora. In tua presenza
- e quando si tratta di questioni che ti riguardano diventi un eccellente
conversatore - mi accadeva di esprimermi incespicando e balbettando, la cosa
ti dava estremamente fastidio, e allora finivo per starmene zitto,
all’inizio forse per ripicca, poi perché davanti a te non ero in grado né di
parlare né di pensare. E poiché tu fosti il mio unico educatore, le
conseguenze si sono riflesse su tutti gli aspetti della mia vita. […]
Più giustificata fu la tua avversione per le cose che
scrivevo e per quanto, a tua insaputa, ad esse si collegava. Qui ero
riuscito realmente a ritagliarmi uno spazio indipendente da te, anche se
ricordavo un po' il verme che, schiacciato da un piede nella parte
posteriore, riesce a liberare la parte anteriore e striscia via di lato. Mi
sentivo in qualche modo al sicuro, riuscivo a riprendere fiato; l'avversione
che naturalmente nutrivi anche per quanto scrivevo era, per una volta, la
benvenuta. La mia vanità, il mio orgoglio soffrivano, certo, per il modo
ormai proverbíale con cui tu accoglievi i miei libri: «Mettilo sul comodino!»
(di solito stavi giocando a carte quando artivava un libro), ma in fondo mi
andava bene così, non solo per la cattiveria che mi montava dentro, non solo
per la soddisfazione di vedere nuovamente confermate le mie idee sul nostro
rapporto, ma soprattutto perché quella frrase risuonava in me come un «Adesso
sei libero!». Naturalmente mi sbagliavo, non ero affatto libero o, nel
migliore dei casi, non lo ero ancora. Nei miei scritti parlavo di te, vi
esprimevo quanto non riuscivo a sfogare sul tuo cuore, era un congedo da te
volutamente dilazionato, un congedo che avevi messo in moto tu, ma che si
dipanava lungo un percorso stabilito da me. Eppure, a quanto poco serviva
tutto questo! […]
Franz Kafka, Lettera la padre, scritta nel novembre
del 1919, -non venne mai consegnata al destinatario. L’originale è battuto a
macchina con correzioni a mano, tranne le ultime due pagine che sono scritte
completamente a mano- trad. it. Claudio Groff, Milano, Feltrinelli, 1994
[1]
l’ultima istanza: la persona più potente, colei che ha il comando supremo.
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