Questa lettera (nota con il titolo “Istruzione sessuale dei bambini”) di
Freud al dott. M. Furst è del 1907
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ISTRUZIONE SESSUALE DEI BAMBINI.
[Lettera al dottor M. Furst, 1907].
di Sigmund Freud *
Illustre collega
Suppongo che chiedendomi uno scritto sulla ‘istruzione sessuale
dei bambini’, Lei non si attenda da me una trattazione sistematica, con
riferimento alla intera letteratura sviluppatasi fuor di misura, ma che Lei
desideri udire il giudizio indipendente di un singolo medico che dall’attività
professionale è stato condotto a occuparsi intensamente dei problemi sessuali.
So che Lei ha seguito con interesse le mie fatiche scientifiche e che non mi
respinge a priori, come molti altri colleghi, solo perchè vedo nella
costituzione psico-sessuale e in pratiche nocive della vita sessuale le
principali cause delle tanto frequenti malattie nervose; anche i miei Tre saggi sulla teoria sessuale
(1905), in cui descrivo il processo dell’organizzazione sessuale e i disturbi
che possono insorgere nel trasformarsi di tale istinto in funzione sessuale,
hanno trovato recentemente nella sua rivista una cordiale menzione.
Debbo dunque rispondere circa questi quesiti: se in genere si
debbano dare ai bambini spiegazioni sui fatti della vita del sesso, in quale età
ciò debba essere fatto, e in quale forma. Voglio confessarle subito che, mentre
trovo del tutto comprensibile una discussione sul secondo e sul terzo punto, è secondo me assolutamente inconcepibile che il primo di questi quesiti possa dar
luogo a una disparità di opinioni. Che cosa ci si può proporre di ottenere
rifiutando ai bambini - o diciamo ai giovani - tali spiegazioni sulla vita
sessuale dell’uomo? Si teme forse di risvegliare precocemente il loro interesse
per queste cose, prima che si ecciti da solo? O si spera occultando le cose di
poter trattenere l’istinto sessuale fino a che possa imboccare le sole strade
che sono aperte all’ordinamento borghese della società? Si pensa che i bambini
non manifesterebbero alcun interesse o alcuna comprensione dei fatti sessuali,
se la loro attenzione non vi fosse richiamata da un intervento altrui? Si
ritiene possibile che quelle cognizioni che si rifiutano loro, non vengano
fornite per altre vie? O si ha davvero seriamente il proposito di ottenere che
essi più tardi considerino basso ed esecrabile tutto ciò che ha a che fare con
quella sessualità da cui genitori ed educatori li hanno voluti tener lontani il
più a lungo possibile?
Veramente non so a quale di queste due intenzioni si debba
attribuire il comportamento effettivamente seguito nell’occultare ai bambini la
sessualità; so soltanto che esse sono tutte assurde, e che mi riesce difficile
confutarle una ad una. Mi sovviene tuttavia di aver trovato nelle lettere
familiari di un grande pensatore e filantropo, Multatuli, alcune righe le quali
possono ben bastare come risposta:
“In genere, a mio modo di vedere, si circondano
troppo le cose di mistero. E' giusto mantenere pura la fantasia del bambino, ma
questa purezza non si conserva con l’ignoranza. Credo piuttosto che nascondendo
i fatti si fa maggiormente sospettare la verità al ragazzo e alla ragazza. La
curiosità ci pone sulla traccia di cose che se ci fossero comunicate
schiettamente susciterebbero poco o punto il nostro interesse. Capirei almeno
questa ignoranza potesse essere garantita, ma ciò è impossibile: il bambino
viene a contatto con altri bambini, e ha occasione di avere fra le mani libri
che lo portano a meditare. Proprio il fare misterioso con cui i genitori
trattano argomenti che ciò nonostante vengono in qualche misura compresi,
acuisce il desiderio di sapere di più. Questo desiderio, appagato solo in parte
e di nascosto, eccita i sentimenti e corrompe la fantasia; il bambino è già in
peccato e i genitori credono ancora che egli non sappia che cosa sia peccato”.
Non so come si potrebbe dire meglio; ma qualche cosa si può
forse aggiungere. Certo sono l’ormai abituale pruderie e la propria cattiva
coscienza nelle cose della sessualità a determinare negli adulti il loro fare
‘misterioso’ di fronte ai bambini; ma agisce forse anche un po’ di ignoranza
teorica e questa può essere ridotta con una istruzione degli adulti. Si pensa
infatti che ai bambini manchi l’istinto sessuale, e che questo si instauri in
essi soltanto durante la pubertà con lo sviluppo degli organi sessuali. Si
tratta però di un grossolano errore, gravido di conseguenze sia teoriche sia
pratiche; è tanto facile correggerlo mediante l’osservazione, che è veramente
straordinario come possa persistere. In realtà il neonato reca la sessualità con
sè venendo al mondo; determinate sensazioni sessuali lo accompagnano durante
l’epoca dell’allattamento e le varie fasi dell’infanzia, e solo una piccolissima
minoranza di bambini si sottrae prima della pubertà ad attività e a impressioni
sessuali.
Chi vuole vedere un’esposizione completa di queste affermazioni
può trovarla nei miei citati Tre saggi sulla teoria sessuale. Apprenderà là che
gli organi veri e propri della riproduzione non sono le uniche parti del corpo
che forniscono sensazioni di piacere sessuale, e che la natura ha organizzato le
cose in modo che sono inevitabili durante l’infanzia anche stimolazioni dei
genitali. Questo periodo della vita - in cui l’eccitamento di diverse parti
della superficie corporea (zone erogene), per l’azione di certi istinti
biologici e come eccitamento che accompagna molti stati affettivi si produce un
certo importo di piacere sicuramente sessuale - viene indicato, con una
espressione introdotta da Havelock Ellis, come periodo dell’autoerotismo. La
pubertà non fa altro che conferire un primato, fra tutte le zone e fonti
producenti piacere ai genitali, costringendo così l’erotismo a porsi al servizio
della funzione riproduttiva: processo questo che può naturalmente soggiacere a
determinate inibizioni e che in molti individui, i futuri perversi e nevrotici,
si compie soltanto in forma incompleta. D’altra parte il bambino è in possesso,
ben prima di raggiungere la pubertà, di molti atteggiamenti psichici che
appartengono alla vita amorosa (tenerezza, dedizione, gelosia), e abbastanza
spesso in lui questi stati emotivi si aprono il passaggio verso le sensazioni
corporee dell’eccitamento sessuale, cosicchè il bambino non può aver dubbi circa
la connessione dei due ordini di fatti.
In breve il bambino è, ben prima della pubertà, un essere
amoroso completo fatta eccezione per la capacità riproduttiva, e si deve
ammettere che con quel ‘fare misterioso’ gli si impedisce soltanto di dominare
intellettualmente attività per le quali è psichicamente preparato e nelle quali
è somaticamente impegnato.
L’interesse intellettuale del bambino per gli enigmi della vita
sessuale, la sua curiosità sessuale, si esprime del resto anche in un’età
inopinatamente precoce. Dobbiamo dire che i genitori sono come colpiti da cecità
per questo interesse del bimbo, o che essi, quando non possono fare a meno di
constatarlo, si sforzano subito soltanto di soffocarlo: solamente così possiamo
comprendere perchè osservazioni come quelle che ora comunicheremo non vengano
fatte più spesso. Conosco un simpatico bambinetto, che ora ha quattro anni, i
cui intelligenti genitori hanno rinunciato a reprimere con la forza una parte
dello sviluppo del bambino. Il piccolo Hans, che certamente non ha subito alcuna
influenza corruttrice da parte delle persone che si occupano di lui, dimostra
già da qualche tempo un vivissimo interesse per quella parte del suo corpo che è solito chiamare ‘fapipì’.
Già a tre anni ha chiesto alla madre: ‘Mamma, hai
anche tu un fapipì?’. A cui la madre ha risposto: ‘Certo, che cosa credevi?’. La
stessa domanda egli l’ha rivolta ripetutamente anche al padre. Alla stessa età,
condotto per la prima volta in una stalla, ha osservato una mucca durante la
mungitura e ha esclamato con meraviglia: ‘Guarda, dal fapipì esce latte!’. A tre
anni e tre quarti è in grado di scoprire da solo con le sue osservazioni
categorie esatte. Vede che da una locomotiva viene fuori dell’acqua e dice:
‘Guarda, la locomotiva fa pipì; e allora dove ha il suo fapipì?’. Più tardi
aggiunse pensieroso: ‘Un cane e un cavallo hanno il fapipì; un tavolo e una
seggiola no’. Da poco ha osservato la sorellina, nata da una settimana, mentre
le si fa il bagno, e commenta: ‘Ma il suo fapipì è ancora piccolo. Quando lei
crescerà, esso diventerà più grande’. (La stessa posizione rispetto al problema
della differenza dei sessi mi è stata riferita a proposito di altri ragazzi
della stessa età). Posso escludere nel modo più assoluto che il piccolo Hans sia
un bambino sessuale o che abbia addirittura una costituzione patologica; penso
semplicemente che non sia stato intimidito, che non sia tormentato dal senso di
colpa ed esprima perciò senza malizia quanto gli vien fatto di pensare.
Il secondo grande problema che impegna il pensiero infantile -
anche se qualche anno più tardi - è quello della provenienza dei bambini: esso
si collega per lo più alla indesiderata comparsa di un nuovo fratellino o
sorellina. Si tratta del più antico e più scottante problema della giovane
umanità. Chi sa interpretare i miti e le tradizioni può rintracciarlo anche
nell’enigma proposto dalla sfinge tebana a Edipo. Le risposte che vengono date
di solito nella stanza dei bambini feriscono l’onesto spirito di ricerca del
bambino e scuotono in genere per la prima volta la fiducia da lui riposta nei
suoi genitori: da questo momento in poi egli comincia per lo più a diffidare
degli adulti e a mantener segreti di fronte a loro i suoi interessi più intimi.
Il breve documento che segue mostra il carattere tormentoso che può spesso
assumere proprio questa curiosità per bambini più grandicelli; si tratta della
lettera di una ragazzina di undici anni e mezzo, orfana di madre, che ha
riflettuto sul problema insieme con la sorellina minore:
Cara zia Mali,
ti prego, sii tanto buona e scrivimi come hai avuto Cristiano e Paolo. Tu lo devi sapere
perchè sei sposata. Noi abbiamo discusso proprio ieri sera di ciò e vorremmo sapere la
verità. Quando venite a Salisburgo? Sai, cara zia Mali, noi non possiamo proprio capire come la cicogna porti i bambini. Gertrude credeva che la cicogna li portasse con la camicia. Vorremmo anche sapere se essa li prende nello stagno, e
perchè non si vedano bambini nello stagno. Ti prego, dimmi anche come si fa a sapere prima quando si ricevono. Rispondimi per esteso.
Con mille saluti e baci da noi tutti
la tua curiosa Lilli.
Non credo che questa lettera commovente abbia recato alle due
sorelle la spiegazione richiesta. L’autrice di questa lettera si è più tardi
ammalata di una nevrosi, e cioè di una mania ossessiva di rimuginare, alla cui
base stanno domande inconsce rimaste senza risposta.
Io non credo che vi sia alcuna ragione per negare ai bambini
quella spiegazione che la loro curiosità esige. Certo, se l’intenzione
dell’educatore è quella di soffocare nel bambino, quanto più presto è possibile,
la capacità di un pensiero autonomo (perchè egli diventi quel ragazzo ‘per bene’
che tanto apprezziamo) non può esser meglio ottenuto che mediante l’inganno in
campo sessuale e l’intimidazione in quello religioso. Le nature più forti
tengono comunque testa a queste influenze, e diventano ribelli, prima contro
l’autorità dei genitori e più tardi contro ogni altra autorità. Quando i bambini
non ottengono quelle spiegazioni per le quali si sono rivolti ai più anziani,
continuano a tormentarsi in segreto sul problema e pervengono a tentativi di
soluzione, nei quali la verità sospettata si trova mescolata nelle forme più
strane con errori grotteschi, oppure si comunicano fra di loro in segreto
confidenze, nelle quali, a causa del senso di colpa del giovane ricercatore,
viene impresso alla vita sessuale il marchio dell’orribile e del ripugnante.
Queste teorie sessuali infantili meriterebbero di venire raccolte e pubblicate.
Per lo più i bambini da questo momento in poi hanno perduto l’unica posizione
esatta rispetto ai problemi del sesso, e molti di loro non la troveranno più.
La stragrande maggioranza degli autori, maschi e femmine, che
hanno scritto intorno al problema della istruzione sessuale della gioventù,
appare decisa in senso affermativo. Ma la goffaggine della maggior parte delle
loro proposte, relativamente a quando e a come ciò si debba fare, induce a
concludere che questi stessi interessati abbiano stentato ad ammetterlo. Fa
eccezione, per quel che mi è noto della letteratura in proposito, la bella
lettera di spiegazione di una donna, Emma Eckstein, immagina di scrivere al
figlio decenne. Il modo che viene altrimenti seguito, per cui ci si rifiuta per
la maggior parte del tempo di dare ogni cognizione sessuale ai bambini, per
regalare poi loro un bel giorno, con parole pompose e solenni, una spiegazione
che per di più è solo per metà sincera e che inoltre arriva in genere troppo
tardi, non può essere evidentemente essere il modo giusto. La maggior parte
delle risposte alla domanda ‘ma come faccio a dir questo al mio bambino?’ fanno,
per lo meno a me, un’impressione così penosa che quasi preferirei che i genitori
non si occupassero per nulla di questa spiegazione. Quello che piuttosto importa,
è che i bambini non si formino mai un’idea che si vogliono mantener loro segrete
le cose della vita sessuale, più che non altre cose che non sono ancora
accessibili alla loro comprensione. E per ottenere ciò è necessario che fin da
principio gli argomenti sessuali siano trattati allo stesso modo di ogni altra
cosa che meriti di venir conosciuta.
E' compito soprattutto della scuola di non eludere il riferimento
alla sessualità, di inquadrare nel loro significato i fatti principali della
generazione nelle lezioni dedicate al mondo animale, e di mettere
contemporaneamente in rilievo che l’uomo ha in comune con gli animali superiori
tutto ciò che è essenziale nella sua organizzazione.
Se quindi l’ambiente familiare non agisce in modo intimidatorio
sull’attività di pensiero del bambino, si udranno più discorsi come quello che
ho una volta sorpreso in una stanza di bambini, e in cui un ragazzetto obiettava
alla sorellina minore: ‘Ma come puoi pensar che la cicogna porti i bambini
piccoli. Sai bene che l’uomo è un mammifero; credi dunque che la cicogna porti i
piccoli anche agli altri mammiferi?’. La curiosità del bambino non raggiungerà
mai un alto livello, se in ogni fase dell’apprendere non troverà l’appagamento
corrispondente. La spiegazione delle condizioni specificamente umane della vita
sessuale e il riferimento al valore sociale di questa dovrebbero pertanto
concludersi con la fine della scuola elementare (prima dunque della scuola
media), non quindi dopo i dieci anni. E finalmente l’epoca della confermazione
dovrebbe essere il momento più adatto per presentare al bambino, già illuminato
su tutto ciò che riguarda l’aspetto fisico, i doveri morali che si collegano
all’esercizio dell’istinto. Una tale istruzione sulla vita sessuale, graduale,
progressiva, davvero mai interrotta, e di cui la scuola prenda l’iniziativa, mi
sembra l’unica che tenga conto dello sviluppo del bambino e che possa quindi
felicemente evitare ogni pericolo.
Considero come il più significativo progresso nell’educazione
dell’infanzia il fatto che lo stato francese abbia adottato, in luogo del
catechismo, un libro elementare che fornisce al bambino le prime cognizioni
sulla sua condizione di cittadino e sui suoi futuri doveri morali. Ma tale
istruzione elementare è incompleta se non comprende anche la sfera della vita
sessuale. Questa è la lacuna che educatori e riformatori dovrebbero proporsi di
colmare! Nei paesi che hanno lasciato l’educazione infantile tutta o in parte in
mano al clero, ciò non può in alcun modo venir richiesto. L’uomo di chiesa non
ammetterà mai l’eguaglianza di natura fra l’uomo e l’animale, perchè non può
rinunciare all’anima immortale, di cui ha bisogno per fondare il precetto
morale. Così ancora una volta rimane comprovato quanto sia assurdo applicare su
un abito logoro un’unica pezza di seta, come sia impossibile effettuare una
singola riforma senza modificare le basi del sistema!
* S. Freud, Istruzione sessuale dei bambini, in Psicoanalisi infantile, Torino, Boringhieri, 1968, pp.17-25 (oppure, in - Opere, vol. 5, Bollati Boringhieri, Torino).
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