Rimasta inedita fino al 1846 e pubblicata contro voglia dall'autore, la
lettera fu di nuovo corretta e ristampata nel 1870 con il titolo Sul
romanticismo. Sono importanti anzitutto gli argomenti della parte negativa (le
regole, la mitologia, l'imitazione dei classici), cioè della parte in cui si
rinnovano le critiche fondamentali al classicismo; poi vengono gli argomenti
della parte positiva, che costituiscono l'originalità del Manzoni. Diversi
sono i romanticismi delle varie nazioni, e anche in Italia le idee sono
alquanto confuse. Bisogna combattere soprattutto la mitologia considerata
cristianamente come un'idolatria morale; unanime poi è il concetto che la
poesia deve proporsi "l'utile per iscopo, il vero per soggetto, l'interessante
per mezzo" (questa formula fu tolta nella redazione del 1870); nel
romanticismo si intravede con piacere una "tendenza cristiana", che disobbliga
la "letteratura da una morale voluttuosa, superba, feroce" e si combatte
d'altra parte quel falso romanticismo fatto di streghe e di spettri, che è una
"abiura del senso comune". Anche i romantici debbono essere chiari; onde la
verità, che è propria dell'arte, è per la poesia diversa da quella che è per
la storia: "Non voglio dissimulare a Lei ... nè a me stesso ... quanto
indeterminato, incerto e vacillante nella applicazione sia il senso della
parola vero riguardo ai lavori d'immaginazione".
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SUL ROMANTICISMO
Lettera di Alessandro Manzoni (1785-1873), indirizzata al marchese
Cesare d'Azeglio, padre di Massimo, nel 1823
Pregiatissimo signore
Le debbo grazie singolari per l'onore ch'Ella mi ha fatto di
ripubblicare quel mio inno, per le copie che rne ne ha voluto
trasmettere, e singolarissime poi per la lettera con la quale si è
degnata accompagnarle. La lunghezza nella quale prevedo che
trascorrerà questa risposta, Le sarà una prova, forse troppo
convincente, del conto ch'io faccio e della lettera e della
occasione per essa offertami di trattenermi con Lei.
Il componimento che me l'ha procurata, non era da prima mia
intenzione di pubblicarlo, se non quando avessi potuto dargli
qualche altri compagni; per servire al desiderio di alcuni amici,
senza dar fuori al pubblico sì poca cosa, ne feci tirare un
picciolissimo numero di copie. Non ne avendo alcuna qui in villa, mi
do invece l'onore di trasmetterle quell'una che mi trovo avere di
due versioni latine che ne furon fatte; lodate entrambe dagli
intendenti per un diverso genere, di merito. Eccole tolto lo
scrupolo d'essere stato il primo a pubblicarlo: ma in verità se la
cosa fosse stata così, Ella non dovrebbe sentire altro scrupolo che
di aver troppo solleticato il mio amor proprio, col farsi editore
d'un mio componimento.
Le rendo pur grazie dell'avermi Ella creduto degno di sentire il
nobile ed affettuoso pensiero, col quale Ella ha cercato di
raddolcire l'afflizione del suo amico, che Dio ha visitato con
severa misericordia: e se mi verrà il caso, le protesto che mi varrò
di quel pensiero come di cosa mia, poichè Ella me ne ha così
gentilmente messo a parte.
E grazie pure (è forza ch'io ripeta questa espressione, poichè Ella
me ne moltiplica le occasioni), grazie pure le debbo ch'Ella m'abbia
avvertito dello svarione topografico incorso nel viaggio del Diacono
ravennate. Al leggere il luogo della sua pregiatissima che tocca
questo punto, io andava pensando come mai potessi esser caduto in
quell'equivoco, quando ho immaginate e cercate di descrivere le
posizioni quali Ella le indica, e quali sono in fatti. Mi sono poi
avveduto che l'equivoco in quelle parole: Alla destra piegai verso
aquilone: ed è nato dall'aver io, scrivendole, dimenticato affatto
che in quel momento io rappresentava il viaggiatore tornato indietro
dalle Chiuse verso l'Italia. Non badai a quella sua situazione
accidentale, e lo immaginai rivolto con la persona verso il campo di
Carlornagno, dove, per dir così, guardavano i suoi disegni. Se
Adelchi avrà vita per una seconda edizione, io approfitterò del
cortese suo avviso: così si fosse Ella compiaciuta di correggervi
errori di maggior momento.
Ma in quel troppo indulgente giudizio de' miei pochi e piccoli
lavori drammatici, Ella ha anche lasciato trasparire un'opinione
poco favorevole, o almeno un presagio di poca durata, al sistema di
poesia, secondo il quale quei lavori sono concepiti. Cos'ha mai
fatto? Con due righe di modesta dubitazione se n'è tirate addosso
Dio sa quante, Dio sa quante pagine, di cicalamento affermativo.
Nella sua gentilissima lettera Ella ha parlato d'una causa, per la
quale io tengo, d'una parte, che seguo; e questa parte è quel
sistema letterario, a cui fu dato il nome di romantico. Ma questa
parola è applicata a così vari sensi, ch'io provo un vero bisogno
d'esporle, o d'accennarle almeno quello ch'io c'intendo, perché
troppo m'importa il di Lei giudizio. Oltre la condizione comune a
tutti i vocaboli destinati a rappresentare un complesso d'idee e di
giudizi, quella, cioè, d'essere intesi più o meno diversamente dalle
diverse persone, questo povero romanticismo ha anche de' significati
espressamente distinti, in Francia, in Germania, in Inghilterra. Una
simile diversità, o una maggior confusione, regna, se non m'inganno,
in quelle parti d'Italia dove se n'è parlato, giacché credo che, in
alcune, il nome stesso non sia stato proferito, se non qualche volta
per caso, come un termine di magia. In Milano, dove se n'è parlato
più e più a lungo che altrove, la parola romanticismo, è stata, se
anche qui non m'inganno, adoprata a rappresentare un complesso
d'idee più ragionevole, più ordinato, più generale, che in nessun
altro luogo. Potrei rimettermi a qualche scritto, dove quelle idee
sono esposte e difese molto meglio di quello ch'io sappia fare; ma,
oltre lo scopo di rappresentarne un concetto complessivo, Le
confesso che l'onore ch'Ella m'ha fatto di toccarmi questo tasto,
m'ha data la tentazione di sottoporle un qualche mio modo
particolare di considerar la questione. M'ingegnerò di ridurre e una
cosa e l'altra nei termini più ristretti che mi sarà possibile, e di
fare almeno un abuso moderato della sua pazienza.
Ciò che si presenta alla prima a chi si proponga di formarsi il
concetto, che ho accennato di quel sistema, è la necessità di
distinguere in esso due parti principali: la negativa e la positiva.
La prima tende principalmente a escludere - l'uso della mitologia -
l'imitazione servile dei classici - le regole fondate su fatti
speciali, e non su princìpi generali, sull'autorità de' retori, e
non sul ragionamento, e specialmente quella delle così dette unità
drammatiche, di tempo e di luogo apposte ad Aristotele.
Quanto alla mitologia, i Romantici hanno detto, che era cosa assurda
parlare del falso riconosciuto, come si parla dei vero, per la sola
ragione, che altri, altre volte, l'hanno tenuto per vero; cosa
fredda l'introdurre nella poesia ciò che non richiama alcuna memoria,
alcun sentimento della vita reale; cosa noiosa il ricantare sempre
questo freddo e questo falso; cosa ridicola ricantarli con serietà,
con un'aria reverenziale, con delle invocazioni, si direbbe quasi
ascetiche.
I Classicisti hanno opposto che, levando la mitologia, si spogliava
la poesia d'immagini, le si levava la vita. I Romantici risposero
che le invenzioni mitologiche traevano, al loro tempo, dalla
conformità con una credenza comune, una spontaneità, una naturalezza,
che non può rivivere nelle composizioni moderne, dove stanno a
pigione. E per provare che queste possono vivere (e di che vita!)
senza quel mezzo, ne citavano le più lodate, nelle quali, la
mitologia fa bensì capolino, ora qua, ora là, ma come di
contrabbando e di fuga, e ne potrebbe esser levata, senza che ne
fosse, né sconnessa la compagine, né scemata la bellezza del lavoro.
Citavano, dico, specialmente la Divina Commedia e la Gerusalemme,
nelle quali tiene una parte importante, anzi fondamentale, un
maraviglioso soprannaturale, tutt'altro che il pagano; e le rime
spirituali del Petrarca, e le politiche, e le rime stesse d'amore; e
l'Orlando dell'Ariosto, dove invece di dei e di dee, vengono in
scena maghi e fate, per non parlar d'altro. E citavano insieme varie
opere straniere, che godono un'alta fama, non solo ne' paesi dove
nacquero, ma presso le persone colte di tutta l'Europa.
Un altro argomento de' Classicisti era, che nella mitologia si trova
involto un complesso di sapientissime allegorie. I Romantici
rispondevano che, se, sotto quelle fandonie, c'era realmente un
senso importante e ragionevole, bisognava esprimer questo
immediatamente; che, se altri, in tempi lontani, avevano creduto
bene di dire una cosa per farne intendere un'altra, avranno forse
avute delle ragioni che non si vedono nel caso nostro, come non si
vede perché questo scambio d'idee immaginato una volta deva divenire
e rimanere una dottrina, una convenzione perpetua.
Per provar poi, con de' fatti anche loro, che la mitologia poteva
benissimo piacere, anche nella poesia moderna, i Classicisti
adducevano che l'uso non se n'era mai smesso fino allora. A questo i
Romantici rispondevano che la mitologia, diffusa perpetuamente nelle
opere degli scrittori greci e latini, compenetrata con esse, veniva
naturalmente a partecipare della bellezza, della coltura, e della
novità di quelle per gl'ingegni che, al risorgimento delle lettere,
cercavano quelle opere con curiosità, con entusiasmo, e anche con
una riverenza superstiziosa, come era troppo naturale; e che, come
non era punto strano che tali attrattive avessero invogliati, fino
dal principio, i poeti moderni a dare alle invenzioni mitologiche
quel po' di posto; così era non meno facile a intendersi che quella
pratica, trasmessa di generazione in generazione coi primi studi, e
trasformata in dottrina, non solo si sia potuta mantenere, ma, come
accade delle pratiche abusive, sia andata crescendo, fino a invadere
quasi tutta la poesia, e diventarne il fondamento e l'anima
apparente. Ma, concludevano, certe assurdità possono bensì tirare
avanti, per più o meno tempo, ma farsi eterne non mai: il momento
della caduta viene una volta; e per la mitologia è venuto.
Infatti, quello stesso vigore straordinario e apparente, che aveva
acquistato presso di noi, ne poteva esser riguardato come un indizio,
giacché non era l'espansione d'una forza innata della poesia,
l'esercizio più vasto e più potente d'un suo mezzo naturale, ma
l'applicazione sempre più esagerata d'un'aggiunta estrinseca e
accidentale. E a chi volesse riflettere, doveva parere ugualmente
difficile, e il supporre che quell'uso delle invenzioni mitologiche,
sia prese per soggetto di componimenti poetici, sia, e molto più
spesso, anzi a sazietà, introdotte in quelli, come agenti, come
cause di avvenimenti, e pubblici e privati, potesse diventare una
forma permanente della poesia; e l'immaginarsi quale parte più
ristretta gliene potesse rimanere; in quale misura, con quale
distinzione, un tale uso potesse venir mantenuto; dove si potesse
trovare una ragione speciale, per la parte d'un tutto riconosciuto
come irragionevole.
Tali, se mal non mi ricordo, giacché scrivo di memoria, e senza aver
sott'occhio alcun documento della discussione, erano le principali
ragioni allegate pro e contro la mitologia.
Le confesso che quelle dei Romantici mi parevano allora, e mi paiono
più che mai concludentissime. La mitologia non è morta certamente,
ma la credo ferita mortalmente; tengo per fermo che Giove, Marte e
Venere faranno la fine, che hanno fatta Arlecchino, Brighella e
Pantalone, che pure avevano molti e feroci, e taluni ingegnosi
sostenitori: anche allora si disse, che con l'escludere quei
rispettabili personaggi si toglieva la vita alla commedia: che si
perdeva una gloria particolare all'Italia (dove va qualche volta a
ficcarsi la gloria!); anche allora si sentirono lamentazioni
patetiche, che ora ci fanno maravigliare, non senza un po' di riso,
quando le troviamo negli scritti di quel tempo. Allo stesso modo, io
tengo per fermo, che si parlerà generalmente tra non molto della
mitologia, e della sua fine.
Intendo per fine, come l'intendevano i Romantici, e appariva da
tutte le loro parole, il cessar d'essere una parte attiva della
poesia; e questo mi fa venire in mente un'altra difficoltà che si
opponeva loro, e che è un esempio curioso del vezzo tanto comune,
d'allargare, cioè di trasformare delle opinioni, per combatterle più
comodamente. - Stando alle vostre proposte, si diceva loro da alcuni,
s'avrà a mutare una parte, non solo della poesia, ma del linguaggio
comune. Non si potrà più dire: una forza erculea, un aspetto
marziale, degli augùri sinceri, e una bella quantità d'altre
locuzioni prettamente mitologiche. - A questo era facile il
rispondere che l'istituzioni, l'usanze, l'opinioni che hanno regnato
lungo tempo in una o più società, lasciano ordinariamente nelle
lingue, delle tracce della loro esistenza passata, e ci sopravvivono
con un senso acquistato per mezzo dell'uso, e reso indipendente
dalla loro origine: la stessa risposta che si darebbe a chi venisse
a dire: o rimettete in onore l'astrologia, o bandite dal linguaggio
i vocaboli: influsso, ascendente, disastro, e altri derivati dalla
stessa fonte.
Ma la ragione, per la quale io ritengo detestabile l'uso della
mitologia, e utile quel sistema che tende ad escluderla, non la
direi certamente a chiunque, per non provocare delle risa, che
precederebbero, e impedirebbero ogni spiegazione; ma non lascerò di
sottoporla a Lei, che, se la trovasse insussistente, saprebbe
addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me è, che l'uso della
favola è idolatria. Ella sa molto meglio di me, che questa non
consisteva soltanto nella credenza di alcuni fatti naturali e
soprannaturali: questi non erano che la parte storica; ma la parte
morale era fondata nell'amore, nel rispetto, nel desiderio delle
cose terrene, delle passioni, de' piaceri portato fino
all'adorazione, nella fede in quelle cose come se fossero il fine,
come se potessero dare la felicità, salvare. L'idolatria in questo
senso può sussistere anche senza la credenza alla parte storica,
senza il culto; può sussistere purtroppo anche negli intelletti
persuasi della vera Fede: dico l'idolatria, e non temo di abusare
del vocabolo, quando San Paolo l'ha applicato espressamente
all'avarizia, come ha anche chiamato Dio de' golosi il ventre.
Ora cos'è la mitologia conservata nella poesia, se non questa
idolatria? E qual prova più espressa se ne potrebbe desiderare, di
quella che ne danno gli argomenti sempre adoprati a raccomandarla?
La mitologia, si è sempre detto, serve a rappresentare al vivo, e
rendere interessanti le passioni, le qualità morali, anzi le virtù.
E come fa questo la mitologia? Entrando, per quanto è possibile,
nelle idee degli uomini, che vedevano un dio in ognuna di quelle
cose; usando del loro linguaggio, tentando di fingere una credenza a
ciò, che quelli credevano; ritenendo in somma dell'idolatria tutto
ciò che è compatibile con la falsità riconosciuta di essa. Così
l'effetto generale della mitologia non può essere, che di
trasportarci alle idee di que' tempi in cui il Maestro (Cristo, ndr)
non era venuto, di quegli uomini che non ne avevano né la previsione,
né il desiderio; di farci parlare anche oggi, come se Egli non
avesse insegnato, di mantenere i simboli, l'espressioni. le formule
dei sentimenti chEgli ha inteso distruggere; di farci lasciar da una
parte i giudizi ch'Egli ci ha dati delle cose, il linguaggio che è
la vera espressione di quei giudizi, per ritenere le idee e i
giudizi del mondo pagano. E non si può dire che il linguaggio
mitologico, adoperato com'è nella poesia, sia indifferente alle idee,
e non si trasfonda in quelle che l'intelletto tiene risolutamente e
avvertitamente. E perché dunque si farebbe uso di quel linguaggio,
se non fosse per affezione a ciò che esprime? se non fosse per
produrre un assentimento, una simpatia? A che altro fine si scrive e
si parla? Sia dunque benedetta la guerra che gli si è fatta, e che
gli si fa; e possa diventare testo di prescrizione generale quel
verso:
Vate, scorda gli Achei, scorda le fole
dettato in una particolare occasione da una illustre di Lei amica (Marchesa
Diodata Saluzzo di Roero, ndr), la quale fu de' pochissimi, che col
fatto antivennero le teorie, cercando e trovando spesso così
splendidamente il bello poetico, non in quelle triste apparenze, né
in quelle formole convenute, che la ragione non intende o smentisce,
e delle quali la prosa si vergognerebbe; ma nell'ultimo vero Dio,
ndr), in cui l'intelletto riposa.
Insieme con la mitologia vollero i Romantici escludere l'imitazione
dei classici; non già lo studio, come volle intendere la parte
avversaria. Se ho bene intesi gli scritti, e i discorsi di alcuni di
loro, nessuno di essi non sognò mai una cosa simile. Sapevano troppo
bene (e chi l'ignora?), che l'osservare in noi l'impressione
prodotta dalla parola altrui c'insegna, o per dir meglio, ci rende
più abili a produrre negli altri delle impressioni consimili; che
l'osservare l'andamento, i trovati, gli svolgimenti dell'ingegno
altrui è un lume al nostro; che questo, ancor quando non metta
direttamente un tale studio nella lettura, ne resta, senza
avvedersene, nutrito e raffinato; che molte idee, molte immagini,
che approva e gusta, gli sono scala per arrivare ad altre talvolta
lontanissime in apparenza; che insomma per imparare a scrivere giova
il leggere, e che questa scola è allora più utile, quando si fa
sugli scritti d'uomini di molto ingegno e di molto studio, quali
appunto erano, tra gli, scrittori che ci rimangono dell'antichità,
quelli che specialmente sono denominati classici.
Non cessarono quindi di protestare contro il carico che si dava loro,
con quella falsissima interpretazione, di vilipendere i classici, e
di riguardare gli scritti che ce ne rimangono, come anticaglie da
mettersi da parte. Anzi non trascurarono l'occasioni, non solo di
lodarli in genere, ma di notare in essi dei pregi, che non erano
stati indicati dai loro più fervidi ammiratori. Taluno perfino lodò
quelle bellezze in molto bei versi; ne riprodusse alcune
traducendole, e con una tale riuscita, che, chi pretendesse d'avere
pei classici un'ammirazione più sentita della sua, mostrerebbe una
grande stima non solo di questi, ma di sé medesimo.
Quello che i Romantici combattevano, è il sistema d'imitazione, che
consiste nell'adottare e nel tentare di riprodurre il concetto
generale, il punto di vista dei classici, il sistema, che consiste
nel ritenere in ciascun genere d'invenzione il modulo, ch'essi hanno
adoprato, i caratteri che ci hanno impressi, la disposizione, e la
relazione delle diverse parti; l'ordine e il progresso de' fatti,
ecc. Questo sistema d'imitazione, dei quale ho appena toccati alcuni
punti; questo sistema fondato sulla supposizione a priori, che i
classici abbiano trovati tutti i generi d'invenzione, e il tipo di
ciascheduno, esiste dal risorgimento delle lettere; forse non è
stato mai ridotto in teoria perfetta, ma è stato ed è tuttavia
applicato in mille casi, sottinteso in mille decisioni, e diffuso in
tutta la letteratura. Basta osservare un solo genere di scritti, le
apologie letterarie: quasi tutti coloro, che hanno perduto il tempo
a difendere i loro componimenti contro coloro, che avevano perduto
il tempo a censurarli, hanno allegati gli esempi e l'autorità dei
classici, come la giustificazione più evidente, e più definitiva.
Non è stato ridotto in teoria; e questa appunto è forse la fatica
più gravosa e la meno osservata di quelli, che vogliono combattere
idee false comunemente ricevute, il dover pigliarle qua e là,
comporle, ridurle come in un corpo, metterci l'ordine, di cui hanno
bisogno per combatterle ordinatamente. Non è stato questo sistema né
ragionato, né provato, né discusso seriamente; anzi, a dir vero, si
sono sempre messe in campo e ripetute proposizioni, che gli sono
opposte; sempre si è gettata qualche parola di disprezzo contro
l'imitazione servile, sempre si è lodata e raccomandata
l'originalità; ma insieme si è sempre proposta l'imitazione. Si è
insomma sempre predicato il pro e il contro, come meglio tornava al
momento, senza raffrontarli mai, né stabilire un principio generale.
Questo volevano i Romantici che si facesse una volta; volevano che,
da litiganti di buona fede, si definisse una volta il punto della
questione, e si cercasse un principio ragionevole in quella materia;
chiedevano, che si riconoscesse espressamente, che, quantunque i
classici abbiano scritte cose bellissime, pure né essi né verun
altro non ha dato, né darà mai un tipo universale, immutabile,
esclusivo di perfezione poetica. E non solo mostrarono in astratto
l'arbitrario e l'assurdo di quel sistema d'imitazione, ma
cominciarono anche a indicare in concreto molte cose evidentemente
irragionevoli introdotte nella letteratura moderna per mezzo
dell'imitazione de' classici. E per esempio, sarebbe egli mai, senza
un tal mezzo, venuto in mente a de' poeti moderni di rappresentar
de' pastori, in quelle condizioni e con que' costumi che si trovano
nelle egloghe, o nei componimenti di simil genere, dal Sannazaro al
Manara, se, prima di quello, o dopo questo, non ci furono altri
poeti bucolici, o ignorati o dimenticati da me? E perché
dall'imitazione cieca e, per dir così materiale, si sdrucciola
facilmente nella caricatura, avvenne, una mattina, che tutti i poeti
italiani, voglio dire quelli che avevano composti, o molti, o pochi
versi italiani, si trasformarono, loro medesimi (idealmente
s'intende) in tanti pastori, abitanti in una regione del Peloponneso,
con de' nomi, né antichi, né moderni, né pastorali, né altro; e in
quasi tutti i loro componimenti, di qualunque genere, e su qualunque
soggetto, parlavano, o ficcavano qualche cenno delle loro gregge e
delle loro zampogne, de' loro pascoli e delle loro capanne. E una
tale usanza poté, non solo vivere tranquillamente per una
generazione, ma tener duro contro le così frizzanti e così sensate
canzonature del Baretti, e sopravvivere anche a lui.
Profittando poi, com'era facile in ogni cosa, delle contradizioni
de' loro avversari, dicevano i Romantici: Non siete voi quelli che,
ne' classici, lodate tanto l'originalità, quell'avere ognuno di loro,
un carattere proprio, spiccato e, per dir così, personale? E non è
dunque in questo, cioè nel non essere imitatori, che, anche secondo
voi altri, è ragionevole l'imitarli?
Le ragioni del sistema romantico, per escludere la mitologia e
l'imitazione, sono, com'Ella ha certamente veduto, molto consentanee
tra di loro. E consentanee ugualmente all'une, e all'altre sono le
ragioni per sbandire le regole arbitrarie, e specialmente quella
delle due unità drammatiche. Di queste non Le parlerò: forse ne ho
anche troppo ciarlato in stampa; e non so s'io deva o dolermi o
rallegrarmi di non avere una copia da offrirle d'una mia lettera (a
Chauvet, ndr) pubblicata in Parigi su questo argomento; lettera,
alla lunghezza della quale spero che non arriverà questa, della
quale, per dir la verità, principio a vergognarmi. Ma la bontà
ch'Ella m'ha dimostrata, mi fa animo, e tiro avanti.
Intorno alle regole generali, ecco quali furono, se la memoria non
m'inganna, le principali proposizioni romantiche. Ogni regola, per
esser ricevuta da uomini, debbe avere la sua ragione nella natura
della mente umana. Dal fatto speciale, che un tale scrittor classico,
in un tal genere, abbia ottenuto l'intento, toccata la perfezione,
se si vuole, con tali mezzi, non se ne può dedurre, che quei mezzi
devano pigliarsi per norma universale, se non quando si dimostri,
che siano applicabili, anzi necessari in tutti i casi d'ugual genere;
e ciò per legge dell'intelletto umano. Ora, molti di quei mezzi, di
quei ritrovati messi in opera dai classici, furono suggeriti ad essi
dalla natura particolare del loro soggetto, erano appropriati a
quello, individuali per così dire; e l'averli trovati in quella
occorrenza, è un merito dello scrittore, ma non una ragione per
farne una legge; anzi è una ragione per non farnela. Di più, anche
nella scelta dei mezzi, i classici possono avere errato; perché no?
e in questi casi, invece di cercare nel fatto loro una regola da
seguire, bisogna osservare un fallo da evitarsi. A voler dunque
profittare con ragione dell'esperienza, e prendere dal fatto un lume
per il da farsi, si sarebbe dovuto distinguere nei classici ciò, che
è di ragione perpetua, ciò, che è di opportunità speciale. Se questo
discernimento fosse stato tentato e eseguito da de' filosofi,
converrebbe tener molto conto delle loro fatiche, senza però
ricevere ciecamente le loro decisioni. Ma invece questa provincia è
stata invasa, corsa, signoreggiata quasi sempre da retori estranei
affatto agli studi sull'intelletto umano; e questi hanno dedotte dal
fatto, inteso come essi potevano, le leggi che hanno volute, hanno
ignorate, o repudiate le poche ricerche de' filosofi in quella
materia, o se ne sono impadroniti, le hanno commentate a loro modo,
traviate, o anche qualche volta hanno messo sotto il nome e
l'autorità di quelli le loro povere e strane prevenzioni. Ricevere
senza esame, senza richiami, leggi di tali, e così create, è cosa
troppo fuori di ragione. E quale in fatti, aggiungevano i Romantici,
è l'effetto più naturale del dominio di queste regole? Di distrarre
l'ingegno inventore dalla contemplazione del soggetto, dalla ricerca
dei caratteri propri e organici di quello, per rivolgerlo e legarlo
alla ricerca e all'adempimento di alcune condizioni affatto estranee
al soggetto, e quindi d'impedimento a ben trattarlo. E un tale
effetto non è forse troppo manifesto? Queste regole non sono forse
state per lo più un inciampo a quelli, che tutto il mondo chiama
scrittori di genio, e un'arme in mano di quelli, che tutto il mondo
chiama pedanti? E ogni volta che i primi vollero francarsi di
quell'inciampo, ogni volta che, meditando sul loro soggetto, e
trovandosi a certi punti, dove per non istorpiarlo era forza di
violare le regole, essi le hanno violate, che n'è avvenuto? I
secondi gli attendevano al varco; e senza esaminare, né voler
intendere il perché di quelle che chiamavano violazioni, senza
provare, né saper nemmeno, che ad essi incombeva di provare, che
l'attenersi alla regola sarebbe stato un mezzo per trattar meglio
quel soggetto, gridarono ogni volta contro la licenza, contro
l'arbitrio, contro l'ignoranza dello scrittore. Ora, poiché ciò che
ha data sempre tanta forza ai pedanti contro gli scrittori d'ingegno,
è per l'appunto questo rispetto implicito per le regole, perché,
dicevano i Romantici, lasceremo noi sussistere una tale confusione,
un tal mezzo per tormentare gli uomini d'ingegno? Non sono stati
sempre tormentati più del bisogno?
Dall'altra parte, proseguivano, non è egli vero che, passato un
certo tempo, quella stessa violazione delle regole, ch'era stata un
capo d'accusa per molti scrittori, divenne per la loro memoria un
soggetto di lode? che ciò che s’era chiamata sregolatezza, ebbe poi
nome d'originalità? E, come nella questione della mitologia,
allegavano anche qui la lode che noi italiani diamo a più d'uno de'
nostri poeti prediletti, e quella che altre colte nazioni danno ad
alcuni de' loro, d'avere abbandonate le norme comuni; d'essersi resi
superiori a quelle: d'avere scelta una, o un'altra strada non
tracciata, non preveduta. nella quale la critica non aveva ancora
posti i suoi termini, perché non la conosceva, e il genio solo
doveva scoprirla? Se per questi, dicevano, il trasgredir le regole è
stato un mezzo di far meglio. perché s'avrà sempre a ripetere che le
regole sono la condizione essenziale per far bene?
Alla conseguenza che i Romantici cavavano da questo fatto, mi
ricordo, che si dava generalmente una risposta non nova, ma molto
singolare: cioè che molte cose sono lecite ai grandi scrittori, ma
ad essi soli; e che in ciò la loro pratica non è un esempio per gli
altri. Le confesso, che non ho mai potuto comprendere la forza
dell'argomento, che pare essere incluso in questa sentenza. Cercando
la ragione per cui quei grandi scrittori hanno ottenuto l'effetto
con la violazione delle regole, m'è sempre parso che la cagione
fosse questa: che essi, vedendo nel soggetto una forma sua propria
che non sarebbe potuta entrare nella stampa (stampo, ndr)" delle
regole, hanno gettata via la stampa, hanno svolta la forma naturale
del soggetto, e così ne hanno cavato il più e il meglio, che esso
poteva dare al loro ingegno. Il lecito, l'illecito, la dispensa non
veggo cosa ci abbiano a fare; mi paiono metafore che, in questo caso,
non hanno un senso al mondo. Ora quella ragione non è per nulla
particolare ai grandi ingegni, è universalissima, viene dalla natura
stessa della cosa, indica il mezzo, con cui, e grandi e piccoli,
ognuno secondo la sua misura, può fare il meglio possibile.
- Oh! i mediocri non arriveranno mai a scoprire in un argomento
quella forma splendida, originale, grandiosa, che appare ai grandi
ingegni. - Sia, col nome del cielo; non ci arriveranno; ma di che
aiuto saranno ad essi le regole? O le sono ragionevoli, e in questo
caso i grandi scrittori non se ne devono dispensare, perché sarebbe
privarsi d'un aiuto a trovare e a esprimere più potentemente quella
forma: o le sono irragionevoli, e se ne devono dispensare anche i
mediocri, perché esse non potranno fare altro che impicciarli di più,
allontanarli di più dalla verità del concetto, e mettere la
storpiatura, dove senza di esse non sarebbe stato, che minor
perfezione. Onde, quanto più penso a questa doppia misura di regole,
obbligatorie per molti, e per alcuni no, tanto più mi pare fuor di
proposito. Ed è, se non m'inganno, stata trovata per uscire
d'impiccio: quando ci si fa vedere una contradizione tra due
proposizioni, che affermiamo ugualmente; e quando non vogliamo né
confrontarle tra di loro, né abbandonarne nessuna, né sappiamo farle
andar d'accordo, ne inventiamo una terza, la quale mette la pace tra
le parole, se non tra le idee, non serve al ragionamento, ma serve a
dare una risposta, che in fine è quello, che più preme. Ma se anche
una tale strana distinzione si volesse ammettere, cosa farne poi in
pratica? come applicarla nel fatto? L'uomo che, nell'atto del
comporre si trova combattuto tra la regola, e il suo sentimento,
dovrà egli proporsi questo curioso problema: Son io, o non sono un
grand'uomo? E come scioglierlo poi? - Oh! si fidi al suo genio, se
ne ha; e lasci dire. - Si fidi! Veramente l'esperienza può inspirar
molta fiducia; e come possono dire, si fidi, quelli per l'appunto,
che vogliono tenere in vigore tutti quei mezzi, che sono sempre
stati adoprati a levare la fiducia ai più forti ingegni, e l'hanno
realmente levata a più d'uno di loro? Lasci dire! Mi pare, che
invece di consigliare que' pochi infelici, che portano la croce del
genio, a non curare le nostre parole, sarebbe tempo, che
cominciassimo noi a pesarle un po' più.
Ma io, dimenticando che parlo con un giudice, mi son lasciato andare
un momento a garrire con degli avversari. Scusi di grazia questa
scappata, e mi scusi anche del rimettermi nella strada
d'infastidirla ancora qualche tempo.
Alle altre proposizioni messe in campo dai Romantici contro le
regole arbitrarie, non mi ricordo veramente, se qualche cosa si
rispondesse, né veggo che cosa si possa rispondere. Si diceva bene
da molti, che il fine di quelle proposizioni era di sbandire ogni
regola dalle cose letterarie, d'autorizzare, di promuovere tutte le
stravaganze, di riporre il bello nel disordinato. Che vuol Ella? A
questo mondo è sempre stata usanza d'intendere e di rispondere a
questo modo.
Prima d'abbandonare il discorso delle regole, mi permetta che Le
sottoponga un'osservazione che non mi sovviene d'aver trovata
proposta da altri: ed è, che il soggetto d'una questione, che dura
da tanto tempo, non è stato mai definito con precisione. La parola:
"regole", intorno alla quale si aggira la disputa, non ha mai avuto
un senso determinato. Un uomo, che sentisse per la prima volta
parlare di questa discussione intorno alle regole, dovrebbe
certamente supporre, che fossero determinate in formule precise,
descritte in un bel codice conosciuto e riconosciuto da tutti quelli,
che le ammettono; tante né più né meno, tali e non altrimenti:
perché la prima condizione per far ricevere altrui una legge, è di
fargliela conoscere. Ora Ella sa, se la cosa sia così. E se uno di
quelli che ricusano questo dominio indefinito delle regole, dicesse
a uno di quelli, che lo propugnano: sono convinto; questa parola
regole, ha un non so che, che mi soggioga l'intelletto: mi rendo; e
per darvi una prova della mia docilità, vi fo una proposizione la
più larga, che in nessuna disputa sia stata fatta mai. Pronunziate a
una a una le formule di queste regole adottate, come dite, da tutti
i savi; e ad ognuna io risponderò: amen; certo, costui, con tanta
sommissione apparente, farebbe all'altro una brutta burla, lo
metterebbe in uno strano impiccio.
Sono ben lontano dal credere d'avere espressa una idea compita della
parte negativa del sistema romantico. Molte cose saranno sfuggite
alla mia osservazione, quando la questione si dibatteva: molte dopo,
dalla memoria; e dell'altre ne ho omesse apposta, o perché non
potevano così naturalmente venire sotto quei pochi capi, che ho
presi qui per tema, o anche, se non ad effetto, almeno ad intento di
brevità. Pure oso credere, che anche il poco, che ho qui affoltato
di quel sistema, basti a farne sentire il nesso, e l'importanza, a
farci scorgere una vasta e coerente applicabilità d'un principio a
molti fatti della letteratura, e una forse ancor più vasta e feconda
applicabilità a tutti i fatti della letteratura stessa. Dovrei ora
passare alla parte positiva, e spicciarmi; ma non mi posso ritener
di parlare d'una obiezione, o, per dir meglio, di una critica, che
si faceva al complesso delle idee, che ho toccate fin qui.
Si diceva che tutte quelle idee, quei richiami, tutte quelle
proposte di riforma letteraria, erano cose vecchie, ricantate,
sparse in cento libri. Che questa fosse una critica fatta alle
persone, non una obiezione al sistema, è una cosa manifesta. La
questione era, se certe idee fossero vere o false; cosa c'entrava,
che fossero nove o vecchie? Riconosciuta la verità, o dimostrata la
falsità delle idee, anche l'altra ricerca poteva esser utile alla
storia delle cognizioni umane; ma anteporre questa ricerca, farne il
soggetto principale della questione, era un cambiarla per
dispensarsi dal risolverla. Di più questa taccia di plagiari che si
dava ai Romantici, faceva a' cozzi con quella di novatori temerari
che si dava loro ugualmente. E a ogni modo, non esito a dirla
ingiusta. Non parlerò dell'idee nove messe in campo da quelli; le
opposizioni stesse ne provocarono assai. Ma il nesso delle antiche;
ma la relazione scoperta e indicata tra di esse; ma la luce e la
forza reciproca, che venivano a tutte dal solo fatto di
classificarle sotto ad un principio, il sistema insomma, da chi era
stato immaginato, da chi proposto, da chi ragionato mai? Dalle
ricchezze intellettuali sparse, dal deposito confuso delle
cognizioni umane, raccogliere pensieri staccati e accidentali,
verità piuttosto sentite che comprese, accennate piuttosto che
dimostrate; subordinarle a una verità più generale, che riveli tra
di esse un'associazione non avvertita in prima; cambiare i
presentimenti di molti uomini d'ingegno in dimostrazioni, levare a
molte idee l'incertezza, e l'esagerazione; sceverare quel misto di
vero e di falso, che le faceva rigettare in tutto da molti, e
ricevere in tutto da altri con un entusiasmo irragionevole;
collocarle con altre, che servono ad esse di limite e di prova a un
tempo, non è questa la lode d'un buon sistema? e è forse una lode
tanto facile a meritarsi? E chi ha mai desiderato, o immaginato un
sistema, che non contenesse, fuorché idee tutte nove?
Del resto, non c'è qui da vedere un'ingiustizia particolare:
l'accusa di plagio è stata fatta sempre agli scrittori, che hanno
detto il più di cose nove; sempre s'è andato a frugare ne' libri
antecedenti, per trovare che il tal principio era stato già
immaginato, insegnato, ecc.; sempre si è detto ch'era la centesima
volta, che quelle idee venivano proposte. E che avrebbero potuto
rispondere quegli scrittori? Tal sia di voi, che siete stati sordi
le novantanove; tal sia di voi, che, avendo in tanti libri tutte
queste idee, non ne tenevate conto, e continuavate a ragionare come
se non fossero mai state proposte. Ora noi v'abbiamo costretti ad
avvertirle; quando non si fosse fatto altro, questo almeno è
qualcosa di novo.
Se alcuno volesse provare che il merito da me accennato poco sopra,
e altri simili, non si trovano nel sistema romantico, credo che
ascolterei le sue prove con molta curiosità, e con una docilità
spassionata; ma finora ciò non è, ch'io sappia, stato né fatto né
tentato. Intanto non posso a meno di non ravvisarci quel merito; e
m'accade spesso, leggendo opere letterarie, precettive, o polemiche,
anteriori al sistema romantico, d'abbattermi in idee molto
ragionevoli, ma independenti dalla dottrina generale del libro, idee
volanti, per dir così, le quali, in quel sistema, sono collocate
razionalmente, e ci sono divenute stabili e feconde. Similmente, ne'
libri di scrittori ingegnosi, ma paradossali di professione,
m'accade spesso di trovare di quelle opinioni speciose e vacillanti,
che da una parte hanno l'aria d'una verità triviale, e dall'altra
d'un errore strano; e di riflettere con piacere, che quelle opinioni
trasportate nel sistema romantico, ci sono legate e temperate in
modo, che il vero ne è conservato e appare più manifesto e
importante, e il falso, lo strano ne sono naturalmente recisi e
esclusi. Con tutto ciò la parte negativa è, senza dubbio, la più
notabile del sistema romantico, almeno del trovato e esposto fino ad
ora.
Il positivo non è a un bon pezzo (di gran lunga, ndr), né così
preciso, né così diretto, né sopra tutto così esteso. Oltre quella
condizione generale dell'intelletto umano, che lo fa essere più
attivo nel distruggere, che nell'edificare, la natura particolare
del sistema romantico doveva produrre questo effetto. Proponendosi
quel sistema d'escludere tutte le norme, che non siano veramente
generali, perpetue, ragionevoli per ogni lato, viene a renderne più
scarso il numero, o almeno più difficile e più lenta la scelta.
Un'altra cagione fu la breve durata della discussione, e il
carattere, che prese fino dal principio. Come il negativo era
naturalmente il primo soggetto da trattarsi, così occupò quasi
interamente quel poco tempo. La discussione poi prese purtroppo un
certo colore di scherno, come per lo più accade; ora in tutte le
questioni trattate schernevolmente c'è più vantaggio nell'attaccare,
che nel difendere: quindi i Romantici furono naturalmente portati a
diffondersi, e a insistere più nella parte negativa, nella quale,
per dir la verità, trovavano da sguazzare; e quanto al positivo
furono portati a tenersi a de' princìpi generalissimi, che danno
meno presa a cavillazioni e a parodie. Non poté per questo il
sistema romantico evitare, neppur esso la derisione; ma almeno
quelli, che vollero deriderlo, furono costretti a esagerarlo, o
piuttosto a inventarne uno, loro, e ad apporlo (attribuirlo, ndr) a
chi non lo aveva mai né proposto, né sognato; metodo tanto
screditato, ma d'una riuscita quasi infallibile, e che probabilmente
si smetterà alla fine del mondo.
Se la disputa fosse continuata, o, per dir meglio, se, invece d'una
disputa si fosse fatta una investigazione comune, dall'escludere si
sarebbe passati al proporre, anzi in questo si sarebbe fissata la
maggiore intenzione degli ingegni. E allora, si potrebbe credere che
le opinioni sarebbero state tanto più varie quanto più abbondanti; e
che molti ingegni, movendo da un centro comune, si sarebbero però
avviati per tanti raggi diversi, allontanandosi anche talvolta l'uno
dall'altro a misura che si sarebbero avanzati: tale è la condizione
delle ricerche intellettuali intraprese da molti. Ma il sistema
romantico non potè arrivare, o piuttosto, non arrivò a questo
periodo. E ciò nonostante, un gran rimprovero, che veniva fatto ai
suoi sostenitori, era, che non s'intendevano nemmeno fra di loro:
cominciassero, si diceva, ad accordarsi perfettamente nelle idee,
prima di proporle agli altri come verità. Rimprovero, al quale non
posso tuttavia pensare senza maraviglia. In regola generale, quelli,
che così parlavano, chiedevano una cosa che l'ingegno non ha data,
né può dar mai. Mai questa concordia perfetta di più persone in
tutti i punti d'un sistema morale non ha avuto luogo: bisognerebbe,
a ottenerla, tutti questi punti si adottassero da ciascheduno
altrettanti giudizi, altrettante formule uniche e invariabili; ai
tanti uomini diventassero uno solo, per potere a ogni novo caso fare
una identica applicazione di quei giudizi generici. C'è bene un
ordine di cose, nel quale esiste una essenziale e immutabile
concordia; ma quest'ordine è unico; i suoi caratteri, le sue
circostanze sono incomunicabili. Quest'ordine è la religione: essa
dà una scienza, che l'intelletto non potrebbe scoprire da sé, una
scienza, che l'uomo non può ricevere, che per rivelazione, e per
testimonianza; ora una sola rivelazione include una sola dottrina, e
quindi produce una sola credenza. E anche in quest'ordine, la
concordia delle menti non è comandata, se non dove è sommamente
ragionevole; cioè in quei punti, nei quali la verità non si può
sapere, che per la testimonianza di chi ne ha ricevuta la
rivelazione, cioè della Chiesa; e non è comandata questa concordia,
se non dal momento, che l'unico testimonio ha parlato. Ma, nelle
cose umane, questo testimonio non esiste, non è stata né fatta, né
promessa ad alcuno una comunicazione di scienza, un'assistenza nelle
decisioni; quindi i giudizi variano secondo la varietà degl'ingegni,
e riescono generalmente così dissimili, che a chiamar uno un sistema,
non si ricerca mai il fatto impossibile, che esso riunisca tutti i
giudizi in una materia qualunque, ma il fatto difficile e raro, che
ne riunisca molti, nei punti principali di essa.
Nel caso particolare poi del sistema romantico il rimprovero mi
pareva molto stranamente applicato. Se quelli, che lo facevano,
avessero voluto riandare la storia de' sistemi umani, avrebbero
trovato, io credo, che pochi furono quelli, che presentassero meno
dissentimenti dal romantico. Se avessero fatto solamente un po'
d'esame sul sistema chiamato classico, al quale volevano, che si
dasse la preferenza, avrebbero potuto veder subito quanto più gravi
e più numerosi siano in quello i dispareri, le incertezze, le varie
applicazioni; avrebbero veduto, quanto sarebbe più difficile il
ridurlo a formule generali, il comporne una, per dir così,
confessione che fosse comunemente ricevuta da coloro che ricevono la
parola classico. E se avessero voluto voltarsi indietro a ricercar
le cagioni d'una tale differenza tra le due dottrine, o opinioni,
avrebbero dovuto, da una parte, riconoscere che questo non poter la
loro esser ridotta in una forma sintetica, nemmeno apparente, veniva
dall'essere, non una applicazione di principi a un complesso di casi
speciali, ma un miscuglio di fatti accidentali, convertiti in
princìpi; e per una certa quale consolazione (solatia victis),
avrebbero potuto osservare che una cagione dei vantaggio che avevano
in questo i Romantici, era il fatto già accennato anche qui, cioè il
non essere andati molto avanti nell'applicazioni speciali e distinte
al da farsi, dove sarebbero potute, o dovute nascer le discordanze,
come tra degli alleati, uniti nel combattere un nemico comune, le
cose s'imbrogliano quando, dopo la vittoria, si viene a trattare
della distribuzione de' territori conquistati.
Dove poi l'opinioni de' Romantici erano unanimi, m'è parso, e mi
pare, che fosse in questo: che la poesia deva proporsi per oggetto
il vero come l'unica sorgente d'un diletto nobile e durevole;
giacché il falso può bensì trastullar la mente, ma non arricchirla,
né elevarla; e questo trastullo medesimo è, di sua natura instabile
e temporario, potendo essere, come è desiderabile che sia, distrutto,
anzi cambiato in fastidio, o da una cognizione sopravvegnente del
vero, o da un amore cresciuto del vero medesimo. Come il mezzo più
naturale di render più facili e più estesi tali effetti della poesia,
volevano che essa deva scegliere de' soggetti che, avendo quanto è
necessario per interessare le persone più dotte, siano insieme di
quelli per i quali un maggior numero di lettori abbia una
disposizione di curiosità e d'interessamento, nata dalle memorie e
dalle impressioni giornaliere della vita; e chiedevano, per
conseguenza, che si dasse finalmente il riposo a quegli altri
soggetti, per i quali la classe sola de' letterati, e non tutta,
aveva un'affezione venuta da abitudini scolastiche, e un'altra parte
del pubblico, non letterata né illetterata, una reverenza, non
sentita, ma cecamente ricevuta.
Non voglio dissimulare né a Lei (che sarebbe un povero e vano
artifizio) né a me stesso, perché non desidero d'ingannarmi, quanto
indeterminato, incerto, e vacillante nell'applicazione sia il senso
della parola "vero" riguardo ai lavori d'immaginazione. Il senso
ovvio e generico non può essere applicato a questi, ne' quali ognuno
è d'accordo che ci deva essere dell'inventato, che è quanto dire,
del falso, il vero, che deve trovarsi in tutte le loro specie, et
méme dans la fable, è dunque qualche cosa di diverso da ciò, che si
vuole esprimere ordinariamente con quella parola, e, per dir meglio,
è qualche cosa di non definito; né il definirlo mi pare impresa
molto agevole, quando pure sia possibile. Comunque sia, una tale
incertezza non è particolare al principio che ho tentato d'esporle:
è comune a tutti gli altri, è antica; il sistema romantico ne
ritiene meno di qualunque altro sistema letterario, perché la parte
negativa, specificando il falso, l'inutile, e il dannoso, che vuole
escludere, indica, e circoscrive nelle idee contrarie qualcosa di
più preciso, un senso più lucido di quello, che abbiamo avuto finora.
Del resto, in un sistema recente, non si vuol tanto guardare agli
svolgimenti, che possa aver già ricevuti, quanto a quelli, di cui è
capace. La formula che ne esprime il principio, è così generale; le
parole di essa hanno, se non altro un suono, un presentimento così
bello e così savio; il materiale dei fatti, che devono servire agli
esperimenti, è così abbondante, che è da credersi, che un tale
principio sia per ricevere, di mano in mano, svolgimenti,
spiegazioni e conferme, di cui ora non è possibile prevedere in
concreto, né il numero, né l'importanza. Tale almeno è l'opinione,
che ho fitta nella mente, e che m'arride anche perché in questo
sistema, mi par di vedere una tendenza cristiana.
Era questa tendenza nelle intenzioni di quelli, che l'hanno proposto,
e di quelli, che l'hanno approvato? Sarebbe leggerezza l'affermarlo
di tutti, poiché in molti scritti di teorie romantiche, anzi nella
maggior parte, le idee letterarie non sono espressamente subordinate
al cristianesimo, sarebbe temerità il negarlo, anche d'uno solo,
perché in nessuno di quegli scritti, almeno dei letti da me, il
cristianesimo è escluso. Non abbiamo, né i dati, né il diritto, né
il bisogno di fare un tal giudizio: quella intenzione, certo
desiderabile, certo non indifferente, non è però necessaria per
farci dare la preferenza a quel sistema. Basta che quella tendenza
ci sia. Ora, il sistema romantico, emancipando la letteratura dalle
tradizioni pagane, disobbligandola, per dir così, da una morale
voluttuosa, superba, feroce, circoscritta al tempo, e improvida
anche in questa sfera; antisociale, dov'è patriotica, e egoista,
anche quando non è ostile, tende certamente a render meno difficile
l'introdurre nella letteratura le idee, e i sentimenti, che
dovrebbero informare ogni discorso. E dall'altra parte, proponendo
anche in termini generalissimi il vero, l'utile, il bono, il
ragionevole concorre, se non altro, con le parole, allo scopo del
cristianesimo; non lo contraddice almeno nei termini. Per quanto una
tale efficacia d'un sistema letterario possa essere indiretta, oso
pur tenermi sicuro, ch'Ella non la giudicherà indifferente, Ella che,
senza dubbio, avrà più volte osservato, quanto influiscano sui
sentimenti religiosi i diversi modi di trattare le scienze morali,
che tutte alla fine hanno un vincolo con la religione, quantunque
distinzioni e classificazioni arbitrarie possano separarle da essa
in apparenza, e in parole; Ella che avrà più volte osservato, come,
senza parere di toccare la religione, senza neppure nominarla, una
scienza morale prenda una direzione opposta ad essa, e arrivi a
conclusioni che sono inconciliabili logicamente con gl'insegnamenti
di essa; e come poi, qualche volta, avanzandosi e dirigendosi meglio
nelle scoperte, rigetti quelle conclusioni e venga così a
conciliarsi con la religione e, di novo, senza neppur nominarla, e
senza avvedersene. Non so s'io m'inganni, ma mi pare, che più d'una
scienza faccia ora questo corso felicemente retrogrado. L'economia
politica, per esempio, nel secolo scorso, aveva, in molti punti,
adottati quasi generalmente, de' canoni opposti affatto al Vangelo;
e li proponeva con una tale asseveranza, con un tale impero, con
tali minacce di compassione sprezzante per chi esitasse
nell'ammetterli, che molti deboli, ricevendo quei canoni, furono
persuasi che la scienza del Vangelo fosse corta e meschina; che i
suoi precetti non avessero potuto comprendere tutto il possibile
svolgimento delle relazioni sociali; e molti altri, credendo di
adottare verità puramente filosofiche, adottavano, con una docilità
non ragionevole, delle dottrine opposte al Vangelo. Ed ecco, che,
per un progresso naturale delle scienze economiche, per un più
attento e esteso esame dei fatti, per un ragionato cambiamento di
princìpi, altri scrittori, in questo secolo, hanno scoperta la
falsità, e il fanatismo di quei canoni, e sul celibato, sul lusso,
sulla prosperità fondata nella rovina altrui, sopra altri punti
ugualmente importanti, hanno stabilite dottrine conformi ai precetti,
e allo spirito del Vangelo; e, s'io non m'inganno, quanto più quella
scienza, diventa ponderata e filosofica, tanto più diventa cristiana.
E quanto più considero, tanto più mi pare, che il sistema romantico
tenda a produrre, e abbia cominciato a produrre nelle idee
letterarie un cambiamento dello stesso genere.
Se dovessi scrivere questi pensieri per la stampa, mi troverei
costretto a soggiungere qui subito molte restrizioni, perché altri
non credesse, o non volesse credere, ch'io intenda, che il sistema
romantico renderà spirituale tutta la letteratura, farà dei poeti
tanti missionari, ecc. Ma scrivendo a Lei, se diffido delle mie idee,
ho almeno la sodisfazione d'esser certo, che saranno prese secondo
la loro misura; e in tante lungaggini, posso almeno risparmiarle
quelle, che sarebbero destinate a prevenire le false interpretazioni,
e quell'affettato frantendere che molti trovano più comodo e più
furbo dell'intendere.
Dopo d'averle, a diritto e a rovescio, e forse con più fiducia che
discrezione, sottomesso il mio parere sopra una materia toccata
appena indirettamente nella gentilissima di Lei lettera, non so, se
mi rimanga ancora qualche diritto di parlare dei punto ch'Ella ha
accennato più espressamente, voglio dire il trionfo, o la caduta
probabile dei sistema romantico. Ma, giacché in più luoghi di questa
cicalata, mi sono preso la libertà di proferire, con molta
confidenza, de' pronostici lieti per quel sistema, i quali a prima
vista, possono parere in opposizione col fatto, non posso a meno di
non sottometterle anche le ragioni di quei pronostici, quali mi par
di vederle nello stato reale delle cose, rimosse le prime apparenze.
Certo, se uno straniero, il quale avesse sentito parlare dei
dibattimenti, ch'ebbero luogo qui intorno al romanticismo, venisse
ora a domandare a che punto sia una tale questione, si può
scommettere mille contr'uno, che si sentirebbe rispondere a un
dipresso così: - Il romanticismo? Se n'è parlato qualche tempo, ma
ora non se ne parla più; la parola stessa è dimenticata, se non che
di tempo in tempo vi capiterà forse di sentire pronunziar l'epiteto
romantico per qualificare una proposizione strana, un cervello
bislacco, una causa spallata (sballata, ndr); che so io? una pretesa
esorbitante, un mobile mal connesso. Ma non vi consiglierei di
parlarne sul serio: sarebbe come se veniste a chiedere, se la gente
si diverte ancora col Kaleidoscopio. - Se l'uomo, che avesse avuta
questa risposta, fosse di quelli che sanno ricordarsi
all'opportunità, che una parola si adopera per molti significati, e
insistesse per sapere, che cosa intenda per romanticismo il suo
interlocutore, vedrebbe, che intende non so qual guazzabuglio di
streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca
stravagante, una abiura in termini dei senso comune; un romanticismo
insomma, che si sarebbe avuta molta ragione di rifiutare, e di
dimenticare, se fosse stato proposto da alcuno.
Ma, se per romanticismo si vuole intendere la somma delle idee,
delle quali Le ho male esposta una parte, questo, non che esser
caduto, vive, prospera, si diffonde di giorno in giorno, invade a
poco a poco tutte le teorie dell'estetica; i suoi risultati sono più
frequentemente riprodotti, applicati, posti per fondamento dei
diversi giudizi in fatto di poesia. Nella pratica poi non si può non
vedere una tendenza della poesia stessa a raggiunger lo scopo
indicato dal romanticismo, a cogliere e a ritrarre quel genere di
bello, di cui le teorie romantiche hanno dato un'idea astratta,
fugace, ma che basta già a disgustare dell'idea che le è opposta. Un
altro giudizio manifesto della vita, e del vigore di quel sistema
sono gli applausi dati universalmente a de' lavori, che ne sono
l'applicazione felice. Ne citerò un esempio, per il piacere, che
provo nel rammentare la giustizia resa al lavoro d'un uomo, a cui mi
lega un'amicizia fraterna. Quando comparve l'Ildegonda, bollivano le
questioni sul romanticismo, e non sarebbe stata gran maraviglia, se
l'avversione di molti alla teoria avesse prevenuto il loro giudizio
contro un componimento, che l'autore non dissimulava d'aver
concepito secondo quella. Eppure la cosa andò ben altrimenti; le
opinioni divise sulla teoria furono conformi (moralmente parlando)
in una specie d'amore pel componimento. E ora, passato già più tempo
di quello che sia generalmente concesso alle riuscite effimere, quel
favore, mi pare di poter dire, quell'entusiasmo, è divenuto una
stima, che sembra dover esser perpetua. In tutta la guerra del
romanticismo, non è dunque perita che la parola. Non è da
desiderarsi che venga in mente ad alcuno, di risuscitarla: sarebbe
un rinnovare la guerra, e forse un far danno all'idea che, senza
nome, vive e cresce con bastante tranquillità.
Eccomi una volta al termine. Il rimorso continuo di tanta prolissità
mi ha forzato tante volte a chiederlene scusa, che le scuse stesse
sono divenute allungamenti; e non oso più ripeterle. Si degni Ella
di gradire invece l'espressione del sincero ossequio, e della viva
gratitudine, che Le professo, e d'accogliere il desiderio che nutro,
di poter, quando che sia, esprimerle a voce quei sentimenti, coi
quali ho l'onore di rassegnarmele.
Brusuglio, 22 settembre 1823
Devotissimo e obbligatissimo servitore
ALESSANDRO MANZONI
P.S. Per non ritardare davvantaggio la risposta alla gentilissima di
Lei lettera, lascio partir questa, quale è, sparsa di sgorbi, e di
cancellature. Ella me ne scuserà, ricordandosi che non si può
mostrare altrui benevolenza, com'Ella ha fatto con me, senza
ispirargli un poco di famigliarità.
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