Col terremoto di Lisbona del primo novembre 1755 inizia, ad avviso di molte
voci storiografiche autorevoli, l’età moderna. Dinanzi a tanta e tale tragedia,
si scatena una vivacissima reazione intellettuale, un’aspra e (talora)
sdegnata protesta contro l’ingiustizia divina al cui fondo - nel silenzio
sfiduciato della sua solitudine, nel gelo propagatosi con la mattanza lusitana
- l’uomo europeo sembra ritrovare, almeno in qualche misura, il proprio
enigma. All’ottimismo teologico-filosofico dei leibniziani sostenitori che
viviamo nel migliore dei mondi possibili – basti qui menzionare Alexander
Pope, che, nel suo Saggio sull’uomo, sosteneva che: «tutto è bene e l’uomo
gode della sola misura di felicità che il suo essere è suscettibile di provare»
-, risponde con profondo, asperrimo disincanto Voltaire nel suo Poema sul
disastro di Lisbona, ove dichiara, fra l’altro, che «non tutto è predisposto a
favore della nostra felicità, il male è sulla terra; il principio segreto
della natura ci è sconosciuto e tutti gli elementi di essa - animali, esseri
umani, piante e minerali - sono in guerra… L’uomo è straniero a sé stesso, e
la natura è il regno della distruzione; quello che nasce spira».
Ad esso si rivolge polemicamente Jean-Jacques Rousseau nella Lettera a
Voltaire sul disastro di Lisbona, ben più nota come Lettera sulla Provvidenza
perché, in qualche modo, della Provvidenza Voltaire aveva parlato,
delineandola come una sorta di consolazione all’umano patire. Dopo aver
criticato l’atteggiamento di chi, come il gran decano dell’Illuminismo,
contempla il disastro dalla riva opposta, ribadisce ore rotundo l’assoluta
fiducia nella immortalità dell’anima, e in una sorta di fede assoluta
nell’umana natura: «I nostri mali sono per la maggior parte opera nostra e li
avremmo evitati quasi tutti mantenendo la maniera di vivere semplice, uniforme
e solitaria che ci era prescritta dalla natura».
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JEAN
- JACQUES ROUSSEAU
Lettera a Voltaire sul disastro di Lisbona
18 agosto 1756
[…] Vi riferirò senza giri di parole non tanto delle bellezze che ho
individuato nei vostri due poemi — il compito spaventerebbe la mia
indole pigra — e nemmeno dei difetti dei quali si accorgeranno forse
lettori ben più bravi di me, ma dei dispiaceri che in questo momento
offuscano la gioia che pur provo dai vostri insegnamenti. […] Tutte
le mie rimostranze sono dunque rivolte contro il Poema sul disastro
di Lisbona, perché mi aspettavo da voi un risultato più degno
dell’umanità che sembra avervelo ispirato. Rimproverate a Pope e a
Leibniz di insultare i nostri mali sostenendo che tutto è bene e
ingigantite talmente il quadro delle nostre miserie che ne aggravate
il peso: invece delle consolazioni in cui speravo, voi finite col
rattristarmi; si direbbe che temiate che io non mi renda conto a
sufficienza di quanto sono infelice e che crediate — così sembra —
di tranquillizzarmi provandomi che tutto è male.
State in guardia, Signore, accade esattamente il contrario di ciò
che sostenete. Quell’ottimismo che trovate tanto crudele mi consola,
tuttavia, di quegli stessi dolori che descrivete come
insopportabili. Il poema di Pope allevia i miei mali e mi invita
alla pazienza; il vostro inasprisce le mie pene, mi spinge a
lamentarmi e, togliendomi tutto all’infuori di qualche briciola di
speranza, mi porta alla disperazione. In questa strana opposizione
che regna tra quello che dimostrate e quello che provo, calmate la
perplessità che mi agita e ditemi se a sbagliarsi è il sentimento o
la ragione.
«Uomo, sii paziente», mi ricordano Pope e Leibniz, «i tuoi mali sono
una conseguenza ineluttabile della natura umana e della costituzione
di quest’universo. L’Essere eterno e benevolo che lo dirige avrebbe
voluto tenerli lontani da te: tra tutte le varianti possibili ha
scelto quella che aveva meno male e più bene o, per dire la cosa più
brutalmente, se non ha fatto meglio vuol dire che non era possibile
farlo».
Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? «Soffri per sempre,
infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è
onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che
questi abbiano mai fine; perché non c’è altro motivo per la tua
esistenza, oltre la sofferenza e la morte». Non capisco come una
simile dottrina possa risultare più consolatrice dell’ottimismo e
della stessa fatalità. Confesso che per me è ancora più crudele del
manicheismo. Se il problema dell’origine del male vi costringeva a
intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler
giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà? Se è
necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il
primo. […]
Inoltre, credo di aver dimostrato che eccetto la morte, che è un
male solo se la si considera alla luce del modo con cui la
aspettiamo e ci prepariamo ad essa, la maggior parte dei mali
naturali di cui siamo afflitti sono anch’essi opera nostra.
Restando al tema del disastro di Lisbona, converrete che, per
esempio, la natura non aveva affatto riunito in quel luogo ventimila
case di sei o sette piani, e che se gli abitanti di quella grande
città fossero stati distribuiti più equamente sul territorio e
alloggiati in edifici di minor imponenza, il disastro sarebbe stato
meno violento o, forse, non ci sarebbe stato affatto. Ciascuno
sarebbe scappato alle prime scosse e si sarebbe ritrovato l’indomani
a venti leghe di distanza, felice come se nulla fosse accaduto. Ma
bisogna restare, ostinarsi intorno alle misere stamberghe, esporsi
al rischio di nuove scosse, perché quello che si lascia vale più di
quello che si può portar via con sé. Quanti infelici sono morti in
questo disastro per voler prendere chi i propri abiti, chi i
documenti, chi i soldi? Forse non sapete, allora, che l’identità
personale di ciascun uomo non è diventata che la minima parte di se
stesso e che non vale la pena di salvarla quando si sia perduto
tutto il resto?
Avreste voluto — e chi non l’avrebbe voluto! — che il terremoto si
fosse verificato in una zona desertica, piuttosto che a Lisbona. Si
può dubitare che non accadano sismi anche nei deserti? Soltanto che
non se ne parla perché non provocano alcun danno ai Signori delle
città, gli unici uomini di cui si tenga conto. Del resto, ne
provocano poco anche agli animali e agli indigeni che abitano,
sparsi, questi luoghi remoti e che non temono né la caduta dei
tetti, né l’incendio delle case. Ma che significa un simile
privilegio? Vorrebbe forse dire che l’ordine del mondo deve
assecondare i nostri capricci, che la natura deve essere sottomessa
alle nostre leggi e che per impedirle di provocare un terremoto in
un certo luogo basta costruirvi sopra una città?
Ci sono avvenimenti che ci colpiscono di più o di meno a seconda
della prospettiva dai quali li si considera e che perdono buona
parte dell’orrore che suscitano inizialmente quando si prende a
esaminarli da vicino. Ho imparato da Zadig, e la natura me lo
conferma ogni giorno, che una morte prematura non è sempre un male
assoluto, ma, anzi, che qualche volta essa può avere i risvolti di
un bene relativo. Tra tutti quegli uomini sepolti sotto le macerie
di quella sventurata città, molti, senza dubbio, hanno evitato
sciagure peggiori e malgrado la descrizione toccante e poetica dei
vostri versi, non è neanche sicuro che uno solo di quei disgraziati
abbia sofferto di più per la morte che l’ha sorpreso piuttosto che
se l’avesse attesa con lunga angosciosa agonia e secondo il corso
ordinario degli eventi.
Esiste, forse, una fine più triste di quella di un moribondo
tormentato da inutili cure, al quale un notaio e gli eredi tolgono
il fiato, che i medici assassinano senza scrupoli nel suo letto e al
quale dei preti barbari fanno con arte assaporare la morte?
Personalmente vedo ovunque che i mali che ci assegna la natura sono
molto meno crudeli di quelli che aggiungiamo per nostra scelta ad
essi. […]
A proposito del bene universale preferibile a quello individuale voi
fate dire all’uomo: «lo, essere pensante e senziente, devo stare
tanto a cuore al mio Signore quanto i pianeti che, con tutta
probabilità, non provano sentimento alcuno». Senza dubbio questo
universo materiale non dev’essere più caro al suo creatore di un
solo essere pensante e senziente, tuttavia, il sistema di
quest’universo che produce, conserva e perpetua tutti gli esseri
pensanti e senzienti deve stargli più a cuore di uno soltanto di
questi esseri. Egli può dunque, malgrado la sua bontà o piuttosto a
causa di questa sua stessa bontà, sacrificare parte della felicità
degli individui per la conservazione del tutto. Credo e spero di
valere agli occhi di Dio più del materiale che forma un pianeta, ma
se i pianeti sono abitati, com’è probabile, perché ai suoi occhi
dovrei valere più io di tutti gli abitanti di Saturno? Anche se
spesso ci si beffa di tali idee, è certo che molte analogie fanno
propendere per l’esistenza di queste popolazioni siderali e solo
l’orgoglio umano vi si oppone. Ora, ammessa l’esistenza di queste
popolazioni, la conservazione dell’universo sembra avere per Dio
stesso una morale che si moltiplica per il numero dei mondi abitati.
Sapere che il cadavere di un uomo nutra vermi, lupi o piante non è,
ne convengo. un modo per risarcirlo della sua morte: ma se nel
sistema dell’universo è necessario, per la conservazione del genere
umano, che vi sia un passaggio di sostanza tra uomini, animali e
vegetali, allora il singolo male di un individuo contribuisce al
bene generale: muoio, vengo mangiato dai vermi, ma i miei fratelli,
i miei figli vivranno come ho vissuto io e faccio, per ordine della
natura, ciò che fecero Codro, Curzio, Leonida, i Deci, i Fileni e
mille altri per una piccola parte degli uomini.
Per tornare, Signore, al sistema che voi criticate, credo che non si
possa esaminano in modo corretto senza distinguere con cura il male
individuale, la cui esistenza non è mai stata negata da alcun
filosofo, dal male generale che nega l’ottimismo. Non si tratta di
sapere se ognuno di noi soffre o no, ma se sia un bene che esista
l’universo e se i nostri mali erano inevitabili all’atto della sua
costituzione. Così, mi sembra che l’aggiunta di un articolo
renderebbe la proposizione più corretta e, invece di dire tutto è
bene, si dovrebbe forse dire il tutto è bene o tutto è bene per il
tutto. Allora, è evidente che nessun uomo potrebbe portare delle
prove dirette né pro né contro quest’assioma, perché tali prove
dipenderebbero da una conoscenza perfetta della costituzione del
mondo e dei fini del suo creatore, e una conoscenza di questo tipo è
incontestabilmente al di là di ogni intelligenza umana.
I veri principi dell’ottimismo non possono essere dedotti né dalle
proprietà della materia né dalla meccanica dell’universo, ma solo
per induzione dalla perfezione di Dio che sovraintende a ogni cosa,
in modo tale che non si può provare l’esistenza di Dio con il
sistema di Pope, ma il sistema di Pope con l’esistenza di Dio ed è,
senza dubbio, dalla questione della provvidenza che è derivata
quella dell’origine del male. Se queste due questioni non sono state
ben analizzate, né l’una né l’altra, lo si deve al fatto che si è
sempre ragionato male sulla provvidenza, e tutte le assurdità che
sono state dette in proposito hanno ingarbugliato le conseguenze che
si sarebbero potute trarre da questo grande e consolante dogma.
I primi ad aver guastato la causa di Dio sono i preti e i devoti,
che non possono soffrire che qualcosa non si faccia seguendo
l’ordine stabilito, ma che fanno sempre intervenire la giustizia
divina negli avvenimenti prettamente naturali e, per essere sicuri
di quanto affermano, puniscono e castigano i malvagi, mettono alla
prova e ricompensano i buoni, indifferentemente con benefici o
danni, a seconda delle circostanze. Non so, da parte mia, se questa
sia buona teologia, ma trovo che sia una pessima maniera di
ragionare il fondare sui “pro” e sui “contro” le prove della
provvidenza e di attribuirle senza discernimento tutto ciò che
accadrebbe ugualmente anche senza di essa.
I filosofi a loro volta, non mi sembrano molto più ragionevoli
quando li vedo prendersela col cielo perché non riescono ad essere
impassibili o quando gridano che tutto e perduto perché hanno il mal
di denti, o perché sono poveri, o perché vengono derubati e
vorrebbero, come dice Seneca, incaricare Dio di far la guardia
alloro bagaglio. Se qualche tragico incidente avesse provocato la
morte di Cartouche o di Cesare durante la loro infanzia ci si
sarebbe chiesti che crimine quei bambini avessero mai commesso?
Invece, questi due furfanti sono sopravvissuti e ora noi ci
chiediamo perché li si sia lasciati vivere? Al contrario, un devoto
vi dirà, nel primo caso, che Dio intendeva punire il padre
togliendogli suo figlio e nel secondo, invece, che Dio ha voluto
mantenere in vita il figlio per castigare il popolo. Così, qualunque
sia la decisione della natura, la provvidenza per i devoti ha sempre
ragione e per i filosofi sempre torto. Ma, forse, nel corso degli
eventi umani, essa, in fondo, non ha né torto né ragione, perché
tutto deriva da una legge comune e non ci sono eccezioni per
nessuno. Bisognerà credere che i singoli eventi individuali non
contano nulla agli occhi del Signore dell’Universo e che la sua
provvidenza sia solo universale. Il Signore dell’Universo si
accontenta di conservare i generi e le specie e di presiedere al
tutto senza preoccuparsi del modo in cui ogni individuo trascorre
questa breve vita. Un re saggio, che vuole che ognuno viva felice
nel suo regno, ha forse bisogno di sapere se le locande che vi si
trovano sono pulite? Il passante brontola per una notte quando le
trova sporche e per tutto il resto della sua vita ride al ricordo di
un’insofferenza così sproporzionata. «Commorandi enim natura
diversorium nobis, non habitandi dedit» [La natura ci ha dato la
vita come un luogo nel quale dimorare, non come qualcosa da
possedere, Cicerone, De Senectute]
[…] Se riporto tali diverse questioni al loro comune principio mi
sembra che si riferiscano tutte all’esistenza di Dio. Se Dio esiste,
è perfetto; se è perfetto, è saggio, onnipotente e giusto; se è
saggio e onnipotente tutto è bene; se è giusto e onnipotente la mia
anima è immortale; se la mia anima è immortale trent’anni di vita
non son nulla per me, mentre sono forse necessari alla conservazione
dell’universo. Se mi si concede la prima affermazione, le altre
saranno di conseguenza inattaccabili; se la si nega, a che serve
discutere sulle sue conseguenze?
Né voi né io rientriamo in quest’ultimo caso. Sono ben lontano dal
presumere che voi condividiate quest’opinione leggendo la raccolta
delle vostre opere. Infatti, la maggior parte dei vostri scritti mi
offre le idee più grandi, più dolci e più consolanti della divinità,
e preferisco un cristiano come voi a quelli della Sorbona.
Quanto a me, vi confesserò francamente che non mi sempra che i lumi
della ragione abbiano dimostrato né il “pro” né il “contro” in
merito a questa importante questione e che se il teista basa il suo
sentimento solo sulle probabilità, mi pare che l’ateo, con ancor
minor precisione, poggi invece il suo semplicemente sulle
possibilità opposte. Inoltre, le obiezioni di entrambe le parti sono
sempre insolubili perché poggiano su cose delle quali gli uomini non
hanno alcuna idea precisa. Ne convengo in tutto e per tutto, e
tuttavia credo in Dio con la stessa forza con cui credo in qualunque
altra verità, perché credere o non credere sono le cose al mondo che
meno dipendono dalla mia volontà. Lo stato del dubbio è una
condizione troppo violenta per la mia anima. Quando la mia ragione è
indecisa, la mia fede non può restare a lungo in sospeso e decide
senza di essa. Allora, mille motivi mi spingono di preferenza sul
versante dove vi è maggior consolazione e aggiungono il peso della
speranza all’equilibrio della ragione.
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