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Questa lettera è veramente uno spaccato
socio-economico-politicoletterario della realtà delle grandi città toscane. Il
potere della banca e dei mercanti attraverso le attività in Italia e al di là
delle Alpi fino in Scozia: un potere di continuo rivolto a sostenere il
proprio comune e le sue guerre implacabili verso i comuni vicini anche proprio
perché ugualmente e oppositamente retti da compagnie e consorterie
finanziarie, mercantesche, notarili e artigianali, rivali di affari in Italia
e fuori d'Italia. Le attività di produzione, il commercio, il danaro e il
commercio del danaro sono l'oggetto e il fine di questi documenti; il tutto
investito da un ardente patriottismo cittadino e di parte politica, quando la
parte coincide con il potere cittadino. In caso contrario, l'istituzione del
«fuoriuscito», talora vera e propria città all'estero organizzata con le sue
magistrature e con il suo esercito.
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Lettera scritta a Siena il 5 luglio 1260, da una compagnia di
banchieri a Giacomo di Guidi Cacciaconti, membro della stessa
compagnia in Francia:
La lettera è stata scritta alla vigilia - si può dire - di Montaperti
(4 settembre 1260); e l'evento è vissuto dalla generazione dei
partecipanti e da almeno un paio delle successive con la passione
ardente di chi vi aveva giocato realtà e speranze; come in altri
eventi consimili che decisero o parvero decidere contrasti «storici»
delle città italiane protagoniste.
In nomine Domini, amen. Responsione dele lettare di Francia del
primo messo dela fiera di Provino di maggio, anno mille dugento
sesanta. Iachomo Guidi Chaciachonti, Iachomo e Giovanni di Grigorio
e Vincenti e gli altri chonpangni ti salutano [...] E chome ti
mandamo dicendo per l'altra lettara, chosí ti dicemo in chesta che
tu no ti maravigli perché noi abiamo venduti provenegini e vendiamo:
che sapi, Iachomo, che noi semo in grande dispesa e in grande
facenda a chagione dela guerra che noi avemo chon Fiorenga. E sapi
che a noi pur chonviene avere de' denari per dispendare e per fare
la guera; onde noi vedemo che noi no potemo avere denari da neuna
parte che sia meglio per noi, che a vendare provenegini [...]
D'altra parte ti volemo fare asapere di chonvenentri di Toscana; che
sapi, Iachomo, che noi semo ogi in grande dispesa e in grande
facenda a chagione dela guerra che noi avemo chon Fiorenga; e sapi
che a noi chostarà asai ala borsa, ma Fiorenga chonciaremo noi sí
che giamai no ce ne miraremo drieto, se Dio di male guardia messer
lo re Manfredi, a chui Idio dia vita, amen [...] E sapi che nela
cità di Siena sono posti otto cento chavali, per dare morte e
distrugimento a Fiorenga. E sapi ch'elino àno sí grande paura di noi
e de' nostri chavaieri ch'elino si sconpisciano tutti, e non
aspetano in neuna parte là 've eglino siano. Che sapi che quando noi
guastamo Cholle, eglino trasero popolo e chavaieri insino a
Barbarino: ma venero a mal'ota, che ce n'eravamo partiti dal guasto
e tornati in Siena d'uno dí. Inchontanente che noi el sapemo traemo
tutti, popolo e chavaieri, e andavànne a loro, e traemo insino a
Pogibonigi. Ine sapemo ch'elino erano fugiti, ed andavansi via: noi
rimandamo el popolo a Siena, e' chavaieri lo trasero dietro, e
andàvali chaciando d'in pogio in pogio chome gativi; e andaro
ardendo e abrusciando insino apresso a Fiorenga a quatro miglia. Or
puoi vedere s'elino ne dotano e àvone paura di noi! E sapi che noi a
loro daremo el malano unguanno in chesto anno, se Dio piace [...].
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