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LETTERE

 
La casa natale






LETTERE DI GIUSEPPE VERDI (1813-1901)

Le lettere, raccolte e curate da Aldo Oberdorfer, ci offrono la biografia del grande musicista: hanno anche un sottotitolo, Autobiografia dalle lettere; infatti contengono una serie di particolari, che illuminano e chiariscono la vita di Verdi.

"Sapete? Io son proprio nato nel '13 e da pochi giorni ho compiuto i 63 anni, mia madre mi aveva sempre detto che io ero nato nel '14 ed io naturalmente ho creduto ed ho ingannato tutti quelli che mi domandavano de' miei anni" (a Clara Maffei, 14 ottobre 1876); "Lei sa che a momenti siamo a San Michele ed io non ho ancora trovato la casa perchè ci vuole l'affitto anticipato. Io non l'ho e ricorro a Lei ... Spiacemi il doverlo tediare ora che so in che spese sia per altri. Se potessi fare a meno (lo giuro), lo farei" (al suocero, 4 settembre 1839); "Con quest'opera si può dire veramente che ebbe principio la mia carriera artistica; e se dovetti lottare contro tante contrarietà, è certo però che il Nabucco nacque sotto una stella favorevole ..." (a Giulio Ricordi, 19 ottobre 1879); "Sto strabenone e presto presto vengo a sentire gli interrotti aneddoti del comune nostro amico ... Si mangiano o non si mangiano questi maccheroni? Io desidero innapoletanarmi a Milano" (a Giuseppina Appiani, 1843). La raccolta è stata divisa in nove capitoli: Fino al Nabucco; Le amiche, Gliamici; Sant'Agata; Patriottismo, politica e censura; Libretti, librettisti e interpreti; Gli affari; Torniamo all'antico; Inventare il vero. Affiorano episodi, circostanze, fatti cristallizzati in forme cementate dal sentimento o risentimento; talvolta si nota un Verdi spensierato, un po' frivolo, "così poco verdiano", come appare in certi biglietti inviati a Giuseppina Appiani; oppure un Verdi molto rispettoso, ma estremamente cordiale, come nelle lettere a donna Emilia Morosini, madre del patriota Emilio; dalle lettere invece di Giuseppina Strepponi l'intimità del maestro n'è meglio illuminata. Fra gli amici, un posto preminente spetta ad Antonio Barezzi; ma l'ammirazione del maestro è per Manzoni: "Cosa potrei dirvi di Manzoni? come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me alla presenza di quel santo, come voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini" (alla contessa Maffei, 7 luglio 1868); "Sono profondamente addolorato della morte del nostro Grande. Ma io non verrò domani a Milano chè non avrei cuore d'assistere ai suoi funerali. Verrò fra breve per visitarne la tomba, solo e senza essere visto" (alla contessa Maffei, 23 maggio 1873); "Non mi si devono ringraziamenti nè da Lei nè dalla Giunta per l'offerta di scrivere una Messa funebre per l'anniversario di Manzoni. E' un impulso, o dirò meglio un bisogno del cuore, che mi spinge ad onorare, per quanto posso, questo Grande che ho tanto stimato come scrittore e venerato come uomo, modello di virtù e di patriottismo" (al sindaco di Milano, 9 giugno 1873). La campagna di sant'Agata Busseto è la confidente dei sentimenti più intimi del maestro: "Sono in piena fabbrica. Mi alzo alle cinque, vado alla muta delle quaglie: sparo qualche fucilata alle quaglie che non sono tanto imbecilli d'andare nella rete" (ad Angelo Mariani, 26 agosto 1860); "Ella avrà sentito dei scioperi nelle nostre campagne. Sien grazie al nostro Governo Riparatore! ha lasciato predicar tanto ed ha acceso cos un incendio, che difficilmente potrà spegnere" (alla contessa Giuseppina Negroni Prati Morosini, 7 ottobre 1880). Interessanti anche certi atteggiamenti politici e patriottici: "Qui arrivano diplomatici italiani da tutte le parti: anche ieri Tommaseo; oggi Picciotti. Non riusciranno a nulla; pare impossibile che sperino ancora nella Francia. In una parola: la Francia non vuole l'Italia nazione" (a Giuseppina Appiani, 24 agosto 1848, da Parigi); "Finalmente se ne sono andati! [gli austriaci] o almeno si sono allontanati e voglia la nostra buona stella allontanarli di più in più. E chi avrebbe creduto tanta generosità nei nostri alleati? Per me confesso e dico: "mea grandissima culpa" che io non credeva alla venuta dei Francesi in Italia" (alla contessa Maffei, 23 giugno 1859); "Invece di cantare un inno di gloria, parrebbemi più conveniente oggi innalzare un lamento sulle eterne sventure del nostro paese ... E dov'è dunque la tanto sospirata e promessa indipendenza d'Italia? Cosa significa il proclama di Milano? O che la Venezia non è Italia? dopo tanta vittoria quale risultato! quanto sangue per nulla" (alla contessa Maffei, 14 luglio 1859); "Tu mi domandi notizie e documenti sulla mia vita pubblica? La mia vita pubblica non esiste. Sono deputato, è vero, ma fu per sbaglio" (a Piave, 8 febbraio 1865); "Io sono rattristato dagli avvenimenti della guerra e deploro i mali di Francia e temo un avvenire terribile per noi ... Per me avrei amato dal nostro Governo una politica più generosa ed avrei voluto che si pagasse un debito di riconoscenza" (al conte Arrivabene, 13 settembre 1870); "Ma adesso tutti muoiono! Tutti! Ora il Papa! Povero Papa. Certamente io non sono per il Papa del Sillabo, ma sono per il Papa dell'amnistia e del Benedite Gran Dio l'Italia ... Senza di questo, chi sa cosa saressimo ora ... Un governo di preti! L'anarchia probabilmente e lo smembramento" (alla contessa Maffei, 12 febbraio 1878). Nè meno interessanti sono certi giudizi su libretti, librettisti e interpreti. "Il duello tra Aida e Radamès è bellissimo nella parte cantabile e manca, secondo me, di sviluppo e di evidenza nella parte scenica. Io avrei preferito nel principio un recitativo ... E perchè in questo cantabile ha Ella cambiato metro, dicendo quasi le stesse cose? era forse meglio ripetere le prime strofe" (al Ghislanzoni, 30 settemre 1870); "Voi nel tracciare Falstaff avete mai pensato alla cifra enorme dei miei anni? So bene che mi risponderete, esagerando lo stato di mia salute, buono, ottimo, robusto ... E sia pur così; ciò malgrado converrete meco che potrei essere tacciato di grande temerità nell'assumermi tanto incarico" (ad Arrigo Boito, 7 luglio 1889); "Io domando semplicemente di essere padrone della roba mia e di non rovinare nissuno. Ed aggiungo, se si potesse farmi il dilemma: o accettate queste condizioni od abbruciate lo spartito, io preparerei subito il fuoco e porrei io stesso sul rogo Falstaff e la sua pancia" (a Giulio Ricordi, autunno 1892). Non mancano nemmeno lettere con notizie relative agli affari: "Non posso accettare la somma che la S. V. mi offre nella lettera dell'1 corr. Calcolata la messa in scena dei Lombardi, la spesa del libretto, le spese di viaggio e dell'alloggio in Venezia, io verrei ad intascare per l'opera nuova [ Ernani ] molto meno di quello che ho avuto per i Lombardi, somma della quale non mi contenterei per l'anno venturo" (al conte Mocenigo, 3 maggio 1843); "Passerò sotto silenzio un monte di cose della tua lettera; non dirò nulla di alcuni frizzi e punture che a te piace lanciarmi ... non t'ho mai dato il diritto di giudicarmi per un uomo debole, per un da nulla, per un imbecille, che si lascia influenzare da chichessia. Sappia il signor Ricordi che io sono solito, o bene o male, fare le cose di mia testa, come voglio io e come piace a me" (a Tito Ricordi, 25 novembre 1855); "Io farò scrupolosamente il dovere che mi sono imposto; ma gli altri dovranno adempiere a tutti i patti contratti!!!" (a Cesare De Sanctis, 7 ottobre 1872); "Scusate: ma tutti avete agito senza energia! Spieghiamoci: 1) Io ho il diritto che le mie opere, come da contratti, vengano eseguite come le ho scritte; 2) l'Editore deve mantenere tale diritto, e se in Francia, come voi diceste, non ha abbastanza autorità, subentro io come autore e domando che Falstaff venga eseguito come io l'ho immaginato" (a Giulio Ricordi, 9 giugno 1894). Come Verdi tiene all'osservanza dei contratti e dei patti e si ribella a ogni tentativo di sfruttare la sua persona a scopi di pubblicità, così espone le sue idee in fatto di musica: "Torniamo all'antico: sarà un progresso" (a Francesco Florimo, 5 gennaio 1871; "Studi sulle composizioni antiche sacre e profane. Bisogna però osservare che anche fra gli antichi non tutto è bello; quindi bisogna scegliere. Nissuno studio sui moderni! Ciò parrà a molti strano; ma quando sento e vedo in oggi tante opere fatte come i cattivi sarti fanno i vestiti sopra un "patron", io non posso cambiare opinione" (al senatore Giuseppe Piroli, 20 febbraio 1871); "L'epoca attuale parla, si dimena, si affacenda molto, produce poco e tende a fabbricarsi una musica nuova con della cipria e delle "ossa da morto" " (a Tito Ricordi, 22 ottobre 1862); "Per me gli augurerei [a Rossini] di disimparare la musica e scrivere un altro Barbiere " (al conte Arrivabene, 3 aprile 1864); "Il dilettantismo (fatale sempre in tutte le arti) per ismania di novità e per moda corre dietro al vago, allo strano ed affettando entusiasmi va ad annoiarsi ad una musica straniera ch'egli chiama classica" (alla contessa Maffei, 17 dicembre 1884); "Copiare il vero può essere una buona cosa, ma inventare il vero è meglio, molto meglio ... copiare il vero è una bella cosa, ma è una fotografia, non pittura" (alla contessa Maffei, 20 settembre 1876); "Ho ricevuto il diploma, che mi nomina Commendatore della Corona d'Italia. Quest'ordine è stato istituito per onorare coloro che giovarono sia con le armi, sia con le lettere, scienze ed arti all'Italia. Una lettera a Rossini della E. V. benchè ignorante in musica (come Ella stessa lo dice e lo crede) sentenzia che da quarant'anni non si è fatta più un'opera in Italia. Perchè allora si manda a me questa decorazione? Vi è certamente un equivoco nell'indirizzo e la rimando" (al ministro Broglio, maggio 1868). Dopo questa panoramica, è facile capire l'importanza dell'epistolario verdiano per conoscere bene Verdi.

Giuseppe Verdi

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