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Baldassarre Castiglione : lettera a papa Leone X sulle rovine di Roma.
Sono molti, Padre Santissimo, i quali misurando col loro picciolo
giudicio le cose grandissime che delli Romani circa l’arme, e della
Città di Roma circa al mirabile artificio, ai ricchi ornamenti e
alla grandezza degli edifici si scrivono, quelle più presto stimano
favolose che vere.
Ma altrimenti a me suole avvenire, perché considerando delle
reliquie che ancor si veggono delle ruine di Roma la divinità di
quegli animi antichi, non istimo fuor di ragione il credere che
molte cose a noi paiano impossibili che ad essi erano facilissime.
Però, essendo io stato assai studioso di queste antiquità e avendo
posto non picciola cura in cercarle minutamente e misurarle con
diligenza, e, leggendo i buoni autori, confrontare l’opere con le
scritture, penso di aver conseguito qualche notizia
dell’architettura antica.
Il che in un punto mi dà grandissimo piacere, per la cognizione di
cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il
cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così
miseramente lacerato. Onde se ad ognuno è debita la pietà verso i
parenti e la patria, tengomi obbligato di esporre tutte le picciol
forze mie, acciocché più che si può resti vivo un poco della
immagine, e quasi l’ombra di questa, che in vero è patria universale
di tutti li cristiani, e per un tempo è stata tanto nobile e
potente, che già cominciavano gli uomini a credere ch’essa sola
sotto il cielo fosse sopra la fortuna e, contro il corso naturale,
esente dalla morte, e per durare perpetuamente.
Però parve che il tempo, come invidioso della gloria de’ mortali,
non confidatosi pienamente delle sue forze sole, si accordasse con
la fortuna e con li profani e scellerati Barbari, li quali alla
edace lima e venenato morso di quello aggiunsero l’empio furore e ‘l
ferro e il fuoco e tutti quelli modi che bastavano per ruinarla.
Onde quelle famose opere che oggidì più che mai sarebbono floride e
belle, furono dalla scellerata rabbia e crudele impeto de’ malvagi
uomini, anzi fiere, arse e distrutte: sebbene non tanto che non vi
restasse quasi la macchina del tutto, ma senza ornamenti, e, per dir
così, l’ossa del corpo senza carne.
Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi
nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender
queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente
atteso a distruggerle? Quanti Pontefici, Padre Santissimo, li quali
avevano il medesimo officio che ha Vostra Santità, ma non già il
medesimo sapere, né il medesimo valore e grandezza d’animo, né
quella clemenza che la fa simile a Dio: quanti, dico, Pontefici
hanno atteso a ruinare templi antichi, statue, archi e altri edifici
gloriosi! Quanti hanno comportato che solamente per pigliar terra
pozzolana si sieno scavati dei fondamenti, onde in poco tempo poi
gli edifici sono venuti a terra! Quanta calce si è fatta di statue e
d’altri ornamenti antichi! che ardirei dire che tutta questa Roma
nuova che ora si vede, quanto grande ch’ella si sia, quanto bella,
quanto ornata di palagi, chiese e altri edifici che la scopriamo,
tutta è fabricata di calce e marmi antichi.
Né senza molta compassione posso io ricordarmi che poi ch’io sono in
Roma, che ancor non è l’undecimo anno, sono state ruinate tante cose
belle, come la Meta che era nella via Alessandrina, l’Arco mal
avventurato, tante colonne e tempi, massimamente da messer
Bartolommeo dalla Rovere.
Non deve adunque, Padre Santissimo, essere tra gli ultimi pensieri
di Vostra Santità lo aver cura che quel poco che resta di questa
antica madre della gloria e della grandezza italiana, per testimonio
del valore e della virtù di quegli animi divini, che pur talor con
la loro memoria eccitano alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra
noi, non sia estirpato, e guasto dalli maligni e ignoranti; che pur
troppo si sono infin qui fatte ingiurie a quelle anime che col loro
sangue partoriscono tanta gloria al mondo. Ma più presto cerchi
Vostra Santità, lasciando vivo il paragone degli antichi,
agguagliarli e superarli, come ben fa con grandi edifici, col
nutrire e favorire le virtuti, risvegliare gl’ingegni, dar premio
alle virtuose fatiche, spargendo il santissimo seme della pace tra
li principi cristiani. Perché come dalla calamità della guerra nasce
la distruzione e ruina di tutte le discipline ed arti, così dalla
pace e concordia nasce la felicità a’ popoli, e il laudabile ozio
per lo quale ad esse si può dar opera e farci arrivare al colmo
dell’eccellenza, dove per lo divino consiglio di Vostra Santità
sperano tutti che si abbia da pervenire al secolo nostro.
E questo è lo essere veramente Pastore clementissimo, anzi Padre
ottimo di tutto il mondo. Essendomi adunque comandato da Vostra
Santità ch’io ponga in disegno Roma antica, quanto conoscere si può
per quello che oggidì si vede, con gli edifici che di sé dimostrano
tali reliquie, che per vero argomento si possono infallibilmente
ridurre nel termine proprio come stavano, facendo quelli membri che
sono in tutto ruinati, né si veggono punto corrispondenti a quelli
che restano in piedi e si veggono, ho usato ogni diligenza a me
possibile, accioché l’animo di Vostra Santità resti senza confusione
ben satisfatto.
E benché io abbia cavato da molti autori latini quello che intendo
di dimostrare, però tra gli altri principalmente ho seguitato Publio
Victore, il quale, per esser stato degli ultimi, può dar più presto
particolar notizia delle ultime cose. E perché forse a Vostra
Santità potrebbe parere che difficil fosse il conoscere gli edifici
antichi dalli moderni, o li più antichi dalli meno, non
pretermetterò ancor le vie antiche, per non lasciar dubbio alcuno
nella sua mente.
Anzi, dico che con poca fatica far si può, perché tre sorti di
edifici in Roma si trovano: l’una delle quali sono tutti gli antichi
ed antichissimi, li quali durarono fin al tempo che Roma fu ruinata
e guasta da’ Gotti e altri barbari; l’altra, tanto che Roma fu
dominata da’ Gotti, e ancor cento anni dappoi; l’altra, da quello
fin alli tempi nostri.
Gli edifici adunque moderni e de’ tempi nostri sono notissimi, sì
per esser nuovi, come ancor per non avere la maniera così bella come
quelli del tempo degl’imperatori, né così goffa come quelli del
tempo de’ Gotti; di modo che, benché siano più distanti di spazio e
di tempo, sono però più prossimi per la qualità, e posti quasi tra
l’uno e l’altro. E quelli del tempo de’ Gotti, benché siano prossimi
di tempo a quelli del tempo degl’imperatori, sono differentissimi di
qualità, e come due estremi, lasciando nel mezzo li più moderni.
Non è adunque difficile il conoscere quelli del tempo
degl’imperatori, i quali sono li più eccellenti, e fatti con
grandissima arte e bella maniera d’architettura; e questi soli
intendo io di dimostrare: né bisogna che in cuore d’alcuno nasca
dubbio che, degli edifici antichi, li meno antichi fossero meno
belli, o meno intesi, perché tutti erano d’una ragione.
E benché molte volte molti edifici dalli medesimi antichi fossero
instaurati, come si legge che nel luogo dove era la casa aurea di
Nerone, nel medesimo dappoi furono edificate le terme di Tito e sia
la casa e l’anfiteatro, nientedimeno erano fatte con la medesima
ragione degli altri edifici ancor più antichi che il tempo di
Nerone, e coetanei della casa aurea.
E benché le lettere, la scultura, la pittura e quasi tutte l’altre
arti fossero lungamente ite in declinazione, e peggiorando fin al
tempo degli ultimi imperatori, pure l’architettura si osservava e
manteneva con buona ragione, ed edificavasi con la medesima che li
primi. E questa fu tra l’altre arti l’ultima che si perdé. Il che si
può conoscere da molte cose, e tra l’altre da l’arco di Costantino,
il componimento del quale è bello e ben fatto in tutto quello che
appartiene all’architettura, ma le sculture del medesimo arco sono
sciocchissime, senza arte o bontate alcuna. Ma quelle che vi sono
delle spoglie di Traiano e d’Antonino Pio, sono eccellentissime e di
perfetta maniera. Il simile si vede nelle terme diocleziane, che le
sculture sono goffissime e le reliquie di pittura che vi si veggono
non hanno che fare con quelle del tempo di Traiano e Tito: pure,
l’architettura è nobile e bene intesa.
Ma poi che Roma da’ Barbari in tutto fu ruinata e arsa, parve che
quello incendio e misera ruina ardesse e ruinasse, insieme con gli
edifici, ancor l’arte dello edificare. Onde essendosi tanto mutata
la fortuna de’ Romani, e succedendo in luogo delle infinite vittorie
e trionfi la calamità e misera servitù, quasi che non convenisse a
quelli che già erano soggiogati e fatti servi dalli barbari abitare
di quel modo e con quella grandezza che facevano quando essi avevano
soggiogati li barbari, subito con la fortuna si mutò il modo
dell’edificare e dello abitare, e apparve un estremo tanto lontano
dall’altro, quanto è la servitù dalla libertà, e si ridusse a
maniera conforme alla sua miseria, senza arte, senza misura, senza
grazia alcuna. E parve che gli uomini di quel tempo, insieme con la
libertà, perdessero tutto l’ingegno e l’arte, perché divennero tanto
goffi, che non seppero fare li mattoni cotti, nonché altra sorte
d’ornamenti, e scrostavano li muri antichi per torre le pietre cotte
e pestavano li marmi e con essi muravano, dividendo con quella
mistura le pareti di pietra cotta, come ora si vede a quella torre
che chiamano della Milizia.
E così per buono spazio seguirono con quella ingoranza che in tutte
le cose di quei tempi si vede, e parve che non solamente in Italia
venisse questa atroce e crudele procella di guerra e distruzione, ma
si diffondesse ancora nella Grecia, dove già furono gl’inventori e
perfetti maestri di tutte l’arti. Onde di là ancor nacque una
maniera di pittura, scultura e architettura pessima e di nessun
valore.
Parve dappoi che i Tedeschi cominciassero a risvegliare un poco
questa arte, ma negli ornamenti furono goffi e lontanissimi dalla
bella maniera de’ Romani, li quali oltre la macchina di tutto
l’edificio, avevano bellissime cornici, belli fregi, architravi,
colonne ornatissime di capitelli e basi, e misurate con la
proporzione dell’uomo e della donna. E li Tedeschi (la maniera de’
quali in molti luoghi ancor dura) per ornamento spesso ponevano
solamente un qualche figurino rannicchiato e mal fatto per mensola,
a sostenere un trave, e animali strani e figure e fogliami goffi e
fuori d’ogni ragione naturale.
Pur ebbe la loro architettura questa origine, che nacque dagli
arbori non ancor tagliati, li quali, piegati li rami e rilegati
insieme, fanno li loro terzi acuti. E benché questa origine non sia
in tutto da sprezzare, pure è debole, perché molto più reggerebbono
le capanne fatte di travi incatenate e poste a uso di colonne con li
culmini e coprimenti (come descrive Vitruvio della origine
dell’epoca dorica), che li terzi acuti, li quali fanno due centri. E
però molto più sostiene, secondo la ragione mattematica, un mezzo
tondo, il quale ogni sua linea tira ad un centro solo, perché, oltre
la debolezza, un terzo acuto non ha quella grazia all’occhio nostro,
al quale piace la perfezione del circolo, onde vedesi che la natura
non cerca quasi altra forma.
Ma non è necessario parlare dell’architettura romana per farne
paragone con la barbara, perché la differenza è notissima, né ancor
per descrivere l’ordine suo, essendone stato già tanto
eccellentemente scritto per Vitruvio.
Basti dunque sapere che gli edifici di Roma, insino al tempo degli
ultimi imperatori, furono sempre edificati con buona ragione
d’architettura, e però concordavano con li più antichi. Onde
difficoltà alcuna non è discernerli da quelli che furono al tempo
de’ Gotti e ancor molti anni dappoi, perché furono quasi due stremi
ed opposti totalmente. Né ancor è malagevole il conoscerli dalli
nostri moderni, per molte qualità, ma specialmente per la novità,
che li fa notissimi.
Avendo dunque abbastanza dichiarato quali edifici antichi di Roma
sono quelli ch’io intendo di dimostrare a Vostra Santità, conforme
alla sua intenzione, ed ancor come facil cosa sia il conoscere
quelli dagli altri, resta ch’io dica il modo che ho tenuto in
misurarli e disegnarli, acciocché Vostra Santità sappia s’io averò
operato l’uno e l’altro senza errore, e perché conosca che nella
descrizione che seguirà non mi sono governato a caso e per la
pratica, ma con vera ragione. E per non aver io infin a mo’ veduto
scritto, né inteso che sia appresso d’alcuno antico il modo di
misurare con la bussola della calamita (il quale modo soglio usare
io), stimo che sia invenzione de’ moderni. E però volendo anche in
questo ubbidire al comandamento di Vostra Santità, dirò minutamente
come si abbia da adoperare, prima che si passi ad altro.
Farassi adunque un instromento tondo e piano, come un astrolabio, il
diametro del quale sarà due palmi o più o meno, come piace a chi
vuole adoperarlo, e la circonferenza di questo istromento si partirà
in otto parti giusti, e a ciascuna di quelle parti si porrà il nome
d’uno degli otto venti, dividendola in trentadue altre parti
picciole, che si chiameranno gradi. Così dal primo grado di
Tramontana, farà il primo d’Ostro.
Medesimamente si tirerà pur dalla circonferenza un’altra linea, la
quale passando per lo centro intersecherà la linea d’Ostro e
Tramontana, e farà introno al centro quattro angoli retti, e in un
lato della circonferenza segnerà il primo grado del Levante,
nell’altro il primo di Ponente. Così tra queste linee che fanno li
soprascritti quattro venti principali resterà lo spazio degli altri
quattro collaterali, che sono Greco, Lebechio, Maestro e Scirocco.
E questi si descriveranno con li medesimi gradi e modi che si è
detto degli altri. Fatto questo, nel punto del centro dove
s’intersecano le linee conficcheremo un umbilico di ferro, come un
chiodetto, drittissimo e acuto, e sopra questo si metterà la
calamita in bilancia, come si usa di fare negli oriuoli da sole che
tuttodì veggiamo. Poi chiuderemo questo luogo della calamita con un
vetro, ovvero con un sottile corno trasparente, ma che non tocchi,
per non impedire il moto di quella né sia sforzato dal vento. Dappoi
per mezzo dell’instromento, come diametro, si manderà un indice, il
quale sarà sempre dimostrativo non solamente degli opposti venti, ma
ancor de’ gradi, come l’armilla nell’astrolabio. E questo si
chiamerà "traguardo", e sarà acconcio di modo che si potrà volgere
intorno, stante fermo il resto dell’instromento.
Con questo adunque misureremo ogni sorte di edificio, di che forma
sia, o tondo o quadro o con istrani angoli e svoglimenti quanto dir
si possa.
E il modo è tale: che nel luogo che si vuol misurare si ponga lo
instromento ben piano, acciocché la calamita vada al suo dritto e
s’accosti alla parte da misurarsi quanto comporta la circonferenza
dell’instromento. E questo si vada volgendo tanto che la calamita
sia giusta verso il vento degnato per Tramontana. Dappoi guardisi a
quel vento e a quanti gradi è volta per diritta linea quella parete,
la quale si misurerà con la canna o cubito o palmo, fin a quel
termine che il traguardo porta per dritta linea, e questo numero si
noti, cioè tanti cubiti e tanti gradi di Ostro e Scirocco o quale si
sia.
Dappoi che il traguardo non serve più per dritta linea, devesi
allora svogliere, cominciando l’altra linea che si ha da misurare,
dove termina la misurata, e così indirizzandola a quella,
medesimamente notare i gradi del vento e il numero delle misure fin
tanto che si circuisca tutto lo edificio. E questo stimo io che
basti quanto al misurare, benché bisogna intendere le altezze e i
tondi, li quali si misurano in altra maniera, come poi si mostrerà a
luogo più accomodato.
Avendo misurato di quel modo che si è detto, e notate tutte le
misure e prospetti, cioè tante canne o palmi, a tanti gradi di tal
vento, per disegnare bene il tutto è opportuno aver una carta della
forma e misura propria della bussola della calamita, e partita
appunto di quel medesimo modo, con li medesimi gradi delli venti,
della quale ci serviremo come mostrerò.
Piglierassi dunque la carta sopra la quale si ha a disegnar lo
edificio, e primamente si tirerà sopra d’essa una linea, la quale
serva quasi per maestra, al diritto di Tramontana. Poi vi si
sovrappone la carta dove si ha disegnata la bussola e si drizza di
modo che la linea di Tramontana nella bussola disegnata si convenga
con quella che si è tirata nella carta dove si ha a disegnare lo
edificio. Dappoi guardasi i numero delli piedi che si notarono
misurando e li gradi di quel vento verso il quale è indirizzato il
muro o via che si vuol disegnare.
E così trovasi il medesimo grado di quel vento nella bussola
disegnata, tenendola ferma con la linea di Tramontana sopra la linea
descritta nella carta, e tirasi la linea di quel grado dritta, che
passi per lo centro della bussola disegnata, e si descrive nella
carta dove si vuole disegnare. Dappoi riguardasi quanti piedi si
traguardò per dritto di quel grado, e tanti se ne segneranno con la
misura delli nostri piccioli piedi su la linea di quel grado. E se,
verbi gratia, si traguardò in un muro di piedi 30 a gradi 6 di
Levante, si misurano piedi 30 e segnansi. E così di mano in mano, di
modo che con la pratica si farà una facilità grandissima, e sarà
questo quasi un disegno della pianta e un memoriale per disegnare
tutto il restante.
E perché secondo il mio giudizio molti s’ingannano circa il
disegnare gli edifici, che in luogo di far quello che appartiene
all’architetto, fanno quello che appartiene al pittore, dirò qual
modo mi pare che s’abbia a tenere perché si possano intendere tutte
le misure giustamente, e perché si sappiano trovare tutti li membri
degli edifici senza errore.
Il disegno adunque degli edifici si divide in tre parti, delle quali
la prima è la pianta, o vogliamo dire disegno piano, la seconda è la
parte di fuori con li suoi ornamenti, la terza è la parete di dentro
pur con li suoi ornamenti.
La pianta è quella che comparte tutto lo spazio piano del luogo da
edificare, o vogliamo dire il disegno del fondamento di tutto lo
edificio, quando già è radente al piano della terra. Il qual spazio,
benché fosse in monte, bisogna ridurre in piano e far che la linea
delle basi del monte sia parallela con la linea delle basi de’ piani
dello edificio. E per questo devesi pigliare la linea dritta del
piede del monte e non la circonferenza dell’altezza, di modo che
sopra quella cadano piombati e perpendicolari tutti li muri. E
chiamasi questo disegno "pianta", quasi che come lo spazio che
occupa la pianta del piede, che è fondamento di tutto il corpo, così
questa pianta sia fondamento di tutto lo edificio.
Disegnata che si ha la pianta e compartitovi li suoi membri con le
larghezze loro, o in tondo o in quadro o in qual’altra forma si sia,
devesi tirare, misurando sempre il tutto con la picciola misura, una
linea della larghezza delle basi di tutto lo edificio. E dal punto
di mezzo di questa linea tirare un’altra linea dritta, la quale
faccia dall’un canto e dall’altro due angoli retti: e questa sia la
linea della intrata dello edificio.
Dalle due estremità della linea della larghezza tireransi due linee
parallele perpendiculari sopra la linea della base, e queste due
linee sieno alte quanto ha da essere lo edificio. Dappoi, tra queste
due estreme linee che fanno l’altezza, si pigli la misura delle
colonne, pilastri, finestre e altri ornamenti disegnati nella metà
della pianta di tutto lo edificio dinanzi, e da ciascun punto delle
estremità delle colonne o pilastri e vani, ovvero ornamenti di
finestre, si farà il tutto, sempre tirando linee parallele a quelle
due estreme. Dappoi per lo traverso si ponga l’altezza delle basi,
delle colonne, delli capitelli, degli architravi, delle finestre,
fregi, cornici e cose tali: e questo tutto si faccia con linee
parallele della linea del piano dello edificio.
Né si diminuisca nella estremità dell’edificio, ancorché fosse
tondo, né ancor se fosse quadro, per fargli mostrar due faccie, come
fanno alcuni, diminuendo quella che si allontana più dall’occhio,
che è ragione di prospettiva e appartiene al pittore, non
all’architetto, il quale dalla linea diminuita non può pigliare
alcuna giusta misura: il che è necessario a questo artificio, che
ricerca tutte le misure perfette in fatto, non quelle che appaiono e
non sono.
Però al disegno dell’architetto s’appartengono le misure tirate
sempre con linee parallele per ogni verso. E se le misure fatte
talora sopra pianta di forma tonda scortano, ovvero diminuiscono,
ovvero fatte pur sopra il dritto in triangolo o altre forme, subito
si ritrovano nel disegno della pianta, e quello che scorta nella
pianta, come volte, archi e triangoli, è poi perfetto nelli suoi
dritti disegni. E per questo è sempre bisogno aver pronte le misure
giuste de’ palmi, piedi, dita, grani, fino alle sue parti minime.
La terza parte di questo disegno è quella che abbiamo chiamata la
parete di dentro con li suoi ornamenti. E questa è necessaria non
meno che l’altre due, ed è fatta medesimamente dalla pianta con le
linee parallele, come la prte di fuori, e dimostra la metà
dell’edificio di dentro come se fosse diviso per mezzo: dimostra il
cortile, la corrispondenza dell’altezza delle cornici di fuori con
quelle di dentro, l’altezza delle finestre, delle porte, gli archi
delle volte a botte o a crociera o che a altra foggia si sieno. E
questa via abbiamo seguitata noi, come si vederà nel progresso di
tutta questa nostra descrizione, alla quale essendo ormai tempo
ch’io dia principio, porrò prima qui appresso il disegno d’un solo
edificio in tutti i tre sopradetti modi, perché appaia ben chiaro
quanto ho detto.
Se poi nel rimanente io averò tanta ventura quanta mi viene in
ubbidire e servire a Vostra Santità, primo e supremo Principe in
terra della cristianità, siccome potrò dire d’esser fortunatissimo
fra tutti li suoi più devoti servitori, così anderò predicando di
riconoscere l’occasione di essa mia avventura dalla santa mano di
Vostra Beatitudine, alla quale bacio umilissimamente li santissimi
piedi.
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