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Pietro Bembo
a Giovan Francesco Pico della Mirandola
Hai agito a proposito e in modo amichevole nel comunicarmi per
lettera, con grande umanità, le opinioni da te sostenute nella
discussione che or non è molto abbiamo avuto intorno al concetto di
imitazione. Per quanto, infatti, grazie alla tua singolare
eccellenza in ogni genere di dottrina e al mio grande affetto verso
di te, ogni tuo discorso è solito rimanermi profondamente impresso
nei sensi e nella memoria, tuttavia quei medesimi discorsi affidati
a una lettera permangono più stabili e più durevoli e vi si ricorre
con maggiore facilità.
Così suole accadere che i discorsi consegnati alla scrittura sono
più completi e più ricchi di quelli che gli uomini si comunicano
conversando. La penna e la lentezza della scrittura aggiungono
infatti sempre qualcosa e il discorso cresce con la riflessione.
Perciò la tua conversazione, che mi dilettava mirabilmente mentre ti
ascoltavo parlare, ora che la leggo nella tua lettera è per me fonte
di grande godimento. A questa lettera, giacché mi provochi con
grande cortesia, risponderò non tanto per desiderio di contraddirti,
quanto di difendermi, né per confutare la tua opinione, quanto
piuttosto perché non lo sia la ragione che ha motivato me, e cioè
elogiare coloro i quali, nello stile di scrittura in cui abbiano
scelto di impegnare le loro forze, si propongono di imitare quello
solo che sanno emergere ed eccellere sugli altri.
Tu dovresti conoscere queste ragioni, che mi sforzai di esporti
direttamente. Ma prima di venire a questo, ti chiedo, dato che
nell'inizio della tua lettera scrivi che ti sembra che debbano
essere imitati tutti i buoni autori: perché nel resto dell'epistola
quelli che talvolta vengono imitati li critichi tutti e non ne lodi
neanche uno?
Se dirai di farlo perché consideri cattivi quelli che biasimi, non
avresti buoni autori da celebrare: per prima cosa non è verosimile
che non ci sia una qualche arte di imitare che sia lodevole, e che
non si trovi neanche uno, in tutta questa folla di imitatori (quanta
è inevitabile che sia ora, sia stata prima in ogni tempo e sia
sempre in futuro), il quale sia ricorso a quest'arte correttamente.
La natura, infatti, conferisce a ogni uomo la pulsione e la facoltà
di imitare, nonché una passione mista a una sorta di emulazione:
essa può essere frenata e repressa dalla ragione ma non divelta e
sradicata del tutto. Quindi, se ti si concede che nessuno ha imitato
correttamente, credo che anche Virgilio non ti sembrerà un buon
imitatore: perché allora approvi quell'arte nella quale, sebbene
innumerevoli e degnissimi ingegni vi si sono provati, nessuno
tuttavia di essi ha a tuo giudizio conseguito la lode e il nome di
buon autore? Perché piuttosto non ti sei convertito al parere di
quelli che hanno sostenuto che è bene non imitare e hanno biasimato
chiunque e in qualsiasi modo lo facesse?
Sarebbe stato meglio o che tu non ti scagliassi contro coloro dei
quali avevi approvato prima l'artificio, oppure non approvassi
questa arte della quale ti accingevi a criticare i cultori e i
sostenitori con tanto vigore e tanto diffusamente. Avresti infatti
ottenuto con la massima facilità quello che è il fine della tua
eloquenza nella lettera, e cioè di criticare costoro con asprezza e
veemenza.
Se tu avessi seguito questa tua convinzione e ti fossi spianato un
campo più libero per la disputa, avresti anche evitato a me la
fatica di rispondere alla tua lettera. Ti avrei infatti rispedito
quella famosa epistola scritta da Paolo Cortesi, elegante, ricca di
qualche arguzia eppure anche grave, con la quale egli piega
l'inconsistenza teorica del suo amico Poliziano, uomo dotto, per
Ercole, e ricco d'ingegno, ma, mi pare, non molto giudizioso.
Poliziano, sembrandogli di non potere in alcun modo conseguire quel
modo e stile di scrittura ciceroniano, dal quale fu sempre piuttosto
lontano, si volse a condannare quelli che avevano deciso di
esprimere tale stile e lo coltivavano imitandolo in qualche maniera.
Perciò l'erudizione e la misura con cui Cortesi ribatte la
dissimulazione di Poliziano avrebbe potuto essere sufficiente anche
per te, se tu fossi stato dello stesso suo parere.
Ora però, quando affermi che bisogna imitare ma non uno solo, bensì
tutti i buoni autori, in che modo tu lo intenda io non lo comprendo.
Infatti se tutti coloro che in un genere di scrittura sono
considerati buoni maestri emergessero pari tra loro per la nobiltà
di stile e l'eleganza dei loro scritti, ti si potrebbe forse
concedere ciò che dici, ossia che non dobbiamo applicarci a uno solo
bensì a tutti.
Ora, dato che risulta che la misura di ciascun ingegno o di ciascuna
arte è diversissima e dato che un autore emerge su un altro, come si
può mettere in discussione che se ci dedichiamo ai migliori dovremo
trascurare quelli che sono meno buoni? O se tra coloro che sono
considerati buoni autori uno è di gran lunga migliore e superiore,
al punto che le virtù che sono separatamente negli altri in lui solo
si ammirino tutte insieme e anche più splendide ed eleganti, quando
avremo imitato quell'unico massimo e sommo, se imiteremo gli altri
che sono considerati mediocremente buoni, avremo qualche vantaggio?
Come se fosse necessario che chi ha imparato a dipingere alla
maniera di Apelle, alla cui arte gli altri pittori ammirati hanno
attribuito senza controversia il primato, si rivolgesse ai quadri di
Polignoto e di Timante per impararne qualcosa. Oppure che uno che
abbia raggiunto l'eccellente e celebre arte di Lisippo nello
scolpire figure, contemplasse le rigide statue di Calamide o quelle
pure ancora più rigide di Canaco. Quegli artisti quando desideravano
ritrarre con la loro arte il volto di Alessandro non guardavano che
a lui, volgevano la loro mente e i loro occhi solo verso di lui.
Noi che ci dobbiamo proporre l'immagine di quello stile che sia
bellissimo e perfettissimo e nel raggiungere il quale concentriamo
il nostro studio e la nostra diligenza tenendolo dinanzi agli occhi,
rivolgeremo l'attenzione e l'animo a riprodurre le immagini anche
delle opere che non sono altrettanto belle?
Mi sembra, Pico, che chi sostenga ciò sia in errore. Non siamo
infatti formati dagli dèi immortali tali da essere in grado di
procurarci gli enti primi, cerchiamo almeno di ottenere quello che
viene subito dopo, non certo ciò che è inferiore: il nostro animo
infatti è rivolto sempre a ciò che è sommo e sublime.
Perciò, come ho detto, mi stupisco che tu non abbia piuttosto
ritenuto di scegliere per l'uno o altro dei due partiti: cioè o che
non convenga affatto imitare, ovvero, se pensi che bisogna imitare,
che si debba rivolgere tutti gli sforzi della nostra imitazione non
indifferentemente a tutto ciò che è buono, bensì solo a ciò che è
considerato ottimo e perfettissimo.
Infatti circa quanto scrivi intorno alle idee è difficile non darti
credito, tu che sei un uomo dottissimo e da lungo tempo conoscitore
con merito e gloria di ogni disciplina e scuola filosofica, quando
sostieni qualche opinione. Ma se tu sostieni che nel tuo animo è
insita e trasmessa dalla natura una qualche idea e forma dello
stile, lo sostieni perché così sembra nel tuo animo.
Quanto al mio animo, posso assicurarti di non avervi intravisto
alcuna forma dello stile, alcuna figura retorica prima che io stesso
nello spazio di molti anni, con molte fatiche e con lunga
consuetudine ed esercizio l'abbia formata con la riflessione
intellettuale, leggendo i libri degli antichi autori.
A questa mi rivolgo ora quando debbo scrivere qualcosa, e quasi la
vedo con gli occhi così come con il pensiero, dalla quale prendere
quello che è necessario per comporre un'opera. Prima di dedicarmi
intensamente a queste meditazioni di cui parlo, osservavo con non
minore scrupolo dentro il mio animo e vi cercavo come riflessa in
uno specchio un'immagine dalla quale attingere e creare quello che
volevo. Ma in esso non c'era alcuna immagine, nulla mi si offriva,
non vedevo nulla. Perciò se mettevo mano alla penna, se cominciavo
qualche scritto, ero guidato non da una regola, non dal criterio che
desideravo, ma procedevo a caso e senza costanza: nessuna di quelle
idee e concetti che tu menzioni mi guidava.
So bene che quando sostieni questa teoria ti riferisci alla sentenza
dei Platonici, i quali riferivano le cose che sono prime e superiori
in natura (o possono essere anche altrimenti), alle immagini e idee
divine. Ma io penso piuttosto che in Dio stesso, autore ed artefice
del mondo e di tutte le cose, sia una sorta di idea divina, cui non
manchi nulla e sia in tutto perfettissima: a esempio, della
giustizia, della temperanza, delle altre virtù così anche dello
scrivere bene. A essa guardavano, per quanto potevano attingervi con
la mente, Senofonte, Demostene e lo stesso Platone per primo, così
come anche Crasso, Antonio, Cesare e Cicerone più di tutti, quando
dettavano e scrivevano qualcosa, e all'immagine di essa che avevano
concepito rivolgevano lo stile e il pensiero.
Lo stesso penso dobbiamo fare noi: nei nostri scritti dobbiamo
tentare in tutti i modi di attingere quanto più si può pienamente e
da vicino al simulacro di questa forma. Se nei nostri animi si
trovano quelle idee che tu dici, diverse in ciascuno e quindi
diverse e varie tra loro, in che modo le avremmo avute in sorte
dalla natura stessa al momento della nascita, io secondo il
temperamento del mio animo e del mio corpo, tu secondo il tuo,
ciascuno secondo il proprio? Se da esse ci è lecito secondo il
nostro estro e la nostra applicazione allontanare la penna e
rivolgerla in qualsiasi parte, perché non ritieni che sia opportuno
per noi imitare quello solo che eccella e primeggi tra tutti? Se non
è lecito, perché imitare tutti coloro che sono buoni? Infatti è da
invidioso non proporre a tutti quell'ottimo che gli uomini possono
raggiungere in un genere, ed è inutile dire che tutti i buoni
debbono essere imitati da parte di chi non ha la facoltà di
allontanare l'animo dalla idea e forma di scrittura che gli è stata
trasmessa dalla natura.
Se poi, come terza e ultima obiezione, nell'animo di alcuni sono
insite idee e forme tali che se vi si applica dello studio possono
essere facilmente piegate e modificate, negli animi di altri invece
sono tali che non possano esserlo in alcun modo: su questo punto tu
devi decidere, oppure è inevitabile che tu cada in ambiguità.
Infatti quelli cui è negato muoversi in qualsiasi direzione non
vanno esortati a qualche forma di imitazione, neppure alla migliore;
quelli che, se vogliono, procedono nella direzione voluta vanno
incitati. Di questi bisogna avere cura, perché non venga sottratto
nulla della loro facoltà; dagli altri non si deve pretendere che
cessino di essere buoni a nulla.
E io penso che non debbano imitare nessuno; né che quelli che sono
di ingegno corrotto, modesto, inerte e offrono di sé quasi l'aspetto
duro e implacabile della loro natura debbano tentare qualcosa in
alcun genere: che scrivano libri o no, che veglino o dormano, non mi
interessa. Io voglio quelli che, se si sono impegnati, se non si
sono piegati nell'animo, non potranno non ottenere ciò cui mirano, e
a loro parlo: se i loro ingegni sono coltivati danno frutti grandi e
fecondi.
E non mi fa cambiare opinione il constatare che non sono moltissimi
coloro che si sono formati in modo che, a qualsiasi arte abbiano
rivolto l'animo, in qualsiasi genere di scrittura si siano impegnati,
non vedranno deluse le loro speranze. Infatti non scoraggiò Cicerone
dallo scrivere quei bellissimi libri Dell'oratore il fatto che forse
non avesse mai né letto né udito un oratore tale e quale in quei
libri stabilisce debba essere. Neppure Platone per questo motivo
evitò di prescrivere le leggi della sua Repubblica, solo perché
pensava che fossero molto più distanti dall'uso e dalla consuetudine
dei popoli di quanto sperasse che qualche nazione e città le avrebbe
adottate.
Quelli che insegnano rettamente qualche disciplina non si pongono il
problema che tutti possano conseguirla, ma piuttosto che chi è in
grado di farlo la acquisisca in maniera tale che nessuno possa
superarlo. Chi è fatto in modo da non avere un ingegno eccellente
può forse impegnarsi, ma acquisirla e portarla a perfezione giammai.
Perciò la mediocrità d'ingegno viene respinta: in nessun modo
infatti mediocre è lo stesso che eccellente; ciò che è eccellente,
infatti, è di solito anche rarissimo e tanto più raro quanto più
eccellente.
L'esiguità di numero degli uomini eccellenti e la moltitudine di
quelli mediocri non deve essere tralasciata ma anzi considerata come
un valore. Apprezzo quel nocchiero virgiliano il quale ammonisce
Enea che per giungere più facilmente in Italia bisogna abbandonare
tutto ciò che è debole e teme il pericolo; se si farà così, aggiunge
subito il poeta:
Exigui numero, sed bello vivida virtus
Sono pochi di numero, ma hanno vivido valore in guerra
(Eneide, V 754)
Da ciò risulta che il più sapiente tra i poeti non solo ricercasse
la virtù in quelli che celebra ma anche la ricercasse "vivida", cioè
eccellente. Tuttavia, quando propongo ai nostri autori un solo
modello che sia ottimo e superiore a tutti, io non propongo loro da
imitare quelle immagini che non stanno da nessuna parte e che appena
possono essere conosciute con la mente, come fecero quei due autori
che ho presenti [Cicerone e Virgilio]: se così facessi non mi
schiererei dietro i loro esempi.
Chiunque può infatti insegnare le arti e le regole sul modo di
formare con metodo e misura l'oratoria e le materie civili, così
come anche le altre discipline, in modo tale da volere che coloro
che sono appassionati di esse progrediscano a uno stato e a una
forma migliore di quanto possa vederne l'immagine con i suoi occhi e
toccare con mano.
Dato che l'imitazione consiste tutta nell'esempio, va ricercata
nell'esempio: se manca quello, come può esserci imitazione? Tutto
l'esercizio dell'imitare, di cui discutiamo, non è nient'altro che
introdurre nei tuoi scritti la somiglianza con un altro stile e
usare quello stesso metodo nello scrivere che ha usato l'autore che
ti sei proposto di imitare.
Ma ritorno a quello che dici: che bisogna imitare tutti i buoni
autori. Ora ti chiedo: vuoi che imitiamo tutti i buoni in modo da
esprimere l'intero stile di scrittura di ciascuno di loro, oppure
ritieni sufficiente che quella parte dello stile in cui ognuno è
considerato migliore la riprendiamo da uno solamente e così da molte
porzioni degli stili usati da moltissimi altri ne formiamo uno solo
intero che usiamo noi? In che modo preferisci che sia presa questa
tua teoria, giudica tu. Ma non è da credere che tu voglia essere
inteso nella prima maniera. Cosa può essere infatti più assurdo che
pretendere che quante specie e forme di scrittura, diverse tra loro
e molto spesso differenti, dotate ciascuna di ogni sua parte e
membro, siano state adoperate, vengano racchiuse ed espresse tutte
in una sola forma e specie di scrittura? Quasi tu pensassi che,
costruendo un solo edificio, molte sorti di immagini diverse di
edifici e di manufatti possano esservi rappresentati interamente. Se
tu poi dicessi di volere intendere nell'altro modo - prendere una
sola delle numerose parti che costituiscono lo stile di ciascuno -
come tu hai fatto perlopiù, non è propriamente imitare: puoi certo
prendere da molti ma creerai uno stile tuo. Piuttosto che imitare
diremo saccheggiare, o se preferisci anche mendicare: infatti,
quando mendicano il cibo, gli uomini sono soliti comportarsi in modo
da chiedere a molti e non a uno solo quello di cui hanno bisogno per
vivere.
L'imitazione invece abbraccia l'intera forma dello scrivere di un
autore, richiede che se ne acquisisca ciascuna parte, riguarda
l'intera struttura e corpo dello stile. Infatti chi abbia seguito la
brevità sallustiana e l'abbia messa insieme in un insieme
disarmonico con parole disusate e popolari, non si dirà che abbia
imitato Sallustio; né chi abbia raggiunto la misuratezza di Giulio
Cesare nell'esporre gli eventi e abbia usato nell'esprimerla un
linguaggio rozzo, sarà degno perciò di essere chiamato imitatore di
Cesare.
Per me, chi vuole essere degno di questo nome è necessario che
esprima tutti gli aspetti dello stile dell'autore di cui vuole
essere detto imitatore. Perciò Cicerone, quando dà la definizione di
questa parola, dice che l'imitazione è quella dalla quale siamo
portati con un metodo scrupoloso ad assomigliare a qualcuno nel
discorso. Non sono, Pico, queste che cito le parole esatte di Tullio?
In che modo può accadere che possano essere simili a qualcuno coloro
i quali prendono quello che esprimono singolarmente da autori
diversi: da tutti, per non realizzare nulla?
Poi, se concederò il termine - infatti non voglio discutere nulla
con te capziosamente -, questo tuo metodo di imitare molti può più
facilmente essere oggetto di speranza che di desiderio, più essere
immaginato che conseguito, più detto a parole che realizzato nei
fatti.
Infatti, chi vuole imitare diversi autori nello stesso tempo non
ottiene nulla da alcuno: l'abbondanza gli distrae la mente e i sensi
e impedisce all'animo di essere stabile; e quello il cui animo non è
stabile in nulla, non può certo conseguire qualcosa in modo corretto,
neanche chi si sposta da uno all'altro; la cura che si è rivolta in
uno solo non è necessario andare a riversarla con frequenza in un
altro.
Tutti siamo presi dalla novità, dalla quale molti sono così
solleticati al punto di condannare quello da cui si sono allontanati.
Si aggiunge poi la diversità e la dissomiglianza degli scrittori.
Così, perlopiù, bisogna disimparare le vecchie nozioni per dedicare
cura e attenzione alle nuove.
In uno piace infatti con la dignità una sorta di severità del
discorso; in un altro sono molto approvate la giocondità, la
convivialità, lo scherzo. Quando abbiamo imparato a imitare uno di
loro, cominciamo ad apprendere l'altro; siamo costretti a rigettare
molte delle cose che prima con somma dedizione e fatica abbiamo
conseguito. Perciò lo studio si incrina, l'applicazione si
indebolisce, la nostra tensione e tutto l'ardore dell'animo langue e
si estingue, mentre siamo sbattuti qua e là nella varietà degli
esempi come tra flutti.
Infine, poiché tu pensi che debbano essere imitate soltanto le parti
buone di ciascuno, non troverai, se ci pensi bene, in che modo si
possa fare ciò. Quello che è buono ed eccellente in ciascuno
scrittore cresce e si consolida grazie a tutte le sue parti: tutte
le sue virtù e anche i difetti, se ce ne sono in lui, contribuiscono
all'insieme.
Infatti, come i volti degli uomini presentano ora benignità di
costumi, ora alacrità di carattere, ora fortezza d'animo, ora
fertilità d'ingegno, ora maestà, ora bellezza, e queste singole
indoli non sono costituite solo dalla postura degli occhi o delle
sopracciglia, o della bocca, o delle guance o da qualche altra parte,
bensì ciascuna da tutte le parti e membri del volto (cosicché se un
pittore volesse con i suoi colori imitare un carattere sarebbe
costretto a esprimere prima ogni parte di quella faccia a cui
appartiene il carattere stesso), allo stesso modo, per Ercole, negli
stili sono presenti quelle virtù o eleganze che lodiamo come
caratteristici dei singoli autori, le quali virtù non siamo affatto
in grado di adottare nei nostri scritti, a meno che non adottiamo
per intero quegli stili in cui tali eleganze sono presenti.
Oppure tu pensi di potere imitare quel candore e quella purezza di
linguaggio che vediamo essere grandissima e meravigliosa in Cesare,
se tu non usassi altrettanta misuratezza quanto ne usa lui più di
ogni altro autore, affinché, dal momento che parla di se stesso,
nello scrivere non sembri essere spinto dall'odio o dall'ambizione?
E lo giudicheresti trascurato nell'espressione in quanto, occupato
in condurre numerose e grandissime imprese, non poté impiegare
maggiore diligenza nello scrivere; oppure pensi che abbia ottenuto
ciò con l'applicazione, affinché non si pensasse che avrebbe potuto,
come alcuni credevano, acquistare molta più grazia nelle sue opere,
se l'impegno delle cose guerresche gli avesse lasciato più tempo per
scrivere? E quella sua caratteristica nitidezza mi sembra derivare
non da lui stesso incondizionatamente, bensì dipendere, tra gli
altri fattori, anche da questi due che ho detto. Se tu non li
osserverai, non raggiungerai certo mai quella nitidezza già tanto
lodata; se li osserverai e vorrai ottenere anche quella maestà
ciceroniana nello scrivere che tutti con lode innalzano al cielo, in
qualsiasi modo tu vi ambisca non la conseguirai e scompiglierai
quello che avevi già conseguito.
Quanto infatti aggiungi a uno, altrettanto è necessario che levi a
un altro. In questo modo, cose che entrambe da sé e separatamente
sono considerate esimie e illustri, se le mischi, nessuna delle due
manterrà il suo aspetto e dignità primitivi.
Perciò se la nitidezza di Cesare e la maestà di Cicerone, la brevità
di Sallustio e l'abbondanza di Livio, la nitidezza di Celso e la
precisione di Columella, se insomma quell'ornamento che è
caratteristico di ciascuno degli egregi scrittori e si intravede
come l'indole sul volto, se tutti questi caratteri stabilisci che
vengano impiegati nelle tue opere, temo che tu non abbia voluto
imitarli, quanto maltrattarli, non sembrerai conseguirli ma
corromperli. Se tuttavia eviterai che la tua intenzione venga
ingiustamente criticata, certo non sfuggirai quello che appare
manifesto, cioè che tu non sei stato in grado non dico di
raggiungere rettamente qualcuno di quegli autori, ma neppure di
riprenderlo mediocremente.
Dunque se un dio ti insegnasse quello che con la nostra volontà non
possiamo realizzare in alcun modo, cioè un'arte nuova e certo divina
con la quale tu, come insegni, sia in grado di imitare molti,
bisognerebbe tuttavia temere che tu decida di usarla.
Come può, infatti, accadere che per chi vuole seguire molti autori
guidato da una sola idea di stile, il suo discorso non sia dissimile,
non differente, non diverso e incostante con se stesso, non
disarmonico, non incoerente, mentre dell'uno abbraccia la leggerezza,
dell'altro l'ardore, dell'altro l'eleganza, dell'altro ancora la
trascuratezza (la quale ultima, talvolta, come il viso non truccato
in una donna, è piuttosto gradevole anche in uno scrittore), e
ancora gli innumerevoli e assai differenti altri generi e tipi di
scrittura?
Mi sembra che gli antichissimi poeti abbiano inventato Proteo,
dicendo che si trasformava ora in acqua, ora in fuoco, ora in fiera,
tuttavia non tollerava più di una forma nello stesso aspetto, non
solo perché pensavano che ciò non potesse avvenire ma anche perché
non vedevano in che modo cose all'apparenza diverse e varie tra loro
si congiungessero in modo conveniente.
Ma basta fin qui a proposito della tua lettera, o piuttosto di
quella parte della tua lettera alla quale ho pensato fosse opportuno
rispondere. Infatti non c'è stato bisogno di una risposta integrale
e quanto ho scritto può essere già parecchio, specie per te che
riconoscerai correttamente non solo la qualità di quello che è
scritto, ma da te solo considererai facilmente sulla base di quello
che leggi anche quello che potrebbe essere scritto seguendo le
stesse idee.
Vengo dunque a quella parte della nostra discussione in cui avevo
espresso il seguente parere: che vadano caldamente approvati coloro
che, volendo esprimersi in prosa, si propongono Cicerone come unico
autore da imitare; se in versi eroici, Virgilio. A questo parere non
sono arrivato subito, appena ho cominciato a riflettere
sull'argomento, ma ci sono arrivato dopo molte meditazioni e quasi
per gradi; perché non sembri che una volta preso tale partito
avventatamente ponessi fine alla mia ricerca e in esso mi fermassi.
Infatti all'inizio mi si affacciava nella mente il pensiero che
nelle opinioni e nei concetti filosofici, così come nei generi e
nello stile degli scrittori, è bene che non siamo sottomessi ad
alcuna legge, né che ci leghiamo e assoggettiamo a qualcuno, ma
piuttosto seguiamo quello che è apprezzato in ciascuno; opinione
questa che sembra essere simile e affine alla tua. Da essa, mentre
tentavo e sperimentavo molte cose in questo campo, mi hanno
allontanato quelle ragioni che più sopra ho esposto, affinché, se ne
sono in grado, ti rimuovano dalla tua convinzione.
Perciò, abbandonato questo parere, mi sono volto a credere che sia
più corretto e anzi più praticabile creare uno stile di scrittura
nuovo e non sperimentato da altri e del tutto personale; e credetti
che tutti gli uomini, a meno che non fossero invidiosi e malevoli,
avrebbero approvato questa opinione.
Una volta approvata, avrei voluto anche, per quanto posso,
sperimentarla; ma ogni nostra riflessione, diligenza, studio, ogni
nostra fatica fu inutile e sprecata. Non trovavo nulla, infatti, che
non potesse facilmente sembrare tratto dalla penna di qualche antico
scrittore, o che, se avevo evitato ciò, a confronto con le loro
opere, tuttavia, non mi dispiacesse in massimo grado, perché non
risentiva della bellezza, della proprietà, della maestà di
linguaggio di quei secoli, non presentava nessuna traccia, nessun
carattere di antichità.
A questa delusione della mia fatica subentrò la constatazione che
quelli che sostenevano di non imitare alcuno, furono in parte poco
felici nello scrivere, e in parte giacciono con i loro libri e carte
trascurati e abbandonati. Perciò, condannato quel principio, decisi
di volgermi a un'altra opinione, che è stata quello che ora ti
esporrò.
Voglio ora illustrarti i passaggi e la varietà di pareri trascorsi
nella mia mente affinché, se in qualche parte un mio errore ti può
essere utile, non resti celato. Infatti poiché vedevo che così è
stabilito dalla natura (che quando gli uomini desiderano accingersi
a qualcosa di grande e di arduo, se hanno l'esempio dell'insuccesso
di altri che hanno tentato la stessa cosa, viene loro risparmiata
molta fatica e molto affanno nell'impresa che si sono proposti di
compiere, nonché molta incertezza e pure molta difficoltà), ho
cominciato a pensare che in questi studi ai quali sono sempre stato
dedito sia auspicabile che chiunque desideri scrivere qualcosa non
manchi di imitare colui che è in grado di imitare.
Come durante un viaggio, quando abbiamo trovato delle guide,
intraprendiamo il cammino con animo più sicuro, così nelle altre
situazioni siamo più alacri se abbiamo dottori e maestri. Inoltre,
nulla più che l'emulazione degli altri ci spinge a un eccellente
desiderio di lode e gloria. Per questo ho pensato di dover fare lo
stesso negli studi poetici e nell'arte oratoria, come sapevo avevano
fatto moltissimi: cioè eleggere in entrambe le discipline una guida
da seguire e da emulare, illustre per gloria, e da proporre a me
stesso come modello al quale rivolgere tutti i miei sforzi e le mie
riflessioni.
Dopo aver preso questa decisione, mi ha trattenuto una grande
incertezza: dovevo rivolgermi, iniziando, a coloro che non escono
dalla mediocrità, oppure piuttosto a quelli che sono i migliori di
tutti, per coltivarli con ogni dedizione e per somigliare loro con
il massimo zelo?
Se mi fossi, infatti, avvicinato con la mente ai sommi, temevo che
la difficoltà mi scoraggiasse dall'impresa o che il peso del compito
intrapreso certamente mi piegasse, constatando che poco mi avrebbero
giovato gli esempi e la comparazione con gli scrittori migliori e di
gran lunga più eccellenti.
Se mi fossi dedicato ai mediocri, speravo che ne avrei ricavato
quanto avrei voluto, e sarebbe stato più facile e sicuro il
passaggio a quelli che sono tenuti superiori. Ma nell'animo
dubitavo, perché sentivo che come un vaso nuovo si impregna
dell'odore, così lo stile sarebbe rimasto a lungo immerso in quel
primo rudimento di cui si fosse imbevuto: tenevo la mente rivolta e
fissa molto più volentieri agli uomini sommi ed eccellenti.
Tuttavia o il timore o la mia debolezza di carattere vinsero
l'inclinazione della volontà dalla quale ero sollecitato. Perciò mi
consegnai, perché mi istruissero, a questi maestri, i cui scritti
non lodavo tanto perché mi sembravano buoni, quanto accettavo percé‚
sembravano più confacenti ai migliori e agevoli da imitare.
Dopo averli seguiti a lungo con studio accanito e con la massima
diligenza, finché mi parve di aver conseguito gran parte di quello
che avevo desiderato, mi rivolsi a quelli che percepivo per
testimonianza unanime essere di gran lunga i primi, per seguire
anche quelli e dedicare l'animo e la mente ad attingere da loro e
imbevermi del loro stile.
Dopo aver fatto ciò a lungo e con scrupolo, mi ritrovai deluso nella
speranza e ingannato. Non solo infatti non era diventata per me più
facile l'imitazione di questi attraverso l'imitazione di altri
scrittori, ma anzi era diventata molto più difficile, e vedevo
l'accesso a essa più sbarrato che aperto.
Infatti l'esercizio di riprendere gli autori mediocri, che io
pensavo mi avrebbe giovato, fu invece di ostacolo. Il mio animo,
istruito e assuefatto dal diligente esercizio del loro stile di
scrittura, ritenne a lungo quel costume; succedeva diversamente da
quanto avevo pensato, cioè ero molto meno capace di assimilare gli
autori sommi di quanto sarebbe stato se non mi fossi dedicato ai
mediocri.
Perciò mi resi conto che con tante mie fatiche avevo ottenuto questo
unico risultato: non mi era certamente possibile cominciare a
imitare i sommi, dal momento che avevo appreso cose (e ne avevo per
così dire macchiato l'animo mio) che, finché fossero rimaste,
rendevano impossibile imprimere in esso alcuna immagine e figura di
stile perfetto. Cancellare quello che uno ha assimilato nella sua
mente con studio diuturno spesso non è tanto facile quanto dovrebbe.
Ma nulla certo è tanto difficile e tanto duro che non sembri possa
essere vinto e superato dal nostro sforzo, specialmente se ci
impegniamo in ciò per quanto possiamo fare e riuscire.
Ho impiegato la massima diligenza così: dopo aver cancellato del
tutto dalla memoria quello che prima vi si era insediato con
l'imitazione di autori non ottimi, ho rivolto tutto il mio studio a
quelli ottimi e sommi che indico; se mi chiedi quanto sia progredito
in esso non ti risponderò null'altro che questo: che non mi pento
della mia decisione, specie quando leggo le opere di quelli che
vollero riprodurre e adottare nessuno o tutti o non solo gli ottimi.
Ma non dovrai scoraggiarti dall'aderire a questo stile di scrittura,
anche se ti sembra che io abbia conseguito solo parzialmente ciò di
cui voglio persuadere gli altri. Infatti non ho dedicato a questo
compito quanto avrei potuto di tempo e fatica, dato che ho composto
qualcosa anche in volgare sia in prosa che in versi, dedicandomi con
tanto maggiore impegno a scriverla, perché, venuto quasi meno l'uso
corretto e proprio, in quella lingua da parte di moltissimi si
producevano cose corrotte e stravolte, essendo da poco caduto in
disuso quel modo corretto e proprio di scrivere, al punto che, se
qualcuno non le avesse dato soccorso, si sarebbe, al più presto,
come sembra, degradata al punto da giacere per lunghissimo tempo
senza onore, senza splendore, senza alcuna cura e dignità.
Perciò non sarà necessario che tu prenda esempio dalle mie opere,
per constatare che quanto sono progredito io nella lingua latina
imitando ed emulando gli autori migliori, altrettanto tu pensi che
gli altri possano migliorare nelle stesse arti; ma piuttosto bisogna
credere questo: se io che ho intrapreso anche altre vie della
scrittura, per questa via ho di certo conseguito qualcosa (se è solo
qualcosa quello che ho creato!), quelli che decidono di non fare né
tentare null'altro che una sola cosa in essa conseguiranno qualsiasi
obiettivo si propongono.
Ora hai l'intero concetto del mio pensiero: in qualsiasi modo io sia
arrivato a questa opinione, che vorrei fosse approvata anche da te,
vedi con quali intricate meditazioni e con quali circonvoluzioni; in
essa alla fine mi confermo ora tanto più volentieri, perché, tentate
prima diligentemente tutte le altre vie razionali, questa mi ha
accolto come un porto dopo essere stato sbattuto da un lungo errare.
Coloro che poterono entrarvi dall'inizio ed entrativi non permettono
di esserne allontanati, allo stesso modo in cui quelli che nella
corsa non inciampano in nulla terminano il percorso prima di quelli
che cadono ripetutamente, giungeranno alla meta più speditamente e
senza alcun danno, qualsiasi meta abbia fissato loro l'ingegno e
l'industria, o l'uno e l'altra. Certo vediamo che ciò è sottoposto
talvolta alla fortuna e al caso: così nella vita accadono spesso
molte cose che allontanano la mente dalla strada intrapresa e
conducono altrove da dove è opportuno andare. Ma tutti dovranno
tenere ben saldo questo principio; e, per quanto è possibile a
ciascuno che si diletta degli studi oratori o poetici, fare in modo
di non abbandonare più sia Cicerone che Virgilio, dopo averli
abbracciati; né mai essere distratti dalla loro imitazione ed
emulazione lasciandosi attrarre da altri scrittori.
Se non abbondassero in tutti i lumi dell'arte e dell'ingegno, se non
fossero considerati dotati e ornati di tutti i pregi della
scrittura, Cicerone e Virgilio sarebbero migliori degli altri per
una virtù soltanto: penso che convenga che noi li imitiamo solo per
il fatto che sotto la loro guida, piuttosto che sotto quella di
altri autori, possiamo aspirare e giungere più vicino a un modello
perfetto.
Ora, giacché nessun merito, nessun lume della scrittura, nessun
egregio carattere, nessun pregio è in qualcuno che non si scopra
essere in essi, e di gran lunga più forte e assoluto, noi dovremo
con molta più dedizione e diligenza far sì che, se abbiamo adottato
altri da imitare, non incorriamo nella critica di cattivo giudizio e
animo debole, mostrando di essere stati imprudenti nella scelta o
timidi nell'intraprendere il cammino.
Infatti di Virgilio nessuno dubita che in lui solo tra tutti i poeti
(parlo dei latini) si possano trovare raccolte tutte le virtù, e con
somma e singolare dignità, oltre che ciascuna in grado più che
ammirevole ed eccellente: come se la natura stessa, generatrice
degli uomini e di tutte le cose, abbia voluto parlare con i versi
composti da lui; per non dire meglio: che avrebbe parlato solo nei
suoi versi.
Dicono poi che Cicerone sia talvolta più verboso del necessario,
specie quando tratta delle imprese personalmente compiute e del suo
consolato; però ritengono che egli non solo sia stato il più
eloquente di tutti, ma anche che l'eloquenza sia nata e generata
direttamente da lui. Io non oso neppure criticare questo
atteggiamento: infatti può averglielo concesso la sua dignità, o la
pericolosità dei nemici, o qualche frangente dello stato, o qualche
altro motivo: perciò quelle cose che ad alcuni leggendo sembrano
superflue, queste medesime molti poterono considerarle necessarie
nel mezzo dell'azione, e non mi affatico più di tanto a difenderle.
Se c'è qualche difetto, non è da addebitare a una colpa dello stile,
ma a una mancanza della volontà; aggiungo anche, se vuoi, a una
qualche deviazione del giudizio, giacché le cose che doveva lasciar
passare sotto silenzio gli sembrarono degne di essere accolte nei
suoi testi. Ma lo stile e il modo di scrivere contengono sempre lo
stesso egregio e illustre carattere e presentano lo stesso splendore
e maestà del discorso.
Perciò non sembra tanto meritevole di accusa (se poi deve essere
accusato) perché menziona spesso cose che sarebbe stato meglio
tacere, quanto piuttosto va lodato perché si esprime sempre in modo
che tali cose non potrebbero essere dette in maniera più felice. Che
importa se costoro hanno detto che fu poco costante o più debole di
quanto richiedesse la ragione o la sua dignità? Lo dovremo per
questo bandire dall'imitazione? E io pure, se la penserò allo stesso
modo, quale cattiva opinione potrò avere di tanto uomo? Ma se dunque
anch'io la avessi (ma cosa di male, per Ercole, penserò di tanto
uomo?), forse non approverò in tutto la sua vita, ma non
rimprovererò affatto la lingua e lo stile del discorso, giacch‚ può
essere ottimo in una vita non ottima.
Se tuttavia si giudica che ciò sia un difetto del discorso, io non
estendo il dominio di questa imitazione fino al punto che si debbano
accogliere anche i difetti, né che si debbano esprimere solo i nei
del volto o anche le ulcere e le cicatrici (quelli che fanno questo
a ragione sono derisi da Orazio in quel luogo che tu citi), ovvero
non stabilisco un limite per cui se qualcuno è di ingegno così
elevato, tanto industrioso, anche tanto brillante da essere in grado
di superare il maestro, io pensi tuttavia che non debba succedere, e
non approvi che se costui lo abbia raggiunto nelle altre cose voglia
mostrare una maggiore perizia.
Io approvo Fidia e Policleto, i quali superarono i loro maestri,
l'uno scolpendo il ritratto di Elado, l'altro dipingendo quello di
Agelade, e approvo anche Apelle che nell'arte della pittura si
lasciò dietro di gran lunga il suo maestro Panfilo. Perciò credo che
si debba desiderare principalmente questo: che uno sia animato e
istruito di modo che di lui sia speranza che diventi il più
eloquente di tutti gli uomini, il che sebbene sia di gran lunga più
ambizioso e più illustre di quanto sembra sia lecito augurarsi senza
riserve, nessuna legge di natura tuttavia, nessuna prescrizione
proibisce che vi si possa aspirare.
E infatti allo stesso modo in cui tra i Latini emerse Cicerone, il
quale solo superò tutti i buoni maestri che vissero prima di lui (il
che fu cosa grande e divina), allo stesso modo potrà esistere un
giorno un altro dal quale così come tutti gli altri anche lo stesso
Cicerone sarà superato. Ciò non può accadere più facilmente in altro
modo che se imitiamo con ogni dedizione quello che desideriamo con
massimo slancio superare.
È assurdo infatti che noi confidiamo di trovare un'altra via che sia
migliore di quella percorsa da Cicerone, la quale egli stesso non
trovò da sé, quanto piuttosto dopo che altri l'avevano già trovata
la rese più ampia e più illustre: specialmente quando nel tempo
necessario per fare ciò, non abbiamo invece esplorato quanto siamo
in grado di fare. Se conseguiamo quello che abbiamo imitato con la
massima cura, bisognerà allora impegnarsi per riuscire a superarlo.
Ma ogni nostro studio, ogni sforzo, ogni nostro pensiero va
impiegato nel seguire coloro fra tutti che imitiamo. Non è infatti
tanto arduo superare e vincere quelli che hai raggiunto, quanto
raggiungere quelli che imiti.
Perciò in tutto questo campo, Pico, può vigere questa legge: per
prima cosa che quello che è il migliore di tutti ci proponiamo di
imitarlo; poi che lo imitiamo in modo da raggiungerlo; infine tutto
il nostro sforzo miri a questo: che quello che abbiamo raggiunto
anche lo superiamo. Perciò teniamo presenti nella nostra mente
questi due principi, egregi creatori di moltissime e massime cose:
l'emulazione e la speranza. Ma l'emulazione sia sempre congiunta
all'imitazione: la nostra speranza può conseguire rettamente non
l'imitazione bensì il buon esito dell'imitazione.
Ma l'imitazione di Cicerone può essere adatta a tutti coloro che
vogliono scrivere in prosa, di qualsiasi materia o argomento debbano
scrivere. Infatti il medesimo stile può essere adattato a
innumerevoli argomenti. E non bisogna dare retta a quelli che
pensano che la Storia naturale di Plinio non avrebbe potuto
altrettanto chiaramente essere composta seguendo lo stile e il modo
di esprimersi ciceroniano di quanto lo sia stata con lo stile
dell'autore: sarebbe stato necessario accrescerla in infinita
magniloquenza, se ai molteplici e innumerevoli temi in essa
trattati, Cicerone avesse aggiunto l'abbondanza e l'eleganza del suo
discorso.
Infatti non in tutte le sue opere, sebbene lo stile sia lo stesso,
si vede essere presente la stessa ampiezza, lo stesso apparato di
vocaboli: ma alcune sono più ricche e piene di sugo, altre esili e
poggiate sulle sole forze del contenuto, così da sembrare quasi
senza corteccia. E non è detto che, se l'estensione di questi libri
avesse dovuto crescere, non sarebbero stati perciò molto più
gradevoli per noi, giacché quanto più avrebbero tolto di inchiostro
dalla penna di quello, tanto più avrebbero attinto dal suo ingegno e
dalla sua dignità e bellezza.
Di Virgilio in verità non possiamo dire allo stesso modo che sia
adatto a essere imitato da tutti coloro che si dilettano di poesia.
Infatti per chi scrive elegie o liriche e per chi si dedica alla
composizione di tragedie o commedie la struttura, il numero, la
stessa concezione dei versi virgiliani non sarà di molto aiuto.
Costoro imitino piuttosto quegli autori che in ogni singolo genere
letterario hanno come maestri e si sforzino di raggiungerli e
superarli.
Il che io faccio talvolta, quando componendo elegie, imito quello
che in questo genere di poesia mi sembra essere il migliore. Chi
invece si è dedicato a scrivere versi eroici, dovrà di certo
studiare, e imbeversi, di Virgilio, e quanto più possibile rifarne
lo stile, nel modo che mi pare di avere esposto quando abbiamo
discorso insieme.
E non voglio intendere questo rifare o lo stile di Virgilio o di
Cicerone, o di altri scrittori eccellenti ciascuno nel suo genere,
in maniera tale da pensare che da ciascuno non sia da assumere
null'altro oltre allo stile e al modo di scrivere (non mi vergognerò
di usare di frequente queste parole). Infatti ciò è stato lecito a
tutti e sempre lo sarà.
Chi infatti può confezionare un'opera degna senza mutuare, senza
assumere da nessuno qualcosa da inserire e spargere nelle sue opere?
Chi non prenderà sentenze o similitudini e comparazioni o altre
figure e lumi della scrittura; chi non prenderà descrizioni o
qualche ordine e successione di tempi e di luoghi; chi poi non
prenderà qualche esempio di guerra o di pace, di circostanze, di
errori, di consigli, di amori o di qualche altra cosa da coloro che
ha letto approfonditamente, che ha avuto a lungo per le mani, siano
questi latini, greci o volgari, purché siano autori eccellenti in
quella lingua?
Perciò che sia lecito a chiunque lo voglia fare, come è stato sempre
lecito: e coloro che scrivono prendano da altri quello che gli
sembra opportuno, ma lo facciano con moderazione e prudenza, non
certo perché non possiamo prendere molte cose - possiamo infatti, e
molti grandi e insigni autori lo hanno fatto -, ma per il fatto che
è più prestigioso trovare noi, e per così dire tirar fuori,
piuttosto che prendere cose trovate da altri.
Un principio è in queste cose più di ogni altro apprezzato e
lodevole: fare in modo che quello che abbiamo imitato si ammiri
nelle nostre opere più splendido e illustre che in quelle di colui
dalle quali lo abbiamo tolto, di modo che sembri aver conseguito la
lode non meno nell'ornare che nell'inventare.
Non apprezzo infatti Atilio, che si dice abbia ripreso male
l'Elettra scritta benissimo da Sofocle, ma il nostro Virgilio, che
prendendo molto dai libri georgici di Esiodo e trasportandoli nei
suoi, migliorò tutto. Sebbene molte cose di questa maniera
riempirono tutte le opere di Virgilio in modo che sembra che non
tanto abbia ricercato di trarre da se stesso, quanto piuttosto abbia
sfruttato con operosità quello che preesisteva, e sembra aver posto
molto più gloria nella vittoria del confronto che nell'invenzione.
Su tutto questo aspetto desidero che tu sia avvertito: dato che ci
sono alcuni che includono nell'unico termine di imitazione non solo
quelle cose che riguardano lo stile e la composizione, ma anche
quelle di altro genere, purché vengano riprese. Costoro mi sembra
abbiano letto poco Cicerone nel passo che prima ho ricordato dove
definisce cosa sia l'imitazione. Infatti se l'imitazione è quello
che ci spinge a riuscire a essere simili ad alcuni nello scrivere,
nell'imitazione è inclusa la misura non solo dello stile, ma anche
del contenuto, dell'ordine, dei concetti e delle altre cose poste al
di fuori dello stile: cosa si oppone a che io riprenda l'intera
Eneide di Virgilio una volta cambiati i nomi a Enea, Ascanio,
Didone, Latino, Turno, Lavinia?
Perciò se non vogliono sembrare impegnati a dire cose poco fondate,
considerino che altro è prendere altro imitare: e quando avranno
detto che Virgilio ha imitato lo stile dei versi eroici di Catullo,
non si limiteranno a dire ciò, se poi affermeranno che come da
quello così dagli altri autori latini e greci, non solo poeti ma
anche oratori e filosofi, ha preso molte cose, diranno una cosa
verissima.
E mi sembra, leggendo la tua lettera, che tu stesso intenda che se
uno imita un autore o prende da lui qualcosa da trasferire nei suoi
scritti, tu ritenga che non ci sia differenza. Se è così mi rallegro
che, cambiato il senso di un solo vocabolo, la controversia che ci
divide su cose non minime né trascurabili in gran parte possa
terminare: dato che è lo stesso che intendi tu, dirò facilmente che
bisogna imitare tutti i buoni autori.
Cosa può darmi infatti piacere maggiore, dato il nostro affetto, o
può essere più lodevole, grazie alla stima che altri hanno della tua
dottrina, che non dissentire molto in ogni campo da te, che sei uomo
erudito nelle discipline di molte e grandissime materie, dotato di
sommo ingegno e somma integrità, misurato nella sorte favorevole,
solido in quella avversa, in ogni circostanza della vita uomo grande
e capace? Di te si leggono e vanno per le mani tanti libri
egregiamente scritti, in modo che puoi non solo vincermi facilmente
nella considerazione degli uomini ma anche oscurare negli scritti.
Se poi resteremo su posizioni diverse, mi compiaccio tuttavia che
tra noi non possano essere tante e tanto gravi diversità e
controversie di pareri e opinioni, che la grande ammirazione che
nutro per te e il tuo amore verso di me non possano eliminare
facilissimamente, specie dal momento che stai scrivendo un libro
sull'amore, intorno al quale non temo che tu non abbia imparato
quello che insegni agli altri: che innanzi tutto si debba amare la
verità, e che colui che lo fa, o che crede di farlo, non danneggia
con ciò nessuno (infatti è più facile che molti credano di farlo
piuttosto che davvero sappiano farlo). Sebbene io non sia tale da
non credere di non poter errare, specie dal momento che ti vedo
attingere in molti luoghi ai libri di Aristotele e quasi all'intera
filosofia degli antichi.
Può infatti succedere che come io credo di pensare correttamente, e
sembro a te essere lontanissimo dalla verità, così tu penserai
rettamente, e a me sembra il contrario. E non mi propongo con questa
lettera di portare te e gli altri che sono di altro parere nella mia
opinione. Cosa potrebbe essere più sciocco che pensare con una sola
lettera di persuadere a prestarmi fede coloro che non hanno persuaso
a farsi imitare Virgilio o Cicerone con la divina maestà di tante e
tali loro opere? È tuttavia proprio dell'animo umano, e credo di un
animo non spregevole, voler convincere quanti più possibile di
quell'opinione verosimile (su argomenti dubbi e degnissimi di essere
conosciuti) di cui è persuaso: per essere corretto dal rimprovero
altrui o essere confortato dall'approvazione. Che tu creda io mi sia
proposto quest'unico fine è ciò di cui ti prego con sollecitudine.
Salute.
Roma, 1° gennaio 1513.
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