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Albert Einstein
Autobiographical notes
Fuori c'era questo enorme mondo
Eccomi qui seduto, all'età di 67 anni, per scrivere quello che
potrebbe essere il mio necrologio. Lo faccio non solo perché il
dottor Schillpp mi ha convinto a farlo, ma perché credo
effettivamente che sia bene mostrare a chi opera accanto a noi come
appaia retrospettivamente la nostra fatica e la nostra ricerca. Dopo
averci riflettuto, capisco che qualsiasi tentativo del genere sarà
sempre inadeguato. Per quanto breve e limitata possa essere la
propria vita di lavoro, e per quanto grande sia la parte di essa
sprecata in errori, esporre ciò che resta e merita d'essere detto è
tuttavia difficile, perché l'uomo di oggi, che ha 67 anni, non è
affatto lo stesso che ne aveva 50, 30, o 20. Ogni ricordo appare
alla luce del presente, e quindi in una prospettiva ingannevole.
Questa considerazione potrebbe addirittura fermarmi. Ma dalla
propria esperienza si possono estrarre molte cose ancora ignote ad
altre coscienze umane.
Fin da quando ero un giovane abbastanza precoce, la vanità delle
speranze e degli sforzi che travolgono incessantemente la maggior
parte degli uomini in una corsa affannosa attraverso la vita, mi
aveva colpito profondamente. E anzi, avevo ben presto scoperto la
crudeltà di questa corsa affannosa, che in quegli anni era
mascherata di ipocrisia e di belle parole con cura molto maggiore di
quanto non si faccia oggi. Per il solo fatto di possedere uno
stomaco, tutti erano condannati a partecipare a questa corsa; ma
tale partecipazione poteva forse soddisfare lo stomaco, non già
l'uomo come essere pensante e dotato di sentimenti. La prima via
d'uscita era offerta dalla religione, che viene inculcata in ogni
bambino attraverso la macchina educativa tradizionale. Così io –
benché figlio di genitori (ebrei) completamente irreligiosi –
divenni religiosissimo; ma cessai improvvisamente di esserlo all'età
di 12 anni. Attraverso la lettura di libri di scienza popolare mi
ero convinto ben presto che molte delle storie che raccontava la
Bibbia non potevano essere vere. La conseguenza fu che divenni un
accesissimo sostenitore del libero pensiero, accomunando alla mia
nuova fede l'impressione che i giovani fossero coscientemente
ingannati dallo Stato con insegnamenti bugiardi; e fu un'impressione
sconvolgente. Da questa esperienza trassi un atteggiamento di
sospetto contro ogni genere di autorità, e di scetticismo versa le
convinzioni particolari dei diversi ambienti sociali: e questo
atteggiamento non mi ha più abbandonato, anche se poi, per una più
profonda comprensione delle connessioni causali, abbia perso un po'
della sua asprezza primitiva.
Ora comprendo che il paradiso religioso della giovinezza, così
presto perduto, fu un primo tentativo di liberarmi dalle catene del
'puramente personale', da un'esistenza dominata solo dai desideri,
dalle speranze, e da sentimenti primitivi. Fuori c'era questo enorme
mondo, che esiste indipendentemente da noi, esseri umani, e che ci
sta di fronte come un grande enigma e accessibile solo parzialmente
alla nostra osservazione e al nostro pensiero. La contemplazione di
questo mondo mi attirò come una liberazione e subito notai che molti
degli uomini che avevano imparato a stimare e ad ammirare avevano
trovato la propria libertà e sicurezza interiore dedicandosi a essa.
Il possesso intellettuale di questo mondo extrapersonale mi balenò
alla mente, in modo più o meno consapevole, come la meta più alta
fra quelle concesse all'uomo. Gli amici che non si potevano perdere
erano gli uomini del presente e passato che avevano avuto la stessa
meta, con i profondi orizzonti che avevano saputo dischiudere. La
strada verso questo paradiso non era così comoda e allettante come
quella del paradiso religioso; ma si è dimostrata una strada sicura,
e non ho mai più rimpianto di averla scelta.
(Albert Einstein, Autobiographical notes, 1949)
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