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Karl
Marx
Lettera a J. B. von Schweitzer
Su P. J. Proudhon
Egregio signore,
ho ricevuto ieri la lettera con cui Lei mi chiede un giudizio
dettagliato su Proudhon. Per mancanza di tempo, non posso esaudire
il Suo desiderio. Inoltre non ho sottomano alcuno scritto di
Proudhon. Tuttavia, per dimostrare la mia buona volontà, Le invio in
fretta questi brevi appunti. Può completarli, fare aggiunte, tagli,
in breve può farne ciò che ritiene più opportuno.
Non ricordo più i primi lavori di Proudhon. Il suo compitino sulla
"Langue universelle" dimostra la disinvoltura con cui affrontava
problemi per la soluzione dei quali gli facevano difetto le nozioni
più elementari.
La sua prima opera "Qu'est-ce que la propriété?" è senza dubbio
anche la migliore. Essa fa epoca, se non per la novità del contenuto,
per lo meno per il modo nuovo e ardito di dire cose note. I
socialisti e i comunisti francesi, di cui Proudhon conosceva gli
scritti, avevano naturalmente non solo criticato da diversi punti di
vista la proprietà, ma l'avevano addirittura utopisticamente
soppressa. Con il suo scritto Proudhon sta a Saint-Simon e a Fourier
press'a poco come Feuerbach sta a Hegel. Paragonato a Hegel,
Feuerbach appare assolutamente insignificante. Tuttavia, dopo Hegel,
ha fatto epoca poiché ha posto l'accento su dei punti sgraditi alla
coscienza cristiana e importanti per il progresso della critica
filosofica, punti che Hegel aveva lasciato in una mistica penombra.
Lo stile di questo scritto di Proudhon è ancora, se mi è consentita
l'espressione, molto muscoloso; ed è proprio lo stile, a mio avviso,
il pregio dell'opera. Anche quando ripete cose già dette, è chiaro
che Proudhon le scopre autonomamente; si vede che ciò che dice per
lui è una novità e come tale la presenta al lettore. La provocante
audacia con cui viola il sancta sanctorum economico, i brillanti
paradossi con cui si prende gioco dello stolido senso comune
borghese, la critica corrosiva, l'ironia amara condita qua e là da
un profondo e sincero sentimento di rivolta contro le infamie
dell'ordine stabilito, lo spirito rivoluzionario: ecco le ragioni
dell'effetto elettrizzante e dello choc suscitato da "Qu'est-ce que
la propriété?" fin dalla sua prima apparizione. In una storia
dell'economia politica rigorosamente scientifica questo scritto
meriterebbe appena una menzione. Ma questi scritti a sensazione
hanno una loro funzione anche nelle scienze così come in letteratura.
Basti pensare, ad esempio, allo scritto di Malthus sulla
"Population". La sua prima edizione non è altro che un "libello
sensazionale", e per di più un plagio da cima a fondo. Eppure,
l'impulso dato da questa pasquinata al genere umano è stato enorme!
Se avessi sottocchio il libro di Proudhon, mi sarebbe facile, con
alcuni esempi, mostrare la sua prima maniera. Nei capitoli che egli
stesso considerava i più importanti, Proudhon imita il metodo delle
antinomie di Kant - questi era l'unico filosofo tedesco di cui
conosceva, in traduzione, l'opera - e non sembra esserci dubbio che
per lui, come per Kant, le antinomie possono risolversi solo "al di
là" dell'intelletto umano, vale a dire che esse rimangono
incomprensibili al suo, di Proudhon, intelletto.
Nonostante tutti gli apparenti slanci da iconoclasta, già in "Qu'est-ce
que la propriété?" si può notare questa contraddizione di Proudhon:
da un lato fa il processo alla società dal punto di vista e con gli
occhi del piccolo contadino (in seguito del piccolo borghese)
francese e dall'altro applica ad essa il modello trasmessogli dai
socialisti.
Il titolo stesso del libro ne rivelava già l'insufficienza. La
domanda era posta troppo impropriamente perché vi si potesse
rispondere correttamente. I "rapporti di proprietà" antichi erano
stati sostituiti da quelli feudali, quelli feudali da quelli "borghesi".
La storia stessa aveva così già sottoposto alla sua critica i
rapporti di proprietà del passato. Ciò di cui Proudhon avrebbe
dovuto effettivamente occuparsi era l'attuale moderna proprietà
borghese. Alla domanda cosa fosse questa proprietà, si poteva
rispondere soltanto con un'analisi critica dell'"economia politica"
che comprendesse l'insieme di tali rapporti di proprietà, non nella
loro espressione giuridica di rapporti di volontà, ma nella loro
forma reale, cioè di rapporti di produzione. Poiché Proudhon
tuttavia inglobava la totalità di questi rapporti economici nel
concetto giuridico generale di proprietà, "la propriété", non gli
era possibile andar oltre la risposta già data da Brissot, con le
stesse parole, prima del 1789 in uno scritto similare: "La propriété
c'est le vol".
Nel migliore dei casi se ne può trarre la conclusione che il
concetto giuridico-borghese di "furto" si può applicare altrettanto
bene agli onesti profitti del borghese. D'altra parte, poiché il "furto"
in quanto violazione della proprietà presuppone la proprietà, così
Proudhon ha finito col perdersi in confuse e cervellotiche
discettazioni sulla vera proprietà borghese.
Durante il mio soggiorno a Parigi, nel 1844, sono entrato in
contatto personale con Proudhon. Accenno qui a tale circostanza
poiché, fino a un certo punto, sono responsabile della sua
"sophistication", parola usata dagli inglesi per indicare la
contraffazione di una merce. Lo contagiavo, durante lunghe
discussioni che spesso si protraevano per tutta la notte, con suo
grave pregiudizio, di hegelismo, che egli, tuttavia, per la sua
ignoranza della lingua tedesca non poteva studiare ordinatamente.
L'opera da me iniziata fu proseguita, dopo la mia espulsione dalla
Francia, dal signor Karl Grün. Questi, in quanto professore di
filosofia, aveva inoltre un vantaggio su di me: non capiva niente di
quello che insegnava.
Poco prima della pubblicazione della sua seconda opera importante, "Philosophie
de la misère etc.", Proudhon me ne diede l'annuncio con una lettera
molto dettagliata, dove tra l'altro si trovano le parole: "J'attends
votre férule critique". E ben presto questa lo colpì (nella mia "Misère
de la philosophie etc.", Paris 1847) in modo tale da rompere per
sempre la nostra amicizia.
Da quanto detto sopra, Lei può vedere come "Philosophie de la misère
ou Système des contradictions économiques" di Proudhon dovesse in
primo luogo rispondere effettivamente alla domanda: "Qu'estce que la
propriété?". In realtà Proudhon aveva iniziato i suoi studi
economici solo dopo la pubblicazione di quel suo primo libro; ed
aveva scoperto che si doveva rispondere alla questione da lui posta
non con delle invettive ma con un'analisi dell'economia politica
moderna. Contemporaneamente tentò di stabilire il sistema delle
categorie economiche per mezzo della dialettica. La contraddizione
hegeliana doveva sostituire l'insolubile antinomia di Kant, come
mezzo di sviluppo.
Per la critica di quest'opera voluminosa in due tomi, devo rimandare
alla mia replica dove, tra l'altro, ho mostrato quanto poco Proudhon
abbia penetrato il mistero della dialettica scientifica, e quante
volte, d'altra parte, egli condivida le illusioni della filosofia
speculativa; invece di considerare le categorie economiche come
espressioni teoriche di rapporti di produzione storici,
corrispondenti a un determinato grado di sviluppo della produzione
materiale, la sua immaginazione le trasforma in idee eterne,
preesistenti ad ogni realtà, e in tal modo per una via traversa si
ritrova al suo punto di partenza: il punto di vista dell'economia
borghese.
Quindi io dimostro quanto difettosa e rudimentale sia la sua
conoscenza dell'economia politica - di cui egli tuttavia
intraprendeva la critica - e come, assieme agli utopisti, egli si
metta alla ricerca di una pretesa "scienza" che gli deve fornire una
formula bell'e pronta per la "soluzione della questione sociale",
invece di attingere la scienza alla conoscenza critica del movimento
storico, movimento che deve esso stesso produrre le condizioni
materiali dell'emancipazione sociale. Ciò che io dimostro,
soprattutto, è che Proudhon non ha che idee imperfette, confuse e
false circa il fondamento di ogni economia politica, il valore di
scambio: il che lo conduce a vedere le basi di una nuova scienza in
una interpretazione utopistica della teoria del valore di Ricardo.
Infine io riassumo il mio giudizio generale sul suo punto di vista
con queste parole:
"Ogni rapporto economico ha un lato buono e uno cattivo: è questo
l'unico punto sul quale Proudhon non si smentisce. Il lato buono
egli lo vede esposto dagli economisti; quello cattivo lo vede
denunciato dai socialisti. Egli prende a prestito dagli economisti
la necessità dei rapporti eterni; dai socialisti l'illusione di
vedere nella miseria solo la miseria" (invece di vedervi l'aspetto
rivoluzionario, distruttivo che rovescerà la vecchia società). "E si
trova d'accordo con gli uni e con gli altri, volendosi appoggiare
all'autorità della scienza, che, per lui, si riduce alle esigue
proporzioni di una formula scientifica; è l'uomo alla ricerca delle
formule. Quindi Proudhon si vanta di aver fornito la critica e
dell'economia politica e del comunismo: mentre si trova di sotto
dell'una e dell'altro. Al di sotto degli economisti, poiché come
filosofo che ha sotto mano una formula magica, ha creduto di potersi
esimere dall'entrare in dettagli puramente economici; al di sotto
dei socialisti, poiché non ha né sufficiente coraggio né sufficienti
lumi per elevarsi, non fosse altro in maniera speculativa, oltre
l'orizzonte borghese... Vuole librarsi, come uomo di scienza al di
sopra dei borghesi e dei proletari; e non è che il piccolo borghese,
sballottato costantemente fra il capitale e il lavoro, fra
l'economia politica e il comunismo."
Per quanto duro possa apparire questo giudizio, sono costretto a
confermarlo ancor oggi, parola per parola. Tuttavia, è importante
non dimenticare che allorché io proclamai, e dimostrai teoricamente,
che il libro di Proudhon non era che il codice del socialismo
piccolo-borghese, contro quel medesimo Proudhon furono scagliati
anatemi dagli economisti e dai socialisti di allora i quali assieme
lo accusavano di essere un arcirivoluzionario. Per questo, in
seguito, non ho mai unito la mia voce a quelli che lanciavano alte
grida sul suo "tradimento" della rivoluzione. Non era colpa sua se,
mal compreso fin dall'inizio da altri come da se stesso, non abbia
poi corrisposto a speranze che nulla giustificava.
La "Philosophie de la misère", messa a confronto con "Qu'est-ce que
la propriété?", fa risaltare molto sfavorevolmente tutti i difetti
del modo di esporre di Proudhon. Lo stile è sovente quello che i
francesi chiamano ampoulé. Dovunque faccia difetto la perspicacia
gallica, si trova un pretenzioso guazzabuglio speculativo che
vorrebbe spacciarsi per filosofia tedesca. E poi vi ronzano
continuamente all'orecchio, su un tono fanfaronesco e da saltimbanco,
i suoi autoelogi e il suo noioso farneticare, le sue continue
rodomontate sulla sua pretesa "scienza". Non v'è più nulla del
soffio genuino e naturale che ravviva il suo primo libro: qui, a più
riprese, Proudhon declama per sistema, si riscalda artificiosamente.
Aggiungete a ciò la goffa e uggiosa pedanteria dell'autodidatta che
vuol fare l'erudito, dell'ex operaio che ha perduto la fierezza di
sapersi pensatore indipendente e originale, e che ora, da vero e
proprio parvenu della scienza, crede di doversi pavoneggiare e
vantare di ciò che non è e di ciò che non ha. E vi sono, per di più,
i suoi sentimenti da piccolo bottegaio, che lo spingono ad attaccare
in modo sconveniente e brutale, ma che non è né penetrante né
profondo e neppur giusto, un uomo quale Cabet, sempre degno di
rispetto per la sua azione politica fra il proletariato francese;
mentre fa il grazioso con un Dunoyer (consigliere di Stato, è vero)
che passa per una persona importante solo per aver predicato, con
una serietà addirittura comica, per tre lunghi volumi
insopportabilmente noiosi, un rigorismo caratterizzato da Helvétius
come segue: "On veut que le malheureux soient parfaits" (Si pretende
che gli infelici siano perfetti).
In realtà, la rivoluzione di febbraio giunse molto male a proposito
per Proudhon, il quale, poche settimane prima, aveva
irrefutabilmente dimostrato che "l'era delle rivoluzioni" era
passata per sempre. Tuttavia il suo comportamento nell'Assemblea
nazionale non merita che elogi, sebbene dimostri la sua poca
intelligenza della situazione. Dopo l'insurrezione di giugno, tenere
un atteggiamento quale il suo, era un atto di grande coraggio. Ed
ebbe poi, oltretutto, una fortunata conseguenza: Thiers, infatti,
nella sua risposta alle proposte di Proudhon - pubblicata in seguito
in volume - svelò il meschino piedistallo su cui si ergeva questa
colonna intellettuale della borghesia francese. Di fronte a Thiers,
Proudhon assunse infatti le proporzioni di un colosso antidiluviano.
Le sue ultime "gesta" economiche furono la scoperta del "crédít
gratuit" e della "Banca del popolo" (banque du peuple) che avrebbe
dovuto realizzarlo. Nel mio scritto "Zur Kritik der Politischen
Oekonomie", I fascicolo Berlin 1859 (pp. 59-64) si trova la
dimostrazione che queste idee proudhoniane sono fondate
sull'ignoranza più completa dei primi elementi dell'"economia
politica" borghese: il rapporto fra merce e denaro; mentre la loro
pratica realizzazione non era che la cattiva riproduzione di
progetti assai anteriori e assai meglio elaborati. Non v'è dubbio,
ed è anzi del tutto evidente, che lo sviluppo del credito, che in
Inghilterra al principio del diciottesimo secolo, e più recentemente
all'inizio del nostro secolo, ha servito a trasferire le ricchezze
da una classe ad un'altra, potrebbe altrettanto servire, in certe
condizioni politiche ed economiche, ad accelerare l'emancipazione
della classe operaia. Ma considerare il capitale ad interesse come
forma principale del capitale, voler fare di una particolare
applicazione del credito, della pretesa abolizione del tasso di
interesse, la base della trasformazione sociale, via, è davvero una
fantasia da filisteo. Di fatto la si trova già ampiamente elucubrata
presso i portavoce economici della piccola borghesia inglese del
diciassettesimo secolo. La polemica di Proudhon contro Bastiat
(1850) a proposito del capitale ad interesse sta molto al disotto
della Philosophie de la misère. Proudhon riesce a farsi battere da
Bastiat e grida e lancia fulmini in maniera burlesca ogni volta che
il suo avversario gli infligge un colpo.
Qualche anno fa Proudhon scrisse una tesi sulle "imposte", credo per
un concorso bandito dal governo cantonale del Vaud. Qui scompare
anche l'ultimo bagliore di genio: non resta che il petit bourgeois
tout pur.
Gli scritti politici e filosofici di Proudhon hanno tutti il
medesimo carattere duplice e contraddittorio che abbiamo notato nei
suoi lavori economici. Inoltre, non hanno che una importanza locale
limitata alla Francia. Tuttavia i suoi attacchi contro la religione
e la Chiesa avevano una grande importanza locale, in un'epoca in cui
i socialisti francesi si vantavano dei loro sentimenti religiosi
come di una superiorità sul volterianesimo del secolo XVIII e
sull'ateismo tedesco del secolo XIX. Se Pietro il Grande aveva
abbattuto la barbarie russa con la barbarie, Proudhon fece del suo
meglio per demolire il tritume francese con frasi trite.
Quelli poi che non possono essere più considerati solo dei cattivi
lavori, ma addirittura degli obbrobri - perfettamente consoni,
tuttavia, ai suoi sentimenti da bottegaio - sono il suo libro sul
"Coup d'état", nel quale civetta con L. Bonaparte e si sforza di
renderlo accetto agli operai francesi, e l'altro, contro la Polonia,
che, in onore dello zar, egli tratta con un cinismo da cretino.
Si è spesso paragonato Proudhon a Rousseau. Nulla di più falso. Egli
assomiglia piuttosto a Nicolas Linguet, la cui "Théorie des loix
civiles" è tuttavia un'opera di genio.
Proudhon era naturalmente portato alla dialettica. Ma non avendo mai
compreso la dialettica scientifica, non giunse che al sofisma. Del
resto, ciò derivava dal suo punto di vista piccolo-borghese. Il
piccolo borghese esattamente come il nostro storico Raumer, dice
sempre "da un lato e dall'altro lato". Due correnti opposte,
contraddittorie, dominano i suoi interessi materiali, e di
conseguenza le sue opinioni religiose, scientifiche e artistiche, la
sua morale, insomma in everything. È la contraddizione personificata.
Se oltre a questo è, come Proudhon, un uomo di spirito, saprà subito
giocar di prestigio con le sue proprie contraddizioni ed elaborarle,
secondo le circostanze, in paradossi sorprendenti, chiassosi,
talvolta brillanti. Ciarlatanismo scientifico e accomodamenti
politici sono inseparabili da un tal punto di vista. Non resta più
che un solo movente, la vanità dell'individuo, e allora, come per
tutti i vanitosi, non si tratta più che dell'effetto del momento,
del successo del giorno. Così si perde necessariamente anche quel
semplice tatto morale che, ad esempio, preservò Rousseau da
qualsiasi compromesso, anche apparente, con i poteri costituiti.
Forse i posteri diranno, per caratterizzare questa più recente fase
della storia francese, che Luigi Bonaparte è stato il suo Napoleone
e Proudhon il suo Rousseau-Voltaire.
Adesso sta a Lei assumersi la responsabilità di avermi affidato, a
così breve distanza dalla sua morte, il ruolo di supremo giudice.
Suo devotissimo
Karl Marx
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