home | indice| archivio | cerca nel sito | e-mail

LETTERE



Luigi Melegari, modenese, fu compagno di congiure del Mazzini. Lo abbandonò poi, come molti mazziniani, per seguire il Gioberti. Dopo l'unità fu ministro degli esteri.
L'anno della lettera (1837) fu il primo dell'esilio londinese, cioè l'anno dello sconforto, del dubbio, come il Mazzini lasciò scritto in una pagina notissima delle memorie. Tuttavia proprio in quell'anno egli scriveva una lettera come questa.



GIUSEPPE MAZZINI

A Luigi Melegari (8 aprile 1837).

Lo scrittore insiste sulla natura religiosa del suo animo, sulla fede in un rinnovamento religioso degli uomini.

Senti un'altra cosa: — non parlarmi più mai di religione — tu non m'intendi — nessuno di voi m'intende — ed anche questo entra in quel cerchio di fatalità che ho detto finora. Che mi parli di filosofia? Abbiti questo come se t'io te lo dicessi morendo: sono religioso quanto forse tu non puoi immaginare : la religione mi tien vivo: la religione è stata sempre in cima di tutti i miei pensieri; ed oggi — da un anno o due, è cresciuta tanto in me da non lasciarmi più dubbio sulle mie credenze. Tu hai sempre guardato in me e nelle mie credenze, come s'io non fossi che un cospiratore, e quelle non altro forse che mezzi, o per lo meno opinioni filosofiche ch'io tengo per amor proprio. Dio perdoni a te, a tutti. Vi giuro che m'avete sempre calunniato. Mille volte ho pensato s'io arrolandomi sotto le bandiere cristiane non avrei potuto giovare alla mia patria e all'Urnanità più assai di quel ch'io non fo. Mille volte ho pensato a transigere fin nel nome, a innalzare la bandiera d'un Cristianesimo umanitario, — e ho finito per arrossire di me; perché ne' più tristi momenti, momenti d'abbandono morale indescrivibile, quando mi sono trovato solo, frainteso, biasmato, irriso amaramente da' miei più cari, dai tre o quattro esseri che avrei voluto indivisibilmente compagni, amici ed amica — ho sentito un qualche cosa dentro di me, che m'ha detto irresistibilmente: tu se' nel vero. La mia vita intima nessuno la sa. Il Cristianesimo, religione, è finito: finito -- tu m'intendi — non nel senso di vederlo distrutto tra venti, trenta anni: è finito, in questo senso, che tutto ciò che si compie, tutto ciò che accade, tutto ciò che si scrive, tende a preparare una nuova religione, la Fede umanitaria; che muove dal Cristianesimo, ma che avrà teologia, dogma, disciplina, culto diversi. Il Cristianesimo è ora non religione, ma filosofia. Tutti i tentativi di rinascimento non son che questo — tutti preannunziano ciò ch'io sento. Siamo in mezzo ad una grand'opera di dissoluzione: siamo a tempi che stanno come gli ultimi tempi del mondo Pagano, al Cristianesimo nascente. Io morrò senza vederla; ma mi duole non poter darvi una vita tripla, perché potreste dire sulle mie ceneri: egli avea ragione. Credo alla necessità d'una nuova religione; credo che un popolo ne sarà l'iniziatore, convocando esso il concilio dell'Umanità; credo che sian maturi, o tra poco, i tempi per annunciarla religiosamente; e io volendo pure, come è debito, compiere una parte di quella missione che spetta ad ogni uomo, ch'è l'uomo, ho voluto cacciare i germi per modo che tre rare, due giovani, in fatto di missione, una vecchia, ma creata a rinnovarsi, ne fossero fondatrici — e iniziatrice la Italia — e i proscritti, che Dio non ha cacciato a caso nel core dell'Europa, gli apostoli, i precursori. Il concetto era più grande di me; non sono riescito: forse non ho avuto fede abbastanza: forse era troppo presto: forse mi san mancati due o tre esseri veramente imbevuti della stessa fede. Morrò dunque inutile, ma nella credenza, stanne certo; credenza, dico, perché sarei pronto a dare il mio sangue per essa, per essa sola, astraendo da tutti i risultati calcolabili materialmente. Pochi de' così detti Cristiani lo farebbero in oggi.

Vai all'archivio

Home page   |   Letters   |   E-mail

www.parodos.it