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Da un papiro (Leida, 371) abbiamo l'intensa lettera che un vedovo indirizza alla moglie morta. Non si tratta di riferire al defunto gli avvenimenti che sono intercorsi dalla sua dipartita quanto piuttosto di operare una sorta di esorcismo sul morto che non lascia vivere sereno chi resta. In una miscela complessa di affetto, religiosità e superstizione, abbiamo la rappresentazione di un giudizio tra morti e vivi, evento che di consueto si trova nella letteratura di questo tempo quando viene violato un sepolcro (trad. da S. Dona-doni, Testi religiosi egizi, Torino 1987, pp. 277-79).
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Un marito scrive alla moglie morta
Da un papiro

Allo spirito eccellente, Ankhity.
Cosa ho fatto contro di te di male, da essere in questa mala condizione in cui mi trovo? Cosa ho fatto contro di te? Quel che tu hai fatto e che mi hai posto la tua mano sopra, per quanto io non abbia fatto nulla di male contro di te. Da quando io stavo con te come marito fino a questo giorno, che cosa ho fatto contro di te che si debba nascondere? Che cosa ti ho fatto? Quel che tu hai fatto è che io porti accusa contro di te. Che cosa ho fatto contro di te? lo avrò un processo con te con parole della mia bocca in cospetto dell'Enneade dell'Occidente, e si giudicherà fra te e me (per mezzo) di questo scritto, poiché le mie parole e la mia lettera sono su di esso. Che cosa ho fatto contro di te? Io ti ho fatto mia moglie quando ero giovane. lo son stato con te quando io esercitavo ogni ufficio. Io son stato con te, e non ti ho mai messo da parte, e non ho fatto che il tuo cuore soffrisse. E questo io ho fatto quando ero giovane e quando esercitavo ogni ufficio importante per il faraone. E non ti ho mai messo da parte; ma ho detto: «È stata (sempre) con (me)!».
E chiunque venisse a me (quando ero) in tuo cospetto, non lo ricevevo, per farti piacere, e dicevo: «Farò secondo il tuo desiderio». Ma ora, guarda, tu non lasci requie al mio cuore, io verrò a giudizio con te, e si discernerà il torto dalla ragione. Ma ora, guarda, quando io esercitavo gli ufficiali per l'esercito del faraone e per la stia cavalleria, essi venivano gettandosi col ventre a terra davanti a te, e portavano ogni buona cosa per farne offerta davanti a te. lo non ti ho nascosto niente nei tuoi giorni di vita, e non ho fatto che tu soffrissi nessuna pena in tutto gite] che ho fatto con te come signore. Non mi hai trovato a farti torto come un contadino, entrando in un'altra casa. [...]
Ora, quando tu sei stata malata di quella malattia che hai avuto, io (ho fatto venire) un capo medico, ed egli ti curò e fece quello che tu gli dicevi «Fa' questo».
Quando io andai al seguito del faraone, andando verso l'Alto Egitto, e questo era il tuo stato, io passai otto mesi senza mangiare e senza bere come un uomo. E quando io raggiunsi Menfi, chiesi (licenza) al faraone, e mi recai al luogo in cui tu eri, e piansi assai con le mie genti in cospetto della mia contrada. Io detti stoffa di lino d'Alto Egitto per fasciarti, e feci che si facessero numerose stoffe, e ho fatto che non si trascurasse niente di buono che non fosse fatto per te.
Ora, guarda, io ho passato tre anni fin qui, abitando (solo), senza entrare in un' (altra) casa, per quanto non sia opportuno che faccia così chi è nelle mie condizioni. Ma, guarda, io l'ho fatto per te. Ma, guarda, tu non distingui il bene dal male, e si giudicherà te e me. Ma guarda, le sorelle nella casa, io non sono entrato da nessuna di loro.
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