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Historia Augusta


La Vita diversorum principum et tyrannorum ("Vita di diversi principi e tiranni": così il titolo nei manoscritti) è una raccolta di biografie di imperatori romani che doveva andare da Nerva a Diocleziano (96-284 d.C.), sebbene manchino le prime due vite - Nerva e Traiano - e quelle di alcuni imperatori del III secolo. Attribuita a sei storici suppostamente contemporanei degli eventi, ma in realtà scritta da un anonimo quasi certamente tra la fine del IV e i primi del V secolo, anche se presenta vistosi squilibri e notevoli difficoltà esegetiche costituisce la maggiore fonte d’informazione sulla storia romana dei secoli II e III.
In epoca medievale, sembra certo che fu conosciuta a Padova nei circoli preumanistici. Il poeta invece conobbe relativamente tardi l’opera: il capostipite della tradizione manoscritta, il Vaticano Palatino 899 (IX secolo) si trovava a Verona già ai primi del secolo. Qui il Petrarca lo faceva copiare nel 1356 (attuale Par. Lat. 5816, della Biblioteca Nazionale di Parigi), per poi venirne successivamente in possesso. Entrambi i manoscritti, e soprattutto il parigino, furono poi amorosamente postillati dal poeta, interessato dagli «aspetti inediti dell’antichità romana» (Bosco 1942: 195) che vi poteva scoprire.


I Rerum memorandarum libri: composizione dell'opera

I Rerum memorandarum ci sono giunti in svariati manoscritti, uno dei quali (Laurenziano XXVI sin. 9) è la copia che Tedaldo della Casa vergò sull’autografo petrarchesco, oggi perduto e per molti indizi lasciato incompleto dall’autore.
Da indicazioni cronologiche interne e dai cenni contenuti in altre opere sicuramente posteriori si ricava «la certezza che la composizione di quest’opera è tutta avvenuta dal 1343 al febbraio 1345, e insieme una probabilità estremamente persuasiva che poi lo scrittore abbia solo incidentalmente aperto quel volume», come provano, per esempio, errori storici e geografici corretti in opere successive, o cenni a circostanze che riportano direttamente a quegli anni, o ancora l’assenza di testi classici cari al poeta, ma scoperti solo dopo quel febbraio 1345 (su tutti l’epistolario di Cicerone). Ulteriori prove confermano che l’ideazione e l’avvio dell’opera ebbero luogo nella primavera del 1343, quando Petrarca si trovava in Provenza, e dopo aver ricevuto la notizia della morte di Roberto d’Angiò, avvenuta in gennaio; si interruppe la stesura a causa del viaggio diplomatico a Napoli tra settembre e dicembre, per riprendere a Parma negli ultimi giorni dell’anno (Billanovich 1945: LXXXVII sgg.)


Laurenziano XXVI sin. 9

Si tratta della famosa miscellanea di opere petrarchesche messa insieme dal francescano fra Tedaldo della Casa (nato intorno al 1330), membro del convento fiorentino di Santa Croce, amico di umanisti come Coluccio Salutati e Niccolò Niccoli, uomo di interessi letterari oltre che teologici, il quale nel 1378 viaggiò a Padova, dove realizzò la trascrizione di parecchie opere petrarchesche.
Il Laurenziano in questione è un manoscritto cartaceo-membranaceo di cc. III-279-I, scritto da varie mani (di collaboratori del frate), fra le quali quella di Tedaldo si distingue con la sua «gotica libraria con elementi corsivi, rozza e spigolosa». Oltre al Secretum (cc. 208r-213r), contiene una raccolta comprendente i Rerum memorandarum libri (cc. 2r-94v), l’epistola dedicatoria del De otio religioso, l’Itinerarium in terram sanctam (106r-115v), una scelta dalle Epystole, ampie parti del Bucolicum Carmen, il De sui ipsius et multorum ignorantia (188r-208r), il Liber sine nomine (248r-270r), l’Invectiva contra eum qui maledixit Italie (270v-273v, mutila).
«L’autografia di Tedaldo è dichiarata a c. 94v, alla fine dei Rerum memorandarum libri: "[...] ego, frater Thedaldus de Mucello... ita transcripsi Pad(ue) ab exemplari de manu dicti domini Francisci" (‘io, fra Tedaldo del Mugello, così [cioè: incompleto] lo trascrissi a Padova dall’originale del detto signor Francesco’); e ribadita a c. 270r, alla fine del Liber sine nomine: "Explicit libellus sine nomine intitulatus domini Francisci Petrarche, Padue scriptus MºCCCLXXVIII per fratrem Thedaldum de Mucello, ordinis minorum" (Feo 1991: 359-60). (‘Finisce il libretto intitolato sine nomine di messer Francesco Petrarca, scritto a Padova nel 1378 da fra Tedaldo del Mugello, dell’ordine dei frati minori’)».


L’Hypnerotomachia Poliphili

Edito nel 1499 a Venezia da Aldo Manuzio l’Hypnerotomachia è il più splendido degli incunabuli italiani e racchiude una cultura umanistica, antiquaria, letteraria e artistica di notevole rilievo e di ampia rilevanza per la produzione letteraria e artistica del secolo successivo. Le centosettantuno silografie, probabilmente di diverse mani, hanno un inusuale peso all’interno dell’opera ed esercitarono una incessante fonte di ispirazione per emblematisti, mitografi, impresisti e non ultimi i pittori, riflettendo conoscenze antiquarie di fine Quattrocento sia per quel che riguarda i rilievi, i geroglifici, i monumenti che da un punto di vista propriamente artistico per le tangenze con la pittura antiquariale padovana e con quella romana nell’ambito del Pinturicchio. L’opera uscì anonima ma un acrostico formato dalle prime lettere di ciascun capitolo permettono di identificare l’autore in «frater Franciscus Columna peramavit». L’identità del frate Colonna è stata a lungo dibattuta tra chi sosteneva la sua appartenenza all’ambiente veneto e lo voleva frate domenicano di San Giovanni e Paolo a Venezia (Casella-Pozzi 1959) e chi invece, ritenendo impossibile che un oscuro frate veneziano possedesse la poderosa cultura umanistica e antiquaria contenuta nel romanzo, individuava nel romano Francesco Colonna principe di Palestrina l’autore dell’opera (Calvesi 1980; 1996), si spiegherebbero così i costanti riferimenti a monumenti romani ed in particolare al tempio della Fortuna Primigenia di Palestrina, gli evidenti punti di contatto con gli studi di Annio da Viterbo e non da ultimo il peso che ebbero per l’autore le opere di Leon Battista Alberti, al servizio a Roma dei Colonna. Il Calvesi suppone ancora che la data 1467 segnata a chiusura del libro non indichi l’anno di composizione ma di ambientazione, e che la prima sia da collocare agli anni novanta; solo così sono comprensibili i riferimenti al De re aedificatoria di Alberti del 1489, alla Cornucopia di Perotti del 1476, all’Arcadia del Sannazzaro del 1480-84, agli Epitoma di Annio da Viterbo del 1491 circa.
La storia narrata nel romanzo archeologico è estremamente esigua consistendo per lo più in immagini ed episodi uniti tra loro dal viaggio di Polifilo, dal suo percorso sapienziale tra monumenti e iniziazioni fino al ricongiungimento con la sua amata Polia. Tutto quello che incontra il protagonista è antico e per questo ammantato di un'aura sacrale; gli arredi, le celebrazioni, i personaggi e i giardini sono tutti all’antica e impreziositi da materiali, vesti e decorazioni estremamente raffinate sulle quali il narratore si sofferma lungamente con il suo bizzarro linguaggio volgare infarcito di latinismi, grecismi e qualche elemento dialettale in una sorta di ekphrasis perenne, di descrizione meravigliata che trova le sue radici in opere come l’Asino d’oro di Apuleio o l’Amorosa visione di Boccaccio.





Aldo Manuzio


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