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Le scienze del linguaggio |
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L'indeterminatezza del campo della filosofia del linguaggio i) Le riflessioni sulla natura del linguaggio che precedono il costituirsi delle tradizioni linguistiche positive e autonome (per esempio quelle dei presocratici, di Platone, Aristotele o degli stoici). Si noti che la tradizione linguistica occidentale ha le sue radici in quei filosofi che hanno cominciato a distinguere le classi di parole (nomi e verbi, onoma e rhema in Platone e Aristotele) necessarie ad una teoria dell'argomentazione. Come si potrà constatare consultando la cronologia della riflessione linguistica, la particolarità della tradizione occidentale consiste nell'ordine in cui sono comparse le varie discipline: prima la logica e la retorica, poi la grammatica, contrariamente a quanto è accaduto altrove, dove la grammatica appare sempre per prima. Questa situazione dev'essere legata all'organizzazione del sapere che si struttura tra il V e il IV sec. a.C., in cui un posto centrale spetta alla filosofia, disciplina che invece non ritroviamo quasi mai in questa forma e in questa collocazione nelle altre tradizioni.
iiil Riflessioni volte a chiarire, con intento fondativo, la natura del linguaggio e il suo ruolo nell'esperienza umana. K. O. Apel spiega che cosa distingua, in questo caso, l'approccio scientifico dall'approccio filosofico: [la filosofia del linguaggio; non si limita a sistematizzare l'ambito oggettuale della scienza empirica del linguaggio, o a sintetizzare i risultati di quella scienza empirica medesima (Apel, 1975 [1963], pp. 23-24). La filosofia del linguaggio diviene una filosofia prima e fa della lingua «una entità trascendentale nel senso inteso da Kant» . Si tratta dunque di spiegare una volta per tutte quali siano le condizioni di possibilità del linguaggio urbano e in che modo esso caratterizzi lo specifico dell'essere umano. Si può qui riconoscere l'impostazione di tutta la tradizione fenomenologica derivata da Husserl. Una caratteristica di questa tradizione è pensare che le discipline positive non siano in grado di fornire risposte a questo genere di problemi. Essa difende con forza l'idea che la filosofia - qualunque sia l'oggetto a cui si dedica - possiede una propria autonomia. E opportuno osservare che i lavori di Husserl hanno avuto una certa importanza per la conoscenza positiva delle lingue. Essi hanno posto giustamente la questione del ruolo dell'intenzionalità nella nostra attività linguistica. iv) Un certo numero di discussioni tecniche deriva dalla ripresa degli sviluppi e delle discussioni relative ai sistemi logici (considerati come sistemi linguistici artificiali e astratti), corale quelli costruiti a partire dalla fine del XIX secolo (Frege) e dall'inizio del XX ( Russell ) . Si pone, per esempio, la questione di capire in cosa consista il significato di un nome proprio (cioè di un nome in senso proprio, che designa un individuo), se si debba ammettere che la proposizione sia un'entità differente dalla sua realizzazione linguistica, o ancora se sia corretto ridurre il significato di un'espressione all'insieme delle condizioni che la rendono vera. Questo tipo di approccio si avvicina molto alle riflessioni positive sul linguaggio, con la differenza fondamentale che in questo caso non viene preso mai in considerazione il fatta della (diversità delle lingue naturali. Si lavora o su una sola lingua considerata come realizzazione di proprietà universali (in generale l'inglese), o con frammenti di lingua artificiale: si prende ad oggetto il linguaggio in generale, non le lingue. (filosofia analitica del linguaggio).
v)
Un'importante linea che si distacca dall'indirizzo precedente, nata dalla
seconda filosofia di Wittgenstein e dalla critica di Strawson (1950) a
Russell, ha respinto l'approccio ai sistemi astratti della logica formale
per sviluppare una filosofia del linguaggio ordinario è il linguaggio che
gli uomini parlano quotidianamente, a prescindere da ogni formalizzazione.
Da Francis Bacon fino a Carnap, passando per Locke, Leibniz e Condillac,
numerosi sono i filosofi che hanno denunciato l'abuso delle parole (gli
errori dovuti al fatto cbe gli uomini danno per scontato che ad ogni parola
della lingua corrispondano determinate entità reali o concettuali) e
l'inadeguatezza della lingua quotidiana. I filosofi del linguaggio ordinario
criticano questa posizione, sebbene alcuni di loro possano talvolta essere
moderatamente riformisti. Essi confidano nel fatto che un'analisi minuziosa
del linguaggio ordinario permetta d'accedere alle conoscenze implicite nel
suo uso. Il progetto oltrepassa ampiamente l'esplorazione della natura del
linguaggio. Per autori come Austín non si può avviare alcuna riflessione
filosofica senza aver analizzato le espressioni del linguaggio ordinario
relative al problema considerato. Questo orientamento corrisponde a ciò che
Rorty ha chiamato linguistic turn, la svolta linguistica in filosofia. L'idea che la linguistica generale sia una «scienza» autonoma è molto discutibile, in particolare perché suppone che lo sia anche la linguistica. Spesso questo nome indica un approccio globale ai princípí più generali utilizzati nella costruzione positiva della conoscenza delle lingue e della facoltà di linguaggio. vii) Un approccio riflessivo ad un certo numero di questioni sorte all'interno delle scienze del linguaggio, dove però non trovano risposte univoche. Questo ambito può essere definito filosofia della linguistica. La sua comparsa presuppone non solo una certa maturità teorica delle conoscenze positive (una grammatica didattica raramente pone problemi di questo livello e, se lo fa, viene meno al suo obiettivo didattico), ma anche una chiara separazione tra conoscenza positiva e riflessione filosofica, che non può derivare se non dalla autonomia universitaria della prima (la grammatica speculativa medievale o la grammatica generale si occupavano direttamente dei loro problemi teorici). Uno dei primi grandi testi di questo tipo è l'opera del linguista V. Henry, intitolata Les antinomies linguistiques (1896). Questo specialista di linguistica indoeuropea cerca di affrontare problemi cruciali della grammatica comparata (la delimitazione di una lingua, il rapporto tra linguaggio e pensiero, la questione dell'origine delle lingue) mostrando la pari validità di una tesi e della sua antitesi, secondo il modello elaborato da Kant nella Critica della ragion pura, a proposito della struttura del mondo naturale (la prima antinomia kantiana, per esempio, riguarda il carattere finito o infinito del mondo). Un analogo passaggio attraverso la positività delle conoscenze linguistiche si trova nel primo volume della Filosofia delle forme simboliche del filosofo E. Cassirer, dedicato al linguaggio (1923).
Lo sviluppo della grammatica generativa
ha dato luogo negli ultimi vent'anni a un'importante stagione della
filosofia della linguistica; nella sua opera dedicata alla filosofia del
linguaggio (1966), J. J. Katz è chiaro a questo riguardo: viii) Sotto il titolo di filosofia del linguaggio si trovano talvolta introduzioni enciclopediche che riprendono disordinatamente concezioni generali sul linguaggio tratte dalle discipline positive, riferimenti a filosofi antichi e a discussioni di tipo fondativo, osservazioni storiche sullo sviluppo delle scienze del linguaggio, ecc. È evidente che questi modi di affrontare la filosofia del linguaggio non sono rigidamente distinti e una stessa opera può presentarne più d'uno. Tutto dipende dunque dall'idea che ci si è potuti fare della filosofia e del suo rapporto con la conoscenza positiva. |