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LUCREZIO,
De Rerum Natura
I, 1-49 / 62-101 Aeneadum
genetrix, hominum divomque voluptas,
alma Venus, caeli subter labentia
signa
quae mare navigerum, quae terras frugiferentis
concelebras, per te quoniam genus omne animantum
concipitur visitque exortum lumina solis:
te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli
adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus
summittit flores, tibi rident aequora ponti
placatumque nitet diffuso lumine caelum.
nam simul ac species patefactast verna diei
et reserata viget genitabilis aura favoni,
aëriae primum volucris te, diva, tuumque
significant initum perculsae corda tua vi.
inde ferae pecudes persultant pabula laeta
et rapidos tranant amnis: ita capta lepore
te sequitur cupide quo quamque inducere pergis.
denique per maria ac montis fluviosque rapacis
frondiferasque domos avium camposque virentis
omnibus incutiens blandum per pectora amorem
efficis ut cupide generatim saecla propagent.
quae quoniam rerum naturam sola gubernas
nec sine te quicquam dias in luminis oras
exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,
te sociam studeo scribendis versibus esse,
quos ego de rerum natura pangere conor
Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni
omnibus ornatum voluisti excellere rebus.
quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.
effice ut interea fera moenera militiai
per maria ac terras omnis sopita quiescant;
nam tu sola potes tranquilla pace iuvare
mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors
armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se
reiicit aeterno devictus vulnere amoris,
atque ita suspiciens tereti cervice reposta
pascit amore avidos inhians in te, dea, visus
eque tuo pendet resupini spiritus ore.
hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto
circum fusa super, suavis ex ore loquellas
funde petens placidam Romanis, incluta, pacem;
nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo
possumus aequo animo nec Memmi clara propago
talibus in rebus communi desse saluti.
omnis enim per se divum natura necessest
immortali aevo summa cum pace fruatur
semota ab nostris rebus seiunctaque
longe;
nam privata dolore omni, privata periclis,
ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri,
nec bene promeritis capitur nec tangitur ira. Humana
ante oculos foede cum vita iaceret
in terris oppressa gravi sub religione,
quae caput a caeli regionibus ostendebat
horribili super aspectu mortalibus instans,
primum Graius homo mortalis tollere contra
est oculos ausus primusque obsistere contra;
quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti
murmure compressit caelum, sed eo magis acrem
inritat animi virtutem, effringere ut arta
naturae primus portarum claustra cupiret.
ergo vivida vis animi pervicit et extra
processit longe flammantia moenia mundi
atque omne immensum peragravit mente animoque,
unde refert nobis victor quid possit oriri,
quid nequeat, finita potestas denique cuique
qua nam sit ratione atque alte terminus haerens.
quare religio pedibus subiecta vicissim
opteritur, nos exaequat victoria caelo. Illud
in his rebus vereor, ne forte rearis
impia te rationis inire elementa viamque
indugredi sceleris. quod contra saepius illa
religio peperit scelerosa atque impia facta.
Aulide quo pacto Triviai virginis aram
Iphianassai turparunt sanguine foede
ductores Danaum delecti, prima virorum.
cui simul infula virgineos circum data comptus
ex utraque pari malarum parte profusast,
et maestum simul ante aras adstare parentem
sensit et hunc propter ferrum celare ministros
aspectuque suo lacrimas effundere civis,
muta metu terram genibus summissa petebat.
nec miserae prodesse in tali tempore quibat,
quod patrio princeps donarat nomine regem;
nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
deductast, non ut sollemni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur.
tantum religio potuit suadere malorum.
(le
parole in blu indicano la presenza di una nota, a seguire nella pagina) |
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TRADUZIONE Madre
degli Eneadi, voluttà di uomini e dei,
Venere datrice di vita, che sotto le mobili costellazioni
fecondi il mare carico di navi e le terre dense di messi,
grazie a te in verità ogni essere vivente viene concepito
e può guardare, uscito alla vita, la luce del sole. Davanti
a te e al tuo arrivo, o dea, si placano i venti
e fuggono le nubi del cielo, per te la terra laboriosa
fa nascere fiori soavi, grazie a te sorridono le distese
del mare e sereno il cielo brilla di luce diffusa.
Infatti, non appena si svela l’aspetto primaverile dei giorni
e libero prende forza il soffio vivificante di Zefiro,
per primi gli uccelli nel cielo annunciano te e il tuo arrivo,
o Dea, colpiti nel cuore dalla tua forza vitale. Poi
fiere e armenti balzano nei prati coperti di fiori
e guadano rapidi fiumi: così, avvinto dalla tua grazia,
ognuno ti segue con ansia dovunque tu voglia condurlo.
Infine per mari, monti e fiumi impetuosi,
attraverso le frondose dimore degli uccelli e le verdi
pianure, infondendo a tutti nel petto un dolce amore,
fai sì che con desiderio rinnovino le generazioni
secondo le stirpi. Poiché
tu sola guidi la natura delle cose e nulla
senza di te può giungere alle divine regioni della luce,
desidero che tu mi sia compagna nello scriversi i versi
che mi accingo a comporre sulla natura delle cose,
per il nostro Memmio, che tu sempre, o dea, hai voluto
che eccellesse, adorno di ogni pregio. tanto più, o dea,
concedi eterno fascino ai miei versi
e fai in modo che intanto le crudeli azioni di guerra
sopite riposino, nel mare e in ogni terra. Tu sola
puoi dar gioia ai mortali con una pace duratura,
dato che guida le feroci azioni di guerra Marte, potente
in armi, che spesso si rovescia all’indietro nel tuo grembo,
vinto dall’eterna ferita d’amore
e così, guardandoti con il bel capo inclinato, sazia
in te, o dea, i suoi occhi avidi d’amore
e il respiro del dio supino sembra pendere dalla tua bocca . Tu,
dea, avvolgendo col tuo sacro corpo lui che resta
sdraiato, effondi dalle tue labbra dolci parole
e chiedi, o nobile, una lunga pace per i Romani.
Io non posso con animo sereno compiere la mia opera
in un tempo avverso alla patria e la nobile stirpe di Memmio
non può venir meno alla comune salvezza. È
scritto infatti che ogni dio con somma pace goda
di un tempo eterno, molto lontana e divisa
dalle nostre vicende. Infatti, immune dal dolore,
lontano dai pericoli, possente di per sé, senza bisogno
alcuno di noi, non è vinto dai nostri meriti
e non è toccato dall’ira. Quando
la vita umana, con vergogna, giaceva a terra
oppressa dal peso della superstizione, che mostrava
il capo dalle regioni del cielo, incombendo sugli uomini,
per primo un uomo Greco osò alzare il suo sguardo
mortale e per primo osò sfidarla. Non lo trattennero
i racconti sugli dei, né i fulmini, né il cielo col minaccioso
brontolio, ma tanto più stimolarono la fiera
energia del suo animo, così che volle per primo abbattere
gli stretti serrami dell’universo. Prevalse il vivido slancio
dell’animo e avanzò lontano, oltre le mura fiammeggianti
del mondo e percorse l’intero universo con la mente
e con l’animo e da lì vincitore ci rivela che cosa possa
nascere e che cosa invece non possa, perché ognuno abbia
un potere definito e un termine profondamente infisso.
Così la superstizione, abbattuta a sua volta, è calpestata
e la vittoria ci eguaglia al cielo.
Questo io temo in siffatto argomento, che tu non pensi
di iniziarti ai principi di un’empia dottrina e di intraprendere
il cammino verso la colpa. Più spesso invece
proprio la superstizione generò azioni scellerate
ed empie, come quando in Aulide scelti duci dei Danai,
fior fiore di eroi, macchiarono turpemente col sangue
di Ifigenia l’altare della vergine Trivia. Non appena la benda,
avvolta alle giovani chiome, le ricadde eguale
su entrambe le gote ed ella si accorse che il padre
restava fermo con volto addolorato presso l’altare
e vicino a lui i sacerdoti nascondevano il pugnale sacrificale,
e nel vederla la sua gente non sapeva trattenere le lacrime,
resa muta dal terrore si lasciava cadere a terra in ginocchio. Né
in quel momento era d’aiuto alla sventurata
il fatto che per prima avesse donato al re il nome di padre.
Sollevata da mani di guerrieri fu condotta tremante
all’altare non perché, terminato il sacro rito, venisse scortata
dal luminoso Imeneo, ma perché cadesse, lei pura,
in modo empio, come vittima sventurata, immolata
dal padre, solo perché la flotta potesse partire con un fausto
presagio. A tanto male poté spingere la superstizione!
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Note
al testo: Aeneadum
Genitivo plurale. Indica i "discendenti di Enea", cioè
i Romani, così chiamati anche in Virgilio, En., VIII Voluptas
Sostantivo connesso all'avverbio volup(e) [Velle ], che indica ciò
che è conforme al proprio desiderio. Qui, appunto, "oggetto
del desiderio". Alma
Connesso ad alo,is, ha il senso di "che dà la vita".
Alo vuol dire "nutrire, alimentare, far crescere, sviluppare". Labentia
signa
C'è il senso del lento scivolare degli astri nel cielo. Concelebras
Vi sono due interpretazioni: "continui a essere presente in..."
oppure "popoli". Ho scelto di tradurre con "fecondi"
per rendere più evidente l'atto della dea. Animantum
Genitivo. Il termine, che in origine indicava anche le piante, è
poi rimasto a indicare gli animali e, più in generale, gli "esseri
viventi". Exortum
C'è il senso dell'uscita da un luogo chiuso (EX-), quindi della
nascita. Daedala
Il termine, di derivazione greca, indica l'abilità dell'artefice
(cfr. Dedalo) Genitabilis
aura
L'aggettivo fa riferimento a geno, forma antica per gigno.
Lepore
Indica il senso di incanto che prende ogni essere alla vista della dea
Generatim saecla propagent
Il termine saeculum (saeclum) indica la durata di una generazione umana
(33 anni circa). L'intera espressione indica l'armonioso espandersi delle
stirpi in seguito all'azione della forza vitale personificata in Venere.
Pangere
Indica il mettere insieme, fissando poi saldamente il tutto.
Mavors
Il termine, arcaico e poetico, indica Marte, ma anche la guerra, la battaglia,
lo scontro.
Tempore iniquo
Come non pensare al "reo tempo" del Foscolo" ?
Immortali aevo
Aevum indica di per sé un tempo illimitato, ma ha anche il senso
di "durata della vita" e di "epoca, età".
Semota seiunctaque
Il primo termine indica una lontananza remota, il secondo una divisione
assai netta.
Pollens
Il termine indica l'energia, la potenza, il vigore; è un participio
aggettivale da polleo.
Gravi sub religione
Riteniamo opportuno tradurre con "superstizione", adottando
il punto di vista dell'autore; se si fa riferimento al punto di vista
di quanti vivono "oppressi", allora va usato il termine "religione".
Graius homo
È Epicuro.
Claustra
Si tratta dei chiavistelli, delle catene,a indicare una chiusura volontaria,
un divieto.
Finita potestas
Indica i limiti entro i quali può svolgersi l'attività dell'uomo.
Infula
Era una larga benda di lana che veniva usata per adornare la testa delle
vittime, ma anche quella dei sacerdoti.
Inceste
Avverbio (in-castus). Vuol dire "in modo non puro", ma anche
"delittuosamente". In questo senso è usato da Lucrezio.
Mactatu
Fa riferimento al verbo macto, che significa "onorare", ma anche
"sacrificare", mettere a morte".
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Libro
V, vv. 416-448 La nascita dell'universo
Sed quibus ille modis coniectus
materiai
fundarit terram et caelum pontique profunda,
solis lunai cursus, ex ordine ponam.
nam certe neque consilio primordia rerum
ordine se suo quaeque sagaci mente locarunt
nec quos quaeque darent motus pepigere profecto;
sed quia multa modis multis primordia rerum
ex infinito iam tempore percita plagis
ponderibusque suis consuerunt concita ferri
omnimodisque coire atque omnia pertemptare,
quae cumque inter se possent congressa creare,
propterea fit uti magnum volgata per aevom
omnigenus coetus et motus experiundo
tandem conveniant ea quae coniecta repente
magnarum rerum fiunt exordia saepe,
terrai maris et caeli generisque animantum.
Hic neque tum solis rota cerni lumine largo
altivolans poterat nec magni sidera mundi
nec mare nec caelum nec denique terra neque aër
nec similis nostris rebus res ulla videri,
sed nova tempestas quaedam molesque coorta.
diffugere inde loci partes coepere paresque
cum paribus iungi res et discludere mundum
membraque dividere et magnas disponere partes
omnigenis e principiis, discordia quorum
intervalla vias conexus pondera plagas
concursus motus turbabat proelia miscens
propter dissimilis formas variasque figuras,
quod non omnia sic poterant coniuncta manere
nec motus inter sese dare convenientis,
hoc est, a terris altum secernere caelum,
et sorsum mare, uti secreto umore pateret,
seorsus item puri secretique aetheris ignes.
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Traduzione Ma in ordine ora dirò in che modo quell’agglomerato
di materia abbia dato origine alla terra, al cielo
e alle profondità del mare, alle orbite del sole
e della luna. Certamente gli atomi non si disposero
ciascuno al suo luogo con mente sagace,
né stabilirono i moti che ognuno dovesse produrre.
In molti modi invece i primi elementi, da infinito
tempo sollecitati dagli urti e accelerati dal peso,
si muovono e sono spinti ad aggregarsi in molteplici
modi, sperimentando tutto ciò che dalla loro coesione
possa nascere. Ne deriva che disseminati
nell’immensità del tempo, provando senza sosta
ogni genere di coesione e di movimento, si radunano
infine quegli atomi che, aggregandosi in un attimo,
divengono spesso origine di grandi cose,
della terra, del mare, del cielo e di tutti i viventi.
Dalla terra non si poteva allora scorgere il disco
del sole volare lassù, immerso nella luce, né le stelle
nel firmamento, né il mare, né la terra e neppure l’aria
o alcuna cosa simile alle nostre. C’era, invece, una sconosciuta
tempesta, un’immensa mole, sorta all’improvviso
da atomi di ogni specie, il cui movimento
continuo, moltiplicando gli scontri, mescolava
intervalli, orbite, pesi, urti, movimenti: a causa infatti
delle forme diverse e delle molteplici figure
tutti quegli atomi non potevano restare uniti
né dare luogo a movimenti tra loro concordi.
Così, come in fuga, le parti di quella mole
cominciarono a separarsi e a congiungersi
per somiglianza, a schiudere il mondo,
a dividerne le membra, a porre in ordine
le sue grandi componenti , cioè a separare
il cielo dalla terra, poi il mare più lontano,
affinché, distese le acque, potesse espandersi,
infine, anch’esso in disparte, i fuochi
dello spazio infinito, limpido e inaccessibile. (trad. G.G.) |
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Note
su EPICURO Nato
a Samo nel 341 a. C., aprì la sua prima scuola a Mitilene, quindi
nel 306 un’altra, chiamata “il giardino”, ad Atene.
Tale scuola divenne un centro di ricerca etica, frequentato da chiunque
avesse interesse a vivere “da uomo”, in rapporti di amicizia
e accettando certe regole. Epicuro morì nel 270 a. C.
Delle opere di Epicuro, tra cui 37 libri “Sulla natura”, sono
giunti solo frammenti ricavati da papiri. Alcune notizie provengono da
Diogene Laerzio (III secolo d.C.); altre informazioni si ricavano da alcune
opere di Cicerone, Plutarco e Seneca. Una delle più originali esposizioni
del pensiero di Epicuro è quella data da Lucrezio nel De
Rerum Natura.
Epicuro vede nella filosofia la via per raggiungere la felicità
intesa come liberazione dalle passioni: suo scopo è quello di aiutare
gli uomini a comprendere il mondo in cui vivono, la propria natura, le
proprie possibilità, e di liberarli dai timori di una realtà
soprannaturale.
Epicuro chiamò “canonica” la logica, in quanto la considerò
diretta a dare il criterio (o canone) della verità, quindi una
regola per orientare l’uomo verso la felicità. Ciò
avviene per mezzo di tre criteri:
Sensazione (è prodotta nell’uomo
dal flusso di atomi che si staccano dalla superficie delle cose. Tale
flusso produce “immagini” (eidola)
che sono in tutto simili alle cose da cui sono prodotte. Da queste immagini
derivano le sensazioni)
Anticipazione (dalle sensazioni ripetute
e conservate nella memoria derivano le rappresentazioni generiche (o concetti),
che Epicuro chiamò “anticipazioni” (le anticipazioni,
derivando dalle sensazioni che sono sempre vere, sono anch’esse
vere), in quanto servono ad anticipare le sensazioni future
Emozione (si basa sul piacere o il dolore
che costituiscono la norma per la condotta pratica della vita).
L’errore non può dunque sussistere nelle sensazioni o nei
concetti; può sussistere invece nelle “opinioni”, le
quali non sono vere se sono confermate dalla testimonianza dei sensi,
false nel caso contrario. Vero o falso è pertanto ciò che
“attende” di essere confermato o no da sensazioni future.
La fisica di Epicuro ha lo scopo di liberare gli uomini dal timore di
essere alla mercé di forze sconosciute o di interventi misteriosi.
Per ottenere tale scopo la fisica deve essere materialistica
(cioè escludere la presenza nel mondo di un’anima o principio
spirituale)
meccanicistica (cioè servirsi,per
le sue spiegazioni, del movimento, escludendo qualsiasi finalismo).
Poiché la fisica di Democrito rispondeva a queste due condizioni,
Epicuro la adottò. La sensazione, che è alla base di ogni
conoscenza, attesta l’esistenza di una realtà corporea. Ciò
che è corporeo, in quanto divisibile, implica, affinché
non si riduca al nulla, una infinita serie di elementi corporei indivisibili
(atomi). Accanto ai corpi esiste uno spazio in cui gli atomi si muovono,
cioè il vuoto. Atomi e vuoto sono pertanto le due condizioni senza
le quali è impensabile la realtà visibile.
Gli atomi si diversificano per forma, grandezza e peso e si muovono eternamente
nello spazio infinito secondo una direzione rettilinea e tutti con eguale
velocità. Per spiegare l’urto in virtù del quale gli
atomi si aggregano e si dispongono nei vari mondi infiniti, Epicuro ammette
una deviazione causale degli atomi dalla loro traiettoria rettilinea (Lucrezio
la chiama clinamen). In virtù del
movimento degli atomi nel vuoto infinito, si formano infiniti mondi soggetti
a nascita e a morte.
Epicuro ammette l’esistenza della divinità e lo fa in virtù
del suo stesso empirismo, infatti gli uomini hanno l’immagine della
divinità, la quale, come ogni altra immagine, può essere
stata prodotta solo dal flusso di atomo emanato dalla divinità
stessa.
Gli dei hanno forma umana, che è la più perfetta, intrattengono
tra loro un’amicizia analoga a quella umana ed abitano gli intermundia
(spazi vuoti tra i mondi, cioè al di fuori degli scontri e degli
urti degli uomini).
Gli dei non si curano né del mondo, né degli uomini, in
quanto ogni cura di questo genere sarebbe contraria alla loro perfetta
beatitudine.
Secondo l’etica epicurea, la felicità consiste nel piacere
(“il piacere è il principio e la fine della vita beata”).
La vita dell’uomo è scandita dal dolore e dal piacere:
dolore (sensazione procurata dall’ignoranza
della vera natura delle cose. Da tale ignoranza derivano turbamenti e
superstizioni)
piacere (sensazione procurata dalla comprensione
della natura delle cose. Da tale comprensione derivano tranquillità
ed equilibrio).
Bene e male sono dunque sensazioni di piacere o di dolore. Lo stesso piacere,
portato alla massima intensità, è turbamento. Il piacere
è dunque
aponia (assenza di dolore, il non soffrire
nel corpo)
atarassia (assenza di turbamento, il non
soffrire nell’anima).
Il piacere stabile (catastematico), che si
contrappone ai piaceri fuggevoli, i quali provocano affanno, è
un piacere che deriva da un interno equilibrio e si realizza attraverso
l’esame e il calcolo di quei piaceri che di volta in volta devono
preferirsi agli altri, è godimento sereno del presente senza alcuna
ansia per il futuro. Spetta alla “prudenza” calcolare ed ordinare
i desideri naturali, distinguendoli da quelli vani. Il vero bene è
pertanto il piacere stabile dell’aponia e dell’atarassia.
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