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del Medioevo e regni romano-barbarici |
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II Medioevo e i suoi limiti cronologici Gli storici sono soliti assegnare al Medioevo, cioè al periodo intermedio fra l'antichità e i tempi moderni, una durata di circa dieci secoli e precisamente dal 476d.C., anno in cui fu deposto l'ultimo imperatore romano d'Occidente al 1492, anno della scoperta dell'America. Un millennio, questo, che viene di solito diviso in Alto (più antico) Medioevo e in alto (più recente) Medioevo: il primo, compreso fra il 476 e l'XI secolo, vede l'Italia soggetta alle dominazioni barbariche e successivamente all'imperatore di Germania; il secondo, compreso a sua volta fra 1'XI secolo e il 1492, è caratterizzato invece dalle complesse vicende dei Comuni, delle Signorie e dei Principati e dal consolidarsi delle monarchie europee. Per la verità, le date sopraindicate vanno prese con molte riserve: esse infatti costituiscono dei semplici e convenzionali punti di riferimento nella moderna storiografia, sui quali per di più non tutti si trovano d'accordo. Basti a tal riguardo un esempio. A proposito della data relativa alla fine dell'«età antica» e all'inizio dell'età medioevale» c'è chi preferisce al 476 il 330 d.C., anno nel quale l'imperatore Costantino trasferì ufficialmente la sua sede nell'antica città di Bisanzio, detta poi Costantinopoli: un gesto, un gesto, questo, ritenuto adatto a segnare la conclusione del lungo periodo che vide Roma e l'Italia centro vitale dell'impero. Altri, invece, segnalano la data del 395 d C anno della morte di Teodosio e della suddivisione dell'impero romano in due parti, affidate rispettivamente quella occidentale ad Onorio e quella orientale ad Arcadio: una suddivisione, considerata a sua volta importante in quanto - si dice - segna la rottyra dell' unità dell'impero e quindi il termine di quel lungo periodo della storia umana, che aveva portato Roma ad unificare l'Oriente e l'Occidente. Altri, a loro volta, insistono sul 410 d.C., nel quale il barbaro Alarico alla testa dei suoi Goti occupò e saccheggiò la città di Roma; suscitando una profonda impressione in tutto il mondo mediterraneo. Tali interpretazioni - pur distinguendosi tra loro per le date e per gli avvenimenti ricordati - sembrano muovere da un presupposto comune a tutte: la storia romana e con essa l'età antica è da considerarsi conclusa, quando ha luogo un avvenimento politico o militare capace di mettere in luce la fine della supremazia di Roma. Altri storici però non accettano tale punto di vista. Essi infatti si chiedono: l'importanza e la funzione di Roma hanno davvero avuto termine con il venir meno del suo peso politico? O non è vero piuttosto che si è continuato a vivere, pensare e operare nei modi propri della civiltà romana al di là dei limiti di tempo sopra indicati? Per chi ragiona in quest'altro modo è facile sostenere che i tempi nuovi sono meglio contraddistinti dalla presenza sul territorio europeo dei popoli «barbari» ossia delle genti germaniche, le quali, mescolandosi con quelle già da tempo romanizzate, finirono per determinare un nuovo tipo di civiltà. Tali storici perciò insistono sul v secolo, sull'epoca cioè che vide l'impero di Occidente assalito da tanti e sì formidabili invasori che in pochi anni ne sfasciarono l'organizzazione, dando però nello stesso tempo inizio ad un'epoca nuova e decisiva per la civiltà dell'Europa. E non basta. Altri affermano addirittura che soltanto l'espansione compiuta dagli Arabi nel Mediterraneo tra il VII e l'VIII secolo distrusse effettivamente l'unità culturale creata da Roma e dette origine a due civiltà nettamente diverse: quella araba e quella erede della civiltà romana. Ma allora quando in realtà termina l'età antica e inizia il Medioevo? Come capirci qualcosa tra tanta varietà di opinioni? Il fatto è che un simile problema può essere considerato da tanti punti di vista, che saranno più o meno originali, più o meno acuti, più o meno profondi a seconda della sensibilità e della cultura della persona che li giudica. Ecco perché colui che per sensibilità o per cultura propria si interessa alle vicende politiche tende a vedere la fine dell'età antica e l'inizio del Medioevo in un evento che ha mutato l'organizzazione politica esistente: egli allora si rifà alla caduta dell'impero romano di Occidente o all'incendio di Roma o ad un altro avvenimento, che ritiene particolarmente adatto a spiegare la fine del vecchio equilibrio. Per chi tende invece a mettere in evidenza il modo di vivere di un popolo i fatti sopraindicati non hanno molta importanza: ne assumono una grandissima altri di ben diversa natura, quali le invasioni barbariche del v secolo o addirittura l'espansione araba nel Mediterraneo. Dunque, anche in questo caso, l'una o l'altra soluzione finisce per dipendere dal giudizio personale, critico ed informato del singolo storico. Naturalmente, fatte le debite differenze sulle argomentazioni da presentare, lo stesso può essere detto nei riguardi del 1492, l'anno dai più delegato a segnare la fine del Medioevo e l'inizio dell'Età Moderna. I regni romano-barbarici alla fine del v secolo d.C. Di fatto, comunque, già con la crisi della prima metà del v secolo d.C. l'impero di Occidente non esiste più. Con la loro travolgente avanzata gli invasori germanici avevano finito per strappare a Roma le più belle province e per stanziarsi in esse. Cosicché alla fine dello stesso secolo il territorio, che un tempo costituiva l'impero dei Cesari, risulta quasi tutto occupato e diviso nei seguenti «Stati barbarici»: quello degli Èruli e degli Sciri, sorto in Italia per opera di Odoacre nel 476 d.C. in seguito alla deposizione di Romolo Augustolo; quello dei Vandali nel territorio dell'Africa romana (odierna Algeria, Tunisia e Tripolitania), in un secondo momento esteso con un'audace politica di espansione marittima alle isole Baleari, alla Sardegna e alla Corsica; quello degli Svevi nella Spagna occidentale: quello dei Visigoti, nella parte rimanente della penisoola iberica e nella Gallia meridionale fino alle rive del Rodano e della Loira. Nelle zone della ricca regione gallica rimaste ancora libere, i Burgundi avevano a loro volta occupato le terre presso l'alto corso del Rodano, mentre i Franchi quelle centro-settentrionali, corrispondenti alle valli della Senna e del basso Reno. Neppure le isole britanniche erano rimaste immuni dall'occupazione: al principio del VI secolo erano anche colà sorti sette piccoli regni (eptarchia) ad opera degli Angli e dei Sàssoni, due tribù , provenienti dalla regione dell'Elba e dimostratesi ben presto incapaci di collegarsi con un saldo vincolo unitario. Benché diversi tra loro, questi «Stati» barbarici ebbero caratteristiche comuni. In ciascuno di essi infatti chi deteneva il potere era ad un tempo re del suo popolo é reggente di quella parte del territorio romano che le sue truppe avevano occupato. Né i vari capi trascurarono ogni possibile espediente per ottenere dall'imperatore di Oriente il riconoscimento formale del nuovo stato di fatto, determinatosi con l'invasione: ciò, anzitutto, perché il re di un popolo primitivo e selvaggio, anche se vittorioso in guerra, fin dai primi contatti con l'antica civiltà e con le secolari tradizioni di Roma, ne avvertiva il fascino e aspirava ad apparire come il continuatore dell'autorità imperiale, non già come l'eversore, il distruttore di essa; in secondo luogo perché nessuno più di lui si preoccupava di legittimare la propria autorità nei riguardi della popolazione sottomessa con un riconoscimento ufficiale da parte dell'imperatore d'Oriente, che equivaleva ad una specie di «investitura» di potere. In funzione di ciò ogni sovrano barbarico, pur interdicendo ai vinti l'uso delle armi, ne cercava la collaborazione e affidava ad essi, nella loro qualità di giuristi, di letterati e di funzionari espertissimi, lo svolgimento delle più delicate mansioni nella organizzazione politica, economica e sociale dello Stato. Questi nuovi regni sono stati detti romano-barbarici: romani, in quanto le leggi, le istituzioni e l'organizzazione statale di Roma sopravvissero in essi più o meno integralmente per regolare i rapporti della popolazione indigena; barbarici, perché i dominatori, per i quali l'uso delle armi restò un'assoluta prerogativa, continuarono a seguire le loro primitive tradizioni. Di qui una certa contraddizione e incoerenza nella compagine dello Stato; di qui quel contrasto fra dominatori e dominati, fra vincitori e vinti, che doveva costituire uno dei più gravi elementi di debolezza dei nuovi regni. Tra le ragioni di attrito non possono comunque essere dimenticati: 1. la differenza di religione, che trovava i barbari seguaci in generale dell'arianesimo e le popolazioni latine invece del cattolicesimo; 2. il diverso modo di concepire la giustizia, che dagli uni era considerata come un fatto privato, legato alla vendetta personale, dagli altri come espressione di precise norme giuridiche di alto livello politico e morale cui tutti debbono sottostare; 3. per non ricordare altro, la struttura della società ancora in fase tribale per gli uni, ampiamente evoluta e socialmente ed economicamente differenziata per gli altri. II regno di Odoacre (476-493) Ultima a cadere sotto la dominazione barbarica fu l'Italia: con la sua occupazione Odoacre poneva inconsapevolmente fine alla storia dell'impero di Occidente (476) Questo rozzo uomo d'arme, che ebbe la ventura di legare il suo nome ad un avvenimento di tanta importanza, resse il potere per alcuni anni con equilibrio, mostrandosi, sebbene ariano, tollerante con i cattolici e rispettoso delle consuetudini e delle leggi locali. Egli inoltre, nella speranza di poter accentrare nelle proprie mani la doppia autorità di capo delle sue genti e di governatore della penisola italica per delega imperiale, lasciò in carica tutto il personale romano dell'amministrazione civile secondo una pratica generalmente in uso anche presso gli altri regni barbarici. Tuttavia, anche se abbastanza lungimirante Odoacre si dimostrò in politica interna, non altrettanto possiamo dire per quanto riguarda la politica estera a causa dei sospetti che essa suscitò in Zenone, imperatore di Oriente, il quale non aveva mai in forma esplicita attribuito ad Odoacre il desiderato titolo di «patrizio» e quindi di delegato cesareo. Avendo infatti il re barbaro formulato ambiziosi piani di guerra ed esteso i suoi domini nelle zone di confine sino ad occupare la Dalmazia, Zenone si attenne alla tradizionale politica di contrapporre barbari a barbari, sollecitando gli Ostrogoti ad invadere l'Italia. Gli Ostrogoti Questi, giunti come i Visigoti dall'Oriente, erano riusciti ad insediarsi nella Pannonia (Ungheria) e nella Mesia (Serbia) e a farsi riconoscere dall'impero come federati. Non contenti di ció e desiderosi di possedere terre più fertili e a clima più mite, aver ano cominciato a compiere atti di violenza ai danni delle popolazioni limitrofe, rendendo così non del tutto infondato il timore di quanti prevedevano un loro attacco a Costantinopoli. Ecco perché l'imperatore Zenone ad un certo momento consentì loro di conquistere l'Italia ai danni dell' usurpatore Odoacre. Teodorico Fu così che nel 488 gli Ostrogoti mossero alla volta del penisola sotto la guida di Teodorico. Era costui nato nel 454 da Teodimero, re degli Ostrogoti. Inviato in tenera età a Costantinopoli come ostaggio, aveva avuto modo di formarvi la propria educazione politica: ecco perché poteva essere considerato il più «grecizzato» fra i sovrani barbari. Eletto re alla morte del padre, il giovane si era trovato combattuto fra gli impegni presi con l'impero da una parte e il desiderio di nuove terre, vivissimo nel suo popolo, dall'altra. A toglierlo da sì imbarazzante situazione sopravvenne nel 488 il consenso da parte di Zenone ad occupare l'Italia quale rappresentante dell'autorità imperiale nella penisola. Aveva così inizio una nuova invasione, con caratteri però del tutto diversi rispetto a quelli propri del colpo di Stato militare compiuto da Odoacre. Alla testa del suo popolo (circa 300 mila persone, di cui solo 40 mila atte alle armi) il giovane re giunse nell'estate del 489 alle Alpi Giulie e, dopo averle attraversate, riporto due successive vittorie, una sull'Isonzo e l'altra sull'Adige. Ciononostante e malgrado l'insufficienza dei reparti militari di cui disponeva Odoacre, furono necessari a Teodorico quattro anni per debellare l'avversario, che, sgominato n una nuova sanguinòsa battaglia presso Verona (di qui il nome di Teodorico da Verona), venne catturato in Ravenna dopo un lunghissimo assedio e ucciso. Il regno di Teodorico |
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