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Etnologia


Scienza delle culture umane, cioè studio dei popoli, di cui considera l'identificazione etnica, linguistica e culturale, ed analizza le forme di esistenza e i processi di trasformazione. Oggetto specifico dell'e., come dell'antropologia culturale (ANTROPOLOGIA), sono tecniche, costumi, credenze, forme della vita sociale, politica, religiosa, ecc., studiati sulla base concreta di dati etnografici (sia raccolti in prima persona dall'etnologo, sia tratti da ricerche di terzi).

Il termine e. si è venuto lentamente affermando tra le scienze dell'uomo (già lo usava A.-C. de Chavannes nel 1787 per indicare « la storia dei progressi dei popoli verso la civiltà », mentre nel 1839, quando fu fondata a Parigi la Société ethnologique, l'e. venne definita « lo studio delle razze umane in base alle lingue e ai caratteri fisici e morali di ciascun popolo »); dapprima servì a indicare una materia con interessi al contempo biologico-naturalistici e filologico-storici, quindi una disciplina comparativa volta prevalentemente alla distribuzione dei fatti culturali in complessi etnico-geografici e in sequenze cronologiche ordinate in successione relativa. In seguito al moltiplicarsi delle indagini etnografiche in ogni parte del mondo e all'incremento del materiale documentale resosi così disponibile, all'intensificarsi dei vincoli e degli apporti reciproci tra l'e. e le altre discipline ad essa vicine (psicologia, linguistica, sociologia, storiografia, economia, ecc.) e al conseguente affinamento degli stessi suoi strumenti teorico-analitici, l'e. ha via via esteso il proprio campo d'azione e approfondito le proprie problematiche, emancipandosi gradualmente dall'eurocentrismo da cui inizialmente era essa stessa viziata.

Non più circoscritta allo studio delle sole popolazioni dette primitive, esostoriche, illetterate, tecnologicamente arretrate o extraeuropee, inizialmente privilegiate nello studio per la loro presunta maggiore arcaicità e per la minor complessità globale rispetto alle altre civiltà dell'Oriente e dell'Occidente, l'e. ha da tempo rivolto il proprio interesse ad aspetti sempre più numerosi di queste ultime, avvertendo l'inadeguatezza di qualsiasi limitazione geografica o tipologica che venisse imposta al proprio campo d'indagine. La crescita, in tempi recenti, delle convergenze tra e. e demologia (in taluni casi denominata anche e. europea) e, ancor più, tra e. e antropologia culturale è d'altra parte espressa chiaramente dall'uso terminologico, che non prevede più, in Italia come all'estero, l'intrinseca diversità di tali discipline, ma che anzi spesso tratta come equivalenti e. e antropologia.

Così fa, per es., C. Lévi-Strauss, per il quale i due termini sono del tutto intercambiabili quanto all'oggetto di studio e al metodo delle scienze che indicano e possono in caso servire a indicare un diverso grado di astrazione da esse raggiunto: all'e. competerebbe una prima sintesi dei dati etnografici, con generalizzaziai in senso geografico, storico o sistematico, mentre all'antropologia apparterrebbe la sintesi conclusiva, la fase più propriamente teoretica, mirante all'individuazione e alla comparazione degli universali del pensiero umano.

Tratti distintivi dell'e. tra le scienze dell'uomo restano comunque la base documentale, fatta di dati raccolti mediante un'osservazione partecipante, dettagliata, che privilegia l'analisi intensiva rispetto a quella estensiva di stampo più prettamente sociologico, nonché il costante ricorso alla comparazione come strumento conoscitivo, consistente non già nella semplice ricerca di somiglianze attraverso cui ricostruire discendenze storiche o archetipi comuni, ma nella comprensione dei sistemi culturali servendosi di categorie interpretative e analitiche modellate e costruite grazie anche all'osservazione e alla conoscenza di realtà culturali « altre » rispetto a quella dell'osservatore.

Dal punto di vista storico, se è dato ritrovare osservazioni che oggi si possono definire etnologiche, così in testi di storici antichi e medievali come nelle narrazioni di viaggi, soprattutto dopo la scoperta del Nuovo Mondo e ancor più precisamente nelle prime spedizioni scientifiche organizzate nel secolo 18° (come quelle di J. Cook e J. R. Forster in Oceania; di J.-F. La Pérouse e A.-R.-J. d'Entrecasteaux nel Pacifico e in Oceania ; di G. Vancouver e A. von Humboldt nell'America Meridionale), la storia dell'e. intesa come sistematica raccolta e metodico studio delle società allora dette primitive ha la sua origine in Europa nel 19° secolo. Soprattutto verso la metà di questo, infatti, l'organizzazione di società scientifiche, di esplorazioni sistematiche, l'istituzione di cattedre universitarie e musei permette agli studi etnologici di assumere ampia rilevanza.

La nascita dell'e. è legata alla formazione degli imperi coloniali, con i congiunti interessi di controllo dei popoli sottomessi da parte delle nazioni colonizzatrici. Nel medesimo tempo un'altra forza che impresse sviluppo alla scienza etnologica attraverso l'opera dei missionari è quella della Chiesa, per i suoi istituzionali interessi proselitistici e missionologici. Le prime scuole etnologiche fiorirono in Germania, Austria, Francia, Inghilterra. Lo sviluppo della scienza etnologica è a sua volta collegato con i progressi nel campo delle ricerche geografiche, paletnologiche, sociologiche, psicologiche, storico-religiose, etno-storiche, come pure con le più generali concezioni di origine scientifica e filosofica.

Uno dei primi tentativi di sistemazione teorica dell'e., basata su ampia documentazione etnografica, è costituito dal trattato di F. Th. Waitz, Anthropologie der Naturvòlker (1859-72), assai legato a considerazioni di ordine geografico (ponendo in relazione la differenziazione delle razze umane con il clima), che indicava una linea di ricerca più ampiamente svolta nell'Anthropogeographie (1891) di F. Ratzel, il cui trattato Vakerkunde (188588) segnò una data fondamentale : egli spinse l'e. a considerare tutte le manifestazioni della civiltà umana come fatti e come oggetti per sé stanti, insistendo sul motivo della « diffusione » delle diverse « creazioni » culturali da un ambiente a un altro. Il pensiero di Ratzel ricevette forte impulso dall'opera di L. Frobenius (18731938) con il riconoscimento del fatto che gli elementi culturali, singolarmente o più spesso riuniti in « complessi », non sorsero per via d'invenzioni o adozioni indipendenti in più punti della terra (teoria della convergenza) bensì, quasi sempre, ebbero origine unica in seno a un determinato popolo, dal quale poi furono trasmessi ad altre società.

Il complesso di insegnamenti di Ratzel e della sua scuola ha offerto i fondamenti della scuola «storico–culturale» o diffusionista, con l'adozione del metodo storico nelle ricerche etnologiche. La prima formulazione di tale metodo in e. fu opera di F. Graebner (Die Methode der Ethnologie, 1910) che con W. Foy e B. Ankermann fu altresì uno dei promotori della cosiddetta Kulturkreislehre (Cicli culturali). L'indirizzo storico-culturale ha avuto largo seguito in Austria, con l'opera dei padri verbiti W. Schmidt e W. Koppers, largamente influenzati da presupposti teologici, e con quella dei loro allievi, nei paesi germanici e scandinavi (e ancora in Francia con G. Montandon, in America con F. Boas ; in Inghilterra la scuola diffusionista trovò formulazioni estremamente irrazionaliste ed esposte a facili critiche, nelle opere di W.J. Perry e G. Elliot Smith).

Il diffusionismo di Ratzel alla sua origine si opponeva a quello che era l'orientamento etnologico più diffuso nella seconda metà del 19° sec., l'evoluzionismo, che ha avuto fondamentale importanza negli studi etnologici, non solo per gli elementi raccolti, ma soprattutto per il tentativo di spiegazione naturalistica dei vari fenomeni culturali. Tra i suoi primi e maggiori rappresentanti, insieme ad A. Bastian (sostenitore dello sviluppo parallelo delle culture fondato sull'unità psichica del genere umano produttrice di « idee elementari » simili, mentre le diversità trovano spiegazione nell'ambiente fisico) e a J. J. Bachofen (studioso del mondo matriarcale: Das Mutterrecht, 1861), è L. H. Morgan (studioso dei sistemi di parentela, Morgan offrì con le sue teorie evoluzionistiche sul matrimonio e la società schemi accolti da Marx e Engels). Egli postulava una successione di stadi, nell'evoluzione culturale della umanità, dallo stadio « selvaggio» al « barbaro », al « civile ». Evidentemente gli evoluzionisti presuppongono uno sviluppo parallelo e universale delle culture umane, da forme ch'essi assumono come più semplici ad altre assunte come più complesse ; e in tali presupposti il modello implicitamente dato come punto d'arrivo è quello della cultura euro-americana moderna, industriale, scientifica. V'è dunque, nei loro stessi presupposti, un inconscio etnocentrismo.

Fondamentale, nell'ambito dell'evoluzionismo etnologico, è il contributo di autori inglesi, anzitutto E. B. Tylor (Primitive culture, 1871), il quale formula, in base a un'estesa comparazione delle forme di vita religiosa antiche, primitive e moderne, la tesi animistica. Secondo Tylor l'animismo, o « credenza in esseri spirituali », sarebbe stata la fase primordiale dell'evoluzione religiosa dell'umanità; e sarebbe stata seguita dalla fase del polidemonismo, del politeismo, per giungere infine al monoteismo. Altri autori della scuola evoluzionista inglese sono J. Lubbock, J. F. Mc Lennan e J. G. Frazer, che è fra i maggiori studiosi di mitologie primitive e della magia.

Vicino a certe suggestioni di Tylor, ma con una posizione centrale negli studi etnologici è E. Durkheim, fondatore della scuola sociologica francese. Egli connette strettamente il metodo sociologico all'e. il cui fine egli definisce come « l'osservazione della società e la conoscenza dei fenomeni sociali »: dove questi ultimi (Durkheim studiò soprattutto i fenomeni di vita religiosa) vanno intesi come espressione della coscienza collettiva, quale nasce dai rapporti delle coscienze individuali senza tuttavia risolversi in esse: le strutture di una cultura sarebbero proiezioni di tale coscienza. La scuola di Durkheim continua con l'opera di M. Mauss che ha insistito sull'organicità dei fenomeni sociali, elaborando la teoria del fatto sociale totale di cui i vari aspetti di una cultura sono espressione e in cui l'individuo si integra con la società. La complessità e totalità del fatto sociale oppone Mauss all'evoluzionismo come alla teoria del prelogismo svolta con tanto successo da L. Lévy Bruhl (secondo il quale la « mentalità primitiva » o prelogica o mistica sarebbe radicalmente diversa da quella dell'uomo evoluto).

Lo sviluppo delle ricerche psicologiche e psicanalitiche ha d'altra parte notevolmente influito su alcune prospettive della e.: S. Freud in Totem und tabu (1913) utilizzava il complesso di Edipo per spiegare i fondamenti dell'organizzazione totemica, l'origine dei tabù, la legge dell'esogamia, la proibizione dell'incesto. B. Malinowski riprende, ma trasformandola profondamente, l'ipotesi di Freud e svolge le sue ricostruzioni di fenomeni culturali primitivi in una prospettiva « funzionalista ». Il funzionalismo di B. Malinowski (1884-1942) nasce in polemica contrapposizione con le astratte pretese del diffusionismo inglese di Perry ed Elliot Smith, e di tutti i diffusionismi, di ricostruire in maniera congetturale le origini e gli sviluppi delle culture primitive senza disporre di documentazione certa (trattandosi di popoli privi di scrittura). Malinowski (Argonauts of the western Pacific, 1922) si richiama allo studio sul campo delle culture primitive, colte direttamente dall'antropologo (o etnologo) sotto la propria osservazione partecipante. Egli cerca di individuare i nessi funzionali reciproci tra le singole istituzioni, e fra queste nel loro insieme e i bisogni primari e culturali cui esse corrispondono. Ne nasce un quadro articolato, in cui economia, strutture sociali, religione vengono analizzate nelle loro interrelazioni reciproche. Viene accantonato ogni interesse storico per il passato prossimo o remoto delle culture tradizionali, ma si comincia a guardare con attenzione ai fenomeni della dinamica culturale, in particolare agli effetti a catena conseguenti, sull'insieme della cultura, all'introduzione di tratti d'origine aliena. Sono così poste le basi di un nuovo capitolo dell'e., sui problemi che in Gran Bretagna si raccolgono sotto l'etichetta del culture-contact o culture-clash, e negli S.U.A. sotto quella di acculturazione. La prospettiva volta all'analisi del presente, direttamente osservato sul campo, prosegue con A. R. Radcliffe Brown (18811955), il quale insiste sulla separazione dell'e., vista da lui come disciplina storica e classificatoria, dall'antropologia sociale, da lui accreditata di tendenze nomotetiche (generalizzanti) e volta soprattutto allo studio delle strutture sociali fra le società tradizionali.

La moderna scuola di antropologia sociale britannica ha, con alcuni autori (E. E. Evans Pritchard, J. Beattie, J. Middleton, R. Firth, ecc.), rivalutato l'importanza del momento storico nell'intelligenza del presente antropologico. Altri (E. Leach, M. Gluckman) sottolineano i fattori di tensione, conflittualità e disfunzione nell'ambito delle culture tradizionali, in antitesi con i presupposti del funzionalismo classico, che tende a rilevare i fattori integranti, volti a dare alla cultura un carattere di organismo armonioso. La scuola antropologico-sociale britannica nel suo insieme insiste sulla necessità di ricerche sul campo, e in tal senso è venuta affiancando, per oltre un secolo, l'opera delle amministrazioni coloniali nei vari paesi colonizzati. Accanto alla scuola antropologica inglese, hanno somma importanza i contributi della scuola francese succeduta ai maestri Durkheim e M. Mauss (Antropologia culturale). Dalla matrice di Mauss traggono sviluppo vari filoni, differenti tra loro per impostazione teorica e metodologica. Ci basti qui menzionare il filone di studi mitologici inaugurato da M. Griaule e perseguito poi da G. Dieterlen e G. Calame-Griaule ; quello dell'antropologia dinamista, rappresentato da alcuni africanisti come G. Balandier e P. Mercier, e dagli americanisti A. Métraux e R. Bastide; il filone strutturalista, che è venuto assumendo un rilievo enorme anche fuori dalla disciplina etnologica, per le sue istanze speculative e metodologiche che, con C. Lévi-Strauss, hanno contribuito a rifondare una filosofia antropologica con influssi nei vari paesi del mondo.

Un certo rilievo hanno avuto anche le indagini ispirate al marxismo, rappresentate da C. Meillassoux e M. Godelier. Il primo parte da studi di etnologia africanista, il secondo da indagini svolte presso una società papuasa della Nuova Guinea. Entrambi pongono l'accento sui problemi dell'antropologia economica, sviluppando, rivedendo e ampliando, alla luce dei dati etnologici, le tesi di Marx sul surplus e la teoria economica tradizionale vigente nel mondo occidentale.

Quanto agli studi di e. in Italia, all'inizio del secolo e fino alla seconda guerra mondiale, essi furono perseguiti sporadicamente su piano individuale, con ricerche soprattutto storico-filologiche su popolazioni africane (C. Conti-Rossini, E. Cerulli). Una sua originalità ebbe la personalità di L. Loria, il quale svolse all'inizio del secolo indagini sul campo in Melanesia (i risultati sono tuttora inediti), e quindi si aprì a interessi di folklore italiano, e fondò la rivista Lares. Un'influenza determinante fu esercitata, dalla metà degli anni Venti agli anni Quaranta, dalla scuola etnologica cattolica di Vienna, soprattutto dall'opera del padre W. Schmidt, il quale nel 1925 venne in Italia a organizzare il Museo etnologico lateranense per conto del Vaticano. L'impronta degli schemi di « cicli culturali i elaborati dalla scuola di Vienna si fa sentire vivamente su vari autori, quali R. Biasutti. In generale l'e. italiana fu fin dall'origine sensibile ai modelli dell'e. mitteleuropea, quanto a impostazione e metodi, e si mantenne a lungo scarsa di ricerche sul campo, sia per mancanza di interesse, data la predominanza della nostra tradizione umanistica eurocentrica, sia per carenza, fino agli anni Trenta, di più diretti interessi coloniali, sia per la negativa influenza del fascismo con le sue pregiudiziali razziste. Solamente dagli anni Quaranta con R. Pettazzoni, A. C. Blanc, G. Cocchiara, E. De Martino, ci si apriva a interessi etnologici più intensi e diretti, con ricerche in settori distinti (religioni primitive, religione popolare, folclore). Nasceva un'e. d'impianto storicista (E. De Martino), in parte legata alla tradizione storiografica italiana (da G. B. Vico e B. Croce), in parte a istanze marxiste, mediate attraverso A. Gramsci. Si intraprendevano indagini sul terreno in Africa (V. L. Grottanelli), sulle orme di una metodologia e una prassi in linea con i più moderni filoni di ricerca etnologica inglesi e americani, e si avviavano (V. Lanternari) studi di dinamica culturale relativi alle società del Terzo Mondo. Negli ultimi due decenni le ricerche sul terreno sono andate aumentando, rivolgendosi sia al più tradizionale studio di società esotiche, sia al contesto europeo, in cui hanno interessato tanto le problematiche della società contadina quanto quelle della società complessa, industriale e urbana.
 

 

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