Iconografia del mito
di Margot Schmidt
Le riflessioni che seguono sull’iconografia dei miti greci si
articolano in due parti, che hanno funzioni differenti.
Nella prima vengono fornite le basi oggettive dell’analisi, mostrando
in quali ambiti dell’arte e della vita dei Greci le rappresentazioni
mitologiche abbiano avuto un ruolo, quale sia stato il valore
rispettivo dei diversi media della rappresentazione, e infine la
funzione che l’oggetto artistico – e con esso l’immagine stessa –
poteva esercitare; e tenteremo di caratterizzare brevemente la
molteplicità tematica dell’iconografia del mito.
Nella seconda parte verranno messe in risalto implicazioni generali di
teoria della comunicazione, per esempio il problema della leggibilità
delle immagini, il rapporto fra parola e immagine, le variegate
strutture del racconto, il ruolo dell’esecutore e del fruitore, il
significato
delle immagini in quanto mediatrici di norme di valore e di
comportamento.
Il materiale alla base di queste riflessioni deriva prevalentemente
dall’arte figurativa dell’Atene arcaica e classica del vi e v secolo
a. C. Non esiste altra polis dell’antica Grecia che abbia una
documentazione così ricca e così varia come quella della città attica.
Le immagini mitologiche di Atene ci permettono di intendere il
complesso di immagini prodotte in questa città come un sistema
coerente (anche se soggetto a mutamenti storici), nel quale ogni
singola testimonianza dispiega interamente il proprio significato in
quanto
connessa con altre.
I Greci hanno convissuto con i loro miti, che sentivano onnipresenti e
reali. Attraverso la loro iconografia possiamo cogliere le diverse
forme particolari in cui il mito entrava nel loro mondo visibile:
poiché nella rappresentazione iconografica dei miti prendeva forma ciò
che era altrimenti soltanto immaginato e raccontato.
Le famose
tradizioni degli eroi che vennero in soccorso dei Greci in battaglia
durante le guerre persiane dimostrano la facilità con cui il mito
stesso poteva prendere corpo e diventare presenza visibile. Così ad
esempio
l’«eroe nazionale», Teseo, fu visto combattere sul campo di battaglia
di Maratona come un fßsma, un’apparizione, e alcuni anni dopo proprio
le ossa di Teseo – più precisamente, le spoglie mortali considerate
appartenenti all’eroe – dall’isola di Sciro furono trasportate, per
iniziativa di Cimone, nella patria Attica.
L’epoca degli eroi era preistoria e storia reale nello stesso tempo;
nella coscienza della Grecia classica la guerra di Troia non era
considerata meno autentica delle guerre persiane. Il ricordo,
registrato dal mito, del passato comune a tutti i Greci o a tutti i
cittadini della polis agiva come elemento unificante. La comunità era
fondata sul possesso collettivo dei miti come sull’esecuzione dei riti
e sulla celebrazione delle feste ricorrenti. L’osservatore moderno, di
fronte alle immagini
mitologiche, deve avere una chiara coscienza del fatto che per gli
antichi le figure mitologiche, dèi o eroi, non rappresentavano
soltanto figure letterarie conosciute attraverso determinati testi.
Ed è perciò necessario immaginare quell’esperienza irripetibile che
era per la vita di una polis il rapporto vivo con gli dèi e gli eroi
(precisamente con le tradizioni degli dèi e degli eroi) nella
celebrazione dei riti e delle feste.
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