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METAMORFOSI E GUERRA DEI SESSI
In molti miti greci e romani di metamorfosi, il mutamento di sembianze
di dei e dee, uomini e donne, avviene per cause derivanti da un
incontro, o scontro, fra i due sessi. In linea generale, si può
osservare che gli dei si trasformano per proporsi più efficacemente,
le dee e le ninfe per sottrarsi; le donne subiscono la metamorfosi per
la compassione di una dea, perché possano sottrarsi, o come punizione
da parte delle dee, gelose o sdegnate, per non essere riuscite a
sottrarsi (e, qualche volta, vengono successivamente ritrasformate in
costellazione dall'amante divino impietosito). In altri casi, la
metamorfosi-immortalazione è un doveroso riconoscimento post mortem:
Alope, sepolta viva dal padre per aver partorito un figlio a Poseidone,
viene da questi tramutata in sorgente; Arianna è direttamente
collocata tra le stelle, sotto forma di Corona di Arianna o Corona
Boreale, da Dioniso alla sua morte, o, secondo alcuni, quando il dio
si stanca di lei.
Tre sono le dee, antiche e potenti, che si cimentano in veloci
trasformazioni per sgusciare via dalla presa del brutale innamorato:
tutte soccombono, ma assai diverso è l'esito del temuto connubio.
Metis, «che sa più di tutti gli dei e degli uomini mortali», aveva
assunto molte forme per non accoppiarsi con Zeus: ma infine rimase
incinta, e Zeus si affrettò a inghiottirla, secondo la tradizione di
famiglia (come Crono; Urano invece impediva ai figli di nascere
trattenendoli nel grembo della madre Gaia), perché lei, dopo la figlia
che stava per dare alla luce, avrebbe generato un figlio che sarebbe
divenuto signore del cielo. Zeus dunque la mangiò e la assimilò,
acquistandone la sapienza e partorendo dal proprio cranio Atena
rivestita di armi.
Nemesi, figlia di Oceano, inseguita da Zeus per tutta la terra, si
trasformò in molti modi, finché, divenuta un’oca, fu presa dal dio
fattosi cigno, o eventualmente papero: similia cum similibus. Partorì
un uovo, da cui nacque poi la bella Elena. La storia fu poi trasferita
a Leda, che avrebbe partorito l’uovo essendo stata sedotta, in forma
umana, da Zeus divenuto cigno, e questa versione, a sua volta, fu in
seguito attribuita a Nemesi. L’ira profonda di Nemesi per la violenza
subita spiega la sua vendetta, che la dea porta nel nome: sua figlia
porterà a morte un incalcolabile numero di uomini.
La Nereide Teti, sfuggita ai propositi erotici di Zeus e Poseidone per
la predizione che – anche lei – avrebbe generato un figlio più forte
del padre, e quindi obbligata dagli dei ad unirsi al mortale Peleo,
dovette soggiacere perché il Centauro Chirone suggerì al fidanzato la
tecnica per catturarla. Ma prima, recalcitrando, si trasformò in fuoco,
in leone, in serpente, in acqua, e in altre forme svariatissime;
infine, si dice, in seppia: alcune fonti sostengono anzi che fu in
questa forma che il povero Peleo riuscì a possederla. Tuttavia, alla
fine di tante prove, dopo la morte del loro gloriosissimo figlio
Achille e dello sfortunato nipote Neottolemo, quando lui disperato la
invoca, Teti arriva in volo (ex machina) a ristabilire un matrimonio
davvero indissolubile: «perché tu mi sia grato per averti sposato, io
ti libererò dai mali degli uomini, ti renderò un dio, immortale e
incorruttibile; e abiterai per sempre nella casa di Nereo con me, dio
con una dea». E lui le è grato davvero, e ancora innamorato: «metto
fine al mio dolore, come vuoi tu, o dea, seppellirò Neottolemo e andrò
alle rupi del Pelio, dove presi fra le mie braccia il tuo corpo
bellissimo» (vv. 1276-78: probabilmente allora non era una seppia).
Anche Demetra si trasformò una volta, in cavalla, sfuggendo Poseidone,
e tentò inoltre di mimetizzarsi in mezzo alle cavalle di Onchio, a
Telpusa d’Arcadia, ma senza risultato: Poseidone, che l’aveva
inseguita mentre lei cercava la figlia Persefone, si trasformò in
cavallo e la violentò. Non era stata una buona idea: come osserva
Pausania VII 21, 7-9, Poseidone è ovunque noto con l'epiteto di †ppioj,
perché inventore, e donatore, dell'arte ippica.
Le donne mortali insidiate dagli dei tenderebbero a ribellarsi: era
oltretutto cosa nota che non si sarebbe potuto tener segreta la
faccenda, perché, disgraziatamente, le unioni di un dio non sono mai
sterili. Infatti, Corone si fa trasformare in cornacchia per sfuggire
Poseidone, e Nictimene in civetta per sfuggire il proprio padre, ed
entrambe entrano al servizio della dea salvatrice, la vergine Atena.
Però molte vengono prese con la violenza o con l'inganno, e qualcuna
subisce anche, temporaneamente o permanentemente, l'onta della
metamorfosi.
La più disgraziata di tutte è Medusa, segnata da un crudele destino
fino dalla nascita: è l’unica delle tre sorelle Gorgoni a non essere
immortale. Poi subisce la violenza di Poseidone, invaghito dei suoi
bellissimi capelli, ma siccome il fatto avviene nel tempio di Atena,
la dea offesa la trasforma in un orrendo mostro anguicrinito che
impietrisce chiunque la guardi negli occhi; quindi insegna a Perseo il
modo di ucciderla. Questi la decapita, facendo nascere dal suo corpo i
figli della violenza, il cavallo alato Pegaso e il gigantesco Crisaore
dalla spada d'oro, e poi dona ad Atena la testa, che, infissa
nell’egida della dea, immortala la Gorgone come simbolo apotropaico,
ripetuto in innumerevoli esemplari, taluni orripilanti, altri,
soprattutto di epoca ellenistica, più benevoli.
La fanciulla Io, benché costretta dal padre a subire con rassegnazione
l'amore di Zeus, è tramutata parzialmente in vacca per la gelosa
vendetta di Era; allora Zeus si accosta nuovamente, in forma di toro,
alla fanciulla boomorfa ed Era le impone il guardiano Argo e un tafano
che l'assilla; al termine di un forsennato peregrinare in cui darà il
nome al Mare Ionio e al Bosforo ('stretto della vacca'), Zeus la
guarirà, toccandola e dandole un figlio. Altra è la versione di
Apollodoro II 1, 3: «Io era sacerdotessa di Era e Zeus la violentò;
scoperto da Era, toccò la fanciulla, la trasformò in una bianca
giovenca e giurò che non si era unito a lei». Poi Era si fa consegnare
la giovenca, la tormenta in mille modi, le fa rapire il figlio subito
dopo la nascita, ma Io riesce a ritrovarlo, e anche a fare un buon
matrimonio, con Telegono re d'Egitto.
Callisto, seguace di Artemide e votata alla verginità, è violentata da
Zeus che l'aveva avvicinata con l'aspetto di Artemide medesima e da
lui trasformata in orsa perché Era non lo scoprisse. Ma la sospettosa
Era non si lasciò ingannare e indusse Artemide a ucciderla con una
freccia. Zeus allora la trasformò nell'Orsa Maggiore, una sorte che
sembrerebbe implicare la divinizzazione, a giudicare dalle proteste
inviperite della gelosa Giunone ovidiana. Versioni più feroci fanno
vivere a lungo da orsa la poveretta, che è già un exemplum di bellezza
distruttrice per l'Elena di Euripide:«o vergine felice, Callisto di
Arcadia, che sei scesa dal letto di Zeus con un corpo di animale, hai
avuto una sorte molto migliore di quella di mia madre: hai l'aspetto
di fiera villosa, occhio selvaggio, figura di leonessa, ti sei
liberata dal peso dell'angoscia... il mio corpo ha invece distrutto,
distrutto la rocca di Dardano, e ha sterminato gli Achei».
Di essere private del loro bellissimo corpo chiedono, e ottengono,
parecchie ninfe, chiunque sia il loro divino spasimante.
Dafne si lascia trasformare in alloro per sfuggire ad Apollo.
Aretusa diviene una sorgente per sfuggire al fiume Alfeo, o secondo
l’antica versione di Esiodo, a Poseidone. Asteria, trasformatasi in
quaglia, si gettò in mare per evitare di unirsi a Zeus, e lì divenne
l’isola di Delo. E infine Siringa, fuggendo Pan, svanisce lasciando il
suo nome alla syrinx, il flauto di Pan: «un giorno, mentre (Siringa)
era intenta a pascolare, giocare e cantare, sopraggiunse Pan e cercò
di piegarla ai suoi desideri, con la promessa di concedere parti
gemellari alla sue capre. Ma lei rideva del suo amore, e disse che non
avrebbe accettato per amante uno che non era interamente né capro né
uomo. Pan si slanciò a inseguirla per prenderla a forza; Siringa
fuggiva e Pan e la sua violenza: infine, stanca di correre, si nascose
tra le canne e scomparve nell’acqua stagnante. Pan in preda all’ira
tagliò le canne, ma non trovando la fanciulla, comprese la sciagura e
inventò lo strumento musicale».
Come si vede, Pan avrebbe forse avuto qualche chance se si fosse
trasformato lui, come spesso e creativamente facevano soprattutto il
prozio Poseidone e il nonno Zeus, ma non solo. Infatti, in questa
serie, non agisce più il principio dell’analogia morfologica dei due
partners, e ci si abbandona, anzi, agli accoppiamenti più stravaganti,
a volte anche un po’ inquietanti, segnalati con compiacimento
soprattutto dai tardi mitografi, compilatori di elenchi di metamorfosi.
Per esempio, «Helios, volendo far l'amore con Leucotoe figlia di
Orcomeno, prese l'aspetto della madre di lei. Il padre la seppellì
viva, ed Helios la trasformò nell'albero dell'incenso». Bacco sedusse
Erigone in forma di grappolo d’uva, Apollo si fece sparviero e pelle
di leone, Poseidone si unì a Melanto in forma di delfino, ad una
figlia di Eolo in forma di giovenco. Ma di molte di queste
trasformazioni ci sono testimonianze antiche. Già nell'Odissea si
narra che Poseidone sedusse Tiro trasformandosi nel fiume Enipeo da
lei amato. Zeus sedusse, mutato in un bianco toro bellissimo che
spirava dalla bocca profumo di croco, Europa; in pioggia d'oro, Danae;
in cigno, Leda; in Anfitrione, la sua devota moglie Alcmena: ma,
secondo Pindaro, «il re degli dei ... nevicò a metà notte fiocchi
d'oro,/ quando alle porte d'Anfitrione/ arrestatosi ne cercò col seme
Eracleo la consorte». Pausania (II 17, 4) racconta che nel tempio di
Era ad Argo c’era la statua della dea scolpita da Policleto (verso il
420 a.C.), con lo scettro sormontato da un cuculo, e riferisce, pur
sostenendo di non crederci, che lo si spiegava con la storia di Zeus,
che, innamorato di Era fanciulla, si trasformò in quell'uccello che
lei afferrò per giocare. La storia, nella versione dello Schol. a
Teocrito XV 64, dimostra maggior padronanza della schermaglia amorosa
da parte di entrambi: lui provocò un tremendo temporale e volò con
l’aspetto di pulcino bagnato nel grembo di Era, che lo riscaldò nella
sua veste, ma non gli permise di congiungersi con lei prima che la
madre le promettesse che lui l'avrebbe sposata; era, fra l’altro, sua
sorella.
Altre storie: Zeus si unisce, mutato in orso, con Amaltea figlia di
Foco (la capra sua nutrice?); in formica, con Eurimedusa (diventerà
madre di Mirmidone, che si faceva derivare da myrmex, appunto ‘formica’);
in satiro, con Antiope (tutt’altro che rassicurante, si direbbe); in
aquila, con Egina e con il giovinetto Ganimede (neanche questo è un
aspetto che invogli, a prima vista); in upupa, con Lamia.
Alcune trasformazioni si spiegano agevolmente con gli attributi e le
manifestazioni del dio: Zeus è il dio della pioggia, che d’altronde è
una forma utilissima per penetrare dal soffitto nella camera chiusa di
Danae, o di Alcmena; e ha l’aquila come suo animale sacro. Poseidone
ha per ipostasi il cavallo, ed è un dio marino. Ma certe metamorfosi
sembrano dettate dall'intento di far migliore impressione. Così
l'infelice Deianira rievoca il terrore della sua giovinezza: «avevo
come pretendente un fiume, Acheloo, che si presentava a mio padre per
domandarmi in sposa in tre forme diverse: con l’aspetto di un toro, o
di un serpente attorcigliato e screziato, o in sembianza umane e il
capo di un bue e dalla sua barba scura uscivano scorrendo rivoli di
acqua sorgiva». Si ritroverà poi per marito un eroe selvaggio e
violento, Eracle, capace di sconfiggere in duello un tal mostro. Dopo
una vita di dolori e di ansie, cercherà di ricondurlo a sé con un
filtro, che lo uccide; ne morirà suicida.
Concludo con la più umana, la più realistica (ma razionalistica e
moralistica) delle metamorfosi, quella che a lei attribuisce il retore
e filosofo del II sec. Dione Crisostomo, nel brevissimo dialogo Nesso
o Deianira: la vicenda di una donna, una moglie, che riesce, tragico
successo, a trasformare il marito semidivino. È falso, vi si dice,
quanto si racconta a proposito della camicia avvelenata con il sangue
del Centauro Nesso; è vero invece che Nesso, mentre la trasportava
sulla groppa attraverso un fiume, volle ingannarla con consigli
melliflui per portare Eracle a morte, e le suggerì di incivilirlo. Le
disse: «ora è selvaggio e aspro e resterà con te poco tempo, e sarà
anche scontroso, per via delle fatiche e delle spedizioni e della vita
che conduce. Ma se tu lo convincerai, un po’ con le premure, un po’
con i ragionamenti, ad abbandonare questa sofferenza e queste fatiche,
e a vivere in modo rilassato e piacevole, sarà con te molto più
docile, vivrà meglio e ti terrà compagnia per l’avvenire rimanendo a
casa... Deianira lo ascoltò ... e rifletté che il Centauro diceva cose
giustissime: è naturale che volesse avere il marito in suo potere. Ma
Eracle, sospettando che non ci fosse niente di buono nella premurosa
conversazione del Centauro con Deianira, e nell’attenzione che lei gli
prestava, gli tirò una freccia. E quello, anche mentre moriva, esortò
Deianira a ricordarsi delle sue parole e a fare come lui consigliava.
In seguito, quando Deianira si ricordò delle parole del Centauro, dato
che Eracle non aveva affatto smesso, e anzi era partito per un viaggio
ancora più lungo, l’ultimo, quando prese Ecalia, e si diceva che si
fosse innamorato di Iole, pensò che fosse meglio mettere in atto i
suoi consigli, e ci si mise d’impegno: secondo la natura ingannevole e
scellerata delle donne, non smise, un po’ incoraggiandolo e un po’
dicendo che si preoccupava per lui, che non si ammalasse rimanendo
nudo, d'inverno e d'estate, sotto la pelle di leone, prima di averlo
persuaso a buttar via la pelle e a mettersi una veste come tutti gli
altri. Questa appunto era la cosiddetta ‘camicia di Deianira’, che
Eracle si mise. Insieme con la veste, gli fece cambiare anche tutto il
suo modo di vivere: cominciò a dormire nel letto e smise di restare
quasi sempre al campo, come era abituato a fare prima, di lavorare con
le proprie mani e mangiare lo stesso cibo di prima, ma prese a fare
uso di pane e pietanze elaborate e vino dolce e tutto in conseguenza.
Per questo cambiamento, come era inevitabile, divenne debole e molle,
e ritenendo che, una volta assaggiata la mollezza, non fosse facile
liberarsene, si diede fuoco, convinto che fosse meglio abbandonare
quella vita, e disgustato di esservisi piegato».
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