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La forza
delle dee
Le credenze dell’antica Grecia portavano spesso a
pensare che entità superiori intervenissero nel corso
della vita degli uomini.
Le
divinità che abitavano l’Olimpo, infatti, manipolavano
le azioni umane per il raggiungimento dei loro fini.
In
particolare le dee, animate dal desiderio di primeggiare
e di essere venerate dagli uomini, non esitavano a
punire coloro che intendevano sfidare la loro autorità,
ma sapevano anche essere benevole con chi si dimostrava
rispettoso nei loro confronti.
Anche Posidone, dio che possiede la Terra, si scontra
con potenti dee, ed è sempre sconfitto da queste donne.
Ad
esempio, quando la città di Atene si riunì per scegliere
la divinità poliade tra Atena e Posidone, poiché in
Attica le donne, per volontà di Cecrope, sedevano in
assemblea con gli uomini e avevano i loro stessi diritti
politici, consacrarono la vittoria ad Atena, in quanto
la parte femminile disponeva di un voto in più.
La
sfida tra Atena e Posidone per i diritti sull’Attica
riprende sotto il regno di Eritteo.
La
città di Eleusi, capeggiata da Eumolpo, figlio di
Posidone, sotto consiglio di quest’ultimo muove guerra
ad Atene, difesa da Eritteo.
Gli
ateniesi decidono di consultare l’oracolo di Delfi per
sapere come assicurarsi la vittoria, e così comprendono
che è necessario il sacrificio di una delle figlie di
Eritteo.
Questi torna dalla moglie Prassitea, sicuro che la donna
si ribellerà alla terribile ingiunzione dell’oracolo, ma
sottovaluta la forza dell’amore di una madre che per il
bene della città sa versare il sangue della sua stessa
carne.
Forte del sacrificio offerto agli dei, Eritteo uccide
Eumolpo, causando la disfatta di Eleusi.
Posidone, adirato per la morte del figlio, uccide
Eritteo, facendolo precipitare in una crepa da lui
stesso causata nella rocca dell’Acropoli.
Atena nomina allora Prassitea, unica sopravvissuta della
sua famiglia, sacerdotessa del suo culto poliate: ella è
l’esecutrice della volontà della dea.
Il
vero eroe di questa tragedia è la stessa Prassitea, è
un’esecutrice della giustizia, è lei che prende le
decisioni nel momento in cui bisogna agire, è
completamente opposta ad Eritteo, il quale è interamente
travolto dal destino.
Atena, nata dalla testa di Zeus, è una donna che non si
connota esclusivamente per la sua bellezza o per il suo
ruolo di generatrice, ma per virtù quali la saggezza e
la forza, che delineano una nuova figura femminile.
Dea
della saggezza e della guerra, rivolta ad instaurare i
valori della giustizia, improntò sempre le sue azioni,
anche le più audaci, ad un senso di cauta riflessione;
tuttavia, quando si vedeva offesa nelle sue virtù,
conosceva bruschi impeti d’ira.
La
dea eccelleva nelle opere squisitamente femminili.
Molto infatti si vantava della propria abilità nel
filare la lana, nel tessere e nel ricamare stoffe, al
punto da ritenere che nessuno potesse eguagliarla.
C’era però in Lidia una fanciulla di nome Aracne che,
espertissima del ricamo, andava dicendo in giro che
avrebbe sfidato la stessa Pallade.
La
dea furiosa, sotto le spoglie di una rugosa vecchietta,
si recò dalla fanciulla e tentò di dissuaderla dal suo
provocatorio atteggiamento.
Ma
in nessun modo Aracne, fiduciosa nei suoi mezzi, depose
la sua arroganza; allora la dea le si rivelò e le
propose una gara.
Pallade ricamò sulla tela lo splendore dell’Olimpo e la
divina maestà degli dei, la fanciulla invece rappresentò
nel suo ricamo le avventure amorose di Zeus.
La
bellezza del lavoro di Aracne era pari a quello della
dea, che non poté non ammirarlo, ma non riuscì nello
stesso tempo a sottrarsi ad un impeto di collera, per
cui, adirata per tanta insolenza, distrusse la tela ed i
fusi della fanciulla e trasformò questa in ragno,
condannandola con ciò a tessere per sempre una tela dai
fili sottilissimi, la cui trama a malapena si scorge.
Racconta Ovidio nelle Metamorfosi: " ... Atena …]
poscia partendo la spruzza con sughi di magiche erbette:
subito il crine toccato dal medicamento funesto cadde e
col crine le caddero il naso e gli orecchi: divenne
piccolo il capo e per tutte le membra si rimpicciolisce:
l'esili dita s'attaccano, invece dei piedi, nei fianchi:
ventre è quel tanto che resta, da cui vien traendo gli
stami e, trasformata in un ragno, contesse la tela di un
tempo" .
Un’altra dea che non esitava ad affermare la propria
autorità è Hera.
In
quanto sposa di Zeus, divenne di diritto la regina di
tutti gli dei, signora dell’Olimpo, madre di tutti i
mortali.
Espressione della moglie modello, la divina signora era
casta e fedele, ma nello stesso tempo gelosa e ostinata.
"…dei venti favorevoli, per tornare a vedere moglie e
figli, dopo dieci anni, i Greci che invasero questa
terra. Quanto a me, devo cedere innanzi a Hera argiva e
ad Atena, che di tutto fecero pur di sconfiggere i frigi,
e abbandonare la regale Ilio e i miei altari." (Euripide,
Troadi, vv. 15-25)
Ritenendo a buon diritto di essere la più potente e la
più maestosa fra le dee, rifiutandosi di essere
screditata dagli ingegni e dalle infedeltà di Zeus,
spesso scendeva sulla terra per punire le Ninfe che
avevano suscitato l’interesse di Zeus.
Così
accadde nei confronti di Io, come pure di un’altra ninfa,
Eco.
Costei suscitò la gelosia della dea che non esitò a
mostrare la sua potenza punendola: la condannò a
ripetere in eterno le ultime parole che udiva.
In
un’altra occasione scatenò la sua tremenda ira contro
Endimione, un bellissimo pastore figlio di Zeus e di
Calice, che aveva offeso la sua divina maestà: la dea lo
abbandonò ad un sonno eterno in una grotta del monte
Latino.
Come
capitava alle altre dee, anche Afrodite era spietata nel
colpire coloro che le rifiutavano ossequio; come accadde
ad Ippolito.
"…
quanti abitano entro il Ponto e i limiti di Atlante e
vedono la luce del sole, quelli che rispettano il mio
potere io (li) proteggo, mentre quelli che sono superbi
verso di noi io (li) rovino" (Euripide, Ippolito,
vv.3-6)
A
Trezene, nella casa di Pitteo, viveva il giovane
Ippolito, figlio di prime nozze di Teseo.
Questi trascorreva le sue giornate cacciando, dedito al
solo culto della casta Artemide, coltivando nel cuore
una sorta di ostilità nei confronti dell’amore e delle
donne. Afrodite si sentì offesa da quest’atteggiamento e
decise di punirlo: la dea instillò una potente passione
d’amore nell’animo di Fedra, la giovane sposa di Teseo e
matrigna di Ippolito.
La
regina, non potendo soddisfare la passione che la
divorava, si ammalò.
Solo
alla nutrice, in un attimo di debolezza confessò la sua
disgrazia.
La
donna allora, cercando di aiutarla, diede avvio a molte
sciagure.
Avvicinò infatti Ippolito e lo mise al corrente di ciò
che la sua signora sentiva per lui.
Veemente fu la reazione dell’aspro e acerbo giovane, che
per Fedra, e per tutte le donne, seppe trovare solo
parole di profondo disprezzo.
Furioso, Ippolito abbandonò la reggia.
Troppo grande fu per Fedra l’oltraggio, si suicidò, non
prima però di aver lasciato uno scritto in cui accusava
Ippolito di averle usato violenza.
Mentre avvenivano questi fatti, Teseo tornava dopo una
lunga assenza. Dinanzi alla schiacciante prova di questo
scritto non prestò fede alle dichiarazioni di innocenza
del figlio ma lo maledisse e lo esiliò con un bando da
Trezene.
Subito la maledizione si avverò: Ippolito venne travolto
dai cavalli del suo cocchio, atterriti dall’apparizione
di un mostro che Posidone aveva fatto sorgere dal mare.
Il
giovane straziato venne portato dinanzi al padre, e
prima che morisse la stessa dea Artemide venne a
proclamare la sua innocenza. Ippolito spirò sereno e
finalmente la vanità di Afrodite fu soddisfatta.
Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, nata dalla
spuma del mare, approdò sul guscio di una conchiglia
sull’isola di Cipro, in cui si diffuse molto il suo
culto.
Venerata in particolar modo per la sua bellezza, è
tuttavia molto astuta, proprio contando sulla sua
qualità caratterizzante riesce a piegare gli uomini al
proprio volere.
All’apparire di Afrodite, nel cuore degli esseri umani
si scatenavano tumultuosi e fervidi impeti d’amore, che
non si smorzavano nemmeno dinanzi ai rischi e ai
pericoli: il troiano Paride si invaghì di Elena e non la
riconsegnò agli Achei se non dopo che la sua patria fu
distrutta; Didone, regina di Cartagine, vistasi
abbandonata da Enea, presa da una follia amorosa si
suicidò.
Al
contrario di Afrodite, Artemide chiese al padre Zeus di
concederle una vita libera da ogni passione, lontana da
ogni legame sentimentale.
L’unico amore che doveva esserle riservato, desiderio
profondo ed irrinunciabile, era quello verso la natura,
che si esprimeva nelle lunghe scorribande notturne,
dedicate alla caccia, nelle selve silenziose, ma ricche
di vita, celata allo sguardo altrui.
Uniche sue compagne inseparabili le Ninfe che, come lei,
erano votate ad una vita casta, di semplici costumi,
vergini bellissime armate di arco e saette, così come la
stessa Artemide, che queste armi recava sempre con sé,
prezioso dono dell’arte dei Ciclopi.
Zeus
permise che la fanciulla, dea dolce e tenera, ma
volitiva, sicura di sé e di animo indipendente,
conducesse la sua vita secondo i propri desideri.
Artemide sapeva però al tempo stesso punire le ninfe in
modo inflessibile, se si sottraevano alle regole da lei
stessa imposte.
In
particolare era attenta al fatto che nessuna di esse
venisse meno al giuramento di castità, o che comunque
indulgesse ad un atteggiamento frivolo.
Si
racconta infatti della Ninfa Callisto che non seppe
opporsi al fascino di Zeus.
Accondiscese la fanciulla ai desideri del re degli dei,
da cui ebbe il figlio Arcas.
Artemide, con la compiacenza di Hera, trasformò la ninfa
in orsa, poi si diede ad una caccia mortale, la scovò e
la uccise.
Zeus, impietositosi, l’assunse in cielo sotto forma di
costellazione, con il nome appunto di Orsa.
Il
poeta latino Ovidio, raccogliendo antiche tradizioni,
espone in versi la spietata vendetta che Artemide trasse
nei confronti di una fanciulla, la bellissima Chione.
Costei osò menare vanto dinanzi ad Artemide di essere
più bella di lei e di annoverare tra i suoi pretendenti
addirittura Hermes e Febo.
La
dea, scossa da un moto di sdegno, volle punire in modo
esemplare la sfacciata fanciulla.
Le
vibrò contro un dardo che le trapassò la lingua e la
gola, lasciandola morire in un confuso gorgoglio di
sangue che a fiotti ella vomitava dalla tremenda ferita.
Identica determinazione mostrò Artemide nei confronti di
Atteone.
Questo giovane, prode guerriero e cacciatore, mentre
errava tra i boschi, malauguratamente si imbatté nella
dea nel momento in cui questa stava nuda per immergersi
in una fonte.
Osò
guardarla. Si soffusero di rossore le guance della
vergine, e per pudore e per sdegno.
Artemide non perdonò l’incauto. Lo trasformò prima in
cervo e poi gli aizzò contro i suoi cani, che fecero
scempio delle carni di lui.
E la
dea assisteva muta, immobile, sorda agli strazianti
bramiti dell’animale, che moriva orrendamente dilaniato.
"[
Artemide attinse l'acqua che aveva ai piedi e la gettò
in faccia all'uomo, inzuppandogli i capelli con quel
diluvio di vendetta, e a predire l'imminente sventura,
aggiunse: «Ed ora racconta d'avermi vista senza veli, se
sei in grado di farlo!». Senza altre minacce, sul suo
capo gocciolante impose corna di cervo adulto, gli
allungò il collo, gli appuntì in cima le orecchie, gli
mutò le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe, e gli
ammantò il corpo di un vello a chiazze. Gli infuse in
più la timidezza. Via fuggì l'eroe, figlio di Autònoe, e
mentre fuggiva si stupì d'essere così veloce. Quando poi
vide in uno specchio d'acqua il proprio aspetto con le
corna, «Povero me!» stava per dire: nemmeno un fil di
voce gli uscì. Emise un gemito: quella fu la sua voce, e
lacrime gli scorsero su quel volto non suo; solo lo
spirito di un tempo gli rimase […] lo avvistarono i cani.
Melampo e Icnòbate, quel gran segugio, per primi con un
latrato diedero il segnale (Icnòbate di ceppo cretese,
Melampo di razza spartana). Poi di corsa, più veloci di
un turbine, si avventarono gli altri … quei cani da ogni
parte l'attorniano e, affondando le zanne nel corpo,
sbranano il loro padrone sotto il simulacro di un cervo:
e si dice che l'ira della bellicosa Diana non fu sazia,
finché per le innumerevoli ferite non finì la sua vita."
(Ovidio, Metamorfosi)
Un
altro esempio di vendetta di Artemide ci è dato dalla
vicenda di Niobe, figlia di Tantalo, che, fiera dei suoi
figli, si insuperbì a tal punto da affermare che la sua
prole era degna di ammirazione più dei figli di Letò:
Artemide e Febo.
Letò
affidò ai suoi figli il piacere della vendetta. Niobe
annichilita dal dolore, stette in lacrime tra i cadaveri
dei suoi figli, lasciati insepolti per nove giorni,
perché gli dei avevano pietrificato i Tebani per non
consentire loro di dare ai morti gli onori funebri.
Alla
fine Zeus ne ebbe pietà. Consentì che i corpi fossero
seppelliti e trasformò la donna in rupe, sul monte
Sipilo: ancora oggi, al soffio del vento, quella roccia
geme e stilla lacrime.
Altrettanto decisa troviamo la dea quando si trattò di
punire le empietà di coloro che avevano trascurato il
suo culto, come capitò nei confronti di Oeneo, re di
Calidone.
Sulle terre di questo re, che aveva omesso di offrirle
primizie, la dea scatenò la ferocia di un grosso
cinghiale e tale flagello durò fino a quando il coraggio
dell’eroe Meleagro non ebbe ragione della fiera.
Di
Admeto, invece, che pure si era macchiato della stessa
colpa, la dea si vendicò terrorizzandolo: gli fece
trovare accanto nel letto un groviglio di serpi
striscianti.
Durante l’ansiosa ricerca della figlia, anche Demetra
ebbe l’occasione di punire l’irriverenza di alcuni e di
premiare la devozione di altri.
Il
re degli Inferi Ades voleva prendere in moglie Core,
figlia di Demetra.
Zeus
allora gli consigliò di rapirla, poiché la fanciulla
difficilmente avrebbe acconsentito alle nozze con la
prospettiva di trascorrere il resto dei suoi giorni nel
regno dei morti.
Così
Ades, mentre la fanciulla era intenta a raccogliere
fiori, improvvisamente uscì da una fenditura nel terreno
e la condusse con la forza con sé.
Demetra, non vedendo tornare la figlia, si pose
disperata alla sua ricerca. Per nove giorni la dea,
senza mai concedersi alcun ristoro, andò errando sulla
terra, finché il suo pianto non commosse il re degli dei,
che le rivelò l’accaduto.
Cercò di tranquillizzarla, giustificando tutto quanto
era avvenuto con la straordinaria forza d’amore che
aveva travolto Ades.
La
terribile notizia esacerbò maggiormente l’afflizione di
Demetra. Irritata contro Zeus che aveva disposto di sua
figlia senza nemmeno interpellarla, non volle tornare
più sull’Olimpo e abbandonò il suo solito aspetto di dea,
assumendo le sembianze di una vecchia decrepita, si
coprì di cenci e riprese a percorrere villaggi e
campagne, senza meta, come una mendicante vagabonda,
sperando di consumare il suo dolore a furia di stenti e
privazioni.
Giunta ad Eleusi, esausta, fu accolta dal re Celeo e per
manifestare la sua riconoscenza predilesse il figlio di
costui Trittolemo al quale insegnò tutti i segreti
dell’aratura e della semina.
E’ a
lui infatti che si attribuisce la diffusione nel mondo
dell’agricoltura e della civiltà che ad essa è connessa.
Trittolemo divenne il primo sacerdote di Demetra, in
onore alla quale istituì ad Eleusi sacri riti e solenni
feste.
Demetra, una volta istituito il suo culto, lasciò Eleusi
per riprendere il proprio vagabondaggio.
Ma
il suo cuore non era mutato, e il suo pensiero era
sempre fisso alla sua Core, al modo di riaverla con sé,
alla vendetta che voleva prendere contro Zeus.
Il
mezzo per ottenere queste due cose tanto agognate era
tuttavia nelle sue mani, e Demetra lo mise in opera:
siccome ella era la dea dell’agricoltura, con un solo
gesto della sua mano divina rese infruttuosa la terra,
per un anno intero non si raccolse più né un filo d’erba
né alcun prodotto della Terra.
La
razza degli uomini era destinata a morire di fame e a
scomparire dalla faccia del mondo.
"…con mano spietata spezzò gli aratri che rivoltano le
zolle, furibonda condannò a morte uomini e buoi insieme,
e impose ai seminati di tradire le speranze in essi
riposte avvelenando le sementi. La fertilità di quella
regione, decantata in tutto il mondo, è smentita e
distrutta: le messi muoiono già in germoglio,
guastandosi per troppo sole o troppa pioggia; stelle e
venti le rovinano, con avidità gli uccelli ne beccano
nei solchi i semi; loglio, rovi e inestirpabile gramigna
soffocano il suo frumento." (Ovidio, Metamorfosi)
Zeus
se ne preoccupò e mandò Iris, la messaggera divina, a
placare la sua ira; ma Demetra non si placò e restò
sorda alle suppliche insistenti che Iris le rivolse a
nome del re degli dei. Fu Zeus che dovette scendere a
patti.
Fu
inviato l’astuto Hermes ad Ades per ottenere che Core
tornasse a rivedere la luce del sole. Il malinconico dio
dell’Averno accondiscese, purché poi sua moglie potesse
tornare a lui.
Si
decise allora che Core per sei mesi avrebbe dimorato nel
regno dei morti, assumendo il nome di Persefone, e per
altri sei mesi, invece, sarebbe stata accanto alla madre
col nome di Core.
E’
evidente che il ritorno di Persefone alla luce
rappresenta il gioioso risveglio della natura a
primavera.
Dalle varie vicende qui narrate emerge un nuovo tipo di
donna: una donna del tutto moderna che entra nell’ambito
delle competenze dell’uomo e in alcuni casi gli si
sostituisce egregiamente; basti pensare ad Atena
guerriera o ad Hera che sfida Zeus concependo una figlia
senza il suo intervento quando lo scoprì incinto alla
testa di Atena.
Queste donne sono anche capaci di intervenire nei
disegni divini: consapevoli del proprio potere,
rifiutano di accettare passivamente ogni decisione presa
dal re degli dei.
Vi
sono poi tre donne, le Moire, figlie di Zeus e Temi, dee
del Fato: Cloto, Lachesi, Atropo. Persino il signore
dell’Olimpo, che pure le ha generate, non può sfuggire
al loro volere.
Sia
nei confronti delle altre divinità, sia nei confronti
degli uomini le dee sono capaci di provare odio, amore,
rabbia, sentimenti di vendetta; tutte le passioni che
infiammano i loro animi risultano essere mortali, più
che divine: molte di loro erano quasi del tutto umane,
eccetto che per nascita.
L’insediamento di Zeus come dio padre al di sopra di
tutti gli altri dei rappresenta sì la vittoria del
principio della famiglia patriarcale, però questo
principio viene intaccato dalla potenza delle divinità
femminili, un’eredità della società matriarcale che
precedette l’avvento del matrimonio.
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