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Filosofia cognitiva e musica
L’ipotesi principale che ha guidato gran parte della
più recente filosofia cognitiva è l’assunto che fra mente e computer sussista
uno stretto isomorfismo. Almeno per quel che concerne l’aspetto funzionale, il
computer può essere scelto come modello teorico in base al quale studiare le
attività intelligenti della mente umana, così da poterle concepire come prodotto
di una manipolazione di simboli da parte di una macchina che operi mediante
regole sintattico-formali. La mente si comporterebbe cioè come un elaboratore di
rappresentazioni le quali sarebbero manipolate secondo operazioni di ordine
computazionale.
L’analogia fra mente e computer coinvolge tutte le
attività cognitive dell’uomo, non solo quelle strettamente logico-razionali, ma
anche quelle relative alle discipline artistiche, ivi compresa la musica. In
questo senso possono essere intese come esito di un’elaborazione computazionale
tutte le attività musicali che implicano in qualche misura un processo di natura
mentale: tanto la percezione della musica quanto la sua creazione o la sua
interpretazione ed esecuzione. Tale prospettiva teorica promette di offrire
spunti fondamentali nel campo dell’analisi e della teoria musicale, con riflessi
altresì su discipline come l’estetica o la psicologia della musica.
1. Per quanto riguarda uno studio della percezione
musicale, un modello cognitivo assai proficuo è costituito dalla teoria modulare
della mente, formulata da Jerry Fodor. Nell’ambito della mente esisterebbero due
tipi principali di sistemi: sistemi di input che agiscono come trasduttori
sensoriali o linguistici e sistemi centrali che svolgono compiti di
interfacciamento e di formazione-fissazione della credenza. La natura modulare
della mente riguarda in particolare i sistemi analitici di input, i quali sono
caratterizzati nel loro funzionamento dalla specificità di dominio (nel caso
della musica il dominio uditivo), dalla obbligatorietà delle loro operazioni,
dalla estrema rapidità e dall’incapsulamento informazionale ossia
dall’impermeabilità rispetto alle informazioni fornite dagli altri moduli o dai
sistemi centrali. Sul piano specificamente musicale lo stesso Fodor ipotizza
sistemi computazionali “che rilevano la struttura melodica o ritmica dello
stimolo acustico”.
L’esistenza di due tipi distinti di sistemi, modulari e
centrali, richiede l’indipendenza di alcuni processi procedenti dal basso verso
l’alto (bottom-up) rispetto a quelli procedenti dall’alto verso il basso
(top-down). Una spiegazione completa della percezione musicale non può
prescindere da alcuno di tali processi. Eugene Narmour, per esempio, esponendo
una teoria delle strutture melodiche basata sul modello
implicazione-realizzazione già proposto da Leonard Meyer, ha indicato come nella
formazione di attese durante l’ascolto di una melodia siano in azione
contemporaneamente sistemi bottom-up e sistemi top-down. I sistemi bottom-up
concernono “style shapes” che sul piano dei parametri sonori si configurano come
semplici (sono riferibili, in abstracto, solo all’altezza dei suoni, solo alla
loro durata ecc.). Essi procedono in modo del tutto subconscio e sono innati,
costanti e automatici. I sistemi top-down concernono “style structures” che
invece si configurano nella complessità dei parametri (sono riferibili a
concrete interazioni fra i vari parametri sonori). Essi procedono in modo
ampiamente conscio e sono appresi, variabili e passibili di controllo. I sistemi
bottom-up sono relativi genericamente a musica di qualsiasi stile; i sistemi
top-down allo stile individuale della singola opera o comunque a uno stile
musicale specifico.
2. Alcuni aspetti della teoria modulare di Fodor sono
stati ripresi dalla teoria della mente computazionale di Ray Jackendoff, la
quale include in sé la teoria generativa della musica tonale di Fred Lerdahl e
dello stesso Jackendoff. Ciò che Jackendoff sostiene è una visione a grana fine
della modularità, ossia l’idea che i moduli non siano da intendere come interi
sistemi di facoltà, bensì come singoli elaboratori i quali, collocandosi a
diversi livelli di rappresentazione (anche i processi centrali sarebbero in tal
senso, almeno in parte, modulari), traducono e integrano le informazioni
ricevute. Ogni elaboratore è innato, ma è passibile di una specializzazione
mediante esposizione sufficiente. Per i suoi aspetti innati la facoltà musicale
è da ricondurre ad alcune proprietà specifiche che si aggiungono ad alcune
proprietà generali della mente computazionale. A sua volta tale componente
innata determina, in senso chomskiano, una grammatica universale della musica
cui, per ogni idioma musicale, si aggiungono specifici elementi acquisiti.
La teoria generativa della musica tonale postula cinque
diversi livelli di rappresentazione musicale, derivati uno dall’altro mediante
regole generative. Il primo livello è quello della superficie musicale, dove dal
segnale acustico sono codificati i suoni come eventi sonori discreti. Il secondo
livello è quello della struttura di raggruppamento, dove la superficie musicale
è segmentata in una gerarchia di frasi e sezioni. Il terzo livello è quello
della struttura metrica, dove si stabilisce una griglia di accenti metrici. Il
quarto livello è quello della riduzione degli intervalli di tempo, dove
l’articolazione ritmica (struttura di raggruppamento più struttura metrica) si
raccorda a una gerarchia degli eventi melodico-armonici. Il quinto livello è
quello della riduzione dei prolungamenti, dove la gerarchia tonale è precisata
in termini di tensione e di rilassamento armonico. Ascoltare un brano di musica
tonale significa ricavare i cinque livelli di rappresentazione, i quali
corrispondono nell’ordine a un progressivo approfondimento della comprensione
musicale.
3. La teoria generativa della musica tonale è una
teoria della comprensione della struttura musicale e non una teoria della sua
elaborazione. Essa infatti descrive la forma assunta dall’informazione musicale
come stato finale della computazione, piuttosto che il modo in cui essa è via
via elaborata. Per trovare ricerche che affrontino quest’ultimo aspetto bisogna
rivolgersi a studi più vicini alle problematiche della Intelligenza Artificiale,
di quell’ambito disciplinare cioè che si prefigge di riprodurre le attività
intelligenti dell’uomo tramite macchine ed elaboratori elettronici.
L’applicazione alla musica di programmi di simulazione cognitiva segue
ampiamente i principi formulati in sede generale dall’Intelligenza Artificiale,
con particolare attenzione alle idee di Marvin Minsky: dal concetto di “frame”
sino alla necessità di una programmazione euristica nella soluzione dei problemi.
Sono stati così realizzati programmi che simulano attività di composizione, di
analisi, di esecuzione, di percezione o di apprendimento della musica.
4. Un’alternativa teorica al cognitivismo classico e
alla stessa Intelligenza Artificiale è rappresentata per molti versi dalla
prospettiva connessionista, in base alla quale all’analogia fra mente e computer
tende a sostituirsi quella fra mente e cervello. Nel tentativo di riprodurre
sistemi che simulano l’intelligenza umana, il connessionismo, anziché proporre
come modello il computer organizzato linearmente secondo un’architettura
sequenziale, insiste invece sull’idea di rete neurale: un sistema dinamico,
parallelo e distribuito, in cui un certo numero di unità, dette nodi, sono
collegate tra loro mediante connessioni capaci di attivare o inibire le altre
unità. Poiché le proprietà in gioco in una rete neurale sono essenzialmente
relazionali e quantitative (connessioni tra unità, peso e livelli di attivazione),
il paradigma connessionista, a differenza di quello simbolico tradizionale, si
caratterizza per essere sub-simbolico. Ciò vale anche in campo musicale dove,
contro una considerazione logico-razionale dei processi di elaborazione delle
strutture, ci si concentra piuttosto sui concreti comportamenti fisici del
sistema. Tra le principali conseguenze di tale concezione v’è la possibilità di
intendere le reti come sistemi che apprendono da sé a svolgere certi compiti,
senza alcun bisogno di istruzioni e regole prestabilite (per esempio le regole
della grammatica generativa). La maggiore flessibilità rispetto a un formalismo
normalizzante consente inoltre di pensare al tema dell’ambiguità delle risposte,
tema certo di notevole interesse nel caso della musica.
Piccola bibliografia
J. Fodor, The modularity of mind, The MIT Press,
Cambridge Mass. 1983, tr. it. La mente modulare, Il Mulino, Bologna
1988.
E. Narmour, The analysis and cognition of basic melodic
structures, The University of Chicago Press, Chicago and London 1990.
R. Jackendoff, Consciousness and the computational mind,
The MIT Press, Cambridge Mass. 1987, tr. it. Coscienza e mente
computazionale, Il Mulino, Bologna 1990.
F. Lerdahl, R. Jackendoff, The generative theory of
tonal music, The MIT Press, Cambridge Mass. 1983.
M. Balaban, K. Ebcioglu, O. Laske (edd.), Understanding
music with AI, The AAAI Press, Menlo Park 1992.
P. Todd, D. Gareth Loy (edd.), Music and connectionism,
The MIT Press, Cambridge Mass. 1991.
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