L’embrione della musica medievale

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In termini storici l’inizio dell’epoca medievale viene convenzionalmente posto “nell’anno del signore” 476 con la deposizione di Romolo Augustolo. Ovviamente si tratta di una palese forzatura, non esiste una data precisa che possa indicare l’inizio di un epoca che è stata definita tale a posteriori. Come spesso accade, la necessità spesso imposta da ragioni scolastiche di trovare appiglio in un anno, un giorno, in una fatidica svolta che possa segnare l’inizio di una nuova epoca, non è altro che la costruzione forzata di un rigido spartiacque di cui nell’effettivo passato nessuno si rese conto. Ciò è testimoniato dal fatto che l’arte medievale viene convenzionalmente fatta nascere nel 315 (circa un secolo e mezzo prima) con l’Arco di Costantino e che le origini della musica medievale siano ancora più antiche (oltre che di impossibile datazione).

Oggi per musica medievale di matrice occidentale potremmo citare i primi canti cristiani ed a questo punto sorge un problema non indifferente: la totale assenza di notazione musicale scritta prima della fine del X secolo.

Le nozioni che possediamo della primissima musica cristiana d’occidente sono le seguenti:

Fu un’espressione esclusivamente vocale (corale o solistica)
Si trattava di riadattamenti di celebri melodie preesistenti (quindi di matrice profana) a testi liturgici
Fu tramandata oralmente, in modo mnemonico, fino alla fine del millennio

Non dobbiamo dimenticare che la nostra cultura è per molti versi figlia delle culture orientali. Fondamentalmente fu l’ebraismo la radice della nostra religione e sono stati gli ebrei convertiti ad importare la fede cristiana nella nostra terra cosi come molto probabilmente importarono i loro canti.

La religione cristiana venne ufficialmente riconosciuta dall’imperatore Costantino nel 313 (anno dell’editto di Milano) e fu al di là di questa data che si iniziò a porre il problema di istituire una liturgia ed i relativi aspetti musicali che, furono ricalcati su quelli impiegati nelle cerimonie di culto giudaico e non sulla musica greco-romana.

Tra i primissimi repertori italici va sicuramente citato il canto milanese, più noto come canto ambrosiano dal nome di Sant’Ambrogio (morto nel 397), a lui spettò infatti il merito di diffondere i primi inni. Ne compose certamente quattro, forse anche più.

Col trascorrere del tempo si sentiva sempre più l’esigenza di trovare un repertorio unico per dare coerenza teologica ad una chiesa in via di formazione. Seguendo questo percorso incontriamo quello che oggi viene erroneamente ricordato come
canto gregoriano.

Tale denominazione prese vita nel IX secolo, quando il cronista Giovanni Diacono attribuì al pontefice Gregorio Magno (590-604) il merito di aver unificato il canto liturgico latino (affermando che il pontefice avrebbe composto egli stesso alcuni canti) e di aver fondato la schola cantorum. In realtà la critica più recente ha fatto emergere la totale falsità delle affermazioni di G. Diacono che non si era accorto che la fondazione della schola cantorum era precedente al pontificato di Gregorio; inoltre i primi esempi di notazione sono posteriori di circa due secoli alla morte del Papa in questione.

Oggi la definizione di canto gregoriano viene accettata nonostante se ne conosca l’infondatezza, come una sorta di riferimento ideale radicato nel nostro sentire comune.

Esistono tuttavia termini alternativi (e in un certo senso più corretti) per indicare la monodia (cioè la singola melodia vocale) liturgica cristiana in lingua latina riconosciuta dalla chiesa romana, essi sono: cantus planus (o cantus firmus), romana cantilena, canto ecclesiastico e canto cristiano latino.

Come detto sopra tali canti erano tramandati oralmente e conservati mnemonicamente; un cantore era perciò tenuto a ricordare tutti i canti a memoria: sia quelli eseguiti frequentemente (ordinarium missae o parti fisse) che quelli eseguiti solo in certe ricorrenze (proprium missae o parti mobili).

Proprio questo era il fine della Schola: formare i cantori. Il periodo di formazione era decisamente lungo ed ostico, le testimonianze del tempo parlano di circa dieci anni di formazione (il periodo che impiega nella media un odierno diploma in pianoforte).

Apparentemente le melodie che caratterizzano il canto gregoriano sono piuttosto semplici. Erano canti a voce singola o a più voci che procedevano all’unisono (canti monodici) e la loro estensione vocale era decisamente ridotta, ma non erano solo le scholae ad eseguire i canti, essi erano eseguiti quotidianamente e prima delle scholae sia da coloro che celebravano le messe che dai fedeli stessi!

La messa era infatti un continuo “dialogo sonoro” tra celebrante ed assemblea, facciamo qualche esempio: il celebrante eseguiva un frammento musicale ed i fedeli rispondevano con un versetto intonato (sempre lo stesso); oppure ad ogni verso del “solista” l’assemblea cantava “alleluja” (tale pratica in particolare veniva detta salmodia allelujatica).

Tra i più suggestivi modi di cantare del primissimo medioevo era l’accentus, un canto semi lamentoso e basato su un’unica nota con lievi inflessioni melodiche, una sorta di lettura intonata derivante anch’essa dalla cantillazione ebraica.

Il “restauro” del canto gregoriano e tutta la nostra conoscenza in merito deve moltissimo ai primi tentativi di recupero filologico di questa splendida pratica ad opera di alcuni monaci benedettini del XIX secolo, nella Francia centro-occidentale. L’ottocento è il primo secolo in cui si inizia a dare valore ad un’epoca tanto ingiustamente screditata in precedenza. I primi canti medievali devono essere considerati gli incunaboli di tutta la più (ingiustamente) celebre cultura musicale moderna e contemporanea