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Fin dai tempi antichi la musica venne considerata come
l'arte per eccellenza. Lo sta a dimostrare l'origine del suo stesso nome
"musica" da (musiké), cioè "arte delle Muse". Infatti, i Greci,
mentre attribuivano ognuna delle altre arti a una sola delle nove figlie
di Zeus e Mnemosine, la musica non soltanto veniva riferita a due (Euterpe,
Musa dell'auletica, cioè dell'arte di suonare strumenti a fiato, e della
lirica e Polinnia, inventrice della lira e Musa dei sacri inni), ma faceva
capo alle Muse in generale. L'Olimpo era pieno di tutori e inventori di
musica: Pan con la pastorale syrinx
(o flauto di Pan); Dioniso, cantautore d'inebrianti
ditirambi; Apollo citaredo, virtuoso della cetra e guida delle Muse,
vincitore del cileno Marcia il quale aveva osato sfidarlo col flauto,
inventato da Atena e poi buttato via perché nel suonarlo le si deformavano
le guance. Con la cetra Apollo consola se stesso durante il suo servaggio
presso Admeto,
placa le forze avverse della natura, incanta le bestie. Il suo seguace
Orfeo, oltre agli animali, ammalia e muove a pietà Cerbero e Plutone nel
tentativo di far tornare Euridice dagli inferi. Per resistere al canto delle
Sirene che trascina i navigatori nei gorghi marini, Ulisse si fa legare
all'albero della sua nave. Nei miti greci la musica riesce non solo a
commuovere dei, semidei, uomini e animali: può muovere persino i sassi: con
l'aiuto della lira d'oro donata da Ermete, i gemelli Anfione e Zeto
costruiscono le mura di Tebe. Per converso le bibliche trombe di Giosuè
fanno crollare le mura di Gerico. Dati questi poteri attribuiti alla musica,
i filosofi e i legislatori greci le assegnavano un posto determinante
nell'educazione e negli ordinamenti civili. A ognuno dei modi del sistema
musicale greco veniva attribuito un particolare ethos, cioè un carattere
specifico definito non solo da precise virtù espressive, ma anche
capace d'influire sul
comportamento umano. Nelle
Leggi, nel
Convito e soprattutto nella
Repubblica, Platone delinea il ruolo che la
musica dovrebbe svolgere nello Stato ideale. Egli ammette solo due "modi":
il frigio, ritenuto idoneo a suscitare entusiasmo misurato e a indurre
alla non violenza, e il dorico, "severo, grave, virile", adatto per
intonare canti tali da incoraggiare nobili imprese. A parte il fatto che
delle musiche dell'antichità greca ci sono pervenuti non più di una ventina
di brani (in parte frammentari e d'incerta attribuzione),
l'ethos e il potere espressivo di tali musiche
risultano affievoliti e comunque non direttamente afferrabili.
Bisogna
considerare però che anche oggi la musica serba una sua efficacia
suggestiva com'è dimostrato, tra l'altro, dal fatto che la pubblicità che
ci inonda a getto continuo dai mezzi di comunicazione di massa ricorre
quasi sempre a supporti musicali, anche se spesso banali.
Platone
assegnava invece alla musica compiti altissimi: doveva non solo contribuire
a mantenere l'ordine civile e sociale, ma anche a reggere lo Stato e
l'intero cosmo. Nel
Timeo, Platone racconta come Dio procedette alla
formazione dell`anima del mondo" servendosi degli intervalli musicali
caratterizzanti il modo dorico, così come li aveva calcolati Pitagora.
Agli intervalli proporzionali tra le sette note vengono fatti corrispondere
anche le distanze tra le sette sfere celesti e le orbite dei pianeti.
Un'eco di questa teoria dell'armonia delle sfere si troverà ancora nel
trattato
su
L'armonia del mondo che G. Keplero pubblicherà
nel 1619. Nelle tradizioni miti che di vari popoli primitivi, ma pure di
Cinesi, Indiani ed Egizi, il suono appare come originario fattore che
scatena la creazione del mondo. Il Verbo che san Giovanni pone al principio
d'ogni cosa, nella cosmogonia indiana viene cantato. Prayapati, il dio della
creazione, s'identifica con
una melodia la quale viene fatta esplodere dall'immane rombo del primo
tuono. Le sue parti disintegrate diventano cielo, atmosfera, terra. Vien
da pensare alla teoria del "bigbang" sostenuta oggi da alcuni dei
maggiori scienziati viventi secondo i quali il nostro universo avrebbe
avuto origine circa 15 miliardi di anni fa da un'immensa esplosione che
avrebbe colmato lo spazio (precedentemente vuoto) di ogni specie di
particelle materiali. Sarebbero echi di
quel "grande suono" che
diede inizio al mondo le radiazioni a microonde che giungono da ogni ptrte del cosmo e che furono scoperte nel 1964 da A.
Penzias e R. Wilson. Alla mitica
musica coelestis
che, secondo i teorici medievali, risuonerebbe nei cieli, a
quella musica che reggerebbe il mondo
(musica mundana) si è
da sempre contrapposta la
musica humana
che "nasce nel cuore dell'uomo" come scrive Lih Puwei (239
a.C.) parlando di simboliche leggende cinesi sulle origini dei generi
musicali e delle scale. Lungo tutta la storia della civiltà le concezioni e
le definizioni della musica oscillano tra un mistico spiritualismo
metafisico e un umanesimo volto alla diretta espressione del sentire
soggettivo.
San Basilio
considera la musica "opera degli angeli". San Gregorio Magno viene
rappresentato nell'atto di scrivere musica sotto il dettato dello Spirito
santo: una bianca colomba gli parla all'orecchio. N. Cusano, echeggiando
Platone, afferma che Dio si sarebbe valso della musica nel creare il mondo
al fine di stabilire tra i vari elementi dei rapporti armonici tali che "la
macchina del mondo non possa perire". Non per nulla, la musica faceva
parte del medievale
Quadrivium delle arti liberali dette
matematiche, insieme all'aritmetica, alla geometria e all'astronomia.
Cassiodoro considerava la musica una "scientia, quae de numeris
loquitur". Sant'Agostino, nei sei libri
De musica
e
nell'undicesimo libro delle sue
Confessioni,
parla delle realtà sonore come di
numeri sonantes
ovvero
occursores (occorrenti),
progressores
(che si traducono in movimento),
reproductores
(che si riproducono),
recordabiles
(che si ricordano),
judiciales
(che permettono di giudicare se un tono
è giusto
o sbagliato). Ai primi del Settecento G.W. Leibnitz definisce la musica
"exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerari animi" (un'occulta
pratica di aritmetica nella quale l'animo adopera i numeri senza saperlo).
Schopenhauer parafraserà questa definizione: "Musica est exercitium
metaphysicae occultum nescientis se philosophari animi" (La musica
è
un'occulta pratica di metafisica nella quale l'anima fa filosofia senza
saperlo). Per converso nelle correnti idealistiche del Cinquecento e del
Seicento prevale la concezione irrazionale della musica come espressione della
soggettività affettiva. G. Bruno pone l'accento sul potere della musica di
muovere gli affetti. B. Spinoza insorge contro l'idea di una musica
coelestis considerandola come risultante da un errato concetto
antropomorfico di Dio: "Ciò che eccita l'udito vien chiamato suono, rumore,
armonia; quest'ultima ha incantato talmente gli uomini che essi pensarono
che pure Dio si dilettasse con l'armonia...". Anche i filosofi francesi, da
R. Cartesio a J.J. Rousseau,
propendono in genere verso un'interpretazione soggettiva
della musica. Considerandola eccessivamente soggettiva e irrazionale, gli
esponenti principali del classicismo razionalista, da N. Boileau a J.B.
Bossuet e F. Fénélon, dimostrano una "sfiducia totale nella musica come arte
autonoma". Sono note la definizione dell'opera data da C. Saint-Évremond
("l'opéra c'est une
magnifique sottise", l'opera è una
magnifica scemenza) e l'ironica domanda di B. Fontanelle: "Sonate,
que me
veux-tu?", Che vuoi da me, sonata?). Nell'Ottocento
romantico prevalgono concezioni della musica del tipo di quella
standardizzata che la definisce come "l'arte di esprimere sentimenti per
mezzo di suoni".
Contro
simili concezioni contenutistiche indirizza la sua polemica E. Hanslick,
l'accanito oppositore di R. Wagner. Per Hanslick la musica non è altro che
una successione di "forme sonore in movimento". Quest'affermazione
riecheggerà negli anni Venti del Novecento nella boutade che
I. Stravinskij lanciò quando agiva come capofila della reazione neoclassica
contro l'espressionismo: "la musica è troppo stupida per esprimere qualche
cosa". Hanslick spiegò il suo atteggiamento asserendo che "solo negando il
contenuto sentimentale della musica se ne può salvare il contenuto
spirituale". Stravinskij, da parte sua, riconoscendo l'esagerazione
polemica del suo irriverente motto di spirito, rivendica alla musica il
compito di "promuovere una comunione, un'unione dell'uomo col suo
prossimo e con l'Essere", oltre a quello di organizzare, di "ordinare il
tempo", di riflettere il "Grande Ordine" universale. Hanslick è stato uno
dei primi a costatare che la stagionatura, l'invecchiamento della musica
sono assai più rapide che nelle altre arti. Nel suo saggio Il bello
musicale si legge: "non c'è nessun'arte che mette fuori uso tante forme
come la musica...". Questa costatazione si basa sull'osservazione della
"straordinaria diversità dell'effetto che molte composizioni di
Mozart, Beethoven e Weber
producevano sull'animo degli ascoltatori dell'epoca in contrapposto ad
oggi. Quante opere di Mozart
si giudicarono al loro tempo come la musica più
appassionata, più ardente e più audace che potesse esistere, come il
massimo che si potesse raggiungere nella rappresentazione di stati d'animo!
Al senso di serenità e di puro benessere di Haydn si contrapponeva il
prorompere di violente passioni, di gravissime lotte, di amari e acuti
dolori nella musica di Mozart.
Venti o trent'anni dopo si faceva esattamente la medesima
distinzione fra Mozart e
Beethoven. Il posto di
Mozart come rappresentante
della passione viva e travolgente fu
occupato da Beethoven, e Mozart fu
promosso all'Olimpica classicità di
Haydn".
Storia
delle forme musicali
L'esempio riportato da Hanslick si può estendere
praticamente all'intero corso della storia musicale europea a partire dal
momento in cui ebbe inizio la polifonia, cioè all'incirca dal
IX sec. d.C. in poi. Fino a
quell'epoca sia la musica greco-romana sia le civiltà musicali extraeuropee
(l'araba, l'indiana, la cinese e la giapponese, per non citare che le più
antiche ed importanti) avevano in comune una sostanziale monodicità (se si
prescinde da talune pratiche di eterofonia, cioè di un modo di eseguire una
melodia a più voci, ad altezze diverse e con eventuali variazioni) e
restarono praticamente statiche nelle loro conformazioni intrinseche. Nella
seconda parte del IX
sec. si verificò un
avvenimento decisivo per il futuro divenire della musica occidentale e la
sua differenziazione radicale da tutte le altre tradizioni musicali.
Nell'ambito della sua riforma liturgica san Gregorio Magno aveva raccolto
nel leggendario Antiphonarium cento le melodie che, insieme a quelle
del rito ambrosiano, avrebbero dovuto servire per sempre quali canti
fermi, come unico repertorio musicale per i riti cattolici. Per ovviare
all'inibizione di qualsiasi attività creatrice in campo musicale (nell'alto
Medioevo la chiesa dettava praticamente legge in campo musicale nello
spirito del detto nihil innovetur quod traditum, cioè non si deve
innovare nulla di ciò che è tramandato) cominciò a diffondersi la
prassi di sovrapporre ad un determinato cantus
firmus (vox principalis, tenor)
un'alga melodia parallela alla distanza di una quarta
inferiore oppure di una quinta superiore (vox organalis, da cui il
termine organum). Dapprima nota contro nota
(punctum contra punctum,
da cui il termine contrappunto) e
successivamente per movimento diretto e contrario e con più libere
fioriture melismatiche. All'inizio le note sovrapposte dovevano soddisfare a
due condizioni complementari: da un lato non dovevano essere tanto
"consonanti" da prendere lo stesso nome, come avviene nel caso delle ottave.
Queste ultime danno luogo a quei semplici raddoppi che si verificano da
sempre quando una identica melodia viene cantata insieme da uomini e da
donne in diversi registri di altezza. Dall'altro lato andavano evitati
suoni tanto
diversi,
tanto “dissonanti” da procurare
non la desiderata varietà, ma disturbanti asprezze. Per cui si sceglievano
in una prima fase intervalli di quinte e di quarte che apparivano, allora,
come "consonanze imperfette". Ed era proprio questa "imperfezione" a
fornire i richiesti elementi di varietà. Tutti gli altri intervalli
venivano proibiti in quanto sentiti come troppo dissonanti. Il concetto di
consonantia viene definito per la prima
volta in De istitutione
harmonica del monaco
francofiammingo Hucbald di SaintAmand. I concetti di consonanza e di
dissonanza sono relativi e mutevoli essendo legati a sensazioni auditive
soggette alla legge fisiologica per cui la ripetizione dello stimolo esterno
(in questo caso le vibrazioni dei corpi sonori) attutisce, entro certi
limiti, il grado delle sensazioni. Dopo qualche secolo
lé consonanze imperfette
cominciarono ad essere sentite anch'esse come perfette e dunque "vuote",
cioè prive di tensione. Così le quinte furono confinate, al pari delle
ottave, al termine delle cadenze conclusive dei brani che richiedevano,
appunto, un senso di posa e non più di tensione dinamica ingenerante
movimento. Il ruolo delle "consonanze imperfette" passò allora alle terze e
alle seste. Le dissonanze (seconde, settime, none ecc.) venivano ammesse
solo di passaggio tra intervalli consonanti che le dovevano "preparare" e
"risolvere". La successiva tappa sul cammino dell'emancipazione delle
dissonanze venne segnata a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento con la
"seconda prassi" di C. Monteverdi. L'accusa principale
che gii
veniva mossa nel libello del teorico G.M. Artusi
(L'Artusi ovvero delle
imperfettioni della moderna musica, 1600)
riguardava proprio l'uso non preparato delle settime di cui Monteverdi
dichiarava di valersi per "muovere gli affetti". Con la quinta e la
terza, la settima veniva a costituire un accordo che assunse funzione di
dominante (cioè l'armonia che "domina" il decorso sonoro, costituendone il
principale elemento propulsivo) e diede l'avvio a quello sviluppo
dell'armonia diatonicotonale che portò alla sostituzione degli antichi
modi greco-ecclesiastici col binomio modale
maggiore-minore e che si esaurì poi all'inizio del Novecento. J.S. Bach
aveva già cominciato ad usare liberamente l'intervallo di nona. I
compositori dell'Ottocento - da F. Schubert fino all'ultimo Verdi - si
valsero, su scala sempre più larga, dell'undicesima. Debussy, Ravel, Puccini
e soprattutto lo Stravinskij della
Sagra della primavera,
adoperando su larga scala l'accordo di tredicesima,
esaurirono la possibilità di creare nuovi accordi nell'ambito delle scale
diatoniche di sette note. Infatti un'armonia di tredicesima le contiene
tutte e la quindicesima non farebbe che riprodurre la nota fondamentale di
partenza alla distanza di due ottave. Il nome degli intervalli, infatti,
corrisponde al numero di note appartenenti alla scala diatonica e comprese
tra le estremità dell'intervallo in questione: così la seconda abbraccia due
note (per
es. DO-RE), la terza ne include tre
(DORE-MI); la quarta quattro (DO-RE-MI-FA); la quinta cinque
(DO-RE-MI-FASOL); la sesta sei (DO-REMI-FA-SOL-LA); la settima sette
(DO-RE-MI-FA-SOLLA-SI), l'ottava otto (DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI-D0) la nona nove (DO-REMI-FA-SOL-LA-SI-DORE) ecc.
Il processo
del divenire intrinseco del sistema musicale occidentale era però
inarrestabile. Chiuso il ciclo dell'armonia eptatonica, si offrivano due
possibilità ai compositori attivi nel primo Novecento: creare nuove sintesi
di elementi diatonici preformati (poliarmonia, polimodalità, politonalità),
oppure sfruttare organicamente le risorse del cromatismo integrale basato
su tutte le dodici diverse note incluse nell'ottava. La prima strada( gia
prefigurata sporadicamente in Bach, in Beethoven e in altri protagonisti della
musica europea nei due secoli precedenti) fu percorsa dallo Stravinskij di
Petruska
e della
Sagra della primavera,
da B. Bartók, D. Milhaud, P. Hindemith e da altri. La
seconda, più radicale (anch'essa presagita da Bach), fu tracciata da A.
Schónberg, A. Berg, A. von Webern e dagli altri musicisti avvicinatisi alla
cerchia dodecafonico seriale di Vienna. Questo indirizzo risultò
prevalente, una volta chiusa la parentesi neoclassica tra le due guerre
mondiali. In un brevissimo volgere d'anni anche la dodecafonia seriale,
dopo la sua estrema radicalizzazione nella fase della cosiddetta
avanguardia postweberniana, esaurì la sua attualità, toccò il limite della
sua incidenza storica e insieme quello dello stesso sistema musicale basato
sui dodici diversi suoni della scala che aveva finora fornito alla musica
dell'Occidente la sua materia d'incarnazione. D'altronde questo sistema
manifestava da tempo segni di saturazione e fin
dall'Ottocento andavano moltiplicandosi segni di futuri sviluppi che
potevano portare al superamento dei limiti di quel sistema. Anzitutto vi
era stato l'innesto sul tronco della musica colta di elementi
folcloristici portati dalle scuole nazionali che predisponeva il gusto del
mondo musicale all'accoglimento di intervalli diversi dai semitoni abituali,
come i quarti di tono (ottenuti mediante il dimezzamento dei semitoni) ed
altri intervalli microcromatici, glissati o deformati. Ne testimoniano le
maniere dei jazzisti di scivolare sugli intervalli, la moda di eseguire
canzoni e canzonette con voci non impostate arrivando agli eccessi dei
cosiddetti "urlatori". Nell'ambito della musica colta è stata la tendenza a
fondere e stemperare gli stessi intervalli in grumi e clusters (cioè
agglomerati di suoni contigui) a costituire uno dei tanti indizi nella
stessa direzione. I mezzi elettronici in rapido perfezionamento dagli anni
Cinquanta in poi offrono la possibilità di superare ogni tradizionale limite
nella produzione e nella messa in giunco dei suoni. La musica elettronica
non sostituisce certo quella fondata su voci e strumenti. Si pone accanto ad
essa. La integra mediante processi di compenetrazione che sono solo agli
inizi. I suoni elettronici sono però già coinvolti in un processo di
familiarizzazione e conseguente banalizzazione dall'uso che se ne fa ormai
su scala industriale per segnali orari, sigle acustiche radiofoniche e
televisive, sfondi e accompagnamenti sonori in pellicole cinematografiche
e spots
pubblicitari.
Tappe fondamentali della musica
Vi sono però stati degli eventi vieppiù gravidi di
conseguenze nella storia della musica. Tra questi soprattutto l'adozione
del temperamento equabile praticamente sancita da Bach. Già Pitagora, nel
calcolare i gradi della sua scala che suddivideva l'ottava in ventidue
suoni, si era reso conto che la natura non ci offre la possibilità di
definire dei suoni di altezza assoluta e di determinare intervalli sonori
di grandezze esprimibili in termini razionali, univoci e atti ad essere
disposti in sistemi conclusi. Degli armonici naturali, cioè dei suoni
concomitanti che vengono emessi spontaneamente da ogni corpo che vibra
insieme al suono fondamentale di cui vengono a costituire l'alone timbrico, il primo, a distanza di
un'ottava, presenta rispetto al suono fondamentale un rapporto di frequenza
razionale: 2/1. Già il secondo, a una quinta dal primo, costituisce un
intervallo misurato da un rapporto di frequenza irrazionale: 3/2 = 1,666...
Una frazione, cioè, che lascia sempre un resto. Se così non fosse la
dodicesima quinta di un do dovrebbe essere un si diesis uguale (ovvero
"enarmonico") di un do situato sette ottave più in alto del primo. Allora
il circolo delle quinte sarebbe chiuso. In realtà non è così: Pitagora
calcolò la differenza tra queste due note, la "virgola sonora", ossia il
comma espresso dal rapporto 531441/524288. Didimo calcolò un comma
più semplice: 81/80 relativo al rapporto
differenziale relativo rispettivamente alla diversità degli intervalli tra
gli armonici 8-9 e 9-10. Nessun tentativo poté, né avrebbe potuto
eliminare, un certo margine di
irrazionalità nella definizione delle scale
sonore che pretendevano di fondarsi su fenomeni acustici la cui natura
stessa partecipa di un'irrazionalità razionalità analoga a quella in cui ci
s'imbatte in ogni branca della matematica.
La situazione cambiò quando, sotto la spinta del dinamismo evolutivo innescato dall'avvento della polifonia basata sulla dialettica
mutevole tra consonanze e dissonanze, le strutture armoniche cominciarono a
travalicare l'ambito delle tonalità vicine. Fu allora che il musicista e
teorico tedesco A. Werckmeister (vissuto nella seconda metà del XVII sec.),
espose nella sua
Musikalische Temperatur
la suddivisione meccanica dell'ottava in dodici semitoni perfettamente
uguali, perfettamente "temperati". Bach diede la prima geniale
esemplificazione delle possibilità offerte dal "temperamento equabile" nei
due volte 24 preludi e fughe in tutte le tonalità
maggiori e minori del Wohltemperiertes Clavier (Il clavicembalo ben
temperato). Con ciò furono aperte alla musica europea le possibilità di
svilupparsi fino al periodo dodecafonico incluso che ne costituisce l'ultimo
compimento.
La musica
europea poté conoscere la sua epoca di massimo, inuguagliato splendore.
Fu reso possibile l'avvento della sonata e della sinfonia con più di due
temi distinti per ogni singola parte (pluritematiche) sostanziate da
sviluppi in diverse tonalità e non più confinate nei limiti ristretti dei
rapporti tra toniche e dominanti che avevano caratterizzato la forma della
suite e le altre forme vocali e strumentali dell'epoca preclassica. Il
prezzo di simili conquiste di un'arte che innovava i suoi stessi dati e
presupposti "naturali" fu, se non proprio la fossilizzazione,
l'invecchiamento irreversibile di ogni musica precedente. Ed è proprio per
questo che,
mentre possiamo distinguere sculture greche arcaiche da capolavori
classici, pienamente comprensibili e godibili nei loro valori assoluti
sebbene siano cambiati gusti, società e contesti culturali, tutta
indistintamente la musica greca ci appare più ancora che arcaica,
irrecuperabile nella pienezza dei suoi significati, del suo ethos. E
più o meno arcaica, più o meno "antica" ci appare tutta la produzione
musicale fino alle soglie del barocco.
Il senso di
un'immagine, il significato di una parola il cui contenuto lessicale è
stato modificato nel tempo, si possono in qualche modo ricostituire
mediante atti intellettuali. Non così per un vocabolo musicale. Quando un
intervallo al quale s'era fatto ricorso in una composizione per una sua
determinata tensione dinamica, ha perso questa tensione in parte o
completamente, non siamo più in grado di ridargli la sua efficacia
originaria. Di "sentirlo" come suonava una volta. E non possiamo più
comprendere il discorso sonoro che era stato fondato e faceva leva su quella
tensione che non gli riconosciamo più. Perché per capire la musica in modo
autentico, non basta un atto intellettivo, non è sufficiente sapere come
essa "suonava" per chi l'aveva concepita: sarebbe necessario che la nostra
percezione auditiva potesse ridare ai rapporti sonori dei quali quella
musica è costituita il senso che essi avevano allora. Bisognerebbe, ad
esempio, che potessimo sentire le terze non come consonanze gradevoli, ma
come quelle dissonanze vietate che esse furono fino a quasi mille anni fa. Ma ciò
ovviamente, non
è possibile, perché non si può ricostituire la verginità del nostro
orecchio. La stagionatura della musica non solo è molto più rapida che
nelle altre arti, ma essa appare anche sostanzialmente diversa, poiché
investe totalmente le più intrinseche strutture formali della sua stessa
materia che, come in nessun'altra arte, coincide con la sua materialità. Si
determina così una vera e propria caducità con la quale la musica paga il
privilegio delle sue virtù metafisiche, della sua libertà dal bisogno di
"significare" che grava sulle altre arti. Si dà così il paradosso per cui
l'arte astratta per eccellenza è la più condizionata, la più legata alla
realtà fenomenica per mezzo della quale soltanto si può rivelare.
Masse
sempre più sterminate di fruitori in tutto il mondo sono intente oggi ad
assimilare e a consumare le immense ricchezze accumulate dalla civiltà
musicale europea negli ultimi secoli. Questa diffusione senza precedenti
della musica occidentale su scala universale cela agli sguardi superficiali
il momento di profondo travaglio vissuto oggi dai compositori che
s'incaricano di non fare arrestare il processo di perpetuo sviluppo e
rinnovamento che è ormai connaturato alla stessa essenza della tradizione
musicale europea. Oltre ai mezzi elettronici, computerizzati, e ad altri
dispositivi tecnici, concorrono a questo fine anche i recuperi e le nuove
investiture significative e formali conferite a elementi modali
antichissimi, a microintervalli e suoni non temperati, le sintesi ecumeniche
tentate con l'ausilio di elementi desunti dalle svariate civiltà extraeuropee
(sintesi che informano in diverse maniere le poetiche di compositori come O.
Messiaen e K. Stockhausen).
Per converso si deve rilevare il fenomeno che, mentre gli elementi
extraeuropei vengono perlopiù assunti dai compositori europei proprio per la
loro diversità sia nei confronti della tradizione europea, sia nei confronti
del loro contesto originario e autentico, popoli come i Cinesi, i
Coreani, i Giapponesi.preferiscono quella occidentale. Non solo i popoli
del "terzo mondo", ma anche quelli non europei di grande e antica civiltà
tendono a ignorare le musiche delle tradizioni autoctone. Una simile
constatazione sembrerebbe imporre la conclusione che,sia proprio il nostro, tra tutti i sistemi
musicali finora posti in essere, ad approssimarsi maggiormente agli arcani
dell`armonia del mondo" e alle più profonde necessità dell'animo umano.
Forse è proprio l'arte costruita virtualmente contro le leggi della natura
ad essere la più naturale e insieme la più consona alle imperscrutabili
leggi dello spirito.
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