Balletto


Spettacolo in cui un'azione scenica viene rappresentata per mezzo della danza e della pantomima, quasi sempre accompagnate da musica, e dove si racconta una storia o si esprime uno stato d'animo attraverso i movimenti del corpo, secondo uno schema precostituito (coreografia).

Dalle origini all'ottocento

Fin dai tempi più remoti, danza e mimica congiunte con la musica erano presenti in cerimonie solenni. Nel Medioevo si ebbero tipi diversi di danze: quelle dei giullari; il ballo popolare collettivo in tondo; le danze della classe aristocratica. Nel Rinascimento si assistette alla prima apparizione del b. nel teatro, tra un atto e l'altro delle rappresentazioni drammatiche. Nel 17° e 18° sec. si formarono le prime compagnie internazionali con ballerini professionisti. La tecnica elaborò nuove modalità espressive, la notazione coreografica si fece più precisa. Sorse così il b. d'azione, in cui la danza è accompagnata da musica espressamente composta, in stretta collaborazione tra coreografo, musicista e scenografo. Nell'età romantica l'introduzione delle punte consentì di sollevare il corpo allungandone le linee. Fu l'era delle grandi ballerine (M. Taglioni, C. Grisi) e dei capolavori di P.I. Čajkovskij.

Il rinnovamento di Djagilev

All'inizio del 20° sec., S.P. Djagilev rivoluzionò l'arte del b.: nei suoi Ballets russes danza e mimica concorrevano in dosato equilibrio all'azione drammatica, con interpretazioni plastiche di grande fascino. I nuovi principi estetici di Djagilev si diffusero in altri paesi e segnarono la formazione di stili nazionali. Parallelamente, con l'avvento della danza libera di I. Duncan, era sorto un rinnovamento che aveva influenzato anche gli esponenti del b. classico, operando una sintesi organica tra la tecnica classico-accademica e la danza moderna (jazz, folk, etnica) soprattutto negli Stati Uniti (modern dance, new dance). Ancora negli USA, nell'ambito del musical cinematografico si raggiunsero risultati artistici di alto livello (F. Astaire, G. Rogers, G. Kelly). Nel secondo dopoguerra, di notevole livello sono state le personalità di M. Fonteyn, R. Nureev e M.N. Baryšnikov. Nuovo impulso al b. è stato dato a partire dagli anni Sessanta da C. Fracci e A. Amodio (n. 1940). Dalla scuola italiana sono emersi negli ultimi decenni, tra gli altri, A. Ferri e R. Bolle.

Approfondimento

Prima forma espressiva sperimentata dall'uomo con il suo stesso corpo, la danza è un insieme di movimenti eseguiti collettivamente o individualmente, con finalità rituali, estetiche o di puro divertimento, di solito associati a una musica, sia strumentale sia vocale. Oggi il termine abbraccia tutti gli sviluppi e le declinazioni possibili di quest'espressione corporea che in Occidente è diventata attività professionale non prima del 17° sec., grazie all'apertura dei teatri per un pubblico pagante, mentre in Oriente ha continuato a identificarsi con il culto e la preghiera nei templi sino a metà del 20° secolo.

Danza libera

Agli albori del Novecento proprio la scoperta della danza ancora sacra e rituale di paesi e popoli lontani dall'Europa contribuì alla nascita di un diverso tipo di danzatore occidentale: più simile a quello delle origini che non al ballerino classico professionista, ossia non più impegnato soprattutto nell'esibizione virtuosistica di passi e movimenti, bensì coinvolto psicologicamente ed emotivamente nella sua arte. Questa danza si chiamò 'libera' perché non più ingabbiata nelle regole accademiche; grazie ai suoi pionieri, come R. Laban (1879-1958), I. Duncan, M. Wigman (1886-1973), svolse in Europa un ruolo esemplare anche per le altre arti: la musica dette sempre più valore al ritmo e alla fisicità percussiva, il teatro rivendicò la novità di una scrittura scenica incentrata sul corpo. Il Novecento è stato definito il secolo della danza: non per il declino del balletto (che è una forma di danza, o meglio la più antica danza d'arte) e delle sue manifestazioni spettacolari, che anzi mutarono al passo con i tempi grazie a innovatori come G. Balanchine, il fautore del balletto neoclassico, e grazie a musicisti e scenografi-pittori legati alle avanguardie storiche (soprattutto nell'esperienza parigina dei Ballets.

Danza moderna

Per tutto il 20° sec. il termine danza è stato accompagnato da specificazioni utili per un orientamento storico-estetico. Così la modern dance, nata in America tra le due guerre mondiali, strutturò le innovazioni della 'danza libera' europea dando loro una veste tecnica che si contrapponeva a quella del balletto. Caratteristica di tutte le tecniche moderne che presero il nome degli artisti che se ne avvalsero (come la tecnica Graham, da M. Graham) è una diversa concezione del corpo danzante: non più spinto all'elevazione e reso percettivamente bidimensionale, come nel balletto, ma plastico, muscoloso e a piedi scalzi. La grande l'importanza data al peso del corpo, al suo contatto con il suolo, allo sblocco della zona pelvica (anche nelle tecniche afroamericane che diedero vita alla jazz dance) scaturì dalla necessità poetica di raccontare o evocare temi a carattere etico-sociale abbandonando le fiabe e le leggende della tradizione ottocentesca e con esse i suoi segni distintivi (tutù, scarpette a punta, scenografie figurative).

Danza postmoderna

Diramatasi negli anni Sessanta sia in America sia in Europa con esiti diversi, la danza postmoderna puntò a valorizzare il movimento puro senza più erigere barriere tra le tecniche (moderna e classica, ora amalgamate, trasformate) e anzi includendo la gestualità quotidiana. Ambito vastissimo, enumera antesignani americani - M. Cunningham, A. Nikolais (1912-1993) tra gli altri - che già negli anni Cinquanta ripensarono il corpo nello spazio, nel rapporto con la musica e le altre arti sceniche per avvalorare la completa autonomia espressiva della danza: unico soggetto e tema di sé stessa. La postmodern dance americana rifiutò gli spazi teatrali, il virtuosismo tecnico per abbandonarsi alla corsa, ai salti, alla ripetizione di movimenti quotidiani, all'improvvisazione di coppia (contact dance). Tali sperimentazioni furono approfondite negli anni Settanta quando i fautori della postmodern dance si trasformarono in direttori di compagnia seguendo personali principi-guida, come il release per T. Brown (n. 1936) o le microvariazioni di movimento per la minimalista L. Childs (n. 1940). In Europa la danza postmoderna non ebbe mai il carattere formalistico tipico della postmodern dance, neppure nella fondamentale rilettura del balletto secondo i principi di R. Laban adottata dall'innovatore W. Forsythe (n. 1949). Piuttosto, ripristinò la tradizione della danza libera ed espressionista tedesca nel cd. Tanztheater ("teatro danza"): non solo un modo per accostare movimenti a parole, ora pronunciate da danzatori, ma per rispondere a una domanda pressante sorta in molti esponenti di questa tendenza, come la capofila P. Bausch: perché l'uomo danza? Cosa occorre fare per accostare davvero la danza alla vita? Il Tanztheater puntò anzitutto alla ridefinizione della figura dell'interprete. Come 'persona' danzante in abiti quotidiani, disposta a svelare la propria identità ed esperienza personale entro spazi scenici anche ingombri di oggetti, proprio l'interprete divenne un coautore delle coreografie interpretate.

Sviluppi attuali

Con la fine delle avanguardie (postmodern dance e Tanztheater delle origini ne sono le ultime espressioni) e il fiorire di ricerche non più riconducibili a vere e proprie tendenze, è venuta meno la necessità di definire la danza odierna se non come generica danza contemporanea. Caratteristiche comuni, oltre all'interazione tra coreografo e interprete, sono lo scarso peso dato alle tecniche, ormai considerate strumenti formativi, e la crescente importanza riservata alla progettualità coreografica, alla danza come evento, sempre collegabile ad altre arti (in forma d'installazione, performance, videodanza). Incrementati gli esperimenti tecnologici (danza interattiva), sono tornate in auge le danze extraeuropee (dal Brasile all'India, dal Giappone alla Cina), sociali o di strada (hip hop), specie quando risultano amalgamate insieme in un levigato formalismo anche europeo che si affianca a esperienze coreografiche nuovamente incentrate su tematiche etico-sociali o di gender (identità, patologia, appartenenza etnica o religiosa), tipiche nel nuovo mondo globale.

 

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