|
Etnomusicologia |
|||
Ramo della musicologia che ha come oggetto di studio la musica di « tradizione orale », e cioè tutta quella musica che si trova al di fuori della tradizione musicale scritta europea di tipo colto: l'indagine etnomusicologica si rivolge dunque verso la musica delle popolazioni o primitive », la musica orientale e il folclore musicale delle popolazioni euro-bianche o dell'Occidente. Questa disciplina ebbe origine in Gran Bretagna e in Germania sul finire del sec. 19°, quando si sviluppò, ad opera di storici della musica, fisici acustici e psicologi, la cosiddetta musicologia comparata (ted. vergleichende Musikwissenschaft) che, nel più vasto ambito del contemporaneo sviluppo delle scienze storiche, si proponeva lo studio delle musiche extraeuropee e la loro comparazione con le musiche europee colte e popolari. L'interesse verso la musica di altri continenti e civiltà si era d'altronde già sviluppato intorno alla metà del Settecento, con una generica forma di archeologia musicale (J.-J. Rousseau, Dictionnaire de la Musique, 1764); tuttavia, per quasi tutto l'Ottocento persistettero gravi pregiudizi estetici sulle musiche primitive extraeuropee, gradualmente sostituiti sul finire del secolo da un approccio sempre più oggettivo e scientifico. L'assetto attuale assunto dalla disciplina è dovuto al decisivo lavoro di due importanti generazioni di studiosi : i pionieri della « musicologia comparata » tedesca (K. Lachmann, E. Hornbostel, C. Stumpf), cui va il merito di avere creato i famosi Phonogramm Archivs di Berlino (le prime fonoteche di etnografia musicale, cui ne seguirono molte altre in Europa ed in America), e la successiva generazione di G. Herzog, M. Schneider e J. Kunst che, insieme a B. Bartók, C. Brailoiu, Z. Kodàly e A. Schaeffner, sono da considerare come i capiscuola dell'e. contemporanea, basata su precisi criteri metodologici di notazione e trascrizione. Per quanto riguarda l'Italia, bisogna attendere la seconda metà dell'Ottocento per poter incontrare, in un clima di positivismo comparativistico, i primi musicisti-etnografi e trascrittori di musica popolare che operino un'indagine diretta «sul campo » per la raccolta dei documenti ; prima di essi, infatti, vi era stata solo una generica tradizione di interessi amatoriali verso la musica popolare, per lo più notevolmente deformata dagli arrangiamenti e dalle armonizzazioni di matrice colta operate dai trascrittori. Tra i ricercatori del periodo positivistico possiamo citare G. Ferraro e A. Favara, ambedue attivi a cavallo tra i due secoli, mentre è solo negli anni Trenta che appare la cosiddetta «generazione di mezzo », legata ai nomi di G. Nataletti e L. Colacicchi, la cui principale preoccupazione, insieme alla raccolta del materiale, sarà quella di ricercare un aggiornamento nei confronti degli studi più avanzati sviluppatisi fuori d'Italia. Finalmente nel 1948 venne creato, presso l'Accademia di Santa Cecilia a Roma, il Centro nazionale studi di musica popolare, con il quale prese avvio un progressivo processo di raccolta sul campo e di documentazione, compiuto in vaste zone dell'Italia centromeridionale da un gruppo di ricercatori, in collaborazione con l'etnologo meridionalista E. De Martino ; citiamo, tra essi, D. Carpitella, il cui fondamentale apporto alla nascente e. italiana ha contribuito allo sviluppo della disciplina fino alle condizioni attuali. L'e. ha in questi ultimi anni precisato e definito alcuni fattori di rilevante importanza nell'indagine, quali i modi di esecuzione, da considerarsi come elemento di classificazione decisivo, e le varianti e microvarianti (a carattere strutturale o ornamentale), dalle quali è possibile dedurre i margini e le modalità d'improvvisazione rispetto ai modelli tradizionali, ribadendo l'importanza della funzione-occasione della musica in una determinata cultura, affrontando l'analisi del testo etnografico-musicale all'interno di un determinato contesto socio-culturale, attraverso l'impiego delle tecniche dell'indagine sociologica ed etnografica.
|
|||