In musica, composizione profana per
due o più voci, introdotta in Italia nel XIV secolo e riapparsa in forma
mutata nel Cinquecento, quando si diffuse anche tra i compositori inglesi,
francesi, tedeschi e spagnoli.
Petrarca: Perch’al viso d’Amor portava insegna

Metro in origine popolare, il madrigale assunse una forma spiccatamente
letteraria a partire da Petrarca, che gli conferì, oltre a una certa
regolarità di schema metrico, anche la pressoché esclusiva predilezione per
la tematica amorosa. Altra caratteristica peculiare del madrigale è la
spiccata musicalità che ne favorì in seguito la diffusione come poesia per
musica. Questo madrigale petrarchesco – uno dei quattro presenti nel
Canzoniere – è incentrato sul tema dell’amore profano come colpevole
distrazione dal perseguimento del vero bene, quello ultraterreno: la selva e
il viaggio sono metafore trasparenti del peccato e della vita.
LA FORMA ORIGINARIA
Il madrigale italiano del secolo XIV era una forma poetica e musicale.
Costruita sul modello metrico della ballata e dello strambotto, la poesia
era generalmente di due o tre strofe di tre versi (endecasillabi), chiuse da
un ritornello di due distici in rima baciata. Fu Francesco Petrarca a dare
dignità letteraria alla forma. La musica era generalmente per due voci (o
parti), talora tre, e la melodia delle strofe differiva da quella del
ritornello. Prevalevano i temi bucolici e rusticani, quasi sempre amorosi;
il più celebre madrigalista del tempo fu Francesco Landino.
LE FORME SUCCESSIVE
La forma e lo stile del madrigale italiano del XVI secolo mutarono
sostanzialmente. Il madrigale cinquecentesco fu poeticamente molto più
libero, contemplando anche l'uso di versi settenari. Come composizione
musicale, invece, fu sempre più concepito non per solo coro ma come musica
vocale da camera, e si serviva talvolta di testi di elevata qualità
letteraria. Questa forma si sviluppò in tre fasi: una prima (1525-1560 ca.);
una mediana (1560-1590 ca.); una tarda (1590-1620 ca.).
I madrigali della prima fase erano composti in stile omofonico (una melodia
predominante con un accompagnamento subordinato), in genere per quattro
voci. Tra i maggiori autori di questa fase si ricordano l'olandese Jakob
Arcadelt e il fiammingo Philippe Verdelot.
I madrigali della fase intermedia erano polifonici (due o più parti vocali
indipendenti), più espressivi e spesso imitativi o descrittivi dei suoni
della natura e della vita sociale. I compositori, come i fiamminghi Adrian
Willaert, Philippe de Monte, Cyprien de Rore, Giovanni Animuccia e Orlando
di Lasso, prediligevano trame più fitte fino a brani per cinque voci.
I madrigali della fase tarda spesso ricorrevano ad audaci progressioni
armoniche e al cromatismo (l'inserimento di note estranee alla tonalità
prevalente) per produrre effetti di grande intensità drammatica. I massimi
compositori in questa fase furono gli italiani Luca Marenzio, Carlo Gesualdo
e Claudio Monteverdi.
La forma del madrigale italiano fu ripresa con successo soprattutto in
Inghilterra: su testi tratti da poeti popolari dell'epoca, scrissero
madrigali compositori come William Byrd, Thomas Morley e Orlando Gibbons.
Gibbons: The Silver Swan
I madrigali di Orlando Gibbons esemplificano le diversità fra il modello
inglese e quello italiano – più spinto in termini di dissonanza e di
cromatismo – pur esprimendo in modo altrettanto efficace il senso del pathos
e della gioia.
Gesualdo: Dolcissima Mia Vita
Nei madrigali di Gesualdo ogni frase del testo si accompagna a una risposta
musicale specifica che rispecchia i singoli mutamenti emotivi con
un'equivalente variazione virtuosistica, secondo la tecnica della
"coloratura". |