La
musica svolge all'interno della politica di autarchia culturale, voluta e
promossa da Luigi XIV, una funzione assai importante di sostegno e
consolidamento del potere assolutistico senza precedenti nella storia europea.
In essa si riflette la grandezza e lo splendore della nuova età dell'oro
politica e culturale inauguratasi con l'ascesa al trono del Re Sole.
Antecedenti storici
Che le arti fossero un potente mezzo per celebrare il potere e per propagandare
un'im-magine, fittizia o reale, di benessere economico, culturale e spirituale
della nazione, anche in periodi tutt'altro che prosperi, è un fatto di cui
bisogna tener conto nell'interpretazione di molti prodotti d'arte del
Seicento.
Che le arti potessero divenire anche un mezzo efficace per glorificare un
monarca e mitologizzarne il regno è invece un'intuizione che trova consapevole
e splendida attuazione con Luigi XIV. Sotto il suo regno le arti divengono
essenziali alla creazione di una mistica del potere, simbolica della forza e
dell'unità del regno.
La musica in modo particolare, sia essa connessa alla celebrazione religiosa,
alla vita di corte o a forme spettacolari come il ballet de cour e l'opera in
musica, è chiamata ad assolvere un compito in cui funzione estetica e funzione
ideologica si compenetrano, rivestendo così un ruolo primario nel progetto
propagandistico culturale messo in atto dal Re Sole e dal suo primo ministro
Colbert.
Secondo le teorie neoplatoniche, la musica, ricreazione terrena e umana
dell'armonia celeste, esercita, grazie alla sua capacità di suscitare delle
passioni, un forte potere didattico e morale sull'ascoltatore. Unita
all'elemento visivo e gestuale proprio dello spettacolo teatrale, portatore di
simbolismi e allegorie, essa diviene poi un mezzo di suggestione, seduzione e
persuasione intellettuali di rara efficacia.
Già nelle feste organizzate nel 1581 da Enrico III in occasione del suo
matrimonio con Margherita di Lorena, culminate nella rappresentazione di Circe,
ovvero il Balletto comico della regina, si intravedono i fondamenti ideologici
che staranno alla base dello spettacolo in musica all'epoca di Luigi XIV. Il
sontuoso e costosissimo allestimento del Balletto comico della regina assume,
in quel particolare momento della storia di Francia (si era da poco conclusa la
settima guerra di religione combattuta da Enrico III contro il partito
protestante capeggiato da Enrico di Borbone) il valore di un messaggio rivolto
ai nemici del re: lungi dall'esser ridotta alla povertà, la Francia cattolica è
ancora una nazione tanto prospera e ricca da potersi permettere lo sperpero di
ingenti somme per rappresentare magnifici spettacoli. L'allegoria contenuta
nella vicenda rappresentata dal balletto è poi leggibile con chiari riferimenti
all'attualità politica: la vittoria del bene sul male, culminata nella disfatta
di Circe ad opera di Ulisse, rappresenta scenicamente la vittoria di re Enrico
sui suoi nemici, del cattolicesimo sul protestantesimo.
La pratica di allestire ballets de cour continua alla corte di Francia prima con
Enrico IV, quindi con Luigi XIII, e col tempo si affina sempre più il tipo di
messaggio affidato allo spettacolo. Nello spettacolo i cortigiani contemplano da
spettatori la raffinatezza e lo splendore cui partecipano quotidianamente e non
di rado possono riconoscere, sotto forma di allegorie, situazioni ed eventi
della vita di corte o della vita politica a loro ben noti. Lo stesso Luigi XIII
in più di un'occasione ha modo di prender parte agli spettacoli in prima persona
dimostrando di possedere buone doti di ballerino.
Lo spettacolo musicale a corte
Durante il regno del Re Sole lo spettacolo musicale amplia la gamma delle sue
finalità, e diviene uno degli strumenti con i quali viene mantenuta e
consolidata l'unità dell'apparato statale.
Lo spettacolo musicale allestito con sempre maggior frequenza a corte diviene il
sontuoso passatempo con cui l'aristocrazia (sulla quale dal fallimento della Fronda è
sempre più forte il controllo esercitato dal re) è distratta da eventuali
propositi ribellisti, è impressionata dallo splendore regio che lo spettacolo
fastoso emana, è dissanguata economicamente dalla necessità imposta
dall'etichetta non solo di assistervi, ma, spesso, di parteciparvi,
gareggiando per sfarzo nello sfoggio di costumi e di mascheramenti. L'uso del
potenziale allegorico contenuto nelle vicende narrate sulla scena viene
sfruttato al massimo. Luigi XIV, anch'egli come il padre eccellente ballerino,
si esibisce ripetutamente in ballets de cour nei panni di Apollo o del Sole,
introducendo e consolidando visivamente (complice una concezione eliocentrica
dell'universo sempre più diffusa) l'associazione ideale della sua persona con
l'astro benigno e vivificante attorno al quale tutto gira. La pubblicazione nel
1684 e nel 1686 "per espresso ordine di Sua Maestà" di due raccolte di
grands
motets rispettivamente di Pierre Robert e Jean-Baptiste Lully, e di Henri Du
Mont, fissa una volta per tutte un genere di composizione chiesastica che, in
quanto gradita al re, si impone come modello imprescindibile per le composizioni
destinate alle cappelle reali di Parigi e Versailles.
All'affermazione di una chiesa gallicana, soggetta al re di Francia prima che al
papa di Roma, corrisponde in campo artistico l'affermazione di una pratica
musicale sacra affatto particolare e nazionale, il cui effetto è
l'affermazione di una musica sacra che apostrofa il sovrano dei cieli a tu per
tu, con un'alterigia concessa solo al monarca-pontefice. Privo di una reale
motivazione liturgica, il grand motet diviene il mezzo attraverso il quale
nella Cappella Reale di Versailles si attua il dialogo privilegiato tra sovrano
celeste e sovrano terreno: l'etichetta che regola gerarchicamente i rapporti
sociali all'interno della corte, si estende alla cerimonialità religiosa, così
che solo al re è consentito rivolgersi all'altissimo conservando tutta la
dignità di un pari.
Nelle cerimonie pubbliche di ringraziamento, occasionate da eventi importanti
nella vita della nazione (nascite o guarigioni di membri della famiglia reale,
vittorie, paci), il monarca, avvolto nella pompa dell'apparato sonoro
grandioso, enfatico e magniloquente tipico dei Te Deum composti dai musicisti
della Cappella Reale, rende omaggio al creatore. La sinfonia introduttiva del Te Deum, articolata in solenni fanfare (caratterizzate timbricamente da trombe e
timpani, gli strumenti marziali per eccellenza) alternate a più delicate
sezioni affidate agli archi, è il ritratto sonoro del sovrano, guerriero
vittorioso sui campi di battaglia di mezza Europa, raffinato e benigno uomo di
pace in patria.
Tutto questo apparato è finalizzato alla celebrazione pubblica della maestà e
della gloria regale. E l'immagine della grandeur che ne deriva suscita nel
popolo, ammirato nel vedere il sovrano dialogare da pari con il re dei cieli, un
sentimento in cui timore e devozione si fondono.
La deificazione terrena del Re Sole
La celebrazione del monarca terreno è intensa e capillare anche nella vita
quotidiana di Luigi XIV. La banalità di alcuni momenti, quali la sveglia, la
cena, o il coricarsi del re (le lever, le souper, le coucher), è solennizzata da
un complesso apparato cerimoniale. Luigi XIV ha perfetta coscienza
dell'importanza del cerimoniale in quanto tale. Si pensi, ad esempio,
all'organizzazione del rituale che accompagna nella cena del re l'arrivo del
piatto forte: la carne. Se una certa attenzione rivolta al pasto del monarca
aveva avuto nel passato la funzione reale di salvaguerdare il monarca da
possibili tentativi di avvelenamento, ciò non è più vero per il Re Sole. Il
complesso cerimoniale che trasforma in evento la quotidianità diviene il rito di
deificazione di un uomo a cui è dedicato un culto con una propria liturgia e una
propria casta sacerdotale (sempre regolata gerarchicamente dal complesso sistema
dell'etichetta di corte). All'interno di cerimoniali tanto complessamente
articolati la musica riveste di magnificenza l'evento, diviene paramento
sonoro della "liturgia" che divinizza il sovrano. Nascono così composizioni
strumentali come le Sinfonie per la cena del re (Symphonies pour les soupers
du roy) di Delalande o i Trii per il coricarsi del re (Trios pour le
coucher du roy) di Lully, vere e proprie suites eseguite di frequente in occasione di tali
eventi.
L'opera mitologica e la mitologia del monarca
È con la nascita di un'opera nazionale e con l'apertura in Francia del primo
teatro d'opera pubblico, l'Académie Royale de Musique, che la musica attinge
l'efficacia massima in quanto strumento di propaganda ed elogio del sovrano e
del suo regime.
Lo spettacolo non è più rivolto, come accadeva per il ballet de cour, al solo
ristretto pubblico dei cortigiani, ma al ben più numeroso e socialmente
variegato pubblico che affolla i teatri del regno (nel 1685 a Marsiglia si
inaugura il primo teatro d'opera della provincia francese). Quantunque
l'aristocrazia costituisca la maggioranza del pubblico che affolla le sale dei
teatri d'opera, allo spettacolo possono accedere, e non solo virtualmente,
anche esponenti dei ceti borghese e artigiano.
Nell'opera il re non prende più parte in prima persona allo spettacolo, come
poteva accadere nel ballet de cour. Né potrebbe più farlo in un sistema di
produzione teatrale pubblico. La sua presenza, la sua missione, la sua gloria
sono evocate nelle mitologie che costituiscono l'ossatura narrativa della
tragédie lyrique, attraverso i mezzi poetico, scenografico e musicale.
L'impiego della mitologia nella tragédie lyrique, così come nel
ballet de cour,
trova la sua motivazione nell'idea neoplatonica secondo la quale ogni mitologia
racchiude verità nascoste, che, sfuggendo alla ragione, sono accessibili solo
intuitivamente. L'ambientazione mitologica consente che si ricrei quel
meccanismo simbolico-allegorico già ampiamente sfruttato nel ballet de cour, ma
non solo: l'immagine del monarca, della sua corte e della sua reggia, nel
momento in cui è proiettata nella mitologia, viene destoricizzata e partecipa
del tempo assoluto, senza dimensioni, del mito.
Il prologo, un vero e proprio breve spettacolo, drammaticamente autonomo e
slegato dal resto dell'azione, diviene nella tragedie lyrique lulliana il
momento deputato alla celebrazione del sovrano. Vi si fa riferimento alla
gloria, al valore, all'accortezza, alla benignità di Luigi, alle campagne di
guerra da lui condotte vittoriosamente, agli eventi politici importanti nella
vita della nazione.
L'encomio del sovrano può presentarsi mediato dall'allegoria, come ad esempio in
Cadmo e Armonia, oppure esplicitato verbalmente da riferimenti a fatti ed
eventi puntuali, come in Alceste o Teseo. Ecco come il passaggio del Reno da
parte dell'esercito francese (giugno 1672), è evocato in Alceste da una ninfa
della Senna disperata per l'assenza dell' "Eroe". La lode del sovrano e il
riferimento alle sue gesta in guerra o in pace diviene in breve un elemento
obbligato nel prologo della tragedie lyrique da Lully in poi, una specie di
tópos poetico irrinunciabile (se non addirittura inevitabile), anche quando la
monarchia non sarà più in grado di offrire materia degna di venir immortalata
nell'opera.
L'immagine della magnificenza della monarchia, committente di fatto
dello spettacolo, si rispecchia anche nella stenografia e nella musica, che
agiscono sullo spettatore-ascoltatore (in modo ben più sottile, e forse ben più
efficace) quasi a livello subliminale. Nel prologo di Teseo la didascalia
scenica ci avvisa che "il teatro rappresenta i giardini e il palazzo di
Versailles", e nell'atto V di Ati i "giardini ameni" e il palazzo che si
intravvede sullo sfondo, sui quali l'atto si apre, ricordano, fin troppo
fedelmente perché la cosa appaia casuale, il parco e la reggia del Re Sole. Dal
punto di vista musicale, le danze che animano i divertissements sono le stesse
che risuonano nei saloni di Versailles: minuetti anzitutto, ma anche gavotte,
sarabande, bourrées, e gighe. E le fanfare che accompagnano i trionfi degli
eroi mitici sono le stesse che festeggiano il ritorno dalle campagne militari
del re vittorioso.
Il controllo regio sull'attività musicale
Luigi XIV intuisce che il personaggio che porti in scena un'istanza morale
positiva rappresenta agli occhi del pubblico-spettatore un modello da imitare.
Si comprende allora perché fin dalle origini della tragédie lyrique egli stesso
intervenga in prima persona nella scelta e nella definizione del tema che
verrà rappresentato di fronte alla sua nobiltà e al suo popolo.
Tra i temi favoriti quello della rinuncia all'amore per il dovere e la gloria
riscuote maggiormente i consensi di Luigi XIV, perchè offre la possibilità di
suggerire la sua identificazione con il personaggio positivo maschile.
Come il re non esita ad abbandonare i dolci ozi di Versailles per compiere il
proprio dovere e combattere i nemici della Francia, così in un'opera come
Armida
di Lully, Rinaldo abbandona l'amata bellissima Armida per una missione di ordine
superiore, la liberazione del santo sepolcro. Il tema della rinuncia all'amore
per il compimento del dovere e il perseguimento della gloria assume inoltre, di
fronte alla nazione spettatrice, un valore didascalico: fate anche voi quello
che fa il re. Infine, la tragédie lyrique è lo spettacolo che, nato per il re e
da lui stesso promosso, Luigi XIV offre magnanimamente ai suoi sudditi,
rendendoli partecipi e orgogliosi della sua munificenza, nella quale la nazione
va a identificarsi. Data l'importanza del messaggio affidato all'opera nelle sue
componenti visiva e musicale, Luigi XIV affida il monopolio creativo delle opere
da rappresentarsi all'uomo che più di ogni altro egli ritiene possa soddisfarlo,
Lully, cui conferisce il privilegio per la creazione dell'Académie Royale de
Musique. Opinione di Luigi è infatti che "in un grande stato, vi sono persone
adatte per ogni cosa, e l'unico problema è trovarle e metterle al posto giusto"
(Luigi XIV, Mémoires).
Divenuta un vero affare di stato, la musica di Lully
non potrà venire né stampata, né copiata, pena una forte ammenda, senza
l'autorizzazione dell'autore. E la ricchezza e gli onori di cui godrà l'umile
figlio di mugnaio sono la tangibile dimostrazione di come venga in fine
ricompensata una totale dedizione al servizio del re.