Polifonia

indice


Polifonia


La parola deriva dal greco e significa "a molte voci". Il termine, che si contrappone a monodia (canto a una voce), designa uno stile compositivo in cui la musica è costituita da 2 o più voci (vocali e/o strumentali) che procedono simultaneamente secondo determinate regole armoniche, ma che si possono considerare anche autonome, in quanto ogni voce agisce indipendentemente dall'altra. I primi modelli di tale struttura (imitazione, canone, eterofonia, parallelismo, ecc.) sono già rinvenibili nelle rudimentali cerimonie musicali delle civiltà primitive. Salendo nella scala delle evoluzioni civili se ne incontrano esempi più sofisticati nell'antica Grecia, ciò a sottolineare un processo crescente e unitario che si attualizza contemporaneamente in aree diverse e distanti geograficamente, con caratteristiche peculiari dell'ambiente di provenienza, con fondo comune, però, nell'intento musicale. Il canto a più voci era sconosciuto ai primi cristiani, il desiderio di rinnovare il canto liturgico senza alterarne la purezza melodica, favorì, a partire dal sec. IX, il diffondersi dell'uso di accompagnare il canto sacro con un'altra melodia. È infatti del medioevo il primo documento che attesta l'utilizzo della pratica polifonica, il Divisione Naturae di Scoto Eriugena, e è sempre dello stesso periodo il trattato Musica enchiriadis in cui è esposta la prima codificazione scritta della tecnica polifonica. È lecito supporre che la codificazione medioevale del genere sia solo il punto fermo e d'arrivo di una lunga consuetudine di prassi esecutive estemporanee di tradizione orale. La prima forma polifonica scritta è l'organum, in essa la melodia gregoriana data (vox principalis) viene accompagnata da un'altra melodia (vox organalis) posta quasi sempre al basso, con andamento parallelo a distanza di quarta (il più famoso è Tu patris sempiternus). Le prime combinazioni ammesse e caldeggiate (dopo la citata quarta) sono soprattutto quelle dei primi armonici: l'ottava e la quinta. Col procedere delle esperienze si acquisiscono nuovi elementi morfologici, nel senso che si ottiene una maggiore elasticità e variazione delle linee, arrivando, in pratica, nel Micrologus (ca. 1030) di Guido d'Arezzo, all'impiego del moto obliquo e contrario e a novità armoniche: si vieta l'uso di quinte e seconde minori, ma si permette la pratica di seconde maggiori, terze maggiori e minori, quarte. Un ulteriore progresso polifonico (non bisogna dimenticare che l'evoluzione di questo genere è strettamente connessa a quella del contrappunto) si ha agli inizi del Duecento nei repertori delle abbazie, specie quella di S. Marziale di Limoges, nei cui manoscritti si nota un ricco impiego di organum melismatico. Sopra le note lunghe del cantus firmus (tenor) al grave si svolgono una serie di vocalizzi (colores). Il tenor diverrà l'elemento fondamentale di tutte le strutture contrappuntistiche del medioevo e del rinascimento. Ma è con la scuola francese di Notre-Dame, fra il sec. XII e XIII, che si ha il culmine e la sintesi di questa fioritura polifonica che andrà, più tardi, sotto il nome di Ars antiqua. Le forme più adoperate in questo periodo sono l'organum, il conductus, il motetus, l'hoquetus e la cantilena. In campo armonico accanto alle consonanze già permesse (unisono, quinta, ottava) vengono aggiunte la terza e la sesta. Le voci sovrapposte cominciano ad aumentare e con Perotino si arriva fino a quattro (quadruplum) con una buona specializzazione nel settore dell'imitazione. In Inghilterra si sviluppa con successo duraturo un procedimento per terze a 2 voci parallele (gymel o cantus gemellus) e il cosiddetto english descant a 3 voci per seste parallele. Con l'Ars nova la voce superiore mantiene il primato sulle altre voci specie nelle forme della ballata e del madrigale; accanto a questa prassi anche il procedimento a canone trova largo e preciso impiego nella forma della caccia. Nel Quattrocento e Cinquecento, con l'avvento delle scuole fiamminghe e francesi, si assiste al trionfo del raffinato e dotto contrappunto. Des Pres, Dufay, Ockeghem nelle loro messe e mottetti, nonché nelle chansons, fanno sfoggio di tutti i possibili artifici polifonici realizzabili, dai doppi e tripli canoni al frequente uso della parodia, portando così a pienezza lo stile rinascimentale e spianando la strada, in una congerie culturale rinnovata, all'arrivo del grande astro della polifonia: Palestrina. Con l'età barocca la polifonia passerà dai brani per voci umane ai più spettacolari lavori strumentali (la nascita della monodia col melodramma influenzerà non poco l'inizio del suo declino). Da Frescobaldi a Bach, da Legrenzi a Bassani, il mondo della polifonia diviene più squisitamente strumentale anche se le voci sono impegnate in arditezze contrappuntistiche. Un po' alla volta non sarà più lo strumento ad imitare la voce ma l'esatto contrario, secondo una prassi che da Bach conduce fino alla IX sinfonia di Beethoven. Sempre più sofisticati, i procedimenti armonici e melodici sfoceranno nel Romanticismo con effetti grandiosi e plateali di polifonia anche se le forme utilizzate saranno tra le più austere prese in prestito dal classicismo (fuga con canone, passacaglia, ecc.) e i compositori avranno i nomi dei più grandi geni dell'epoca come Mendelssohn, Schumann, Brahms, ecc. Il XX secolo, con le sue nuove correnti artistiche, manterrà in vita il genere polifonico arricchendolo di ogni elemento contrappuntistico, politonale, poliritmico, atonale ed infine dodecafonico fino ad ergersi a massima espressione in alcune composizioni di Busoni, Schoenberg, Berg, Hindemith, Stravinskij. Nel melodramma, oltre alla partitura, il luogo in cui la polifonia entra nell'opera è nei pezzi concertati, dal duetto al nonetto, e nel coro. Spesso, comunque, si tratta di una polifonia relativa con un rilievo melodico maggiore nella parte superiore per assolvere ad una funzione drammatico-teatrale.