Albert Soboul - Che cos'è un philosophe
François Furet
Lo storico francese Albert Soboul (1914-82), uno dei massimi studiosi
dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese, si propone in questo testo di
precisare la storia e il senso delle parole "philosophe" e "philosophie".
Il philosophe è l'intellettuale illuminista che pratica il libero esame, senza
temere di passare al vaglio della critica dell'ordine costituito, politico,
sociale e culturale, e assieme l' honnête homme che vive in società e forma la
pubblica opinione. Il termine philosophie ha quindi un senso più ampio di quello
che siamo abituati a conferirgli: esso è un sinonimo di scienza e designa ogni
uso libero della ragione.
A questo punto si devono sottolineare due aspetti. Il philosophe è uno
scienziato. Ed è anche l'uomo che mette in causa l'ordine costituito e la morale
tradizionale. Questi due aspetti ci preciseranno nel 18° secolo con la scossa
subita dalla coscienza ereditaria, ed anche con l'ampliamento dell'ambito della
conoscenza, quando nuovi ed immensi campi si apriranno alla ragione, - fermo
restando il denominatore comune dello spirito del libero esame. [...]
Dopo il 1715, la philosophie diventa un metodo universale. La sua essenza sta
nello spirito di ragione e di libero esame che penetra in tutti i campi. Nel
generale rinnovamento delle conoscenze, la philosophie è al centro di tutto.
Mme da Lambert (1647-1733), il cui salotto letterario cominciò ad aver peso
verso il 1720, diede all'inizio del secolo questa definizione prudente e insieme
vigorosa: "Philosopher significa restituire alla ragione tutta la sua dignità, e
farla rientrare in tutti i suoi diritti, significa riportare ogni cosa ai suoi
principi, e scuotere il giogo dell'opinione e dell'autorità". Verso la fine del
secolo, Diderot (1713-1784) riprende, precisandola, la definizione della
marchesa di Lambert, quando, in una lettera del 3 aprile 1771 alla principessa
Dashkoff, indica nel senso di libertà la caratteristica del suo secolo. Diderot
sottolinea al tempo stesso le successive conquiste della philosophie, che, dopo
essersi rivolta contro la religione, ha fatto cadere la sua riflessione critica
sui problemi dello Stato e della società. "Ogni secolo è caratterizzato da un
certo spirito. Sembra che lo spirito del nostro secolo sia il senso della
libertà. Il primo attacco contro la superstizione è stato violento, senza misura.
Una volta che gli uomini hanno osato, in una qualunque maniera, dare l'assalto
alla barriera della religione, a quella barriera, la più formidabile che esista
come anche la più rispettata, è impossibile fermarsi. Non appena abbiano rivolto
gli sguardi minacciosi contro la maestà del cielo, il momento dopo gli uomini
non mancheranno di dirigerli contro la sovranità della terra. Il cavo che tien
ferma e oppressa l'umanità è formato da due corde: l'una non può cedere senza
che si rompa l'altra". [...]
Montesquieu (1689-1755) afferma nelle Lettres persanes (1721) il suo entusiasmo
philosophique identificando scienziato e philosophe. "Ci sono qui degli
scienziati che, in verità, non sono affatto giunti fino al vertice della
saggezza orientale, scrive Usbek a Hassein, ma lasciati a loro stessi, privati
delle sante meraviglie, seguono nel silenzio le tracce della ragione umana. Non
potresti credere sino a che punto li ha condotti questa guida. Hanno sbrogliato
il Caos ed hanno spiegato con una semplice meccanica l'ordine dell'architettura
divina". [...] (Lettera XCVII). [...] Le Lettres persanes esprimono
implicitamente un ordine ideale fondato sulla giustizia, che è precedente a ogni
rivelazione, e sulla natura, vale a dire sulle esigenze fondamentali della
ragione [...] È attaccata la Chiesa, specialmente per la sua oscura teologia,
per i suoi strani sacramenti, per le sue polemiche senza fine. "Vedo qui gente
che disputa senza fine sulla religione". [...] Intendiamo, cioè, che va bene
qualunque religione, purché vi si assolvano i propri doveri verso la società.
Voltaire (1694-1788), nelle sue Lettres philosophiques o Lettres sur les Anglais
(1734), illustra questa doppia direzione della philosophie. Philosophe lui
stesso, si fa scienziato, o più esattamente volgarizzatore scientifico. La
Lettera XII è un Elogio di Bacone, "il padre della filosofia sperimentale".
Nella Lettera XIII, Voltaire espone la filosofia di Locke, ch'egli pone al di
sopra della filosofia di Descartes: Locke ha avuto il merito di allontanarsi dai
sistemi metafisici per limitarsi all'esperienza. Le Lettere XIV-XVII sono
dedicate a Newton, al suo sistema dell'attrazione, alle sue scoperte nell'ottica
e nel calcolo infinitesimale. Ma queste Lettere sulla philosophie sono al tempo
stesso un inno alla libertà, di pensiero. La philosophie si oppone alla
religione. Voltaire [...] scrive con finta ingenuità: "Non si deve mai temere
che un'opinione philosophique possa nuocere alla religione di un paese. I nostri
misteri possono ben essere contrari alle nostre dimostrazioni, non per questo
sono meno riveriti dai nostri cristiani philosophes, i quali sanno che gli
oggetti della ragione e quelli della fede sono di diversa natura [...]".
Alla svolta del secolo, lo spirito di libero esame ha il sopravvento in tutti i
campi. Nessuna realtà resta al di là della sua portata. L'ordine costituito,
politico e sociale, è, se non messo in causa, passato almeno al vaglio della
critica. [...]
Nella seconda metà, del 18° secolo, il concetto di philosophie acquista un
valore più ampio. [...] Il philosophe è innanzitutto colui che assimila le
conoscenze scientifiche del suo tempo, e le fa progredire. Il campo della
conoscenza si allarga: la società e la storia, e non più la sola religione, sono
oggetto di riflessione razionale; il philosophe ci si applica. [...]
Lo spirito scientifico, che è caratterizzato dal primato della ragione e dal
metodo sperimentale, non appartiene solo alle scienze della natura. I
philosophes lo applicano allo studio dell'uomo e della società. La riflessione
philosophique è passata dal campo della religione a quello della storia e della
politica; essa tenta di definire una nuova morale. Le scienze sociali, prendendo
a modello le scienze naturali, costituiscono come il campo specifico della
philosophie.
Sino ad allora, la ragione era considerata dai credenti come una particella di
verità concessa ai mortali, come una scintilla divina. Essa delimita ora il suo
campo, respingendo ogni metafisica, dichiarandosi incapace di conoscere la
sostanza e l'essenza delle cose, incapace di elaborare dei sistemi. La ragione
giudica, confronta, si sforza di discernere la verità dall'errore. Invece di
partire da principi a priori, essa osserva, analizza, si tien ferma al reale.
Confrontando poi i diversi elementi che ha distinto, si sforza di scoprire i
loro legami e di stabilire delle leggi. La ragione si fonda sull'esperienza,
respingendo l'autorità e la tradizione: è ad esse contraria. La ragione ha un
carattere universale, è identica in tutti gli uomini. Dalla ragione soltanto
dipende la loro salvezza: "La ragione, secondo l'articolo Philosophe
dell'Encyclopédie, è nei riguardi del philosophe ciò che è la grazia nei
riguardi del cristiano".
Questa concezione della ragione che procede da Locke e dal suo Essay on Human
Understandings (1690), si ritrova durante tutto il secolo. In Voltaire, nelle
Lettres philosophiques, specialmente nella quindicesima Lettera, dove si afferma
il rifiuto di ogni metafisica ("Procedis huc et non ibis amplius"). Nel marchese
d'Argens, autore de La philosophie du bon sens (1737). In Deslandes, che nel
1741 pubblica De la certitude des connaissances humaines au Examen philosophique
des diverses prérogatives de la raison et de la foi: "la ragione è la potenza o
la facoltà. della nostra anima che per mezzo delle idee che ha delle cose, e
confrontandole assieme, discerne il vero dal falso e il certo dall'incerto,
quale che sia l'oggetto su cui ragioniamo". [...] Che la ragione non si applichi
soltanto alla conoscenza del mondo ma anche alla condotta umana, è affermato con
forza da D'Holbach, nel Discorso I de La politique rationnelle (1772): "La
ragione non è altro che la conoscenza, fornita dall'esperienza e dalla
riflessione, di quanto ci è utile o nocivo". [...]
La ragione illumina tutti gli uomini, è la luce o, più precisamente, non
trattandosi di un raggio solo ma di un fascio luminoso, i lumi [les lumières]. I
Cartesiani utilizzavano l'espressione luce naturale, contrapposta alla luce
rivelata. La parola, infatti, è stata prima usata nel senso teologico, poi in
quello metaforico. Secondo il Dictionnaire de l'Académie (1694), "Luce [lumière]
significa figuratamente intelligenza, chiarezza di spirito. Luce naturale...
significa. anche tutto ciò che illumina l'anima. La luce della fede. La luce del
Vangelo". Verso la metà del 18° secolo, la parola designa tanto un atteggiamento
intellettuale quanto l'epoca che adotta quell'atteggiamento. Così nel Tableau
philosophique de progrès de l'esprit humain (1750) di Turgot (1727-1781): "Ogni
ombra è infine dissipata; quale luce brilla da ogni parte! Quale folla di grandi
uomini in tutti i generi! Quale perfezione della ragione umana!". Così
nell'articolo Bramini dell'Encyclopédie: "... mai i centri delle tenebre sono
stati più rari e più ristretti di oggi; la philosophie si fa innanzi a passi da
gigante, e la luce l'accompagna e la segue". Così Voltaire in una lettera a
Helvétius del 26 giugno 1765: "Da dodici anni si è operata negli animi una
rivoluzione che è notevole... La luce si estende certamente da ogni lato". [...]
"secolo illuminato, scrive Grimm nel maggio 1762, è il nome che diamo al nostro
secolo...". Il 18° secolo è il secolo dei lumi.
La lotta religiosa continua. La philosophie trae argomento dallo sviluppo delle
scienze positive. I risultati ottenuti nel campo scientifico legittimano agli
occhi dei philosophes l'uso di un metodo sperimentale che esclude la spiegazione
con il ricorso alle cause finali" e si libera dall'autorità dei testi sacri. La
scienza deve liberarsi non solo dal giogo della scolastica, ma anche da ogni
considerazione metafisica. Le scienze della natura vengono a testimoniare contro
la rivelazione.
[...] I progressi della philosophie in questo campo sono tali che nel 1762
vengono fissati dal Dictionnaire de l'Académie nella definizione di philosophe:
è ripresa la definizione del 1694, ma precisata da un'aggiunta: philosophe... "l'uomo
che per spirito libertino si mette al di sopra dei doveri e degli obblighi della
vita civile e cristiana". [...]
Voltaire è il più acceso in questa lotta. Nel 1760, prende come motto Ecraser
l'infáme; l'infáme è la Chiesa. [...]
Negli anni sessanta i philosophes costituiscono, su questo piano della lotta
antireligiosa, un gruppo particolarmente combattivo. [...] Dirsi philosophe dopo
il 1760, significa, pur con numerose differenziazioni, aderire a una dottrina e
militare in un partito.
Attraverso la critica della religione rivelata sono rimesse in causa le basi
della, morale tradizionale. Il metodo scientifico, che ha avuto successo con le
scienze della natura, si applica anche alla morale. [...] Helvétius (1715-1771),
nel De l'esprit (1758), libro condannato e bruciato, applica questo metodo alla
morale: "Ho ritenuto che la morale doveva esser trattata come tutte le altre
scienze, e che si doveva costruire una morale come una fisica sperimentale".
D'Holbach (1723-1789) riprende questa stessa idea ne Le système de la nature
(1770) [...]: la morale in quanto scienza deve fondarsi non su "ipotesi la cui
realtà non può essere constatata dai nostri sensi", ma su di una conoscenza
esatta della legge naturale, e dunque dei fatti stessi.
Il philosophe vuole inoltre essere storico. Il 18° secolo ha avuto la passione
della storia; i philosophes vi ricercano fatti e argomenti in appoggio alle loro
controversie ed alle loro teorie. [...]
Montesquieu ha l'ambizione di stabilire le cause degli eventi storici. È questo
il tema delle Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de
leur décadence (1734) [...]. Conoscere le cause è possibile perché "gli
accidenti"' particolari" sono sempre inseriti nel "processo principale". "Non è
la Fortuna a dominare il mondo [...]... Ci sono delle cause generali che
agiscono in ogni monarchia, la innalzano, la conservano o la precipitano: tutti
gli accidenti sono sottomessi a queste cause; e se il caso di una battaglia,
ossia una causa particolare, ha mandato in rovina uno Stato, c'era una causa
generale che faceva si che quello Stato dovesse perire per una sola battaglia.
In una parola, il processo principale trascina con sé tutti gli accidenti
particolari" (cap. XVIII). [...]
Il philosophe non studia la storia solo per se stessa. [...] Non si tratta
soltanto di conoscere il mondo e la società, bisogna inoltre trasformarli. La
philosophie è anche una pratica politica e sociale. L'opera storica di
Montesquieu porta all'Esprit des lois (1748). La storia porta alla politica. Già
le Considérations contengono dei consigli sull'armonia dello Stato. [...] Come
nelle Considérations Montesquieu non è storico nell'esatto senso della parola ma
philosophe della storia, così nell'Esprit des lois non è né giurista, né
legislatore, ma philosophe del diritto e dei governi. "Non mi occupo affatto
delle leggi ma dello spirito delle leggi". Non per questo è meno chiaro il
pragmatismo dell'opera. Il philosophe è anche un politico, e la storia è come
l'arsenale del legislatore. [...] "La legge in generale è la ragione umana in
quanto governa tutti i popoli della terra; e le leggi politiche e civili di ogni
nazione non devono essere che in casi particolari in cui si applica questa
ragione umana. Devono a tal punto essere adatte al popolo per il quale sono
state fatte, che è proprio un puro caso se quelle di una nazione possono andar
bene per un'altra nazione. Devono riferirsi alla natura ed al principio del
governo costituito o che si vuol costituire... Devono essere relative ai
caratteri fisici del paese... Devono riferirsi al grado di libertà che la
costituzione può consentire" (libro I, cap. III).
L'opera storica, di Voltaire porta. al Dictionnaire philosophique (1764).
Voltaire, attraverso la descrizione delle civiltà passate, intende "illuminare"
il lettore; e giunge alla nozione della tolleranza, a quella di progresso. Così,
nell'articolo Governo del Dictionnaire philosophique, Voltaire passa da una
descrizione del governo inglese alla rivendicazione della libertà. "Ecco a cosa
è infine giunta la legislazione inglese: a ricollocare ogni uomo in tutti i
diritti della natura, diritti dei quali gli uomini sono privati in quasi tutte
le monarchie. Questi diritti sono: libertà completa della sua persona e dei suoi
beni; di parlare alla nazione con i suoi scritti; di poter essere giudicato in
materia criminale soltanto da una giuria formata di uomini indipendenti; di non
poter essere giudicato in nessun caso che secondo i precisi termini della legge".
Per Voltaire, la storia deve servire alla formazione sociale e politica
dell'honnête homme. [...]
"II vero philosophe dissoda i campi incolti, aumenta il numero degli aratri, e
di conseguenza degli abitanti; trova un'occupazione per il povero e lo
arricchisce, incoraggia i matrimoni, marita l'orfano, non brontola affatto
contro le imposte necessarie, e mette il coltivatore in grado di pagarle con
allegria. Non si aspetta nulla dagli uomini e fa loro tutto il bene di cui è
capace".
Il philosophe, dunque, non è affatto un pensatore chiuso nel suo studio: è un
philosophe impegnato. La vita, di Voltaire, quella di Diderot stanno li a
dimostrarlo. II philosophe è un combattente, utilizza tutte le armi, anche
quelle della polemica, dell'ironia, sempre sulla breccia, tattico avvezzo ad
ogni astuzia. Il patriarca di Ferney non disarmò mai. [...]
II philosophe vive in mezzo agli uomini. Non ha nulla di quei "philosophes
ordinari che meditano troppo o che piuttosto meditano male... essi fuggono gli
uomini e gli uomini li evitano". Il vero philosophe è pieno di "umanità". Il
testo ricorda le parole di Cremete nell'Heautontimorumenos di Terenzio: "Homo
sum, humani a me nihil alienum puto". Il philosophe riprende qui l'elemento
basilare dell'umanesimo: la fede e l'amore per l'umanità non sono giustificati
dal fatto che l'uomo è immagine di Dio, ma dal fatto che è uomo. [...]
All'ideale cristiano, al rifiuto di questo mondo, si contrappone un ideale di
felicità terrestre grazie ai beni della terra ed al commercio degli uomini. "Il
nostro philosophe non crede di essere in esilio in questo mondo; non crede di
essere in terra nemica; vuol godere da saggio amministratore dei beni che gli
offre la natura; vuol trovare piacere nei rapporti con gli altri; e per trovarne,
bisogna farne: cerca perciò di adattarsi a coloro con cui lo fanno vivere il
caso o la sua scelta; e trova al tempo stesso ciò che gli va bene: è un honnête
homme che vuol piacere e rendersi utile". [...]
Questo razionalismo, questo umanesimo non sono fuori del tempo, si situano nel
contesto ideologico del secolo dell'Illuminismo; in una situazione storica
concreta, la religione non è soltanto eliminata, ma è inoltre sostituita dalla
società civile, sola divinità cui rende omaggio il philosophe. "La società
civile è, per così dire, la sola divinità ch'egli riconosca sulla terra; egli la
incensa, la onora con la probità, con un'esatta attenzione ai suoi doveri, e con
un sincero desiderio di non esserne un membro inutile o imbarazzante". La
società oggetto di questo culto non è un'astrazione, un concetto ideale, ma una
realtà storica: la società delle honnêtes gens. [...]
Il philosophe si identifica insomma con l'honnête homme. Si manifesta così la
persistenza dei valori del 17° secolo, ma in un nuovo contesto ideologico. Il
philosophe non è l'autore di un sistema, non scrive trattati sulla natura delle
cose. [...] II philosophe così concepito appare come un modello, un ideale che
ci si sforza di raggiungere. Era stato così con l'uomo universale o con il
cortigiano del Rinascimento, con l' "honnête homme" del 17° secolo. Sarà così
con il gentleman del 19° secolo. L'honnête homme frequentava i salotti ove
regnava la buona creanza, ove si discuteva dei problemi del gusto e della
psicologia. Il philosophe frequenta i club, i caffè, dove si discute di scienza,
di morale, di politica, dove domina la pubblica opinione che, secondo quanto
scrive nel 1752 d'Argenson nel suo Journal, "governa il mondo". "La scienza
universale non è più alla portata dell'uomo, osserva Voltaire, ma le vere
persone colte si mettono in condizione di muoversi su questi diversi terreni,
anche se non possono coltivarli tutti".
(Da Voltaire a Diderot, ovvero "che cos'è un philosophe?", in Feudalesimo e
stato rivoluzionario, trad. it. di M. Leonardi, Guida, 1973)