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IL CACCIATORE DI PAROLE



Gheorghios Babiniotis, rettore dell’Università di Atene, linguista tra i più noti e stimati. La sua grammatica del neogreco ed i suoi dizionari sono usati dagli studenti e non solo. Gli abbiamo chiesto di parlarci della figura di Kazantzakis - di cui è ammiratore convinto - e di dare un giudizio sulla salute della lingua greca in questo periodo storico.

Professore, qual è l’eredità che ha lasciato nella lingua greca Nikos Kazantzakis?

Kazantzakis è stato uno dei grandi delle lettere greche ed ha lasciato una influenza molto vasta sia nel settore delle idee, sia nel settore della lingua, e direi principalmente una sensibilità per quanto riguarda il testo letterario. Per il contenuto ma anche per come decide di esprimersi. Kazantzakis era un “cacciatore di parole”. E’ noto che si recava nei bar, nei paesi, frequentava le persone, le compagnie, con un block notes dove appuntava le parole che sentiva.Erano spesso espressioni dialettali, cretesi e non solo. Era quindi un “cacciatore di parole” che in seguito venivano utilizzate nelle sue opere. Appare strano, a volte, il fatto che egli utilizzasse espressioni idiomatiche, ma tutto ciò deve essere visto in questi termini: attraverso la lingua del testo letterario, posso potenziare la forza espressiva di un popolo. Kazantzakis era convinto che dando risalto a determinate parole, avrebbe potuto far nascere delle emozioni nelle persone e spingerle ad usare questi termini. Anche se si trattava di espressioni dialettali. Era un seguace di Psicharis, era in qualche modo un “regolatore”, era a favore della “norma”, e intendo, per esempio, che anche nel suo uso della grammatica, troviamo espressioni poco usate. Lo sapeva, ma voleva presentare dei sostantivi che ubbidissero alle regole della lingua popolare, della demotica, come ci insegna anche Psicharis. E seguiva il grande maestro della demotica, anche quando prendeva delle parole e decideva di dargli risalto per farle entrare nel lessico usato dal popolo. Si tratta di un approccio linguistico soteriologico, basato su dei criteri puri. Mentre di solito lo scrittore non desidera usare parole “fastidiose”, che possano scontrarsi con le conoscenze e le abitudini del lettore, Kazantzakis aveva sia il coraggio sia il desiderio di infastidire, al fine di far “passare” elementi linguistici che pensava potessero arricchire il lessico. Credo che questo atteggiamento sia frutto, prima di tutto, del gran numero di idee che doveva esprimere. Kazantzakis. Era infatti, prima di tutto un intellettuale, con profonde conoscenze di filosofia, politica, storia, religioni. E’ l’intellettuale quindi ad esprimersi come un letterato, non è lo scrittore ad accostarsi al pensiero politico, o filosofico. L’elemento principale è quindi questa ricchezza di idee, di significati, questa continua ricerca, anche a livello esistenziale, che deve essere espressa. E la lingua serve per questa necessità. Il secondo elemento è costituito dal fatto che si sia voluto misurare con il testo irripetibile di Omero. Operazione che ha lasciato un segno indelebile, poiché quando devi passare attraverso un testo simile e tradurre, anche se usi come tramite la traduzione francese, ti devi di nuovo misurare con la lingua, devi cercare, plasmare, e non a caso è un plasmatore di parole. Ha bisogno di queste parole, per misurarsi anche con il testo omerico, per il quale raccoglieva anche le varie espressioni di cui abbiamo parlato prima. Si tratta di questa ansia di esprimersi, quell’ansia della parola, dove ëüãïò ha il doppio significato del pensiero razionale e dell’ espressione.

Riguardo al contenuto delle sue opere che tante reazioni avevano suscitato nella chiesa, pensa che nella Grecia di oggi, l’atteggiamento sarebbe simile o profondamente diverso?

La realtà di oggi è profondamente diversa, matura, pronta ad accettare tutto ciò che Kazantzakis aveva colto in modo assolutamente originale. Essendo anche un suo profondo ammiratore, penso che avesse la forza del pensiero e la capacità di andare molto oltre il suo tempo, sia sul piano delle idee che della lingua, dicendo cose che all’epoca potevano non venire accettate, ma che oggi, non creerebbero sicuramente scandalo. O che comunque verrebbero considerate delle opinioni degne di rispetto e non porterebbero in nessun caso a ciò che è successo all’ epoca: dalla sua scomunica, fino alla reazione di gran parte dei benpensanti. Non solo di fanatici ortodossi, ma anche di molti intellettuali. Tutto ciò oggi non accadrebbe.

Kazantzakis scrive molto dei suoi viaggi, anche di altre realtà religiose e culturali, come ad - esempio, l’opera su San Francesco. Lo possiamo definire uno scrittore europeo, uno scrittore che non si rivolge solo alla Grecia ma che possiede un respiro molto più vasto?

Kazantzakis si pone al di fuori dei confini della Grecia, pur essendo totalmente greco, poiché è interessato alla persona, al pensiero, alle sensibilità, ai valori, al dubbio, ovunque essi si trovino. In particolare all’interno dell’Europa, ma anche in Asia. Parliamo di un autore ecumenico per eccellenza. E non è casuale che venga letto e tradotto in tante lingue: è aperto al pensiero ed alla ricerca, riguardo a tutto ciò che ha a che fare con l’uomo, con le sue problematiche, con la fede. E’ il grande maestro della letteratura di viaggio. Ti prende per mano e ti porta a Londra, a Tokio o a Roma, mostrandoti cose che non potresti mai scoprire andandoci da solo, e neanche essendo accompagnato da abitanti del posto. E’ dotato di una straordinaria capacità di vedere “attraverso la realtà”. Non è mai rimasto al livello della superficie, è sempre andato oltre l’apparenza delle persone ed oltre il momento presente, per ciò che riguarda la sfera temporale. Leggendo e rileggendo i suoi romanzi, la sua autobiografia, le sue memorie di viaggio, si scoprono continuamente nuovi “mondi”. Riesce a fare quello che sta alla base della letteratura: come autore, osserva il mondo da una nuova angolazione, in modo rivelatore e assolutamente originale. E’ indicativo il caso di Zorba: un uomo normale, che rivela continuamente nuove realtà al suo interlocutore sapiente ed acculturato. E quello che gli rivela, in ultima analisi, è la sostanza della vita. Si tratta di una ricerca della sostanza, cosa per niente facile, dal momento che è quello che si propone anche la filosofia, da Platone ad oggi. Kazantzakis ci dice che ogni uomo, anche nelle cose apparentemente più semplici, può ritrovare la sostanza, può trovare il senso. Si tratta di una forte lezione per gli uomini. «La buona letteratura ha una funzione liberatoria», si dice di solito. Ma questo è valido solo se lo scrittore è in grado di farti comprendere come riuscire a vedere la realtà in modo nuovo, per arricchirti e farti quindi giungere davvero alla liberazione dell’anima.

Come lettore e letterato, quale opera e personaggio di Kazantzakis ama di più?

E’ difficile dare una risposta. Mi ha attratto molto la sua autobiografia. Penso si tratti di un esempio di come si possa presentare la propria vita contemporaneamente in modo critico e rivelatorio. Mentre di solito le autobiografie sono molto scarne, Kazantzakis riesce anche qui a sorprenderci. Dal momento in cui prende in mano la penna per scrivere, riesce subito a trovare la necessaria energia per disvelare, piuttosto che per raccontare. Il racconto è una ripetizione,una riproposizione di ciò che è già accaduto. Lui usa il racconto come un mezzo, ma, anche nelle cose più semplici, riesce ad andare oltre, arrivando a rivelare nuove realtà e nuove caratteristiche. E’ questo suo “andare oltre i limiti della narrazione” a conferirgli valore mondiale, a renderlo diacronico. Quando oggi rileggo alcune sue opere, scopro che mi offrono sempre stimoli nuovi, per riflessioni inedite e mai ripetitive. E questa è la migliore garanzia di immortalità per le opere letterarie. Gli autori di queste opere, autori come Kazantzakis, riescono a parlare a tutti, non solo a una determinata categoria di persone. E’ come se ci fosse una sorta di alleanza tra autore e lettore: il primo disvela, il secondo scopre, intuisce, riesamina e modifica le sue conoscenze e le sue convinzioni. Anche il suo libro su “Zorba” è un’opera di primaria importanza, e non per il fatto che sia stata fatta la sua riduzione cinematografica, ed ovviamente “Cristo di nuovo in croce”. Ma in tutte le sue opere, più in generale, la grandezza dell’intuizione letteraria si sposa con l’intensità della forma. Anche se a volte, nelle parole che predilige, usa delle terminazioni originali, particolari, questo non inficia minimamente il valore delle sue scelte. La sua forza, la sua energia, il suo vigore, rimangono intatti, non soccombono sotto la pressione della morfologia. Nella glottologia si dice che si può raggiungere un buon uso della lingua, se ci si è dedicati a buone letture e se si è avuta la fortuna di sentir parlare delle persone in grado di esprimersi in modo ricco e corretto. Kazantzakis annovera nelle sue letture tutta la letteratura europea e la filosofia antica e contemporanea. Per quanto riguarda i suoi “áêïýóìáôá”, ciò che ha sentito attraverso la comunicazione orale, si parte dai piccoli villaggi della Grecia, per arrivare ai filosofi ed ai dotti. Non a caso il grande politico greco Eleftherios Venizèlos ha voluto Kazantzakis accanto a sé, affidandogli molti incarichi di rilievo. Aveva compreso la sua capacità espressiva, la sua grande forza nell’indagare e nello scoprire.

Una domanda che non riguarda direttamente quest’autore: il greco è una lingua con delle particolarità. Una lingua non neolatina, con alcune espressioni che provengono dalla lingua “dotta”, che fino a pochi decenni fa è stata la lingua insegnata nelle scuole. Oggi la demotica, lingua popolare, è pienamente padrona del campo, aumentano le traduzioni di autori greci all’estero, la Grecia è stata il paese ospite al Festival del libro di Torino ed ha ricevuto critiche molto positive. Lei, da linguista, è ottimista sul futuro di questa lingua che riesce a rigenerarsi da millenni senza mai perdere il contatto con il passato?

La cultura greca, che racchiude anche la parola êÜëëïò, bellezza, consta di due elementi. Uno, molto forte, è la tradizione. Anche quando non lo ricerchi, ti accorgi di venire influenzato da una cultura che è data, che fa da sostrato. Una cultura che si ritrova anche nella realtà neoellenica. C’è quindi un contenuto che ci portiamo nei nostri “geni culturali”, che dipende da ciò che abbiamo sentito, letto, dalla realtà che ci circonda. Nessuno scrittore inizia da zero, c’e un’influenza sociale, letteraria, antropologica, ecc. Il secondo elemento, è costituito da un continuo contatto con l’Europa ed il resto del mondo. Gli scrittori greci contemporanei, trattano temi che in gran parte, potremmo ritrovare anche in un italiano, o anche in un inglese. Per ciò che riguarda la lingua, abbiamo un percorso di millenni, che si riversa nella sua espressività e nei concetti che è in grado di proporre. Una gamma molto vasta. Gli scrittori che ne approfittano, si ritrovano con un registro linguistico molto potente e riescono a comunicare con grande efficacia. Questo vale sia per la prosa
che per la poesia, anche se a parer mio, abbiamo una tradizione più forte nel campo della poesia. Siamo un popolo che si esprime molto sul piano esistenziale, superando la realtà per arrivare, come diceva Elitis, alla «seconda realtà»: il mondo del sogno, della creazione fantastica, del sentimento. Una modalità creativa molto presente nel mediterraneo e sicuramente in Grecia. La lingua, in questi casi, «vola» come diceva Seferis, non si limita a procedere camminando. E in questo campo la poesia è più adatta del pensiero razionale. Kazantzakis, per ritornare alle riflessioni fatte, riusciva appunto a coniugare le due dimensioni e a riportarle nella prosa. Per quando riguarda le nostre due tradizioni linguistiche, parlerei di due correnti, due corsi d’acqua: la corrente dotta (principalmente scritta) e quella della lingua parlata, della comunicazione orale. Due correnti accettate dai greci, fino al 1.800, quando nasce la cosiddetta “questione linguistica”. Ci si chiede quale “lingua” debba avere la meglio, la (dotta) o la (popolare). Queste due realtà, secondo me, sono una “benedizione”. Hai sempre due possibilità, due registri,molte alternative. E’ stata una maledizione, per coloro che hanno voluto mettere una contro l’altra, con la logica dell’esclusione, dell’ “o questo o quello”. Ma la lingua, da sola, è riuscita a superare anche questi problemi. Le due correnti si sono avvicinate, e ormai da quasi trent’anni, la demotica è lingua ufficiale in Grecia. Per quanto riguarda il presente, infine, i problemi della lingua sono collegati alla qualità dell’istruzione. Quanto più sei colto, sensibile, attento alla realtà che ti circonda, tanto più riesci a usare la lingua in modo efficace e creativo. E questo, ovviamente non vale solo per il greco… Amare la lingua vuol dire saperne apprezzare e “sfruttare” tutte le sue sfumature, nei significati dei vari termini… In greco, ad esempio, ci sono tre termini collegati al concetto di forza. Siamo tutti capaci di usarli in modo appropriato? Il problema, però, ripeto, non riguarda la lingua, non si tratta di uno scontro ideologico… E’ direttamente collegato all’istruzione che si offre, al bagaglio culturale che ognuno cerca di costruirsi, ed a quanto siamo in grado di sensibilizzare i giovani, affinché stiano attenti alla qualità della lingua che usano...