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GIAMBATTISTA BASILE
(Napoli 1575 - Giugliano 1632)


 
Autore della raccolta di novelle popolari Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de li peccerille, detta anche Pentamerone (pubblicata postuma, 1634-36), cinquanta racconti di fiabe popolari, rielaborate da espertissimo letterato e ricche di bisticci scherzosi ed impensate metafore barocche.

Giambattista Basile è stato un letterato e scrittore italiano di epoca barocca, primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare. Fu detto anche il Boccaccio napoletano.

Da giovane fu soldato mercenario al servizio della Repubblica della Serenissima, spostandosi tra Venezia e Candia, l'odierna Creta.

In questo periodo, l'ambiente della colonia veneta dell'isola gli permise di frequentare una società letteraria, l'Accademia degli Stravaganti.

I primi documenti della sua produzione letteraria pervenutici sono del 1604 e sono costituti da alcune lettere scritte come sorta di prefazione alla Vaiasseide dell'amico e letterato napoletano Giulio Cesare Cortese.

L'anno seguente viene messa in musica la sua villanella Smorza crudel amore.

Rientrato a Napoli nel 1608, pubblica il suo poemetto Il Pianto della Vergine.

Nel 1611 prese servizio alla corte di Luigi Carafa, principe di Stigliano al quale dedicò un testo teatrale, Le avventurose disavventure e successivamente seguì la sorella Adriana, celebre cantante dell'epoca alla corte di Vincenzo Gonzaga a Mantova, entrando a far parte della Accademia degli Oziosi. Curò fra l'altro la prima edizione delle rime di Galeazzo di Tarsia.

Nella città lombarda fece stampare madrigali, dedicati alla sorella e odi e, nel 1613 le Egloghe amorose e lugubri, seconda edizione riveduta ed ampliata de Il Pianto della Vergine ed il dramma in cinque atti La Venere addolorata.

Tornato a Napoli, fu governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali.

Nel 1618 uscì L'Aretusa, un idillio dedicato al principe Caracciolo di Avellino e l'anno seguente un testo teatrale in cinque atti Il Guerriero amante.

Morì nel 1632.

In Italia, elaborazioni letterarie di materiale fiabesco si ebbero fin dal Rinascimento con G. Straparola (Le piacevoli notti, 1550-53), nell'età barocca con G. Basile (Lo cunto de li cunti, 1634-36) e alle soglie del Romanticismo con C. Gozzi, che oppose le sue f. teatrali all'asserito "tritume" realistico di C. Goldoni. Una raccolta sistematica di f. popolari s'iniziò solo alla fine del 19° sec., con netto ritardo sugli altri paesi europei, ad opera di letterati e folcloristi come V. Imbriani, A. De Gubernatis, D. Comparetti, G. Pitré, J. Visentini, ecc., che seguirono criteri e metodi tra loro alquanto diversi. Rielaborazioni delle fiabe nel campo della letteratura per bambini si debbono a L. Capuana (C'era una volta ..., 1882), a G. Gozzano (La principessa si sposa. Fiabe, 1917) e, in tempi più recenti, a I. Calvino, che in Fiabe italiane (1956) raccolse 200 tra le fiabe più rappresentative del folklore italiano.
 
Lo Cunto de li Cunti
Raccolta di novelle di Giambattista Basile

Pubblicata postuma con l'anagramma di Gian Alesio Abbatutis, l'opera ebbe anche il sottotitolo di
Pentameròn o
Lo trattenemiento de peccerille; è in dialetto napoletano, con inserite quattro egloghe, che sono altrettante satire: La coppella (gli uomini sono in realtà diversi da quel che paiono), La tenta (sferza l'ipocrisia), La vorpara (condanna l'avidità di guadagno), La stufa (le noie dei piaceri umani). Si racconta la storia di Zoza, principessa melanconica, che non ride mai: un giorno vede da una finestra un ragazzo litigare con una vecchia; questa fa a un certo momento un gesto così volgare e osceno, che la stessa Zoza si mette a ridere. La vecchia allora la maledice e le dice che non avrà più pace fino a che non sposerà il principe di Camporotondo; così la principessa si mette in viaggio con tre oggetti incantati e finalmente trova il principe, che è in catalessi, dentro una tomba con accanto un'anfora: solo se l'anfora si riempirà di lacrime, Zoza potrà svegliare il principe; ma a metà dell'opera Zoza si addormenta. Ne approfitta una schiava, che colma il vaso di lacrime: il principe si sveglia e la sposa. Grande è la disperazione di Zoza, la quale con l'aiuto di uno degli oggetti incantati riesce a infondere nella moglie del principe un incontenibile desiderio di sentire raccontare favole; vengono invitate alcune vecchie narratrici; l'ultimo giorno si presenta anche Zoza, la quale rivela la vera storia e riesce così a sposare il principe. Cinque sono le giornate delle favolatrici, ciascuna composta di dieci novelle. Considerata dai fratelli Grimm una bella raccolta di favole, il Pentameròn è la vera espressione della voce del popolo.

Si ispira evidentemente alla raccolta di novelle (Decameron) di Boccaccio, ma con alcune differenze: le giornate sono la metà (5 anziché 10) e ridotto alla metà è anche il numero delle novelle (50 anziché 100, tra cui 49 raccontate dalle narratrici più 1 che fa da cornice alla storia); i narratori sono dieci vecchiette caratterizzate da difetti fisici (Zeza è sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, ecc.).

Più che novelle, le storie narrate da Basile sono fiabe tratte in genere dalla tradizione popolare, che l'autore trasforma però in prodotti letterari, con l'uso di un dialetto più colto di quello effettivamente parlato e con l'inserimento di notazioni ironiche e commenti moralistici.

Infine la scelta di scrivere in lingua napoletana corrisponde alla tendenza propria dell'età barocca di sperimentare nuovi e più attuali modi espressivi.



Basile: La Gatta Cenerentola