Benedetto Croce. Ecco le carte sul cristianesimo
In occasione della donazione all’Istituto Croce di Napoli del manoscritto
autografo del saggio Perché non possiamo non dirci cristiani, scritto da
Benedetto Croce nell’agosto del 1942, Nello Ajello ripercorre la tesi di fondo
del saggio e il contesto storico in cui è nato. Secondo Ajello l’obbiettivo
polemico del saggio è il neo-paganesimo germanico a cui si ispira il nazismo,
che nel 1942 domina l’intera Europa. A questa «barbarica violenza dell’orda»
Croce opporrebbe «la più grande rivoluzione» compiuta dall’umanità: il
cristianesimo. Croce non rinuncia al suo storicismo laico in favore della
religione e della Chiesa cristiana, bensì riconosce l’identità del Dio cristiano
con lo Spirito della filosofia idealista.
Tutto comincia con un’annotazione di Benedetto Croce nei suoi Taccuini di lavoro.
«Risvegliatomi dopo la mezzanotte», scrive il filosofo in data 16 agosto 1942,
«non ho potuto riaddormentarmi presto, e non ho trovato di meglio da fare che
venire meditando sul punto: “Perché non possiamo non chiamarci cristiani?”. La
mattina ho tracciato il disegno del piccolo scritto sull’argomento». Ancora, 26
agosto: «Per scuotere la malinconia ho meditato e scritto il saggio sul perché
non possiamo non chiamarci cristiani». 27 agosto: «Copiato e corretto il saggio
composto ieri». Nei giorni successivi, altre note del filosofo, relative alla
rilettura del breve trattato e alla sua revisione dopo che sua figlia Elena l’ha
battuto a macchina.
Ecco l’origine di quel saggio, intitolato appunto Perché non possiamo non dirci
cristiani, che da sessantacinque anni viene spesso citato, se non altro come
titolo, mescolandosi alle polemiche correnti su Stato e Chiesa, fede e ragione e
animando i dibattiti fra razionalisti, «teocon» e «laici devoti». Ed ecco che in
questi giorni quel «piccolo scritto» conosce un momento di attualità. È infatti
venuta alla luce la prima stesura che il filosofo ne fece in quella lontana
estate di guerra: tredici cartelle coperte dalla sua scrittura minuta e a tratti
difficile da decifrare. Il manoscritto era stato conservato per decenni da
Giovanni Ferrara, storico dell’antichità e giornalista, al quale l’aveva
regalato nel 1953 Nina Ruffini, un’intellettuale di illustre famiglia liberale,
redattrice a suo tempo del settimanale “Il Mondo”: la prima provenienza
dell’autografo era, ovviamente, lo stesso Croce. Tra le carte di Ferrara - che è
scomparso lo scorso febbraio - c’erano, oltre al manoscritto, anche una copia a
macchina e le prime bozze del testo, che sarebbe uscito sulla Critica nel
novembre del 1942 [...].
L’autografo, il dattiloscritto e le bozze, custoditi da Ferrara, portano
minuziose correzioni d’autore. Il tutto viene consegnato oggi da Sandra Bonsanti,
la compagna dello storico, all’Istituto Croce di Napoli, in omaggio a una
precisa volontà dello stesso Ferrara. La cerimonia si svolge insieme alla
presentazione del volume postumo di Ferrara, Il fratello comunista (Garzanti)
nella sede dell’Istituto, ad opera del suo direttore Gennaro Sasso. È
un’occasione per ridare uno sguardo a quell’intervento di Croce, che non molti -
s’immagina - hanno davvero letto. Partiamo dal contesto storico in cui il saggio
s’inquadrava. Non a caso il filosofo accennava, nei Taccuini, alla propria «malinconia».
In quell’estate del 1942 si avvertiva nel nostro paese, alleato in guerra della
Germania hitleriana, l’inizio della catastrofe. Ma l’Europa era ancora in gran
parte occupata dalle truppe del Terzo Reich, la cui ideologia si poneva agli
antipodi di quella «religione della libertà» della quale Croce era il simbolo
vivente. È perciò che egli - resistendo al «sospetto di pia unzione e di
ipocrisia» che può suscitare il «rivendicare a se stessi il nome di cristiani» -
non esita a farlo. Ritiene infatti suo dovere schierarsi contro il nuovo «paganesimo»,
che sembra riallacciarsi (così scrive, altrove, in quegli stessi mesi) a un’era
«anteriore alla civiltà», cioè alla «barbarica violenza dell’orda»». Un
paganesimo che ha travolto «la grande tradizione filosofica» della Germania.
Il tono del saggio - composto per confutare le tesi espresse dal matematico e
filosofo Bertrand Russell nel suo Perché non possiamo dirci cristiani - è
teorico. Ciò non toglie che il suo bersaglio risulti tangibile: è il «Vodan
germanico», al quale si ispira la dottrina del nazismo, con i suoi truci
corollari di conquista militare. Perciò, proprio in opposizione a questa
ideologia regressiva, foriera di distruzione ideale e di catastrofi materiali,
spicca fin dalle prime righe dello scritto il richiamo al cristianesimo, come
alla «più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta». Di tutte le
altre, precedenti o successive, e di tutte «le maggiori scoperte che segnano
epoche nella storia umana», nessuna regge al confronto. La religione cristiana,
incalza Croce, è il terreno sul quale si sviluppa la cultura moderna, sia essa
rappresentata dagli «uomini dell’umanesimo e del Rinascimento» o dai «severi
fondatori della scienza fisico-matematica della natura», dagli «illuministi
della ragione trionfante» o «dagli assertori della religione naturale» e «della
tolleranza», dai «pratici rivoluzionari, che dalla Francia estesero la loro
efficacia nell’Europa tutta» o dai filosofi - Vico e Kant, Fichte ed Hegel - che
diedero «forma critica e speculativa all’idea dello Spirito». Viene insomma, da
parte d’un laico, la conferma che il cristianesimo «operò nel centro dell’anima,
nella coscienza morale».
Ciò non significa che quel pensatore si sottometta alla religione o, meno che
mai, che rinneghi il proprio storicismo. Egli trova naturale che, diventando
chiesa, quella rivoluzione cristiana sembri essere «caduta» dall’altezza
spirituale delle origini. Né può sfuggirgli che «la chiesa di Roma», per
proteggere «l’assetto che aveva dato ai suoi dogmi nel concilio di Trento»
finisse col «condannare», insieme ai filosofi appena nominati, «tutta quanta
l’età moderna», senza però «essere in grado di contrapporre» alla «cultura del
laicato» una sua propria «cultura e civiltà». Fra i rimproveri che l’autore
rivolge al magistero ecclesiastico è il fatto di negare che «vi siano cristiani
fuori da ogni chiesa, non meno genuini di quelli che vi son dentro, e tanto più
intensamente cristiani perché liberi».
Tuttavia, dichiara, noi «dobbiamo confermare l’uso di quel nome» - cristiani - «che
la storia ci dimostra legittimo e necessario». E qui c’è un accenno commosso
alle attuali (1942) traversie del mondo. «Serbare e riaccendere e alimentare il
sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente bisogno, oggi più che mai
acuto e tormentoso, tra dolore e speranza». Non è necessario, in sostanza,
sottomettersi alla chiesa costituita per dichiarare che «il Dio cristiano è
anche il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito».
[...] È una lettura difficile, quella del celebre saggio? Non risulta. Il suo
titolo orecchiabile - Perché non possiamo non dirci cristiani - ne ha fatto un
luogo comune che si può visitare a piacere. Ma il confronto diretto con quelle
nove pagine a stampa risparmierebbe almeno qualche sproposito ai dibattenti che,
appena possibile, le coinvolgono nei loro litigi. Gli esempi sono a portata di
mano. In quest’epoca di presunta scomparsa delle ideologie, ogni minima
occasione - ha notato anni fa Gianni Baget Bozzo - suscita un «tifo calcistico
per l’adesione a Dio». E allora è fatale richiamare in campo Benedetto Croce con
in mano quel suo saggio. Lo si vede spuntare ogni qual volta un atto o una
dichiarazione del premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero scuote la
coscienza di qualche intellettuale in odore di teologia o, appunto, di qualche
«neo-convertito». Lo si è rivisto affacciarsi, il vecchio filosofo, in occasione
della disputa a favore e contro l’Unione europea che non ha inserito nella
propria Costituzione un accenno alle origini cristiane del Continente. [...]
Ogni guerra - e tanto più una piccola guerra finta come questa - può contemplare
una tregua o una moratoria. Che sia il caso di appellarsi all’Onu?