
EDUCAZIONE
I bambini imparavano a leggere usando come abbecedario il Salterio; questa
forma di istruzione elementare era facilmente fruibile in tutto il
territorio dell'Impero. Per chi avesse voluto ricevere anche un'istruzione
di tipo secondario, la soluzione era una sola: andare a Costantinopoli
(istituti analoghi non esistevano nemmeno a Tessalonica o a Nicea). Là si
poteva scegliere fra scuole gestite da religiosi (le più diffuse) oppure
da privati (in alcuni casi patrocinate dall'Imperatore, in altri guardate
più o meno con sospetto). Il maestro si limitava ad insegnare agli allievi
più grandi, i quali a loro volta trasmettevano le nozioni ai loro compagni
più piccoli. Le materie di studio erano le stesse del mondo greco-romano,
basate principalmente sulla retorica, sulla quale era imperniata tutta una
serie di esercizi, in ordine crescente di difficoltà, che venivano
assegnati agli scolari. Si partiva con la composizione di una favola sugli
animali, proseguendo con il racconto (diegema) e la massima pregnante
(chreia), ovvero un aneddoto contenente una morale, seguivano il detto
gnomico (gnome), la confutazione (anaskeue) o la confermazione (kataskeue)
di una data tesi, il luogo comune (koinos topos), la lode (enkomion), la
comparazione (syncrisis), lo "schizzo di carattere" (ethopoiea), la
descrizione (ekphrasis), la discussione di un tema generale (thesis) e,
per finire, la proposta di una legge o di un provvedimento (nomou
eisphora). Inoltre, nell'XI secolo si diffuse un nuovo tipo di esercizio,
la "schedografia": lo stile di un autore (generalmente antico) doveva
essere imitato alla perfezione riproducendo tutte le più minute
particolarità. In alcuni casi schedografie particolarmente riuscite erano
studiate al posto degli originali. Tra i tantissimi che si cimentarono in
questo genere dobbiamo ricordare Michele Psello.
CULTURA
Il primo dei fattori da tener presente per la comprensione della cultura
bizantina è l'altissimo costo dei libri. Fatti i debiti paragoni, un Nuovo
Testamento (il testo più economico) costava poco più di due milioni di
lire italiane, ed un codice di Platone una quindicina di milioni. Da ciò
risulta che erano in pochissimi a potersi permettere il lusso di un
codice, e che le biblioteche venivano tramandate di generazione in
generazione come tesori. Il secondo è la forte predominanza dei testi
religiosi rispetto a quelli profani. Nel 1059 il gentiluomo cappadoce
Eustazio Boilas lasciò in eredità una biblioteca costituita da circa 80
volumi, nella quale quelli di argomento religioso (testi sacri, liturgici,
agiografici, patristici, di diritto canonico) erano 68; quelli secolari
erano rappresentati da una raccolta di leggi, un libro di sogni, un Esopo,
un Giorgio di Pisidia, un "romanzo di Alessandro", un Achille Tazio, una
grammatica ed un testo di "Persica". Le attività culturali vennero
favorite specialmente sotto gli Imperatori Leone VI il Filosofo e
Costantino VII. Il primo organizzò all'interno del Palazzo Magnaura una
vera e propria università, con quattro materie di insegnamento:
astronomia, geometria, grammatica e filosofia (il cui "professore" era lo
stesso Leone). Questa università cessò di esistere verso la fine del X
secolo; al tempo di Costantino IX Monomaco venne fondata un'altra scuola
pubblica, con due sole cattedre: diritto (il cui insegnante era il
"nomophylax" Giovanni Xifilino) e filosofia (i cui corsi erano
naturalmente tenuti da Psello, che pretese anche il titolo di "console dei
filosofi"). I due "professori" ricevevano annualmente quattro libbre
d'oro, un vestito di seta e beni in natura. Veniva coltivata anche la
matematica. Leone il Matematico, metropolita di Tessalonica, fu il primo
ad usare le lettere come simboli algebrici (IX secolo); a partire dal XII
secolo si cominciarono ad usare le cifre arabe, che poi Leonardo Pisano
apprese da "saggi" bizantini.
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