BISANZIO

I PERIODI DELLA LETTERATURA BIZANTINA

La letteratura bizantina rispecchia e accompagna, in tutto il suo svolgimento, la vita dell'impero di Bizanzio e ne illustra la civiltà: una civiltà che ha il suo centro, come si è detto, nella capitale e gravita essenzialmente intorno a Santa Sofia e al palazzo imperiale, l'una e l'altro legati da un vincolo indissolubile: l'imperatore, rappresentante unico del Cristo in terra, è il custode riconosciuto della fede ortodossa, su cui si basa l'ordinamento stesso dell'impero; il patriarca è il vescovo di Costantinopoli, cui dànno maggior prestigio sugli altri vescovi orientali la sede imperiale e l'investitura del « basileus » alla presenza di tutta la corte.
Condizionato tutto dalla vita religiosa, il mondo bizantino risolve nell'ortodossia anche i problemi politici. Non stupisca quindi che in una storia della letteratura bizantina gli scritti teologici abbian la parte del leone. Discussioni teologiche, polemiche dogmatiche, movimenti ereticali quasi sempre a Bizanzio velano rivalità politiche, risentimenti o separatismi nazionalistici, lotte contro nemici esterni o per il potere o dí classe, opposizione o rivalità con l'Occidente. Ed è grave perdita che la maggior parte degli scritti ereticali, da quelli di Ario a quelli di Barlaam, siano stati condannati al rogo e che solo un'eco di essi ci giunga attraverso le confutazioni dei loro avversari. Alla letteratura teologico-polemica si accompagnano scritti esegetici sui testi sacri, interpretazioni di riti, trattati mistici, destinati sempre a un pubblico colto; mentre a un livello piú basso, per le masse estranee all'alta cultura, fioriscono scritti ascetici, inni religiosi, vite di santi e racconti edificanti.
La letteratura storiografica, anch'essa copiosa, guarda all'altro polo del mondo bizantino, alla corte imperiale: letteratura aulica quindi, il cuí compito è di esaltare le alte imprese del sovrano e farle conoscere ai sudditi. Anche la storiografiasi esprime in due filoni ben distinti: uno diretto al lettore colto e aristocratico, coltivato da uomini di alta cultura, vicini alla corte, sul modello della storiografia classica; l'altro destinato ad uso e consumo delle masse e costituito da croniche popolari scritte generalmente da monaci semidotti, prive spesso di ogni critica e ricche di errori.
Questi i due poli essenziali attorno a cui gravita quasi tutta la letteratura bizantina. Altre manifestazioni sono a queste collegate o sono secondarie o appaiono solo nell'ultimo periodo, quando quasi un fiotto di sangue nuovo sembra rinnovare, prima della fine, la tradizione bizantina.

La letteratura bizantina si può dividere in quattro periodi principali, ciascuno dei quali presenta caratteristiche ben precise e individuate e riflette un particolare momento dell'evoluzione dello Stato e della società di Bizanzio.

Il primo periodo va dal IV secolo alla metà del VII, cioè dalla fondazione di Costantinopoli (330) alla morte dell'imperatore Eraclio. E quello che si può chiamare « protobizantino ». In questo periodo il latino ha ancora una certa diffusione e convive col greco. L'insegnamento nell'Università della capitale è impartito in entrambe le lingue; la codificazione legislativa di Giustiniano viene espressa in latino, considerato ancora artificiosamente come lingua ufficiale nazionale. Ma la lingua della letteratura, sia nella sfera della teologia, della mistica religiosa e dell'innografia, sia nel campo della produzione profana è essenzialmente il greco.
E questo il periodo in cui si delineano i caratteri della letteratura bizantina, ma ancora si mantengono stretti i legami con la civiltà ellenistica. La cultura mantiene ancora il carattere policentrico dell'età ellenistica: Alessandria, Antiochia, le due Cesaree di Palestina e di Cappadocia, Gaza, Atene, Berito sono sedi importanti dí scuole dove la cultura pagana dà la sua impronta a quella cristiana e nella forma e nel pensiero. Alla fine di questo periodo, Bizanzio con la sua Università imperiale diventa l'unico centro politico e culturale di un impero che aveva ristretto anche la sua estensione per le perdite subite in conseguenza dell'invasione araba e che pone sempre piú a suo fondamento l'ortodossia come succedanea al concetto di nazionalità. « Basileia » e « Ecclesia » monopolizzano gli interessi della cultura. Il dogma cristiano con l'attività dei Padri della Chiesa e con i canoni conciliari ha acquistato la sua forma definitiva, mentre la teologia ha assorbito dalla cultura ellenistica tutto quanto non era inconciliabile con la nuova fede. E intanto il mondo monastico aveva creato una letteratura che si manteneva lontana dalla tradizione classica e accettava anche la lingua comune. La Vita di sant'Antonio di Atanasio stabilisce il modello di un genere, l'agiografia, che vivrà a lungo per celebrare la vita e i miracoli di asceti e di monaci. All'agiografia si accompagna la letteratura ascetica ed edificante, in cui penetra con Evagrio Pontico il misticismo platonizzante.

La storiografia si esprime nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea e dei suoi continuatori, mentre ininterrotta prosegue la tradizione classica fino a Procopio, Agatia, Menandro, Teofilatto Simocatta. Con Malala intanto nasce la prima cronica universale a carattere popolare.

La poesia religiosa, dopo aver calcato i modelli classici con Gregorio di Nazianzo e Sinesio, trova una forma nuova poetico-musicale di origine sira nel « contacio » ed ha la sua piú alta espressione ín Romano il Melodo e nell'« inno acàtisto ». Con Giorgio di Pisidia (VII secolo) la poesia profana si stacca dal modello nonniano, e il trimetro giambico, trasformato in dodecasillabo, sostituisce l'esametro nel panegirico epico, ed anche il distico nell'epigramma.

Il secondo periodo si estende dalla metà del VII secolo alla prima metà del IX, cioè dalla morte di Eraclio fino alla restaurazione dell'ortodossia, dopo la crisi iconoclastica (843). È un periodo di forte abbassamento del livello culturale, l'epoca più oscura della cultura bizantina. Lo Stato nella lotta per l'esistenza contro i nemici esterni trasforma la sua struttura: dal regime dioclezianeo-costantiniano fondato sulla distinzione tra amministrazione civile e amministrazione militare, si passa al regime dei « temi », basato su una riorganizzazione amministrativa a carattere essenzialmente militare, più adatta alla difesa dei confini minacciati. Alle lotte continue per la sopravvivenza, si aggiunge la crisi iconoclastica a rendere difficile la vita della cultura. La povertà culturale di questo periodo è inoltre aggravata dalla distruzione della letteratura iconoclastica da parte degli antagonisti vittoriosi. Di opere teologiche non ci restano che quelle in difesa dell'ortodossia: quelle di Giovanni Damasceno, che dalla polemica iconodula fu portato a una sistemazione filosofica del dogma, e gli scritti del patriarca Niceforo e di Teodoro Studita.

L'innografia religiosa trova un'espressione piú artificiosa del contacio nel « canone » di Andrea di Creta, seguito da Giovanni Damasceno, da Cosina di Maiuma e da Teodoro
Studita.
La storiografia è rappresentata solo dalle croniche dí Giorgio Sincello, di Teofane e di Giorgio Monaco (o Amartolo) e dal Breviario del patriarca Niceforo. In compenso abbonda la agiografia che celebra i martiri del culto delle immagini, ma che spesso integra le scarse testimonianze della letteratura propriamente storica.
Tutta la produzione letteraria di questo periodo è dovuta quasi esclusivamente ai monaci. Ma la crisi iconoclastica segna anche la fine del predominio della cultura dei monasteri.

Il terzo periodo della letteratura bizantina copre tre secoli e mezzo: dalla restaurazione dell'ortodossia (843) alla caduta della dinastia comnena e alla conquista latina di Costantinopoli (1204). È il periodo piú ricco e fecondo della cultura bizantina. Lo slancio culturale di questo periodo coincide con la potente espansione politica dell'impero rinnovato sotto la dinastia macedonica (867-1025). Ma anche quando la potenza imperiale comincia a incrinarsi, lungo i secoli XI e XII, l'impulso che la cultura aveva ricevuto non si arresta, ma continua a dar frutti, e di pregio.
Il riordinamento dell'Università imperiale nel palazzo della Magnaura segna l'inizio di un rinnovamento della cultura, di una « rinascenza » al contatto dello studio dell'antichità classi
ca. La traslitterazione dei testi antichi nella nuova « minuscola » sottopone a un lavoro critico-filologico la tradizione dei testi antichi che vengono ricopiati. A questo periodo appartengono appunto i manoscritti piú importanti degli autori antichi, che furon trascritti e consegnati ai posteri. Alla copiatura si aggiunge la esegesi. E sono personalità notevoli della cultura che si dedicano all'uno e all'altro compito. Basti ricordare il nome dí Areta, arcivescovo di Cesarea di Cappadocia o quello di Eustazio di Tessalonica, nel XII, che ci ha lasciato commentari di Omero e di Pindaro, riversandovi anche il contenuto di commenti più antichi, molti dei quali sono per noi perduti.

Accanto a questa ripresa di possesso dell'eredità classica, si svolge un'attività enciclopedica, quasi un bilancio dell'eredità culturale ricevuta e una riorganizzazione di essa. Comincia Fozio con la sua Biblioteca che raccoglie sunti ed estratti di opere sacre e profane del passato. L'imperatore Leone VI riunisce in ordine sistematico le leggi (Basilici); Costantino Porfirogenito raccoglie tutte le tradizioni del cerimoniale di corte, compila un trattato storico-geografico sulle province dell'impero e un altro sui paesi e popoli stranieri che sono in relazione con l'impero; il lessico Suda (o di Suida) ci ha conservato materiale importante per la conoscenza dell'antichità; Costantino Cefala ha raccolto la tradizione degli epigrammi nell'Antologia Palatina; Simeone Metafraste compone la grande collezione di Vite di santi.

Nel X secolo, al di fuori dell'influenza della tradizione classica, sembra che abbia preso la sua prima forma l'epica di Digenis Akritas celebrante le gesta dei difensori dei confini dell'impero sempre minacciati da nemici esterni, gesta che prima eran state cantate da cantori popolari in ballate epiche e poi vengon fuse in un ampio poema. Giunge cosi per la prima volta alla ribalta della letteratura bizantina un mondo popolare laico diverso e in contrasto con quello ufficiale. E si esprime nel nuovo verso accentuativo, cui rimarrà legata tutta la successiva poesia popolare, il verso politico.

Il secolo XI vede í frutti maturi del rinnovamento culturale, operatosi nei secoli precedenti, nell'opera multiforme di Michele Psello, uomo politico, filosofo e retore, teologo e storico. La storiografia, già rientrata nel solco della tradizione classica con Costantino Porfirogenito e con Leone Diacono, dà ora le opere di alto livello di Psello e di Michele Attaliate; mentre la cronica ha un cultore di pregio in Giovanni Skylitzes. La poesia ha rappresentanti non privi di talento in Cristoforo di Mitilene e in Giovanni Mavropode.

L'età dei Comneni è caratterizzata da un profondo senso della cultura classica ma nello stesso tempo da un certo gusto per lingua e cultura popolari, a cui forse non è estraneo il contatto con l'Occidente stabilito dalle Crociate. Una produzione abbondante in tutti i campi fa di questo XII secolo forse il piú ricco e fecondo della letteratura bizantina. Alle opere storiografiche classicistiche, tra cui eccellono l'Alessiade di Anna Comnena e la Storia di Niceta Coniate, è da aggiungersi la notevole produzione di croniche (Cedreno, Zonara, Manasse, Glykas). Nella letteratura teologica, oltre alle opere di compilazione contro eresie vecchie e nuove, come la Panoplia dogma tica di Eutinno Zigabeno e il Tesoro dell'Ortodossia di Niceta Coniate, si cominciano a far strada opere di polemica coi Latini, conseguenza dello scisma del 1054. Caratteristico è lo scritto di Teofilatto d'Acrida, Sugli errori dei Latini. Figura caratteristica di questa età è Teodoro Prodromo, che fu romanziere e agiografo, oratore ed epistolografo, poeta religioso e satirico, che alterna nella sua opera la lingua dotta e il volgare. Per lingua popolare e particolarmente per proverbi mostrano interesse i dotti Eustazio di Tessalonica e Giovanni Tzetze. Ma perfino a un membro della dinastia imperiale, ad Alessio, fratello di Manuele I, viene attribuito un poemetto parenetico in volgare, lo Spaneas.

Il quarto e ultimo periodo della storia della civiltà letteraria di Bizanzio comprende l'età del tramonto dei Lascaridi di Nicea e dei Paleologi di Costantinopoli (1204-1453). Ma non è un tramonto senza gloria nel campo della cultura.
Il fatto che caratterizza con piú evidenza questo periodo è la fine del monopolio politico e culturale di Costantinopoli che cessò con la conquista latina del 1204. Prima Nicea, nel XIII secolo, prese il posto di Costantinopoli, sia come capitale politica sia come centro culturale. Né la riconquista del 1261 permise a Bizanzio di accentrare piú come prima tutta la vita culturale dell'impero. Furono in concorrenza con essa Tessalonica, che già alla fine del XII secolo era stata illustrata dalla cultura classica del suo metropolita Eustazio; Mistrà, nel despotato di Morea, cui conferí prestigio l'insegnamento del grande Gemisto Pletone, nella prima metà del XV secolo; e anche la lontana Trebizonda, capitale di un impero eccentrico, che ebbe una vita politica autonoma e fu, nel XIV secolo, un centro di studi matematici e scientifici, a contatto con la Persia. L'evoluzione della vita culturale bizantina tuttavia prosegue essenzialmente sulle orme già segnate.
Prospera continua la tradizione filologica con le opere di Massimo Planude, Manuele Moscopulo, Tomaso Magistro, Demetrio Triclinio. Si addensano gli scritti teologico-polemici intorno ai punti di attrito tra ortodossi e latini (primato del papa, « processione » dello Spirito Santo), specie quando per l'urgere della minaccia turca si cerca di raggiungere l'unione: da ricordare quelli di Niceforo Blemmida, Giovanni Becco, Gregorio di Cipro, Barlaam, Demetrio Cidone, Bessarione.

Sulla polemica unionista si innestò l'ultima grande controversia mistico-teologica, la disputa esicasta che ebbe avversi campioni Gregotio Palamas e Giovanni Cantacuzeno, Barlaam e Niceforo Gregora. Questi due ultimi coi loro multiformi interessi per teologia, filosofia, retorica, musica, scienze sono tra i rappresentanti piú cospicui dell'ultimo umanesimo bizantino. Ad essi è da aggiungersi il grande logoteta Teodoro Metochíta. E ricordiamo infine il grande filosofo di Mistrà, Giorgio Gemisto Pletone, e il cardinale Bessarione, i quali portano anche in Italia il loro amore per il mondo ellenico e in particolare per il neoplatonismo.

Fatto nuovo è invece l'interesse, conseguente alle Crociate ed alle trattative unioniste, nei dotti bizantini, per il mondo latino, che corrisponde in qualche modo a quello che l'Occidente comincia a sentire per la grecità. Massimo Planude fu il primo dei Bizantini a studiare, nel XIII secolo, la letteratura latina: egli tradusse in greco innumerevoli opere classiche e medievali: Catone, Cicerone e Ovidio, Macrobio e Donato, Agostino e Boezio. Demetrio Cidone, nel XIV, fece conoscere ai Bizantini, in greco, Tommaso d'Aquino, ma anche Agostino, Fulgenzio, Anselmo cli Canterbury. E non sono i soli.
Rigoglioso è in quest'ultimo periodo il fiorire della letteratura popolare in lingua volgare. Particolare attenzione meritano i romanzi d'avventure e di amore in versi politici, in cui più o meno evidente è l'influenza dell'Occidente franco. Frutto della mistione franco-bizantina è la Cronica di Morea, narrazione storico-epica della conquista franca del Peloponneso.

Cosi tramonta la cultura bizantina, ma da una parte trasmette la fiaccola della cultura ellenica all'Occidente della Rinascenza, dall'altra con la produzione volgare prepara il formarsi della nuova letteratura della Grecia moderna. Ma Bizanzio ha anche il merito di aver attratto nell'orbita della civiltà ellenocentrica i popoli barbarici dell'Europa orientale, e soprattutto la Russia, che pretese di continuare, dopo la caduta di Bizanzio, il ruolo di erede dell'impero dei Romani.