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Scrittore e giornalista. Vero nome: Carlo Lorenzini. Dopo l'esordio come
giornalista, pubblicò nel 1856, Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno,
e nel 1857 I misteri di Firenze, rimasto incompiuto. Si dedicò poi alla
scrittura per l'infanzia: Giannettino (1876), Minuzzolo (1878), Occhi e nasi
(1881). Il suo capolavoro resta Le avventure di Pinocchio. Storia di un
burattino, (1883), un classico della letteratura italiana dell'Ottocento.
Collodi ideò Pinocchio per caso, senza prevederne il successo, addirittura
secondo una leggenda lo scrisse in una notte per pagare certi debiti di
gioco.
Le Avventure di Pinocchio |
Romanzo di Carlo Collodi (1826-1890), pubblicato prima a puntate nel
Giornale per i bambini dal 7 luglio 1881, e poi in volume a Firenze nel 1883
con il titolo Le avventure di Pinocchio:storia di un burattino, illustrato
da Enrico Mazzanti
L'opera consta di 36 capitoletti: i primi due trattano del rinvenimento da
parte di mastro Ciliegia di un pezzo di legno, "che rideva e piangeva come
un bambino" e della sua consegna all'amico Geppetto, perchè ne fabbrichi "un
burattino meraviglioso". Spiegato in tal modo l'albero genealogico del
burattino, l'autore dà inizio alla narrazione delle avventure di questi, cui
Geppetto dà il nome di Pinocchio. Appena intagliato, Pinocchio fa versacci
con la bocca; completato, se ne esce in strada, inseguito da mastro Geppetto,
che viene portato in prigione da un carabiniere troppo zelante. Pinocchio
torna a casa e trova il Grillo-parlante, che lo rimprovera per la sua
condotta: "Guai a quei ragazzi, che si ribellano ai loro genitori e che
abbandonano capricciosamente la casa paterna ...". Indispettito, Pinocchio
lo uccide, scagliandogli contro un martello didi legno; quindi, stanco e
affamato, cerca un uovo per farsi una frittata, ma sul più bello la frittata
gli vola via dalla finestra. Si addormenta vicino a un "caldano pieno di
brace accesa", e la mattina dopo si sveglia con i piedi tutti bruciati;
questi gli vengono rifatti da Geppetto, già dimesso dal carcere. Pinocchio è
poi sfamato e rivestito con "un vestituccio di carta fiorita, un paio di
scarpe di scorza d'albero e un berrettino di midolla di pane". Ora Geppetto
vuol mandare a scuola Pinocchio, ma manca l'abbecedario e per comperarlo ci
vogliono i quattrini, che Geppetto non ha: "E Pinocchio sebbene fosse un
ragazzo allegrissimo si fece tristo anche lui: perchè la miseria, quando è
miseria davvero, la intendono tutti, anche i ragazzi". Così Geppetto vende
la sua casacca e con i soldi ricavati compera l'abbecedario. Inizia la
scuola e Pinocchio sembra mosso dalle migliori intenzioni; ma è attratto
subito da un teatro di burattini, che riconoscono in lui un loro fratello e
gli fanno tanta festa finchè all'improvviso esce fuori il burattinaio
Mangiafuoco e Pinocchio corre il grave pericolo di essere "buttato sul fuoco";
poi il burattinaio, che ha un cuore d'oro, si impietosisce, lo perdona e gli
regala pure cinque monete d'oro perchè le porti a Geppetto. Ancora una volta,
nonostante i suoi buoni propositi, Pinocchio viene abbindolato dalla Volpe e
dal Gatto, che lo portano all'OsteriadelGamberorosso; qui consumano un
abbondante pasto; poi cercano di impiccare Pinocchio ai rami di una quercia
per impossessarsi delle sue monete d'oro. Viene salvato dalla bella Bambina
dai capelli turchini, che lo porta a casa sua e chiama tre medici per sapere
se il burattino sia vivo o morto: i tre medici sono un Corvo, una Civetta e
un Grillo-parlante. Pinocchio dice una bugia e per castigo gli cresce il
naso. Quindi si mette alla ricerca di Geppetto, ma incontra di nuovo la
Volpe e il Gatto: con loro va a seminare le monete d'oro nel Campo de'
miracoli, sicuro che, annaffiandole, le monete si moltiplicheranno; ma,
ingannato e derubato, va a denunciare il furto al giudice del paese di
Acchiappa-citrulli: "Il giudice era uno scimmione della razza dei gorilla;
un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba
bianca e specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era
costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d'occhi, che lo
tormentava da parecchi anni"; il giudice, anzichè rendergli giustizia,
condanna Pinocchio a quattro mesi. Quando è liberato dalla prigione, il
burattino torna a casa della fata, ma lungo la strada incappa nella
tagliuola di un contadino, che lo costringe a fare da cane da guardia a un
pollaio; scopre quindi i ladri e, per ricompensa, vien posto in libertà. Si
reca quindi di nuovo verso la casa della bella Bambina dai capelli turchini,
ma vi trova una tomba con questa scritta: "Qui giace/ la bambina dai capelli
turchini / morta di dolore / per essere stata abbandonata dal suo /
fratellino Pinocchio". Pinocchio ne rimane addoloratissimo; un colombo
impietosito lo solleva e lo porta sulla riva del mare alla ricerca di
Geppetto, che con una barca è partito a sua volta in cerca di lui; intanto
il burattino arriva all'isola delle Api Industriose e ritrova la fata; le
promette di essere buono e di studiare perchè vuol diventare un bravo
ragazzo. Va a scuola, ma dopo altre avventure parte di nascosto con l'amico
Lucignolo per il Paese dei Balocchi. Dopo cinque mesi di cuccagna, con sua
gran maraviglia, si sente spuntare un bel paio d'orecchie d'asino e,
divenuto un ciuco, comincia a ragliare. Viene portato al mercato e venduto
al direttore di una compagnia di pagliacci, che lo fa ballare e saltare; ma
una sera s'azzoppa e viene venduto a uno che vuole fare con la pelle del
ciuco un magnifico tamburo. Gettato in mare, Pinocchio ritorna burattino, ma
mentre nuota per salvarsi è ingoiato dal terribile pescecane; nel cui ventre
trova il buon Geppetto che vive là da due anni. Una notte, mentre il
pescecane sta con la bocca spalancata, Pinocchio fugge portando con sè
Geppetto, e con l'aiuto di un tonno riesce a raggiungere finalmente la riva:
ora Pinocchio è degno di diventare un ragazzo come tutti gli altri: "Dopo
andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d'essere un altro; non vide più
riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l'immagine
vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi
celesti e con un'aria allegra e festosa, come una pasqua di rose".
Quest'opera di Collodi è considerata il capolavoro della letteratura
ottocentesca per l'infanzia e un buon trattato di pedagogia: l'educazione di
Pinocchio infatti è frutto della sua esperienza diretta. Nè mastro Geppetto,
nè la fata dai capelli turchini nè il Grillo-parlante o altri modificano le
azioni e la volontà di Pinocchio, limitandosi a dare consigli. Nel legno in
cui è tagliato il burattino, Benedetto Croce vide l'umanità all'inizio del
suo noviziato: fantoccio, ma tutto spirituale. La vera storia di Pinocchio
in fondo è la storia delle sue avventure, cioè della prova delle esperienze
volontariamente cercate; Pancrazi vi registra taluni riferimenti storici:
"Non ridete, dietro Pinocchio, io rivedo la piccola onesta Italia di re
Umberto".
Qualcuno invece ha cercato di individuare in Pinocchio un simbolo dell'uomo,
sempre esposto all'attrazione delle passioni, ma anche sempre trionfante su
di esse.
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C'era una volta....
— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli
che d'inverno si mettono nelle stufe e nei camminetti per accendere il
fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di
legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome
mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via
della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una
ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò
tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a
mezza voce:
— Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba
di tavolino.
Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli la
scorza e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima
asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina
sottile sottile, che disse raccomandandosi:
— Non mi picchiar tanto forte!
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai
poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il
banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e
nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno;
aprì l'uscio di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e
nessuno! O dunque?...
— Ho capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede
che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare.
E ripresa l'ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di
legno.
— Ohi! tu m'hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del
capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni
fino al mento, come un mascherone da fontana.
Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando
dallo spavento:
— Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui
non c'è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia
imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso
credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da camminetto,
come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da far bollire una
pentola di fagioli.... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se
c'è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io!
E così dicendo, agguantò con tutt'e due le mani quel povero pezzo di
legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della
stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si
lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci
minuti, e nulla!
— Ho capito: — disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la
parrucca — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono
figurata io! Rimettiamoci a lavorare.
E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare
per farsi un po' di coraggio.
Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per
piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo
piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:
— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo!
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminate Quando
riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva trasfigurato, e persino la punta del naso, di
paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran
paura. |
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