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Sostantivo femminile [comparativo di "contro" e "riforma", secondo il
modello del tedesco Gegenreformation], nome con cui viene designata la vasta
azione svolta, nel sec. XVI e in parte del XVII, dalla Chiesa cattolica per
realizzare quella "riforma nel capo e nelle membra" che, richiesta da tempo,
era stata programma dei concili del sec. XV, e che il dilagare della Riforma
protestante rese nel sec. XVI più urgente e necessaria che mai. Il termine "Controriforma"
(che si usa anche per designare tutto il periodo storico suddetto) non è
certo felice, se usato in modo esclusivo, perché restringe quell'azione alla
sola opposizione alla Riforma; d'altra parte il termine "restaurazione
cattolica", proposto da L. von Pastor, trascura la connessione con la
Riforma protestante e non coglie la novità del movimento. È più esatto
parlare, accanto al movimento di reazione cattolica alla Riforma - la "Controriforma"
- di "riforma cattolica" (termine introdotto dallo storico protestante W.
Maurenbrecher e ripreso più recentemente da storici cattolici come H. Jedin),
per indicare quei tentativi, ancora isolati e parziali ma non inefficaci,
iniziati nel sec. XV, di restaurare una più intensa, viva, sincera e
disciplinata vita religiosa. Ricordiamo l'istituzione di nuovi ordini e
congregazioni; i concili anche provinciali e vescovi zelanti, predicatori e
scrittori, mistici, educatori, quali un san Antonino di Firenze, un san
Giovanni da Capestrano, un Nider, una santa Caterina da Genova, un
Savonarola, un Bernardino da Feltre. Si aggiungano le opere di pietà e
devozione e di beneficenza, dall'oratorio del Divino Amore al Nome di Gesù e
ai Monti di pietà, e via dicendo. Pio II e Sisto IV ebbero in programma la
riforma della Curia; il XVIII concilio ecumenico, lateranense, del 1512-17,
si propose quella dell'intera Chiesa. Non si può tuttavia non tener conto
anche di movimenti e tendenze non del tutto ortodosse, o francamente
ereticali, vive già nel sec. XIV. Né, d'altra parte, si può dimenticare che
il primo dei pontefici romani propriamente riformatori, Adriano VI, ebbe pur
chiara la visione che un'azione radicale di riforma e correzione degli abusi
e di difesa dell'ortodossia era resa urgente proprio dal dilagare nei paesi
germanici della riforma di quel Lutero, contro il quale era stata da poco
lanciata la condanna definitiva. Ora, sin dall'inizio si delineano, nella
corrente riformatrice cattolica, due programmi, due tendenze, che, se hanno
molti punti in comune, nell'intima sostanza divergono profondamente: mentre
gli uni (come G. Contarini) tendono a comporre i dissensi tra la Chiesa e i
dissidenti, riconoscendo certe esigenze di questi ultimi, altri (come O.
Carafa) pensano che si debba invece rinvigorire l'autorità e il potere
effettivo del papa, e ricorrere non solo a sanzioni spirituali, ma anche a
una severa sorveglianza, con la collaborazione dei sovrani cattolici.
Rappresentanti dell'una e dell'altra tendenza appaiono uniti, sotto Paolo
III, nella commissione che presentò al papa, il 9 marzo 1537, il famoso
Consilium ...de emendanda Ecclesia, energica proposta di provvedimenti per
la soppressione degli abusi. Ma, oltre che l'azione dei potentati mossi da
loro particolari interessi, l'intransigenza di Lutero rafforzò quella
cattolica; sì che nel concilio di Trento finì col prevalere lo spirito
d'intransigenza: con Paolo IV e i suoi successori la "riforma cattolica" si
fa decisamente "Controriforma".
La Controriforma operò nel campo del dogma e in quello della disciplina
ecclesiastica, tra il clero e il laicato, con mezzi religiosi, politici,
giudiziari, sul terreno culturale e su quello delle armi; essa agì con
particolare intensità tra il quinto e il nono decennio del sec. XVI, ma la
sua opera si protrasse sino a che, con la pace di Vestfalia (1648),
apparvero ormai decise le sorti religiose d'Europa, e tracciati i confini
territoriali fra le confessioni. Sul terreno dogmatico, l'opera della
Controriforma si concentra particolarmente in quell'attività del concilio di
Trento (1545-63) volta a fissare il dogma cattolico nei punti in cui il
protestantesimo aveva rinnegato principi tradizionali, o interpretato in
modo nuovo la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa. Il concilio conferma
il simbolo della fede; fissa l'elenco dei libri ispirati, il dogma del
peccato originale, della sua trasmissione, dei suoi effetti, di quelli del
battesimo, il dogma della giustificazione e dei suoi frutti (condanna del
principio luterano della giustificazione per la sola fede, indipendentemente
dalle opere, nonché, con formula prudente, della credenza nella
predestinazione alla salvezza; affermazione del libero arbitrio persistente
pur dopo il peccato originale); pubblica il decreto sui sacramenti,
istituiti tutti e sette da Cristo, e quello sull'Eucaristia, determina del
pari la dottrina del sacramento della penitenza, la dottrina del sacrificio
della messa, quella dell'ordine sacro, la
dottrina del matrimonio (è
sacramento, è monogamico e indissolubile), quelle del purgatorio,
dell'invocazione e venerazione dei santi, del culto delle reliquie e delle
immagini, delle indulgenze. L'opera si svolge con la cooperazione dei
maggiori esponenti della Chiesa (i cardinali Giovanni Morone, Reginald Pole,
Marcello Cervini, i domenicani Domingo de Soto e Ambrogio Catarino, Gerolamo
Seripando), e offre naturalmente modo di manifestarsi a quelle diversità di
concezioni che esistevano in seno alla Chiesa e si polarizzavano nei vari
ordini religiosi.
La riforma disciplinare era esigenza manifestatasi in seno alla Chiesa già
nel tempo del grande scisma, ma la rivolta di Lutero la pone all'ordine del
giorno, e i papi non ristanno dall'elaborare programmi riformatori. Anche in
questo campo il concilio svolge opera essenziale con i decreti de
reformatione. Così esso dà norme perché la scelta dei cardinali e dei
vescovi cada sempre sui più degni; impone ai vescovi e a quanti hanno cura
d'anime l'obbligo della residenza, inculca ai cardinali e ai vescovi la vita
modesta, e condanna il nepotismo. Vieta il cumulo dei benefici curati, dà
norme per accrescere l'autorità e il prestigio dei vescovi, per migliorare
il clero, imponendogli tra l'altro di portare sempre l'abito chiericale. Ma
l'opera della riforma non si esaurisce nel concilio: fuori di esso, i papi
danno infinite disposizioni volte a evitare il continuarsi di mali, per lo
più da lunghissimo tempo deplorati, ma ai quali non si era mai riusciti a
porre riparo. Ai papi si affiancano i vescovi. San Carlo Borromeo, san
Alessandro Sauli, i beati Paolo Burali d'Arezzo e Giovanni Giovenale Ancina,
il cardinale Gabriele Paleotti e altri danno opera al risanamento delle
diocesi, combattendo i cattivi costumi dei preti e la dissolutezza dei
religiosi, cercando di togliere dal confessionale e dal pulpito gl'indegni e
quelli la cui ignoranza potrebbe essere di scandalo, promuovendo o quanto
meno conservando le confraternite e gli altri istituti religiosi del laicato,
ma sottoponendoli alla supremazia dell'autorità ecclesiastica. In seno al
laicato, essi perseguono le meretrici, i concubinari, spesso anche i
commedianti, fanno osservare le feste, ottengono la punizione dei
bestemmiatori e, dov'è possibile, dei duellanti. Di particolare importanza
si palesa la formazione del clero. I seminari, prescritti dal concilio
tridentino, debbono significare anzitutto la fine dell'abuso, largamente
praticato, di ordinare sacerdoti degl'incolti, sol che conoscessero un po'
di latino, e rappresentare una garanzia morale del clero. Ma essi sono anche
una garanzia d'indipendenza ecclesiastica, perché comportano che
l'educazione dei chierici si compia in istituti sottoposti esclusivamente
all'autorità della Chiesa, e dove non penetrano dottrine da questa respinte.
Grandi artefici dell'intera opera riformatrice sono i nuovi ordini religiosi:
primo per importanza, la Compagnia di Gesù (1540); primi in ordine di tempo
i teatini (1524), cui seguono i somaschi (1528, approvati nel 1540), i
barnabiti o congregazione di san Paolo (1530, approvati 1533), gli
ospedalieri di san Giovanni di Dio (Fate-bene-fratelli: 1537, approvati
1571), i ministri degli infermi (1582, approvati 1586), i chierici regolari
della Madre di Dio (1574, approvati 1595), i chierici regolari minori
(1588), gli scolopi (1617). A questa fioritura di nuovi ordini religiosi si
accompagna la riforma degli antichi, che segue quasi dovunque fra sospetti e
ostilità. Sorgono così i cappuccini (1525), i carmelitani scalzi (1562-68),
i romitani scalzi di sant'Agostino (1592-99, approvati 1610-20). Ma, come si
è detto, nel campo degli ordini religiosi prevale su ogni altra l'attività
della Compagnia di Gesù, che si svolge nelle orbite più diverse: direzione
delle anime, nel confessionale e attraverso quel compito di direttore di
coscienze che nel Cinquecento e nel Seicento andava talvolta disgiunto dalla
mansione di confessore, predicazione, insegnamento in scuole secondarie e
università; collegi, che sono il campo speciale della Compagnia, governo di
seminari, talora compiti di alta cultura, quali nel campo della storia
ecclesiastica l'opera dei bollandisti, e in quello della teologia l'attività
del cardinal Bellarmino, di Tommaso Sánchez e di Luigi Molina col suo
celebre libro Liberi arbitrii cum gratiae donis concordia. La religiosità
gesuitica dà veramente l'impronta all'epoca, così nelle caratteristiche
interiori come in quelle esteriori. Il gesuita si presenta dovunque come il
tipo dell'ecclesiastico di costumi puri, spesso austeri, generalmente colto,
devotissimo al papato, attaccatissimo alla sua Compagnia, sciolto da ogni
altro legame, accomodante e transigente ogni qualvolta l'interesse cattolico
non sia in gioco, inflessibile allorché si tratti di rapporti con l'eresia,
o di principi che tendano a diminuire i diritti del papato o le libertà
della Chiesa, o di nemici della Compagnia.
La Controriforma deve lottare contro l'eresia, non soltanto attraverso
un'opera polemica in difesa dei principi cattolici, ma perseguendo gli
eretici che sono riusciti ad annidarsi nei paesi cattolici, soffocando in
questi con mezzi repressivi - la prigionia, la morte - ogni focolaio di
eresia. Quest'opera è in particolare modo affidata all'Inquisizione.
Connessa all'attività di questa, è l'attività di prevenzione, che si esplica
soprattutto, nel campo librario, con la censura preventiva (sottoposizione
all'imprimatur) e repressiva (condanna di libri).
Nell'ambito dell'arte il concilio di Trento si pronunciò in maniera
piuttosto generica: riallacciandosi alle decisioni del Secondo Concilio di
Nicea, ribadì la liceità e validità delle immagini sacre e ne affidò agli
ecclesiastici la disciplina e il controllo. La politica figurativa della
Controriforma si volse, perciò, soprattutto a combattere le licenze e gli
abusi nel campo iconografico, insistendo sull'esatta aderenza ai fatti della
storia cristiana e alle verità teologiche, sfrondati da ogni elemento
proveniente dalle tradizioni apocrife o popolari, e spinse a rilevarne i
valori edificanti e suadenti. Questo rigido atteggiamento comportava anche
l'eliminazione di qualsiasi elemento profano e un particolare controllo
sulla decenza delle immagini: esemplari, a questo proposito, possono essere
il processo intentato nel 1573 dal tribunale dell'inquisizione a Paolo
Veronese che nella sua Cena in casa Levi (Venezia, Galleria dell'Accademia)
aveva introdotto cani, nani, buffoni non menzionati dal testo biblico e
sconvenienti ad un episodio sacro, e ancor più gli aspri attacchi cui fu
sottoposto il Giudizio universale di Michelangelo nella cappella Sistina per
l'indecenza dei nudi, per l'introduzione di figure come quella di Caronte,
per la raffigurazione degli angeli senza ali, ecc. Ma, accanto a questa
rigida posizione, che trova espressione in uno dei due dialoghi pubblicati
nel 1564 da G. A. Gilio (Degli errori e degli abusi de' pittori circa
l'historie) e, in maniera più profonda e sistematica, nell'opera di G.
Paleotti (Discorso intorno alle immagini sacre e profane, 1582), e
all'analogo atteggiamento nei confronti della musica (il contrappunto, gli
improvvisi o il diminuendo, che rendevano incomprensibili le parole, furono
eliminati, come anche furono epurati i motivi popolari sui quali spesso si
cantavano le parole della messa), nel panorama artistico e religioso della
Controriforma trovarono spazio movimenti e personalità di carattere
completamente diverso: grazie all'opera dei gesuiti e soprattutto a tipi di
organizzazione quale quella degli oratorii, si coltivarono nel campo delle
arti figurative, della musica e del teatro, espressioni che facendo leva sul
sentimento risultarono più efficaci e coinvolgenti strumenti di propaganda.
Nell'ambito della politica della Controriforma va ancora ricordato l'unico
testo che con scrupolosa meticolosità affronti il problema dell'architettura
sacra: le Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae che Carlo
Borromeo pubblicò nel 1577.
A tutte le attività in cui si concreta la Controriforma va aggiunta quella
politica e militare, che la Chiesa non poté realizzare essa medesima, ma che
non cessò fin dall'inizio di raccomandare agli stati, incoraggiando le
imprese volte a vincere sui campi di battaglia gli eretici e a sgominarne le
coalizioni. La storia della Controriforma comprende pertanto quella delle
guerre di religione. La Germania è il loro campo principale, qui esse
s'iniziano, qui durano circa un secolo, dalla formazione della lega di
Smalcalda alla pace di Vestfalia, avendo a principali momenti la vittoria
cattolica di Mühlberg (1547), la convenzione di Passau e la pacificazione di
Augusta (1555), e, dopo mezzo secolo di relativa pace, la formazione
dell'Unione protestante per iniziativa dell'elettore del Palatinato (1608),
la vittoria cattolica della Montagna Bianca (1620) e lo schiacciamento
dell'elettore (1623); infine, l'estendersi della guerra con il soccorso
danese e svedese ai protestanti, Gustavo Adolfo, meteora minacciosa per la
cattolicità, il dilagare della guerra fino a coinvolgere l'Europa intera, la
pace di Münster, che è un ritorno alle disposizioni di Passau e di Augusta,
comprendendovi, oltre ai luterani, anche i calvinisti, e togliendo il
reservatum ecclesiasticum. Ma nella riconquista o nella difesa dei territori
dell'Impero l'azione militare procede sempre di pari passo con quella dei
religiosi: degli abili nunzi apostolici come Bartolomeo Portia, Feliciano
Ninguarda, Alfonso Visconti, Minuccio Minucci, dei pii vescovi come Jakob
Christoph Blarer a Basilea, Julius Echter a Würzburg, l'abate Baldassarre
von Dernbach a Fulda, Daniel Brendel a Magonza, Urbano von Trennbach a
Passau.
In Francia la questione religiosa si complica con quella nazionale e
dinastica; l'avversione antispagnola e quella della famiglia regnante contro
i Guisa prevalgono sul sentimento cattolico. Pur dopo la notte di s.
Bartolomeo (1572) la regina Caterina e i suoi figli sentono che non è nel
loro interesse ristabilire nel paese l'unità religiosa. L'ultimo periodo del
pontificato di Gregorio XIII è angosciato dal timore di vedere la Francia
divenire il sostegno del protestantesimo in Europa, timore giustificato dal
trattato del 1579 della Francia con Berna e Soletta, in difesa di Ginevra
minacciata dai cantoni cattolici e dal duca di Savoia, dall'appoggio dato da
Francesco d'Angiò agli insorti olandesi, dal progetto di matrimonio
dell'Angiò con Elisabetta d'Inghilterra. Sisto V considera con occhio
realistico la situazione in Francia, e si rende conto che lo stesso
interesse della Chiesa esige che sia evitato un trionfo spagnolo, che
finirebbe d'infeudare il papato al re cattolico, che è preferibile la
vittoria dei Borboni, purché convertiti, con la tolleranza concessa al
protestantesimo, alla Francia ridotta a potenza di secondo ordine. Clemente
VIII è il fortunato realizzatore di questa politica.
In Polonia i dieci anni di regno di Stefano Báthory vedono una restaurazione
cattolica attuata senza violenza, con l'appoggio del sovrano, ma soprattutto
per l'opera dei gesuiti, tra cui il popolare Piotr Skarga, per la savia
direzione dei nunzi, per l'opera di buoni vescovi, primo Stanislao Osio.
Infine, è da menzionare l'opera delle missioni, specialmente gesuitiche, che
portano il cattolicesimo non solo fra gl'indigeni dell'America Meridionale,
ma in Etiopia, in India, in Cina, in Giappone; Controriforma significa
dunque non solo resistenza alla Riforma, o restaurazione, ma anche
riconquista ed espansione. In questo senso si accentuano gli sforzi verso
l'unione delle chiese e il "recupero" dei cristiani ortodossi, con
conseguente impegno, religioso e militare, per l'allontanamento dei Turchi
dall'Europa centrale e dai Balcani.
Per effetto della Controriforma lo spirito di mortificazione della carne
rimase bensì parte essenziale della pietà cattolica, ma scompaiono o si
attenuano certe forme di asperrima e pubblica penitenza. I santi della
Controriforma saranno spesso purissimi asceti, ma non trascineranno più
dietro di sé compagnie di flagellanti che rinuncino a ogni bene terreno per
seguirli. Caratteristica della religiosità della Controriforma è, nel campo
morale, una maggiore benignità, un senso più vivo e una valutazione più
estesa di tutte le condizioni psicologiche degli atti umani. Aumenta anche
grandemente la cura per il miglioramento del costume degli ecclesiastici,
l'attività sociale e benefica del clero: l'importanza del sacerdozio, che
era stato elemento vitale sin dagl'inizi della Chiesa cattolica, è ancora
accresciuta, se possibile, anche se non manca, come in passato, qualche
laico che assurge a figura di primo rango nella vita della Chiesa e molti
ecclesiastici i quali hanno in essa un'importanza senza alcun rapporto con
la loro posizione gerarchica. Con la Controriforma, i diritti della
gerarchia danno luogo a un'organizzazione sempre più forte e disciplinata;
il primato papale afferma con sempre maggiore fermezza i suoi attributi.
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