Le interviste

WWW.PARODOS.IT

EUGENIO CORTI

Ha scritto un diario, una tragedia, romanzi e dei «racconti per immagini». La prima opera, I più non ritornano (1947), è uno dei classici della memorialistica sulla ritirata italiana dalla Russia, durante il secondo conflitto mondiale. L’ha pubblicata la milanese Mursia. Tutte le altre opere di Corti portano invece il marchio di una piccola casa editrice (pure di Milano), la Ares.

L’opera prima (per importanza) è Il cavallo rosso (1983), romanzo facilmente (non facilonamente) definibile epico, che ripercorre la tragedia della “Seconda” a partire dalle vicende di un gruppo d’italiani sparsi su tutti i fronti, compreso quello della riedificazione a guerra finita. Già tradotte in francese, spagnolo, inglese, polacco e rumeno, le 1264 pagine del “Cavallo” – come l’autore ama chiamarlo – sfidano da due decenni le leggi dell’editoria italiana: da noi sono alla 18° edizione.

Eugenio Corti

Ne Il cavallo rosso lei usa diversi registri narrativi, dal diario al racconto. Come mai questa scelta?

Ritengo che lo strumento espressivo debba accordarsi con i temi da trattare.

Per esempio?

La vicenda del comunismo. Ho avuto esperienza diretta del mondo sovietico al fronte russo, durante la guerra, e ne sono tornato terrorizzato. In seguito ho studiato a fondo, per quanto mi è stato possibile, la realtà del comunismo, sia come teoria, sia come prassi. Ne è sortito un quadro generale che poteva essere reso veramente bene solo attraverso la forma tragica.

Si riferisce alla sua acclamata, ma un po’ snobbata, tragedia Processo e morte di Stalin, la cui stesura risale al 1960-1961?

Sì. È un processo immaginario fatto a Stalin dai membri del suo Politburo. In quel caso, la veste teatrale si prestava bene per rendere l’immane tragedia del comunismo.

E i «racconti per immagini»?

Mi ha molto interessato la famosa vicenda dell’ammutinamento del Bounty, una storia di marineria inglese di fine Settecento. Quelle vicende, a mio avviso, andavano rese attraverso un film o, meglio ancora, un serial. Ma ho preferito scegliere la forma del «racconto per immagini», ovvero una sceneggiatura che può pure essere letta a sé. Un copione rischia
infatti di finire in un cassetto e di andare perso. Invece, se possiede forza attrattiva anche sotto il profilo letterario, viene letto da un lettore e si conserva, finché, con il tempo, verrà realizzato.

La forma espressiva più congeniale alla sua vena narrativa sembra però essere il romanzo.

Sono d’accordo. Dopo il primo libro, che è un vero e proprio diario, ne ho scritto un secondo, Gli ultimi soldati del re, dedicato al Corpo Italiano di Liberazione, che però è stato scritto a distanza di tempo e quindi, in qualche modo, è influenzato dalla memoria. In questo senso è romanzato. Infine c’è l’opera a cui ho dedicato oltre undici anni di lavoro – il “Cavallo”, appunto –, in cui ho cercato di rendere le vicende delle generazioni che hanno vissuto il secolo XX.

Cosa intende con «rendere le vicende…»? Si riferisce alla funzione che la letteratura deve svolgere?

A mio avviso il compito dello scrittore è quello di rendere la realtà dell’uomo nel suo tempo. Intendo dire la realtà in tutta la sua pienezza. E per farlo, bisogna conoscere bene l’uomo.

In che modo?

Bisogna averlo visto alla prova in uno dei momenti critici del suo tempo. L’esperienza della guerra, per esempio. Ma non è la sola strada possibile. Nel mio caso, la guerra ha messo in evidenza gli aspetti negativi e positivi dell’uomo, le abiezioni più atroci e gli erosimi più straordinari; non solo l’eroismo bellico, ma anche quello dello spendersi per gli altri, per la comunità. È una cosa altissima, che si sperimenta vedendola in atto in tutti coloro che si hanno intorno, positivi o negativi. Del resto, pure la mediocrità emerge in modo straordinario.

E poi?

E poi bisogna affrontare i grandi “perché” dell’uomo: perché esisto? Come finirò? Come finiscono tutti gli esseri umani con cui convivo? Sono le grandi domande oggi accantonate. Eppure sono queste le domande che l’uomo si pone veramente, ognuno dentro di sé.

Quindi il romanzo deve mettere l’uomo a contatto con se stesso?


Nel senso più pieno del termine “romanzo”, sì.

Cosa intende?

Considero il romanzo il poema dell’antichità classica trasferito nella modernità. In altri termini, mi sento legato a tutta la tradizione dei romanzi della nostra cultura. Penso di aver proseguito una linea di scrittura che è partito da Omero e che si è sviluppata prima nel mondo greco, poi nella classicità romana, soprattutto con Virgilio. Una linea che è quindi proseguita attraverso il Medioevo e il Rinascimento – epoca, questa, che, nella sua parte positiva, sviluppa proprio il Medioevo – per giungere fino gl’inizi del Novecento.

Mettiamo in fila i suoi maestri.

Oltre a Omero e a Virgilio, almeno Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Torquanto Tasso, Alessandro Manzoni e Lev Tolstoj. Ma anche Jacopone da Todi. Sento molto anche il san Francesco del Cantico delle creature. Anzi, forse c’è lui all’origine della mia scrittura.

In che senso?

Perché frate Francesco aveva un senso fortissimo delle realtà terrene. Tanto è vero che nel Cantico parla del fuoco, dell’acqua, e così via, in termini tali che, pur componendo poesia altissima, più concreti di così è difficile trovarli in altri autori. E nello stesso tempo aveva il senso della trascendenza, perché era stato rapito nell’Aldilà, più volte, in spirito. San Francesco disponeva della trascendenza e dell’immanenza, e le vedeva fuse insieme, anzi le fondeva insieme in sé.

Perché sostiene che, dopo i primi del Novecento, la linea di scrittura a cui lei organicamente si richiama si sia assottigliata?

La letteratura prevalente nella seconda metà del secolo scorso è inficiata dal nichilismo. È una letteratura che ha rimosso quel misto di trascendenza e d’immanenza di cui si parlava, e per cui tutto è semplicemente niente... Ho ritenuto, quindi, di proseguire lungo la linea madre della nostra cultura, lasciando da parte la deviazione verso il nichilismo.

Qualche autore di questo tipo?

Ma, guardi, li metto un po’ tutti in quella categoria.

Sì, ma chi?

Quelli che vengono considerati i nomi maggiori della nostra letteratura: Alberto Moravia, Italo Calvino, Leonardo Sciascia, e via dicendo. Sono tutti in qualche modo inquinati dalla devianza nichilista. I viventi non li nomino nemmeno. Sono davvero giunti al nihil...

Ovvero non si sa più scrivere?

Gli autori italiani di oggi sanno scrivere meglio di quelli della prima metà del secolo scorso, e molto meglio rispetto a quelli dell’Ottocento. Però, mentre questi ultimi hanno scritto romanzi autentici, importanti, i contemporanei non scrivono alcunché. Producono opere che nascono o già morte oppure moribonde.

Come si è giunti al capolinea?

Bisogna allargare lo specchio del discorso. Una certa cultura derivata da alcuni sviluppi del Rinascimento, attraverso l’Illuminismo francese e l’Idealismo tedesco, ha condotto tra il secolo XIX e il XX , al programma della «morte di Dio». Basta ricordare i nomi di Georg W.H. Hegel, Friedrich Nietzsche e Ludwig Feuerbach. Oppure il comunismo e il nazionalsocialismo. Ma anche il liberalismo ateo. I totalitarismi hanno prodotto mari di morti, decine e decine di milioni di morti fatte dal nazionalsocialismo e molte più ancora
dal comunismo. Lo sbocco letterario di questa anti-cultura della «morte di Dio» è stato il nichilismo. Non uccidono le persone, ma uccidono i libri.

Cioè libri da cui non si trae nulla, da cui non si esce arricchiti?

Sono libri semplicemente illeggibili per il lettore. Illeggibili.

Eppure tanta gente li legge.

Fino a un certo punto. Chi oggi vende più di tutti è Umberto Eco. Milioni di copie. Quando sono usciti i suoi libri maggiori, l’attesa era tale che li si “vendeva perfino dal lattaio”... Comperati da tutti. Li ho letti anch’io, naturalmente, per scrupolo di conoscenza. Parlando con molte persone, però, mi sono accorto che tanti non hanno superato nemmeno pagina 20. Chi invece li legge, non ne cava altro che un avviamento al nulla. Di positivo non vi trovano niente.

Torniamo al rapporto tra immanenza e trascendenza.

Se si scopre, come si scopre attraverso la cultura e l’esperienza di vita, che c’è qualcosa al di fuori dell’uomo che influisce sull’uomo stesso, bisogna cercare di renderla. Anzi, lo scrittore deve cercare di farlo perché il contatto dell’eterno con il tempo è uno dei punti focali di ogni persona. Esiste un rapporto tra il tempo e l’eterno, e l’aspirazione all’eterno
c’è in ogni uomo: anche quella va scavata a fondo, deve essere resa.

Da dove le deriva questa certezza?

Per parlarne in modo fondato, non arbitrario, si deve conoscere tutta la storia degli uomini. Conoscendola, si scopre che, a un certo punto, c’è stato un intervento che dal di fuori dell’umanità è entrato nell’ambito umano. Noi sappiamo che Dio si è fatto uomo. Certo, non tutti lo accettano. Ma io sono cristiano – o almeno cerco di esserlo – e ci sto, ne sono profondamente convinto.

Per quali ragioni?

Per moltissime ragioni, delle quali la più elementare e forte è che, senza la realtà rivelata da Cristo, la vita degli uomini è priva di senso. L’uomo è chiaramente il vertice della creazione, ma che vive a fare? Se non vi è altra conclusione che la morte, la vita umana non ha senso. Ci deve allora pur essere qualcosa d’altro, anche in rapporto alla struttura
del nostro universo, che presuppone un Qualcuno che lo abbia creato. Bene, se il Creatore è entrato nella storia, la storia degli uomini deve per forza esserne condizionata. Gli uomini sono liberi e la loro libertà ultima è proprio questa: essere con Dio o contro di Lui. La realtà umana è condizionata da questa irruzione di Dio nella storia.

In che modo se n’è “condizionati”?

Se ne vedono i riflessi nella realtà dei singoli uomini. Personalmente ho visto molti di questi riflessi, maggiori o minori; segni del fatto che Dio ha operato nella storia. E quelli che ha realizzato nel secolo XX sono assai particolari.

Ovvero?

Tre. Anzitutto, il ritorno d’Israele nella terra dei Padri. Poi il fatto che Stalin non abbia ucciso tutti i polacchi che teneva prigionieri: tutti coloro con cui ho parlato, seppur diversissimi, affermano che ciò è accaduto grazie a un intervento della Vergine di Czestochowa. Infine la caduta del comunismo in Unione Sovietica. Il comunismo era fallito, ma mai e poi mai i detentori il potere l’avrebbero abbandonato se non fosse intervenuto Domineddio. Ma si dovrebbe approfondire...

Il critico inglese Richard Brown, della St. Austin Review, ha parlato di un suo «realismo della trascendenza ». È d’accordo con questa definizione?

Sì, perché cerco di dare conto delle tracce dell’intervento divino nella storia. Almeno, di quelle che vedo e come riesco.

Si è detto cristiano: è prima cattolico e poi romanziere, o viceversa?

Non mi pongo questa domanda. Già Mario Apollonio, il grande critico dell’Università Cattolica di Milano, mio amico e maestro, trattava a fondo queste cose. In realtà, però, non avverto il problema. Uno è cristiano ed è romanziere. È così...

Torniamo agli scrittori italiani. Chi salverebbe?

Degli sconosciuti. Luisito Bianchi, pubblicato – si figuri – dalle monache di Viboldone, presso Milano. Ha scritto un libro con un titolo sbagliatissimo: La messa dell’uomo disarmato. Però credo sia è uno dei libri italiani più belli del Novecento, senz’altro uno degli apici.

Di cosa tratta?

Racconta la vita in un paese della campagna cremonese.

E perché sarebbe tanto grande?

Perché l’autore si pone oggettivamente nella scia di Manzoni, Giovanni Verga, Antonio Fogazzaro e Riccardo Bacchelli.

È cristiano?

È un sacerdote.

Perché secondo lei i cristiani sono così assenti dal mondo della cultura e della comunicazione, tanto che una figura come quella di Antonio Socci viene definita “strana”?

In Italia ha vinto un altro Antonio, Gramsci. Anche secondo alcuni teorici marxisti, il leninismo era destinato al fallimento. Il più lungimirante è stato Gramsci. Chi si è opposto a Lenin è stato ucciso, ma Gramsci ha avuto la fortuna enorme di venire incarcerato dai fascisti che non solo non l’hanno ammazzato, ma che pure gli hanno lasciato scrivere tutto quanto voleva. Per lui, la rivoluzione doveva essere fatta dagl’intellettuali, non dagli operai. Gramsci ha avuto presa in Italia e da qui si è allargato al resto dell’Europa. Oggi determina, in modo più o meno conscio, la mentalità degli operatori culturali. Il leninismo è morto, ma oggi chi non si piega al gramscismo riceve la morte civile, l’emarginazione dalla cultura.

È quel che è successo anche a lei?

Sì, perché non sono corretto politicamente. Appartengo anzi proprio alla categoria degli scorretti programmaticamente. Anche i cattolici sono divisi: i politicamente corretti non contano alcunché sul piano culturale, perché sono in contraddizione. Gli esterni, i veri cattolici impegnati nella cultura, sono totalmente emarginati. Non possono pubblicare, non possono farsi sentire. Se appena appena accade, come il caso Socci rivela, ecco il clamore.

Qualcuno potrebbe giudicare questi pensieri solo come un rimpianto...

Quando a 30 gradi sotto zero i miei compagni cadevano inerti al mio fianco, pregai la Madonna di cavarmi fuori da quell’inferno, per spendere la vita al servizio della Verità. La mia ricompensa l’ho già ricevuta, e so di aver combattuto quella battaglia.




 

(www.parodos.it )

BABILONIA

Torna alle interviste

ARTICOLI

I classici

Il cavallo rosso

 

 
Annunci Libri
Le ultime novità