|
Ne Il cavallo rosso lei usa diversi registri
narrativi, dal diario al racconto. Come mai questa scelta?
Ritengo che lo strumento espressivo debba accordarsi con i temi da
trattare.
Per esempio?
La vicenda del comunismo. Ho avuto esperienza diretta del mondo
sovietico al fronte russo, durante la guerra, e ne sono tornato
terrorizzato. In seguito ho studiato a fondo, per quanto mi è stato
possibile, la realtà del comunismo, sia come teoria, sia come prassi.
Ne è sortito un quadro generale che poteva essere reso veramente bene
solo attraverso la forma tragica.
Si riferisce alla sua acclamata, ma un po’ snobbata, tragedia
Processo e morte di Stalin, la cui stesura risale al 1960-1961?
Sì. È un processo immaginario fatto a Stalin dai membri del suo
Politburo. In quel caso, la veste teatrale si prestava bene per
rendere l’immane tragedia del comunismo.
E i «racconti per immagini»?
Mi ha molto interessato la famosa vicenda dell’ammutinamento del
Bounty, una storia di marineria inglese di fine Settecento. Quelle
vicende, a mio avviso, andavano rese attraverso un film o, meglio
ancora, un serial. Ma ho preferito scegliere la forma del «racconto
per immagini», ovvero una sceneggiatura che può pure essere letta a
sé. Un copione rischia
infatti di finire in un cassetto e di andare perso. Invece, se
possiede forza attrattiva anche sotto il profilo letterario, viene
letto da un lettore e si conserva, finché, con il tempo, verrà
realizzato.
La forma espressiva più congeniale alla sua vena narrativa sembra
però essere il romanzo.
Sono d’accordo. Dopo il primo libro, che è un vero e proprio diario,
ne ho scritto un secondo, Gli ultimi soldati del re, dedicato al Corpo
Italiano di Liberazione, che però è stato scritto a distanza di tempo
e quindi, in qualche modo, è influenzato dalla memoria. In questo
senso è romanzato. Infine c’è l’opera a cui ho dedicato oltre undici
anni di lavoro – il “Cavallo”, appunto –, in cui ho cercato di rendere
le vicende delle generazioni che hanno vissuto il secolo XX.
Cosa intende con «rendere le vicende…»? Si riferisce alla funzione
che la letteratura deve svolgere?
A mio avviso il compito dello scrittore è quello di rendere la realtà
dell’uomo nel suo tempo. Intendo dire la realtà in tutta la sua
pienezza. E per farlo, bisogna conoscere bene l’uomo.
In che modo?
Bisogna averlo visto alla prova in uno dei momenti critici del suo
tempo. L’esperienza della guerra, per esempio. Ma non è la sola strada
possibile. Nel mio caso, la guerra ha messo in evidenza gli aspetti
negativi e positivi dell’uomo, le abiezioni più atroci e gli erosimi
più straordinari; non solo l’eroismo bellico, ma anche quello dello
spendersi per gli altri, per la comunità. È una cosa altissima, che si
sperimenta vedendola in atto in tutti coloro che si hanno intorno,
positivi o negativi. Del resto, pure la mediocrità emerge in modo
straordinario.
E poi?
E poi bisogna affrontare i grandi “perché” dell’uomo: perché esisto?
Come finirò? Come finiscono tutti gli esseri umani con cui convivo?
Sono le grandi domande oggi accantonate. Eppure sono queste le domande
che l’uomo si pone veramente, ognuno dentro di sé.
Quindi il romanzo deve mettere l’uomo a contatto con se stesso?
Nel senso più pieno del termine “romanzo”, sì.
Cosa intende?
Considero il romanzo il poema dell’antichità classica trasferito nella
modernità. In altri termini, mi sento legato a tutta la tradizione dei
romanzi della nostra cultura. Penso di aver proseguito una linea di
scrittura che è partito da Omero e che si è sviluppata prima nel mondo
greco, poi nella classicità romana, soprattutto con Virgilio. Una
linea che è quindi proseguita attraverso il Medioevo e il Rinascimento
– epoca, questa, che, nella sua parte positiva, sviluppa proprio il
Medioevo – per giungere fino gl’inizi del Novecento.
Mettiamo in fila i suoi maestri.
Oltre a Omero e a Virgilio, almeno Dante Alighieri, Ludovico Ariosto,
Torquanto Tasso, Alessandro Manzoni e Lev Tolstoj. Ma anche Jacopone
da Todi. Sento molto anche il san Francesco del Cantico delle
creature. Anzi, forse c’è lui all’origine della mia scrittura.
In che senso?
Perché frate Francesco aveva un senso fortissimo delle realtà terrene.
Tanto è vero che nel Cantico parla del fuoco, dell’acqua, e così via,
in termini tali che, pur componendo poesia altissima, più concreti di
così è difficile trovarli in altri autori. E nello stesso tempo aveva
il senso della trascendenza, perché era stato rapito nell’Aldilà, più
volte, in spirito. San Francesco disponeva della trascendenza e
dell’immanenza, e le vedeva fuse insieme, anzi le fondeva insieme in
sé.
Perché sostiene che, dopo i primi del Novecento, la linea di
scrittura a cui lei organicamente si richiama si sia assottigliata?
La letteratura prevalente nella seconda metà del secolo scorso è
inficiata dal nichilismo. È una letteratura che ha rimosso quel misto
di trascendenza e d’immanenza di cui si parlava, e per cui tutto è
semplicemente niente... Ho ritenuto, quindi, di proseguire lungo la
linea madre della nostra cultura, lasciando da parte la deviazione
verso il nichilismo.
Qualche autore di questo tipo?
Ma, guardi, li metto un po’ tutti in quella categoria.
Sì, ma chi?
Quelli che vengono considerati i nomi maggiori della nostra
letteratura: Alberto Moravia, Italo Calvino, Leonardo Sciascia, e via
dicendo. Sono tutti in qualche modo inquinati dalla devianza
nichilista. I viventi non li nomino nemmeno. Sono davvero giunti al
nihil...
Ovvero non si sa più scrivere?
Gli autori italiani di oggi sanno scrivere meglio di quelli della
prima metà del secolo scorso, e molto meglio rispetto a quelli
dell’Ottocento. Però, mentre questi ultimi hanno scritto romanzi
autentici, importanti, i contemporanei non scrivono alcunché.
Producono opere che nascono o già morte oppure moribonde.
Come si è giunti al capolinea?
Bisogna allargare lo specchio del discorso. Una certa cultura derivata
da alcuni sviluppi del Rinascimento, attraverso l’Illuminismo francese
e l’Idealismo tedesco, ha condotto tra il secolo XIX e il XX , al
programma della «morte di Dio». Basta ricordare i nomi di Georg W.H.
Hegel, Friedrich Nietzsche e Ludwig Feuerbach. Oppure il comunismo e
il nazionalsocialismo. Ma anche il liberalismo ateo. I totalitarismi
hanno prodotto mari di morti, decine e decine di milioni di morti
fatte dal nazionalsocialismo e molte più ancora
dal comunismo. Lo sbocco letterario di questa anti-cultura della
«morte di Dio» è stato il nichilismo. Non uccidono le persone, ma
uccidono i libri.
Cioè libri da cui non si trae nulla, da cui non si esce arricchiti?
Sono libri semplicemente illeggibili per il lettore. Illeggibili.
Eppure tanta gente li legge.
Fino a un certo punto. Chi oggi vende più di tutti è Umberto Eco.
Milioni di copie. Quando sono usciti i suoi libri maggiori, l’attesa
era tale che li si “vendeva perfino dal lattaio”... Comperati da
tutti. Li ho letti anch’io, naturalmente, per scrupolo di conoscenza.
Parlando con molte persone, però, mi sono accorto che tanti non hanno
superato nemmeno pagina 20. Chi invece li legge, non ne cava altro che
un avviamento al nulla. Di positivo non vi trovano niente.
Torniamo al rapporto tra immanenza e trascendenza.
Se si scopre, come si scopre attraverso la cultura e l’esperienza di
vita, che c’è qualcosa al di fuori dell’uomo che influisce sull’uomo
stesso, bisogna cercare di renderla. Anzi, lo scrittore deve cercare
di farlo perché il contatto dell’eterno con il tempo è uno dei punti
focali di ogni persona. Esiste un rapporto tra il tempo e l’eterno, e
l’aspirazione all’eterno
c’è in ogni uomo: anche quella va scavata a fondo, deve essere resa.
Da dove le deriva questa certezza?
Per parlarne in modo fondato, non arbitrario, si deve conoscere tutta
la storia degli uomini. Conoscendola, si scopre che, a un certo punto,
c’è stato un intervento che dal di fuori dell’umanità è entrato
nell’ambito umano. Noi sappiamo che Dio si è fatto uomo. Certo, non
tutti lo accettano. Ma io sono cristiano – o almeno cerco di esserlo –
e ci sto, ne sono profondamente convinto.
Per quali ragioni?
Per moltissime ragioni, delle quali la più elementare e forte è che,
senza la realtà rivelata da Cristo, la vita degli uomini è priva di
senso. L’uomo è chiaramente il vertice della creazione, ma che vive a
fare? Se non vi è altra conclusione che la morte, la vita umana non ha
senso. Ci deve allora pur essere qualcosa d’altro, anche in rapporto
alla struttura
del nostro universo, che presuppone un Qualcuno che lo abbia creato.
Bene, se il Creatore è entrato nella storia, la storia degli uomini
deve per forza esserne condizionata. Gli uomini sono liberi e la loro
libertà ultima è proprio questa: essere con Dio o contro di Lui. La
realtà umana è condizionata da questa irruzione di Dio nella storia.
In che modo se n’è “condizionati”?
Se ne vedono i riflessi nella realtà dei singoli uomini. Personalmente
ho visto molti di questi riflessi, maggiori o minori; segni del fatto
che Dio ha operato nella storia. E quelli che ha realizzato nel secolo
XX sono assai particolari.
Ovvero?
Tre. Anzitutto, il ritorno d’Israele nella terra dei Padri. Poi il
fatto che Stalin non abbia ucciso tutti i polacchi che teneva
prigionieri: tutti coloro con cui ho parlato, seppur diversissimi,
affermano che ciò è accaduto grazie a un intervento della Vergine di
Czestochowa. Infine la caduta del comunismo in Unione Sovietica. Il
comunismo era fallito, ma mai e poi mai i detentori il potere
l’avrebbero abbandonato se non fosse intervenuto Domineddio. Ma si
dovrebbe approfondire...
Il critico inglese Richard Brown, della St. Austin Review, ha
parlato di un suo «realismo della trascendenza ». È d’accordo con
questa definizione?
Sì, perché cerco di dare conto delle tracce dell’intervento divino
nella storia. Almeno, di quelle che vedo e come riesco.
Si è detto cristiano: è prima cattolico e poi romanziere, o
viceversa?
Non mi pongo questa domanda. Già Mario Apollonio, il grande critico
dell’Università Cattolica di Milano, mio amico e maestro, trattava a
fondo queste cose. In realtà, però, non avverto il problema. Uno è
cristiano ed è romanziere. È così...
Torniamo agli scrittori italiani. Chi salverebbe?
Degli sconosciuti. Luisito Bianchi, pubblicato – si figuri – dalle
monache di Viboldone, presso Milano. Ha scritto un libro con un titolo
sbagliatissimo: La messa dell’uomo disarmato. Però credo sia è uno dei
libri italiani più belli del Novecento, senz’altro uno degli apici.
Di cosa tratta?
Racconta la vita in un paese della campagna cremonese.
E perché sarebbe tanto grande?
Perché l’autore si pone oggettivamente nella scia di Manzoni, Giovanni
Verga, Antonio Fogazzaro e Riccardo Bacchelli.
È cristiano?
È un sacerdote.
Perché secondo lei i cristiani sono così assenti dal mondo della
cultura e della comunicazione, tanto che una figura come quella di
Antonio Socci viene definita “strana”?
In Italia ha vinto un altro Antonio, Gramsci. Anche secondo alcuni
teorici marxisti, il leninismo era destinato al fallimento. Il più
lungimirante è stato Gramsci. Chi si è opposto a Lenin è stato ucciso,
ma Gramsci ha avuto la fortuna enorme di venire incarcerato dai
fascisti che non solo non l’hanno ammazzato, ma che pure gli hanno
lasciato scrivere tutto quanto voleva. Per lui, la rivoluzione doveva
essere fatta dagl’intellettuali, non dagli operai. Gramsci ha avuto
presa in Italia e da qui si è allargato al resto dell’Europa. Oggi
determina, in modo più o meno conscio, la mentalità degli operatori
culturali. Il leninismo è morto, ma oggi chi non si piega al
gramscismo riceve la morte civile, l’emarginazione dalla cultura.
È quel che è successo anche a lei?
Sì, perché non sono corretto politicamente. Appartengo anzi proprio
alla categoria degli scorretti programmaticamente. Anche i cattolici
sono divisi: i politicamente corretti non contano alcunché sul piano
culturale, perché sono in contraddizione. Gli esterni, i veri
cattolici impegnati nella cultura, sono totalmente emarginati. Non
possono pubblicare, non possono farsi sentire. Se appena appena
accade, come il caso Socci rivela, ecco il clamore.
Qualcuno potrebbe giudicare questi pensieri solo come un
rimpianto...
Quando a 30 gradi sotto zero i miei compagni cadevano inerti al mio
fianco, pregai la Madonna di cavarmi fuori da quell’inferno, per
spendere la vita al servizio della Verità. La mia ricompensa l’ho già
ricevuta, e so di aver combattuto quella battaglia.
|