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DAL CINISMO AL NEOPLATONISMO
INDICE RAGIONATO DEI CONCETTI


Adiaforía

Indica l'atteggiamento morale di totale indifferenza che, secondo gli Stoici radicali (Aristone di Chio ed Erillo), il saggio deve tenere nei confronti delle cose che stanno a metà fra la virtù e il vizio (v. Indifferente).

Afasia

È l'atteggiamento di non-dire-nulla e di non-pronunciarsi-sulla-natura-delle cose. Sesto Empirico spiega che afasia vuol dire «rinuncia alla fasi», dove «fasi» significa una espressione che afferma o nega. All'afasia è strettamente connessa l'epoché (v. voce).

Allegoria

Nei primi secoli dell'era imperiale, l'interpretazione allegorica, che mira a ricavare sistematicamente il significato concettuale delle narrazioni mitiche, poetiche o anche storiche, diventa un metodo di esegesi filosofica. - a) Ne fanno uso gli Stoici, che considerano le raffigurazioni poetiche riguardanti gli Dei come simboli di verità fisiche. - b) Fra i filosofi è però Filone di Alessandria che sviluppa il metodo allegorico in maniera sistematica, al punto da farne il metodo stesso del suo filosofare - c) Una interpretazione allegorica molto elaborata è contenuta nella Tavola di Cebete, che è uno pseudoepigrafo pitagorico di età ellenistica. - d) Un largo uso del metodo allegorico si riscontra nel medioplatonico Plutarco, in particolare nel De Iside et Osiride, dove la mitologia egiziana è riletta in questa chiave con estrema finezza. - e) L'interpretazione allegorica della mitologia greca e dei poeti diviene canonica nel Neoplatonismo, inizialmente in modo discreto in Plotino, poi in modo sempre più diffuso e massiccio già da Porfirio (si pensi alla sua interpretazione allegorica di Omero nell'Antro delle Ninfe). - f) Anche l'interpretazione dei dialoghi platonici operata soprattutto da Giamblico in poi, può essere considerata come una forma particolare di interpretazione allegorica.

Apatia

Il termine significa «impassibilità», nel senso di assenza di passione, e costituisce, con diverse sfumature, l'ideale morale di quasi tutta la filosofia dell'età ellenistica. - a) Per gli Stoici indica la radicale eliminazione delle passioni, intese come i mali dell'anima da cui dipende la sua infelicità. Le passioni sono sradicabili dall'anima, perché coincidono con giudizi errati, o perché sono loro conseguenza. Il retto giudizio - e dunque la conoscenza - elimina le passioni e rende felice l'uomo. - b) Per i Cinici l'apatia si colora del significato di indifferenza di fronte a tutte le cose apprezzate dagli uomini. -c) Per il megarico Stilpone l'apatia assume il significato di capacità di non sentire neppure i bisogni, e si fonda sulla matrice eleatica della sua ontologia. - d) In Pirrone l'apatia assume il significato più radicale di totale insensibilità (ne sentire quidem, «non sentire nulla»), in uno stato che si raggiunge «spogliando completamente l'uomo». - L'ideale dell'apatia è reso icasticamente dall'immagine del saggio che può essere felice anche tra i più atroci tormenti (p.es. nel toro infuocato di Falaride).

Apeiron

Dopo un impiego filosofico in senso prevalentemente negativo nel corso della filosofia classica e di quella ellenistica, in Plotino l'apeiron assume una connotazione positiva, indicando l'inesauribile potenza e ricchezza dell'Uno. - Proclo riprende poi la concezione platonica del Filebo, che fa dell'illimitato uno dei due elementi costitutivi di tutta la realtà, con la cosiddetta legge del ternario, secondo cui tutte le realtà sono costituite dall'úpeiron e dal péras, e sono quindi una loro mescolanza.

Apparenza: v. Fenomeno

Areté

Anche nel contesto dei sistemi dell'età ellenistica la virtù resta strutturalmente legata alla conoscenza. In particolare, per gli Stoici la virtù coincide con il logos armonizzato in modo perfetto, con l'azione perfetta (katórthoma). - Nella speculazione neoplatonica, la dottrina delle virtù subisce notevoli amplificazioni a cominciare già da Piotino. Porfirio distingue quattro livelli di virtù culminanti nelle virtù dello Spirito, e gli ultimi Neoplatonici parlano di una virtù teurgica come culmine della gerarchia delle virtù. Ma questa virtù rischia di essere ormai la negazione dell'antico razionalismo dei Greci (v. Teurgia).

Atarassia

L'ataraxía (tranquillitas animi, securitas) indica l'atteggiamento di tranquillità dell'animo e di imperturbabilità che caratterizza il saggio, secondo la maggior parte delle scuole dell'età ellenistica. - a) Per gli Epicurei, l'atarassia coincide soprattutto col piacere catastematico (quieto, immobile) e con l'aponia o assenza di dolore. - b) Per gli Stoici coincide con l'apatia, nel senso di assenza di passioni (il termine ataraxía viene usato dagli Stoici solo in un secondo momento, ma certamente prima dell'età di Cicerone). -c) Per Pirrone l'atarassia consiste nel ne sentire quidem, «non sentire nulla». - d) Per molti Accademici, Peripatetici e per gli ultimi Scettici, l'atarassia si raggiunge tramite la metriopatia o «moderazione delle passioni», e si identifica con essa.

Atomo

Per la riforma epicurea del clinamen, che modifica strutturalmente la concezione originaria degli Abderiti, v. Declinazione.

Autarchia

L'ideale dell'autarchia, che implica i concetti di autonomia e autosufficienza, ispira in genere tutta la filosofia ellenistica: chi segue la natura - dice Epicuro - raggiunge l'autarchia. Allo stesso modo l'autarchia è la caratteristica peculiare della virtù per gli Stoici, perché è fine a se stessa.

Bello

In Plotino il Bello si identifica con il Nous, con la seconda Ipostasi, mentre l'Uno è al di sopra del Bello. Lo stesso Plotino dice tuttavia che l'Uno «è bellezza che trascende ogni bellezza» e fonte di ogni bellezza.

Bene

La dottrina del Bene raggiunge i suoi vertici metafisici in Plotino, il quale lo identifica con l'Uno e lo concepisce come trascendente lo stesso Essere e lo stesso Pensiero. - La valenza etica del Bene emerge in primo piano nei sistemi dell'età ellenistica, dati i loro, preminenti interessi morali. Le due interpretazioni estreme sono quella epicurea, che identifica nel piacere il bene supremo, e quella stoica, che lo identifica con la virtù, mediante il concetto di oikeíosis (l'istinto primigenio di conservazione, per cui bene è ciò che conserva il nostro essere e lo incrementa, male è ciò che lo danneggia e lo diminuisce). - Nei sistemi dell'età imperiale il bene morale si realizza nella assimilazione al Divino e soprattutto nell'unione mistica e nell'estasi, e dunque assume valenze chiaramente misticoreligiose.

Canone, Canonica

Kanón significa criterio o norma. Il termine diventa tecnico nella filosofia del Giardino. Epicuro intitola Canone il libro in cui elabora il criterio della verità e la norma del bene e del male. La dottrina che elabora il canone della verità viene chiamata canonica: così è denominata, in particolare, la logica epicurea.

Categoria

Gli Stoici riducono le categorie, dalle dieci aristoteliche, a quattro: la sostanza o sostrato materiale, la qualità, i modi e i modi relativi, senza tuttavia esplicitare la nuova tematica ontologica che sta sullo sfondo di questa riforma. - Plotino riduce drasticamente la validità ontologica delle categorie aristoteliche alla sfera del sensibile, mentre propone come tavola delle categorie dell'incorporeo le cinque Idee generalissime del Sofista di Platone. - Già a partire da Porfirio, però, si verifica un recupero della tavola aristotelica delle categorie e della relativa problematica, soprattutto nella sua valenza logicognoseologica, che attira poi l'attenzione della maggior parte dei filosofi della tarda antichità. È soprattutto nella valenza logica che Boezio trasmette la dottrina delle categorie al Medioevo.

Clinamen: v. Declinazione

Cosmopolitismo

Consiste nella concezione, seguita alla rottura dell'antico éthos della polis, del cosmo come una grande polis. L'idea si fa strada, dapprima, nei Sofisti e nei Socratici minori, per trovare poi la sua formulazione più piena nell'etica stoica, dove si fonda teoreticamente sulla estensione dell'oikeíosis, dell'istinto di conservazione (v. Areté), a tutto il genere umano. Diventa poi, per influsso del Portico, una concezione comune alle varie scuole nell'età imperiale.

Declinazione

La parénklisis o clinamen esprime una delle più significative novità introdotte dagli Epicurei nel sistema dell'antico Atomismo: si tratta dell'ammissione di «uno spostamento minimo» totalmente casuale ed eslege degli atomi dalla loro linea di caduta. A livello ontologico tale deviazione serve a spiegare la possibilità della collisione e l'aggregazione degli atomi. A livello antropologico-morale, invece, serve a render conto della possibilità della libertà umana, che in un sistema totalmente regolato dalla necessità non troverebbe spazio alcuno.

Deificazione

In senso specifico, la théosis (deificatio) esprime l'identificazione dell'uomo e dell'anima umana con Dio. È una concezione largamente preparata dalla dottrina platonica e medioplatonica della virtù intesa come atto di assimilazione al Divino e comune a molti filosofi dell'età imperiale. - a) Ispira profondamente la filosofia neopitagorica, secondo la quale il fine principale dell'etica è esattamente quello di diventare Dio. - b) Anche in Plotino e nei Neoplatonici la théosis coincide con l'unione mistico-estatica con l'Assoluto. - c) Diversa, come vedremo nel volume III, la posizione di Filone: in lui, a differenza che in tutti gli altri, l'unione con Dio non è una deificazione dell'uomo, ma un darsi di Dio come dono all'uomo.

Diade

Alla fine dell'età ellenistica e in età imperiale la dottrina della Diade rinasce, dopo un lungo oblio, in modo limitato nei Medioplatonici, p.es. in Plutarco, e invece in modo rilevante nei Neopitagorici, i quali considerano la Diade come principio passivo e come materia intelligibile dualisticamente contrapposta alla Monade. La tendenza propria del movimento neopitagorico a realizzare un monismo spiritualistico finisce però col negare l'autonomia ontologica della Diade, prima deducendola dalla stessa Monade, poi, ulteriormente, deducendola, insieme a un uno inferiore, da un Uno superiore. - La dottrina della Diade si ritrova anche in Plotino e nei Neoplatonici, sebbene non in primo piano. In Plotino, in particolare, la Diade è il primo prodotto dell'Uno, che si determina rivolgendosi all'Uno, e, in questo modo, dà luogo al mondo delle Idee e del Nous.

Diatriba

La diatriba è una forma letteraria codificata dai Cinici, consistente in una breve composizione, per lo più in forma dialogica, di carattere prevalentemente etico, dai toni spesso parodistici, mordaci e polemici. - Spogliata della grinta cinica, la diatriba diviene un genere letterario molto diffuso soprattutto nella tarda antichità.

Dio, Divino

a) Mentre da Platone e Aristotele, e dalla letteratura filosofica che a loro si connette, Dio e il Divino sono concepiti come trascendenti il mondo, gli Stoici considerano Dio-Divino come immanente e lo fanno coincidere con la natura stessa. (La filosofia del Portico presenta la prima formulazione coerente dell'immanentismo.) - b) Secondo Epicuro, Dei e mondo stanno fra loro in un rapporto di estraneità, nel senso che gli Dei non causano e neppure reggono il mondo. Gli Dei non hanno però una struttura che li differenzi ontologicamente dal mondo. - c) In Plotino e nei Neoplatonici, il Divino ha diversi livelli di trascendenza: nel suo complesso trascende il-mondo fisico; al suo interno ci sono, poi, ulteriori gradi di trascendenza, essendo il Principio primo e assoluto addirittura al di là dell'essere, del pensiero e della vita: il Bene è l'Uno, l'Assoluto stesso, e boni forme è tutta la sfera del Divino. - L'idea che sia necessaria una rivelazione di Dio perché l'uomo creda nella sua esistenza è fondamentalmente estranea al pensiero greco.

Dogma, dogmatici, dogmatismo

II termine dogma diventa particolarmente significativo in età ellenistica, e se secondo Epicurei e Stoici è essenziale per il saggio avere dogmi, ossia principi dottrinari in cui fermamente credere, per contro negli Scettici «dogma» e «dogmatico» assunsero una connotazione negativa. Dogma, per lo Scettico, diventa un assenso dato a cose oscure, ossia a ogni proposizione che pretenda di esprimere una qualsiasi verità che non sia di evidenza puramente empirica o fenomenica.

Doxa

L'assoluta preminenza dell'epistéme, alla quale solamente è connessa la verità, resta la cifra di tutta quanta la filosofia greca, anche dopo Platone. Sia Epicuro, sia gli Stoici, sia Plotino, anche se con motivazioni differenti, indicano nella doxa il luogo dell'errore. Solo gli ultimi Scettici, che con Sesto Empirico tentano una fusione fra scepsi e medicina empirica, danno alle opinioni un rilievo inconsueto: ma questi filosofi rappresentano, in realtà, la negazione della speculazione filosofica, che, per loro, è tutta e solo dogmatica.

Epoché

È un termine, probabilmente coniato da Arcesilao, per esprimere la pirroniana adoxía (che designava la rinuncia del saggio ad avere opinioni). Epoché significa sospensione del giudizio.

Eros

Rispetto al vigoroso senso metafisico dell'Eros platonico, negli Epicurei e negli Stoici si ha una drastica riduzione del significato e della portata dell'erotica. Gli Stoici sostengono che l'amore è un desiderio che non riguarda i saggi, sebbene concedano al saggio di amare colui che ne è degno. - Plotino e i Neoplatonici riprendono il concetto platonico di eros, sviluppandolo nel contesto dell'ontologia delle ipostasi. Anche per Plotino l'amore non può caratterizzare l'Assoluto (l'Uno), ma piuttosto la via, ossia il modo (o uno dei modi) del ritorno all'Uno. L'amore è collegato da Plotino all'ipostasi dell'anima nella sua tensione verso lo Spirito e verso l'Uno che ha luogo attraverso il Bello.

Essere

a) Dopo Aristotele la teoria dell'essere subisce una marcata involuzione, come dimostrano la fisica di Epicuro e quella stoica. Per le filosofie ellenistiche l'essere coincide, in generale, con il corpo e con il corporeo. Lo stesso essere divino è corporeo. Pirrone e lo scetticismo cercarono invece di ridimensionare il concetto di essere e di risolverlo, in qualche modo, nell'apparire. - b) Con la rinascita del Platonismo (verso la fine dell'età ellenistica e nei primi secoli dell'era cristiana), l'essere viene identificato con l'incorporeo e con il trascendente, in netta polemica con la filosofia del Giardino e della Stoa. - c) In Plotino la problematica dell'essere assume valenze del tutto nuove. L'essere, che fa tutt'uno col pensiero, coincide con la seconda ipostasi. Ma ancora più nuovo è il tentativo di concepire il principio primo e l'Assoluto, cioè l'Uno, come al di sopra dell'essere stesso. Con Plotino, quindi, la dottrina dell'essere diventa una parte della metafisica e non quella ultimativa. Il Neoplatonismo successivo segue la via aperta da Plotino.

Estasi

La tematica dell'estasi, per quanto sia già presente in Platone, trova la sua precisa formulazione nel contesto del pensiero della tarda antichità. È possibile distinguere tre formulazioni differenti della dottrina dell'estasi, a seconda delle tradizioni cui si ispira e dei fondamenti su cui si impianta. - i) La prima è quella di Filone di Alessandria, legata al profetismo biblico e poggiante sul concetto di grazia e di dono divino. L'uscita da sé (ekstasis) è il darsi a Dio, che però è possibile solamente nella misura in cui Dio si dona a noi. - 2) La seconda formulazione è quella di Plotino, per cui estasi è l'eliminazione dell'alterità, la semplificazione, l'unificazione con l'Uno. L'estasi plotiniana non dipende da un dono di Dio, ma è opera delle pure capacità dell'uomo. È questa una concezione che dipende dalla antica convinzione greca, secondo cui l'uomo da solo può raggiungere il suo telos, senza bisogno di aiuto che venga dal di fuori. È quindi la forma di estasi che potremmo chiamare filosofico-speculativa e autarchica. - 3) La terza è quella che si trova nelle correnti della mistica pagana, come per esempio nell'ermetismo, e poi nei tardi Neoplatonici, legata alla virtù teurgica e quindi a una mentalità magica.

Fenomeno

Il termine phainómenon, inteso in senso lato, significa la realtà quale si manifesta alla nostra esperienza, e quindi il mondo sensibile quale appare. - Una accezione particolare, ricca di particolari implicanze teoretiche, il termine assume però negli Scettici. Già Pirrone intende per fenomeno una sorta di apparire che, in certo modo, risolve in sé tutta la realtà. - Sesto Empirico formula invece il concetto di fenomeno fondandosi su presupposti chiaramente dualistici: da un lato, vi è ciò che appare (ai sensi), dall'altro ciò che sussiste in sé, ossia la cosa esterna. Il fenomeno diventa, in tal modo, una affezione del soggetto. Questo concetto costituisce la base sulla quale Sesto riformula il suo scetticismo.

Grammatica

Costituisce, per la prima volta, un capitolo della logica negli Stoici, i quali ritengono che la dialettica si debba occupare, oltre che della struttura del pensiero, anche di quella del linguaggio. Gli Stoici pongono le premesse dello studio scientifico della grammatica, sviluppate più tardi da Dionigi di Tracia.

Heimarméne

Il termine significa Fato o Destino. Da credenza mitico-religiosa, la Heimarméne diventa concetto tecnico nella speculazione degli Stoici, i quali la definiscono come la legge secondo cui tutte le cose sono avvenute, avvengono e avverranno. Il Fato stoico non è cieco, ma, al contrario, è razionalità, è il Logos che si manifesta nella sua necessità razionale.

Impressione

Il termine typosis significa letteralmente «impronta ». Nel contesto della filosofia greca in generale, e in modo particolare nelle filosofie corporeistiche dell'età ellenistica, viene interpretata come impronta la sensazione (v. voce), e quindi il fondamento della conoscenza.

Indifferente

Il termine adiàphoron (indifferens), secondo gli Stoici, indica tutte quelle cose che stanno fra i beni e i mali morali. E poiché, per questi filosofi, beni sono solo le virtù e mali solo i vizi, indifferenti sono tutte quelle cose che stanno fra virtù e vizi. In senso stretto, quindi, vita e morte, salute e malattia, giovinezza e vecchiaia, bellezza e bruttezza, ricchezza e povertà, e così via, sono tutti «indifferenti», appunto perché non sono né «beni» (= virtù), né «mali» (= vizi). -Adiàphora significa anche cose «senza differenze» o «prive di differenziazioni» dal punto di vista ontologico. Tali sono tutte le cose secondo lo scetticismo pirroniano, in quanto «niente è più questo che quello», «ogni cosa è e non è», «ogni cosa né è, né non è». Su questo fondamento Pirrone proclama la necessità per l'uomo di restare senza opinione e senza inclinazione di fronte alle cose del tutto indeterminate, e dunque la necessità della afasia (v. voce) e dell'impassibilità. V. Adiaforía.

Ipostasi

Hypóstasis significa sostanza. Il termine, usato dagli Stoici, dai tardi Peripatetici e dai Medioplatonici, diventa tecnico nei Neoplatonici a partire da Plotino. Si potrebbe dire che, nei Neoplatonici, ipostasi indica quella particolare concezione della sostanza inserita nella dialettica della processione (v. voce). L'ipostasi è una sostanza che deriva da un'altra sostanza, rispetto alla quale è sempre inferiore, e tuttavia è essa stessa sostanza a pieno titolo e capace, a sua volta, di generare altre sostanze, secondo le leggi della processione.

Kathèkon

Il termine kathékon, divenuto tecnico nella speculazione stoica, significa propriamente azione conveniente. In latino corrisponde a offticium. Per gli Stoici il kathékon si colloca, in un certo senso, a metà fra l'azione virtuosa e quella viziosa, sul piano degli indifferenti (v. voce), e coincide con quelle azioni riguardanti appunto gli intermedi che sono giustificabili razionalmente in quanto conformi a natura. Sono kathékonta, per esempio, l'avere buoni rapporti con amici, il nutrirsi, il riposarsi, il mantenere un decoro nella persona ecc. I kathékonta sono legati prevalentemente alla natura biologica e animale dell'uomo. - Il termine italiano «dovere» ricopre solo in parte la stessa area semantica, dato che, da un lato, implica rapporti con l'azione morale assai più stretti, e quindi dice di più; dall'altro, invece, dice di meno, perché il concetto stoico di kathékon è estensibile anche ad animali e piante, mentre quello di dovere non lo è affatto. - Il concetto emerge in primo piano e acquista più spiccata rilevanza etica nel Mediostoicismo di Panezio e poi nel De Offticiis ciceroniano. - Passando attraverso il ripensamento cristiano, il concetto di dovere diventa una acquisizione centrale e irreversibile del pensiero morale dell'Occidente.

Legge

È un contributo fondamentale della Stoa la precisa formulazione della dottrina della legge naturale come fondamento delle leggi umane e quindi del concetto di diritto naturale.

Lektón

È il termine con cui gli Stoici indicano il concetto universale. Oltre alle parole e alle cose, essi ammettono infatti i significati delle parole, che chiamano appunto lektà (che in genere si rende con «esprimibili») e che ritengono incorporei (nel senso che questo termine ha nella loro dottrina).

Libertà

I) In ambito ellenistico, si conferma la tendenza generale della Grecità a collegare la libertà alla ragione. - a) Per Epicuro tutta la filosofia è attività liberatrice ed esercizio di libertà. Per far posto alla libertà dal punto di vista ontologico, egli non esita a introdurre il clinamen (v. Declinazione). - b) Anche gli Stoici, contro i presupposti del loro sistema, difendono la libertà dell'uomo, che identificano con l'assenso (appunto, la libera adesione che l'anima umana dà oppure nega alle rappresentazioni sensibili che provengono dagli oggetti). Crisippo, poi, cerca di mostrare come la libertà si concili con la necessità della Heimarméne (v. voce), che pur domina assoluta. - c) I Cinici considerano la libertà come il bene supremo, poggiandola su due concetti fondamentali: l'anaídeia, cioè la libertà di azione senza restrizioni e spinta anche ai limiti dell'impudenza, e la parrhesía, la franchezza di parola non di rado esercitata ai limiti della sfrontatezza dissacrante. - d) In età imperiale il Neostoicismo guadagna nuove mete. Seneca giunge a parlare di voluntas e di velie, mentre Epitteto con il concetto di prohaíresis (la scelta e la decisione fondamentale) prospetta, con amplificazioni inedite, il concetto di libertà come scelta di fondo. - 2) Un taglio netto con il passato si ha invece nelle Enneadi, in cui Plotino scioglie il concetto di libertà da quello di scelta e lo fa coincidere con la potenza autoproduttrice dell'Uno. Con questa concezione, però, Plotino spezza gli schemi della Grecità. In generale, per Plotino, libertà implica immaterialità.

Logica

i) In età ellenistica prevale un concetto di logica come canonica (v. voce) e come dottrina del criterio della verità. - La logica epicurea smarrisce gran parte dei guadagni dell'analitica aristotelica e si configura come un sensismo esasperato. - Ben più importante è invece la logica stoica, oggi ampiamente rivalutata. La sua caratteristica di fondo sarebbe quella di essere una logica della proposizione, anziché dei termini. - Nella serrata polemica contro la validità della logica, gli Scettici non fanno altro che tentare di rovesciare contro gli avversari (soprattutto contro gli Stoici) le loro stesse armi e non sanno, nemmeno con Sesto Empirico, costruire una nuova logica (anche la logica sestiana, come quella di tutti gli Scettici, non è altro che una dialettica negativa). - 2) Per i Neoplatonici si dovrebbe parlare di una logica dell'infinito, che coincide con la dialettica della processione e le sue leggi (v. Processione). - A cominciare già da Porfirio, la logica aristotelica, che ha goduto della fortuna di gran lunga maggiore, viene rivalutata soprattutto nel suo valore di propedeutica.

Lógoi spermatikoí

Con questa espressione gli Stoici indicano i Lógoi di tutte le cose, le ragioni seminali (rationes seminales) che sono contenute nell'unico Logos immanente. Questo è come il seme che contiene i semi di tutte le cose. - Dalla Stoa l'espressione e il relativo concetto (sia pure calibrato diversamente) passano ad altre scuole. - Nella terminologia plotiniana, i lógoi spermatikoí, detti anche semplicemente lógoi, sono le forze razionali dell'anima dell'universo che producono il mondo e tutte le cose sensibili, e, in qualche modo, ne costituiscono l'essenza.

Logos

Il termine ricopre in greco una vastissima gamma di significati e in nessuna lingua moderna ne esiste uno corrispondente. Esso indica, fondamentalmente, ciò che è espressione di ragione e di razionalità (dalla parola al discorso, al pensiero, al ragionamento, al rapporto e alla proporzione numerica, alla definizione e così via). - a) In senso tecnico la dottrina del Logos compare in Eraclito, ma solo con la Stoa diventa un concetto speculativo fondamentale, dove designa il fuoco artefice, la ragione seminale di tutte le cose, la forza che tutto produce e governa: Dio: e quindi è Heimarméne e Prónoia. In quanto fondamento di tutto, il Logos stoico non ha solo rilevanza ontologica, ma anche etica, dove funge da principio normativo, e logica, dove funge da principio di verità. Le tre parti del sistema stoico possono quindi essere viste come l'espressione delle tre valenze del Logos. (In Filone di Alessandria e nel Corpus Hermeticum, il Logos si carica di significati religiosi e teologici di estrazione biblica.) - b) In Plotino Logos designa fondamentalmente la forza razionale che è nell'anima, dalla quale e secondo la quale sono costituite tutte le cose e l'intero cosmo fisico (v. Lógoi spermatikoí): Plotino non esita quindi a dire che tutto è Logos (panlogismo). - Nella dottrina cristiana Logos significa il Figlio di Dio, il Verbo fatto carne, Cristo stesso. In proposito, il testo base è il grande prologo giovanneo.

Luogo

Sulla scia di Ammonio Sacca, Plotino, approfondisce notevolmente il senso metafisico del luogo (tópos), intendendolo come il contenere spirituale con cui un'Idea accoglie entro sé un'altra Idea, secondo la legge metafisica generale che regola i rapporti delle realtà spirituali (tutto è in tutto secondo una maniera appropriata). Questo significato metafisico segna il rovesciamento dell'usuale concetto di luogo.

Magia

E l'arte di operare prodigi, agendo su cose, uomini e sugli stessi Dei al fine di dominarli e piegarli ai propri desideri. Essa si fonda su procedimenti arazionali, che sono l'esatta antitesi dello spirito scientifico. Si diffuse nella tarda antichità e gli scritti ermetici ne sono una tipica espressione. Il Neoplatonismo post-plotiniano, quando ormai il logos aveva perduto la fiducia in se stesso, tenta di sussumere la magia in quella particolare forma che è la teurgia e la considera addirittura coronamento della filosofia (v. Teurgia).

Manenza

Già nel pensiero di Numenio il termine moné serve a designare soprattutto quella attività della prima ipostasi per la quale essa rimane qual è. - In senso analogo si trova anche in Plotino, dove coincide con l'attività dell'ente e consiste nella attività per cui le ipostasi permangono quali sono, e proprio in virtù di questo permanere identiche generano qualcos'altro. - Il concetto viene però messo perfettamente a punto solo nella speculazione di Proclo, dove costituisce il primo momento della dialettica triadica propria della processione (v. Processione).

Mantica

La mantiké (divinano) è l'arte di scrutare e prevedere il futuro. È una credenza antichissima, che però in filosofia ha assunto un preciso rilievo solo con gli Stoici, che cercarono di darle un fondamento teoretico tramite il concetto del Destino, inteso come ineluttabile necessità, cui nulla si sottrae, comprese le vicende umane. - Nell'età imperiale, la mantice, come arte di prevedere il futuro, fu congiunta e subordinata alla teurgia, che si proponeva non solo di prevedere, ma anche di modificare, a beneficio dell'uomo, gli eventi futuri, agendo sulla sfera del Divino (v. Teurgia). - Sulla mantice e sulla problematica a essa connessa si veda il De divinatione di Cicerone, che è una vera miniera di informazioni.

Materia

Rispetto all'età classica della filosofia, arricchimenti significativi della problematica della materia si trovano non nella riflessione ellenistica, ma nella speculazione neoplatonica. Nel contesto della processione essa viene dedotta dal primo principio. La materia sensibile diviene l'immagine di quella intelligibile, la privazione di Bene, il non-essere, ossia ciò che è altro rispetto a tutto ciò che è Nous. La materia coincide così con lo spegnersi della contemplazione creatrice.

Mistica, misticismo

Il termine deriva da mysnkós, che significa ciò che è connesso con i misteri. Solo nella tarda antichità, però, ricorre l'espressione mystikè paràdosis, per indicare la dottrina mistica, ossia quella dottrina che mostra all'uomo come distaccarsi dal sensibile e giungere all'Assoluto, fino ad assimilarsi e unificarsi con Lui. Questa forma di misticismo raggiunge il vertice in Plotino. -Vi è, poi, un misticismo che si potrebbe chiamare irrazionalistico, il quale si fonda sulle arti teurgiche, quindi su certe forze irrazionali, e anzi le considera come quelle che, sole, sono in grado di portare l'uomo a unirsi al Divino. È questo il misticismo proprio non solo dell'ermetismo e degli Oracoli Caldaíci, ma di tutto il tardo Neoplatonismo. - Una terza forma di misticismo può considerarsi quella di Filone Alessandrino, che anticipa la individuazione delle tappe essenziali dell'ascesa mistica che diverranno famose da Agostino in poi.

Nous

i) In età ellenistica l'intelligenza è interpretata in chiave corporeistica, e quindi perde la sua rilevanza metafisica. Restano però le precedenti valenze antropologiche, cosmologiche e fisico-teologiche, visibili soprattutto nello Stoicismo, che ritiene l'egemonico (l'anima razionale) un frammento dell'intelligenza divina, e fa di quest'ultima il principio attivo e costitutivo dell'universo. — 2) Con la riscoperta dell'incorporeo, in età imperiale (Medioplatonismo e Neopitagorismo), la metafisica dell'intelligenza procede a ulteriori acquisizioni, tramite il tentativo di sintetizzare le istanze platoniche e quelle aristoteliche. — a) In questo periodo si tende a differenziare più che in passato il Nous dalla Psyche e a sottolineare marcatamente la sovraordinazione gerarchica del primo rispetto alla seconda. Questa concezione influenza, fra altri, lo stoico Marco Aurelio. - b) In secondo luogo, si tende a stabilire una gerarchia di Intelligenze: quella suprema (che coincide col primo Dio) e quella dellAnima del mondo (che viene detta secondo Dio). - c) Ma soprattutto è degna di rilievo la trasformazione delle Idee in pensieri di Dio, e precisamente nei pensieri del primo Intelletto che pensa se stesso. - d) Proprio sulla sporgenza metafisica che ha il Nous nell'uomo viene fondata la possibilità della «assimilazione a Dio», che in età imperiale diviene il comandamento morale essenziale. - 3) Anche nei più famosi documenti della gnosi pagana, nei Trattati ermetici e negli Oracoli Caldaici, l'Intelletto gioca un ruolo fondamentale. - 4) Un posto di primo piano nella storia del concetto di intelletto occupa Alessandro di Afrodisia, il quale distingue nell'uomo: a) un intelletto materiale, puramente potenziale; b) un intelletto in habitu, ossia un intelletto che, mediante la realizzazione della sua potenzialità, possiede l'abito del pensare; c) l'Intelletto agente o produttivo, che viene invece identificato con Dio; d) l'intelletto che «viene dal di fuori», il quale diventa come l'impronta dell'Intelletto agente sulla nostra anima, che rende l'intelletto nostro da potenziale a intelletto in habitu. - 5) Con Plotino, poi, il Nous diventa una ipostasi, concepita come una sintesi di essere, pensiero e vita. Il termine più corretto per tradurre il Nous plotiniano è quello di Intelligenza. La dottrina plotiniana del Nous fonde mirabilmente tutte le istanze della dottrina platonica e aristotelica, e le porta alle loro ultime conseguenze. Con Plotino, però, mentre si fa nettissima la distinzione fra Nous e Psyche, che sono due differenti ipostasi, emerge una terza ipostasi superiore allo stesso Nous, ossia l'Uno. L'esatta comprensione del Nous plotiniano implica pertanto una adeguata comprensione dell'Uno da cui è generato, così come quella dell'Anima che esso genera, e, in modo particolare, implica un adeguato approfondimento del concetto di processione (v. voce). - Il successivo Neoplatonismo spezza l'unità della ipostasi del Nous, facendo di quelle che in Plotino erano determinazioni concettuali altrettante ipostasi, e poi distinguendo, anche all'interno di queste, ulteriori ipostasi.

Ousía

Dopo Aristotele, nella speculazione della Stoa e in alcuni pensatori influenzati dalla Stoa, ousía viene a significare la materia o sostanza materiale. - In Plotino ousía serve a indicare soprattutto quell'essere che è momento costitutivo dell'Intelligenza, ossia della seconda ipostasi.

Physis

i) Con la Stoa, il concetto di physis acquista anche il significato di fondamento della norma morale e politica. Già l'Accademia e lo stesso Aristotele si erano mossi in questa direzione, ma l'acquisizione teoreticamente fondata di questa prospettiva avviene solo nel contesto della triplice valenza del Logos-physis (v. Logos). - 2) L'ultima tappa dello sviluppo del concetto greco di physis è costituita dalla speculazione di Plotino, secondo il quale la natura è il lembo estremo dell'Anima, l'aspetto per cui l Anima produce il mondo fisico. La natura in senso plotiniano è Logos che produce le forme e le somministra alla materia. La physis deriva dalla contemplazione dell'Anima, ed è essa stessa contemplazione, e, come tutte le realtà intelligibili, essa contemplando produce.

Politica

Un mutamento epocale di prospettiva nella visione della politica si verifica in conseguenza della rivoluzione politica operata da Alessandro Magno. Crollata la Polis, l'individuo cessa di identificarsi col cittadino, e così l'etica cessa di coincidere con la politica; lo Stato non viene più considerato come la dimensione necessaria per l'esplicazione e la realizzazione dei valori più alti dell'uomo. - I) Posizioni di contestazione del valore della Polis si erano già avute in alcuni Sofisti e Socratici minori, in particolare nei Cinici, che però maturarono il loro pensiero soprattutto in età ellenistica. - Tipica di quest'epoca è la posizione degli Epicurei, che svalutano nettamente la vita politica, considerandola «innaturale», predicano l'eccellenza del «vivere nascosto» e valutano la legge, il diritto e la giustizia nell'ottica dell'utile. - Gli Stoici, invece, teorizzano il diritto di natura e concepiscono una politica in chiave universalistica, affermando il cosmopolitismo. In età ellenistica tale tema diviene assai diffuso e, da ultimo, viene accolto dagli stessi Epicurei. - 2) In età imperiale, l'impostazione mistica della speculazione fa perdere quasi del tutto l'antico significato filosofico della problematica politica. Plotino sente il bisogno di reduplicare le quattro virtù cardinali della Repubblica platonica e di introdurre virtù a livello superiore. Lo stesso avviene in molti Neoplatonici posteriori. Le antiche «virtù politiche», che per Platone erano tutta la virtù, diventano la loro più pallida manifestazione, e il Bene e la felicità vengono collocati in un luogo, che, lungi dall'essere raggiungibile in una dimensione «politica», risulta attingibile nel silenzio e nella solitudine, con una fuga «da solo a Solo».

Processione

Pròodos è il termine più appropriato per indicare il processo di derivazione di tutta la realtà dall'Uno nella metafisica neoplatonica. La processione è stata spesso confusa con l'emanazione; ma questo è un grave fraintendimento. La processione risulta costituita da una serie di momenti logicamente ben distinti, a partire innanzitutto dalla distinzione plotiniana delle due forme di attività: a) l'attività che è propria di un ente, e b) l'attività che proviene da quell'ente. La prima coincide con la natura stessa dell'ente, la seconda, invece, deriva da essa. La prima attività dell'Uno coincide con il suo libero autoporsi (col suo essere causa sui) e col suo voler essere quello che è. La seconda (necessaria conseguenza) implica il procedere di qualcos'altro dall'Uno (poiché l'Uno si autopone come infinita potenza, come potenza di tutte le cose, da cui devono procedere tutte le cose). Ciò che deriva dall'Uno è qualcosa di indeterminato, che si determina solo rivolgendosi a contemplare l'Uno. Nasce così la prima ipostasi, dalla quale derivano le altre, secondo un identico schema. - La processione implica, a un tempo, necessità e libertà: è una necessità che segue a un atto di libertà (quello dell'Uno che si autopone). - Proclo (esplicitando elementi già presenti in Plotino) determina la processione come processo triadico costituito da tre momenti: I) manenza (v. voce); 2) processione o uscita; e 3) ritorno (v. voce).

Provvidenza

Negli Stoici, il concetto di Prónoia emerge in primo piano, ma con mutato significato rispetto a Socrate e Platone (dove indicava l'attività finalizzatrice divina), coincidendo con il concetto di finalità e razionalità immanente, connesso alla immanenza del Dio-Logos-Physis. Come tale la Pronoia viene a identificarsi con la Heimarméne o Fato. - Il concetto di Provvidenza è stato poi rifondato in senso spiritualistico e trascendentistico nell'ambito del rinato Platonismo. (Si noti che i Greci non guadagnarono il concetto di Provvidenza relativo ai singoli individui; solo nel Neostoicismo ci sono accenni in tal senso, sebbene non teoreticamente fondati.)

Psyche

Nell'Accademia e nel Peripato, dopo la morte dei fondatori, assistiamo, più che ad approfondimenti, a restrizioni delle dottrine psicologiche dei maestri. I) Le novità in materia vengono, nell'età ellenistica, dal Giardino e dalla Stoa. La rilettura in chiave materialistico-corporeistica della dottrina della psyche riesce solo in modo aporetico. - Epicuro considera l'anima come un aggregato di atomi e quindi corporea, e per giunta, come ogni aggregato, mortale. Ma poi tende a considerare questi atomi costituenti la psyche in un modo qualitativamente diverso dagli altri, in chiara antitesi con i presupposti del sistema. -Anche la Stoa interpreta l'anima come una realtà corporea, ossia come pneuma, ma in una prospettiva assai più ricca. C'è un'Anima del mondo, che è lo stesso Principio divino, l'Intelligenza cosmica e quindi la Provvidenza, ossia Dio; e c'è l'anima dell'uomo, che è un frammento dell'anima cosmica. Gli Stoici attribuiscono, curiosamente, una sorta di sopravvivenza a termine dell'anima, ponendosi a metà strada fra Platone ed Epicuro. - 2) Con la rinascita del Platonismo e del Pitagorismo in età imperiale ritornano in auge tutte le dottrine di Platone, ma si tende a porre il nous strutturalmente al di sopra della psyche, allo scopo di tagliare i ponti col materialismo della Stoa. - 3) Le più cospicue novità sulla psyche, nell'ultima parte del pensiero greco, si trovano in Plotino. Nelle Enneadi la psyche è la terza ipostasi e ha un chiaro ruolo di intermediario fra il mondo dell'incorporeo, cui appartiene, e il mondo corporeo, da essa prodotto. L'ipostasi Anima, che ha la caratteristica essenziale di essere una-emolte, si distingue in: i) Anima suprema; 2) Anima del Tutto; 3) anime particolari (di diverso genere), aventi, ciascuna, particolari funzioni. - Nell'ultima fase del Neoplatonismo, infine, la dottrina dell'anima viene collegata alla teurgia e alla dogmatica della religione pagana, e quindi scade filosoficamente.

Ritorno

In Plotino l'epistrophé esprime il movimento della conversione dell'anima umana che si ricongiunge all'Uno. Tuttavia il ritorno non è solo dell'Anima, ma anche del Nous, che, proprio rivolgendosi a contemplare l'Uno, acquista statura di ipostasi. E lo è anche dell'Anima universale, la quale, analogamente allo Spirito, solo contemplando lo Spirito (e, attraverso lo Spirito, l'Uno) nasce come ipostasi. - Proclo fa dell'epistrophé un momento necessario della processione in generale, accanto agli altri due momenti di manenza (moné) e di processione (próodos).

Saggio

Nei sistemi ellenistici, cade o è addirittura rovesciata la distinzione aristotelica tra sophía (sapienza, teoretica) e phrónesis (saggezza, pratica). La phrónesis o saggezza diventa la suprema virtù, e il sophós diviene colui che incarna non il sapere metafisico, bensì la perfetta «arte del vivere»: il sophós diviene dunque il saggio nel senso che ancor oggi diamo a questo termine. Tutte le scuole ellenistiche hanno un vero e proprio culto del saggio, che trasformano in supremo ideale, quasi in un mito: infatti il saggio delle filosofie ellenistiche differisce dagli Dei solo quantitativamente, nel senso che realizza in un tempo limitato quella virtù e felicità che gli Dei hanno per l'eternità. Molti caratteri del saggio variano, naturalmente, da scuola a scuola, ma alcuni sono comuni, come p.es.: la perfetta serenità, l'autarchia (l'essere sufficiente a se stesso), l'esser distaccato dalle cose esteriori e materiali, la superiorità su tutto, il saper sopportare tutto, compreso il dolore (anche fra i tormenti il saggio è felice, perché con la sua anima sa essere al di sopra di essi), la capacità di trovare nel suo intimo il rimedio a tutto. - a) Per gli antichi Stoici non c'è una via di mezzo fra saggio e stolto. Già però a partire dalla media Stoa si ammette l'esistenza di progredienti (prokóptontes) verso la virtù, e nell'ambito della nuova Stoa si rivela addirittura il carattere di idealità del saggio e dunque la non esistenza a livello empirico di un uomo perfettamente saggio. - b) In età imperiale il concetto di saggio assume coloriture mistico-religioso-trascendentistiche. Saggio è colui che imita e segue Dio, colui che contempla l'assoluto e addirittura trascende la dimensione dell'umano, per unirsi al divino. -c) Anche nell'ambito dei filosofi neoplatonici, sia pure con diversa angolatura, il sophós è colui che ha commercio con le cose divine. Saggio, nell'ultima filosofia greca, è l'uomo che contempla e vive nella dimensione dell'Assoluto.

Scienza

i) Per Epicuro, il vero sapere incontrovertibile è il sapere ultimativo (fisicoontologico). - Gli Stoici insistettero, anche a livello formale, in modo del tutto particolare sulla tematica della scienza e sulla certezza di poterla raggiungere: ed è per questo che soprattutto contro di essi si scatenarono le polemiche degli Scettici. - La dottrina scettica, specie quella neoscettica, altro non è che un grandioso tentativo di dimostrare l'impossibilità della scienza comunque intesa e in special modo nel senso stoico . - 2) Con Plotino viene però portata alle estreme conseguenze quella tangenza col Divino e con l'Assoluto che era implicita nelle precedenti concezioni della scienza (e che era anzi esplicita in Aristotele). La scienza diviene la vivente unificazione di pensiero ed essere nello Spirito. La scienza contiene in sé strutturalmente la totalità dei contenuti. E a questa, che è scienza dello e nello Spirito, l'uomo è legato dalla anamnesi e vi ritorna con la dialettica. Per Plotino, però, al di sopra della scienza, pur così alta, c'è l'estasi, l'unificazione con l'Assoluto (l'Uno), che, come è al di là dell'essere e del pensare, così è al di là della scienza: al di sopra, non contro. -La decadenza di questa mentalità si ha con l'assunzione nella filosofia della teurgia (v. voce), che è una forma di magia e di puro irrazionale, e con l'egemonia di questa negli ultimi Neoplatonici.

Sensazione

i) Dopo la grande stagione aristotelica della sensazione interpretata alla luce della distinzione tra potenza e atto, gli Epicurei tornano a spiegare la sensazione in funzione dell'atomismo, precisamente dei simulacri atomici che emanano dalle cose e penetrano in noi. - Gli Stoici la interpretano invece, nel contesto del loro corporeismo, come una impronta materiale provocata dalle cose sull'anima, o anche come una alterazione qualitativa. - Una notevole e ingegnosa interpretazione apporta in materia Plotino, che spiega la genesi della sensazione preoccupandosi soprattutto di salvaguardare l'impassibilità dell'anima rispetto al corporeo. Egli distingue una sensazione esteriore, considerata come l'affezione che i corpi producono sui corpi, dalla percezione sensitiva, intesa come un atto conoscitivo dell'anima rivolto all'affezione corporea. La percezione sensibile, allora, viene a coincidere con una sorta di giudizio dell'anima, e la sensazione stessa, in qualche modo, viene fatta rientrare nella sfera dell'intelligibile, sotto la forma di «pensiero oscuro». - 2) Per quanto concerne il valore conoscitivo della sensazione, dopo la posizione articolata di Aristotele (secondo cui le sensazioni non errano mai, ma possono errare i giudizi che si basano su di esse), i filosofi ellenistici si sono nettamente divisi tra: a) coloro che svalutano nettamente il valore della sensazione (gli Scettici); e b) coloro che la valutano a oltranza (Epicurei, Stoici).

Simpatia

La sympàtheia indica in generale il reciproco rapporto sussistente fra le cose, per cui una strutturalmente agisce sull'altra e viceversa. - a) Gli Stoici si avvalsero della concezione di simpatia cosmica - ossia della concezione secondo cui le parti agiscono reciprocamente sulle parti e il tutto consente con se stesso - per garantire l'unità del cosmo e per spiegare numerosi fenomeni. - b) La tesi della simpatia universale è ripresa da Plotino in chiave spiritualistica. - c) In un altro contesto, proprio p.es. degli Oracoli Caldaici, in cui è prevalente l'elemento magico-irrazionale, «simpatici» sono definiti quegli elementi che, in virtù di particolari e misteriose affinità con le divinità, nella pratica teurgica servono da strumento per realizzare la liberazione dell'Anima dal corporeo.

Tempo

Riallacciandosi all'intera tradizione filosofica, anche nelle filosofie ellenistiche il tempo risulta strutturalmente collegato al movimento. In particolare va segnalato il collegamento della problematica del tempo con quella dell'incorporeo negli Stoici. - Un'inedita prospettiva assume la concezione del tempo nel Neoplatonismo. Il tempo coincide, secondo Plotino, con l'attività dell'Anima-ipostasi, che produce tutto ciò che è altro dal Nous (il quale è nella dimensione dell'eterno). Il tempo coincide dunque con l'uscita dell'Anima dall'unità e con quell'attività produttrice del mondo fisico, la quale pone in successione di prima e poi ciò che nel Nous è tutto insieme e simultaneo.

Teurgia

A differenza della teologia, che si limita a parlare intorno alla divinità, la teurgia si propone di evocare gli Dei e di agire su di loro attraverso l'uso di simboli o di pratiche del tipo di quella che oggi si chiama trance medianica. - a) Molto antica, come pratica, la teurgia venne fissata per iscritto da Giuliano il Teurgo negli Oracoli Caldaici, e, attraverso questa opera, ebbe larga diffusione nella tarda antichità. - b) Porfirio, sulla base del principio della impassibilità divina e della indifferenza degli Dei a qualsiasi tipo di azione umana, la criticò, ma insieme ammise una sua efficacia, sia pure a livello inferiore. - c) Giamblico, facendosi interprete delle esigenze dell'ultimo paganesimo, difese la invece teurgia perché riteneva che grazie a essa fosse possibile, in una dimensione soprarazionale, congiungersi con gli Dei e beneficiare della loro potenza. In questa relazione, la Divinità non rimarrebbe però passiva, ma assumerebbe l'iniziativa di scendere fino agli uomini, per liberarli dalla miseria di questo mondo. - d) Dopo Giamblico, quasi tutti i Neoplatonici pagani ebbero un atteggiamento di incondizionata fiducia nelle pratiche teurgiche; così p.es. Giuliano l'Apostata e Proclo. Quest'ultimo, in particolare, parlava di una «virtù teurgica» superiore a ogni altra e capace di unirci al divino.

Trascendenza

I) Dopo il guadagno platonico della trascendenza con la «seconda navigazione», e la riformulazione di essa da parte di Aristotele, nell'età ellenistica la trascendenza viene sistematicamente negata. Epicuro e gli Stoici respingono in modo categorico gli esiti della seconda navigazione platonica, e Pirrone tenta di rovesciare l'ontologia aristotelica. L'essere viene dichiarato come strutturalmente corporeo, e all'incorporeo viene negata pervicacemente una statura ontologica. L'età dell'ellenismo è l'età dell'antitrascendenza e dell'immanenza. - 2) A partire dagli ultimi decenni dell'era pagana e soprattutto nei primi secoli dell'era cristiana, la problematica della trascendenza rinasce e diviene vigorosissima. Filone di Alessandria combinando platonismo e rivelazione biblica, estende la trascendenza di Dio anche a livello gnoseologico e semantico. - 3) I Neopitagorici e i Medioplatonici fanno valere in maniera sempre più consapevole le istanze dell'incorporeo. -4) I Neoplatonici, infine, fanno della trascendenza addirittura la cifra emblematica del loro filosofare. La terminologia che usano è, naturalmente, quella platonica, caricata di nuovi significati. Il principio primo nei Neoplatonici diviene l'assolutamente trascendente, in quanto posto al di là addirittura dell'Essere e del Nous, e di conseguenza diventa (come già in Filone) ineffabile e inesprimibile. I Neoplatonici distinsero tre gradi di trascendenza, corrispondenti alle tre ipostasi di Piotino o alle tre sfere in cui rientrano le ipostasi moltiplicate dai suoi successori, e precisamente: a) la trascendenza a livello dell'Anima, che è trascendente rispetto ai corpi; b) la trascendenza a livello del Nous, che è trascendente tanto solo rispetto ai corpi, quanto anche rispetto all'anima; c) la trascendenza dell'Uno, che è trascendente rispetto a tutto.

Tropo

Nella filosofia neoscettica il trópos è il «modo» che indica la ragione strutturale per cui si deve giungere al riconoscimento della indeterminatezza delle cose e dunque all'epoché (v. voce). - a) Enesidemo ha redatto una tavola di dieci tropi, interpretandoli come le supreme categorie del dubbio, prevalentemente rivolta alla critica della certezza sensibile. A questi ha fatto seguire una seconda tavola di tropi rivolta contro il metodo scientifico, in quanto fondato sul principio di causa. - b) Agrippa riformula in maniera più concisa e incisiva la tavola dei tropi di Enesidemo, riassumendola in cinque titoli, diretti sia contro la conoscenza sensibile sia contro quella razionale. - c) Una interessante utilizzazione dei tropi di Enesidemo si ha in Filone di Alessandria il quale, mediante essi, dimostra l'impotenza della ragione che vuole a tutti i costi bastare a sé, e la conseguente necessità che questa si ancori a una fede trascendente per raggiungere la verità.

Unificazione, unione

Il concetto di hénosis, nella filosofia antica, ha rilevanza sia i) a livello metafisicoontologico; sia 2) a livello etico-religioso e mistico. I) In senso ontologico il concetto si trova già nei Presocratici e nella Stoa, ma acquista un rilievo soprattutto nelle scuole dell'età imperiale e in particolare nel Neoplatonismo. 2) A livello etico-religioso coincide con l'estasi e con l'unione mistica (v. Estasi e Mistica).

Uno

I) In età ellenistica, è rilevante soprattutto la posizione monistica della Stoa, che concepisce tutte le cose come derivanti e risolventisi nell'unità del Logos. - 2) La precisa tematica metafisica dell'Unità rinasce col Neopitagorismo e con la dottrina della Monade e della Diade (v. voce). In quest'epoca, si tende addirittura a dedurre la stessa Diade dalla Monade, e quindi a fare di questa un principio assoluto. Si parla di un primo Uno da cui deriva un secondo Uno contrapposto alla Diade, e si tenta addirittura di differenziare terminologicamente le due unità, riservando a una il termine Uno e all'altra quello di Monade, ma con esiti incerti. - 3) Il vertice della problematica dell'Uno si ha in Piotino, il quale lo concepisce come infinita potenza autocreatrice, trascendente l'Essere stesso e lo stesso Pensiero. Con Piotino nasce così una henologia, con cui la metafisica antica raggiunge le sue colonne d'Ercole. - La successiva speculazione neoplatonica introduce, oltre l'Uno, anche le Enadi; cfr. soprattutto Proclo. L'ultimo Neoplatonismo, nell'esasperare la trascendenza dell'Uno, finisce però col dissolverlo. Ricordiamo che il concetto di Uno nella storia del pensiero greco è uguale e per certi aspetti addirittura superiore (dal punto di vista assiologico) a quello di Essere.

Veicolo

La dottrina dell'óchema è di probabile genesi orientale, e si è diffusa nel pensiero tardo pagano soprattutto a partire dagli Oracoli Caldaici. In questi scritti il termine indica una sottile tunica materiale che riveste l'anima durante la sua discesa attraverso i cieli e prima ancora di cadere nei corpi. - Un concetto analogo si trova in Numenio e soprattutto nei Neoplatonici. Porfirio ritiene che su di esso, più che sull'anima vera e propria, sia ammissibile una qualche azione delle pratiche teurgiche. Proclo sviluppa ulteriormente l'idea dell'óchema, considerandolo come parte essenziale dell'anima, e dunque inscindibile da essa e addirittura immateriale ed eterno.

Verità

Per le filosofie ellenistiche, la verità è l'essere materialisticamente inteso (gli Atomi per Epicuro e il Logos per gli Stoici). Gli Stoici ritengono che la verità sia un corpo, e che il vero si distingua dalla verità e sia incorporeo. - Per Plotino, invece, la verità coincide con lo Spirito, che è sintesi di essere e di pensiero.

Vita

Il concetto di vita è al centro del monismo panteistico stoico, secondo il quale Dio, che è Logos, anima, e dunque vita, penetra attraverso la materia e la realtà tutta, fondendosi intimamente con essa, e così generando tutte le cose. - Ma probabilmente il culmine della concezione greca della vita si ha in Plotino, il quale, oltre alla vita fisica, distingue la vita propria dell'Anima, la vita propria del Nous e quella particolarissima vita, se così si può chiamare, dell'Uno, che è una Super-vita, in quanto fonte di ogni altra vita. La vita ha così tanti gradi e forme, quanti i gradi della realtà e quante le ipostasi. La dottrina secondo cui tutto è vita o ha vita è così portata alle estreme conseguenze. Questi concetti ritornano poi in larga misura nel successivo Neoplatonismo.

Volontà

In epoca ellenistica, tanto negli Epicurei quanto negli Stoici, si ha la sostanziale permanenza dell'impostazione socratica della problematica della volontà, secondo cui il volere dell'uomo è sempre diretto a uno scopo, più o meno chiaramente conosciuto e intravisto. - La volontà (voluntas) ha un rilievo inedito in Seneca, anche se non vi risulta fondato teoreticamente in modo adeguato. - Anche la prohaíresis (scelta e decisione di fondo) di Epitteto è più intellettualistica che volontaristica. - Secondo alcuni studiosi, Porfirio avrebbe assegnato alla volontà un posto determinante, anticipando posizioni agostiniane, ma i testi non confermano tale esegesi. Piuttosto questa posizione può ritrovarsi in Filone di Alessandria, il quale però si avvale di categorie desunte dalla Bibbia più che dai filosofi greci.

Vuoto

Dopo la celebre negazione aristotelica del vuoto, la ripresa in chiave positiva del concetto avviene nella fisica epicurea, dove il vuoto costituisce, insieme ai corpi, uno dei due principi di tutta la realtà. Per quanto non esperibile sensibilmente, la sua esistenza si può inferire dal fatto che esiste il movimento. Epicuro, in ossequio alla pregiudiziale eleatica della non esistenza del non-essere, definisce il vuoto come «natura intangibile», e non come puro non-essere. - Gli Stoici considerano il vuoto come un incorporeo e lo pongono all'esterno del cosmo, in polemica con gli Epicurei che lo collocavano all'interno della struttura del mondo.