LA FONDAZIONE DELL'ECONOMIA POLITICA CLASSICA E L'UTILITARISMO MORALE


William Petty / Adam Smith / David Riccardo / Thomas Robert Malthus / Jeremy Bentham / James Mill

CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA NASCITA DELL'ECONOMIA POLITICA MODERNA

L'OTTOCENTO: L'impetuoso progresso dell'atteggiamento scientifico aveva investito tutti i campi del pensiero: le scienze naturali e quelle umane, le credenze religiose e l'ordinamento politico.

La fondazione dell'economia politica.

Le premesse teoriche per l'impostazione moderna di questa scienza risagono almeno fino al rinascimento, nel quale spicca l'altera figura di Machiavelli, la cui opera era stata una profonda lezione di realismo razionalistico. Occore egli aveva detto, guardare in faccia la realtà, esaminare l'uomo non quale dovrebbe essere, ma quale effettivamente è. Solo così si potranno ottenere risultati positivi, come la fondazione di grandi comunità nazionali prospere. La stessa preoccupazione si trova, seppur con diversissime angolazioni di pensiero, in Bodin, Grozio, Hobbes, Spinoza, Locke, Hume e molti altri autori.
Ma la condizione essenziale perché la scienza economica potesse svilupparsi era, ovviamente, la nascita del mondo economico moderno, cioè la rivoluzione industriale. All'inizio del XVIII secolo la produzione industriale fece, con la nascita delle fabbriche, un balzo qualitativo di estrema importanza. Già nei due secoli precedenti il mercante che acquistava la produzione degli artigiani per venderla sul mercato interno ed estero era stato progressivamente sostituito dal capitalista, padrone della materia prima ed a volte delle macchine (ad esempio lana e telai), e affidava la lavorazione del prodotto ad un semiproletariato che lavorava a domicilio, corrispondendogli un salario. All'inizio del XVIII secolo si fece un passo innanzi di grandissima importanza: il proletariato non lavorava più a domicilio, ma nelle fabbriche, sicché il rapporto tra lui e l'imprenditore diveniva quello che è ancora oggi predominante nei paesi a regime capitalista: l'operaio vendeva forza - lavoro in cambio di un salario che era inferiore al valore che produceva.
Dallo sfruttamento del lavoro salariato traeva così origine un vertiginoso processo di accumulazione capitalistica ed un enorme aumento di investimenti produtivi. Il passaggio dal lavoro a domicilio al lavoro in fabbrica era dettato anche dalla necessità di organizzare sempre meglio la produzione, con l'introduzione di macchine via via più complesse ed efficienti. Nel 1775 il magnate dell'industria Boulton e il tecnico Watt diedero vita ad una società industriale, che può essere considerata la prima importante realizzazione di una alleanza organica tra industria e scienza applicata.
I due secoli precedenti avevano preparato il terreno affinché questa rivoluzione industriale potesse svilupparsi rapidamente e solidamente. Le grandi scoperte geografiche e l'espansione del commercio interno ed internazionale avevano consentito alla parte più dinamica della borghesia di ammassare i capitali che ora venivano investiti nel processo industriale. La crisi endemica delle grandi proprietà terriere della corona, della nobiltà e della chiesa aveva inferto un grave colpo alla manomorta e alle bardature feudali, rendendo commerciabile la terra ed i suoi prodotti, ed anche di ciò si era avvalsa la borghesia, che di quella crisi e di quei rivolgimenti politici e sociali era stata la forza egemone. Inoltre la pratica della recinzione delle terre e la stessa abolizione del sistema feudale di produzione avevano creato una enorme massa di ex contadini poveri, ex servi della gleba ed ex braccianti, che si trovavano del tutto privi di forme di sostentamento che non fossero la disperata ricerca di un capitalista al quale vendere la forza - lavoro delle proprie braccia. Inurbamento e disoccupazione cronica o stagionale divennero spaventosi fenomeni di massa. Inoltre lo sviluppo della produzione gettava sul lastrico un sempre maggior numero di artigiani, incapaci di reggere alla concorrenza dei prodotti industriali; anche questi ex artigiani andavano ad ingrossare le file del proletariato.
Nel XVIII secolo, soprattutto in Inghilterra, troviamo quindi cristallizzate le tre classi fondamentali delle moderne società capitalistiche: i capitalisti industriali, i proprietari terrieri, il proletariato. Dall'esistenza di antagonismi e conflitti tra queste tre classi bisogna partire, per capire tutti i rivolgimenti che gli ultimi secoli di storia presentano.

WILLIAM PETTY

Per inquadrare storicamente la nascita dell'economia politica moderna dobbiamo tornare brevemente ad un pensatore del Seicento inglese, William Petty che Marx definì « uno dei più geniali e originali indagatori dell'economia », ed anche « il fondatore dell'economia politica moderna ». Come i suoi contemporanei Locke e Hobbes, egli era strettamente legato allo sviluppo delle scienze sperimentali, e fu tra i membri fondatori della Royal Society. Nei confronti del mondo economico mantenne lo stesso atteggiamento degli scienziati moderni nei confronti della natura, e dichiarò di voler basare le proprie analisi non su affermazioni retoriche o petizioni di principi morali, bensì su osservazioni empiriche da esprimersi « in termini di numero, peso e natura ». Profondamente influenzato da Hobbes, seguì lo stesso metodo di scomposizione analitica e ricomposizione sintetica che questi aveva applicato al mondo politico, studiando con spregiudicato realismo i rapporti di azione e reazione meccanica tra i vari fattori della vita economica. I suoi scritti maggiori sono A treatise of taxes and contributions (Trattato sulle tasse e i contributi, 1662) e Political arithmetics (Aritmetica politica, composta nel 1670 e pubblicata postuma, nel 1690).
La modernità di Petty sta soprattutto nel fatto che egli indica nel lavoro la fonte del valore. Se noi affermiamo, scrive, che un quintale di grano vale un'oncia di argento, intendiamo dire che il lavoro necessario ad estrarre, raffinare e trasportare sul mercato di Londra un'oncia d'argento è uguale al lavoro necessario per seminare, coltivare, mietere, trebbiare, insaccare e trasportare sul mercato di Londra un quintale di grano. Se trovassimo una miniera più ricca, nella quale l'argento potesse venire estratto con la metà del lavoro che nella prima miniera, per un quintale di grano occorrerebbero due once d'argento anziché una. Il valore viene quindi già considerato da Petty come lavoro umano astratto : la diversità dei lavori, egli nota, è indifferente; conta solo il tempo del lavoro. Inoltre il prodotto del lavoro ha la capacità di essere cristallizzato, fissato in un bene: un campo dissodato vale più di un campo vergine unicamente perché ha assorbito e fissato in sé una certa quantità di lavoro. La ricchezza è quindi pari alla somma dei lavori presenti e passati, nel senso che anche un utensile (ad esempio una vanga) ha valore in quanto rappresenta lavoro cristallizzato.
L'equivalenza lavoro-valore costituisce per Petty il prezzo « naturale » delle merci. Ma è evidente che il prezzo di mercato non registra una simile perfetta uguaglianza; donde verrebbe, altrimenti, l'accumulazione di capitali? Petty individuò genialmente la fonte dell'accumulazione in quello che poi Marx chiamerà plusvalore, cioè nello sfruttamento del lavoro salariato. Che prezzo bisogna pagare, si chiede l'autore, per il lavoro salariato? Meno di quanto esso produce, risponde, non più di quanto basta al salariato per sopravvivere e continuare a produrre, arricchendo non se stesso bensì « il pubblico » (cioè, in concreto, il capitalista). « La legge dovrebbe concedere all'operaio solo l'indispensabile alla vita; poiché se gli accordasse il doppio, egli lavorerebbe solo la metà di quanto potrebbe fare e altrimenti farebbe. » L'eccedenza tra il costo della mano d'opera salariata ed il valore da essa prodotto resta al capitalista come profitto. Nel caso di Petty che studiò principalmente l'investimento di capitali in agricoltura (si ricordi che siamo ancora nel Seicento), il profitto è pari alla differenza tra le spese (acquisto delle sementi, usura degli attrezzi e soprattutto lavoro salariato; anche le sementi e gli attrezzi possono infatti essere ridotti a lavoro precedente cristallizzato) ed il ricavato dalla vendita.

ADAM SMITH

Un carattere specifico di Petty, che lo avvicina a tutto il movimento filosofico e scientifico del Seicento, è la convinzione che i fenomeni economici siano regolati da leggi oggettive, che operano nel tessuto sociale anche prima di essere scoperte ed individuate; leggi eterne, immutabili, che si tratta di esplorare, esplicitare ed esporre in modo rigoroso, quantitativo. Anche nel campo dell'economia assistiamo quindi all'affermarsi di una caratteristica peculiare degli altri rami del sapere scientifico: che si ha un progresso nel processo di comprensione razionale, in quanto osservazioni sempre più accurate e precise, sempre più penetranti e generali, integrano ma non annullano le scoperte e le teorie precedenti. Ogni progresso significa elaborazione di una teoria che spiega in modo più razionale, più generale, più completo anche i fatti rilevati dalla teoria precedente, sicché gli « errori » di quest'ultima appaiono non chimere, bensì frutto di osservazioni parzioali; divengono, molto spesso, casi particolari di una teoria più generale.
Questo progresso nella scienza economica è evidentissimo da Petty a Smith. Nel primo abbiamo visto una brillante indagine sull'origine del valore con particolare riferimento all'impresa agricola. Nel secondo, lo studio del rapporto tra lavoro e valore viene esteso a tutti i rami dall'ormai affermatasi civiltà industriale.
Adam Smith (I723-90) era, come il suo amico Hume, scozzese. Compiuti gli studi a Glasgow e Oxford, ottenne la cattedra di filosofia morale di Glasgow. Viaggiò molto, soggiornando in Francia per due anni. Negli ultimi anni della sua vita lasciò l'insegnamento per dedicarsi all'ufficio di dirigente amministrativo delle dogane.
Lo scritto smithiano Theory of moral sentiments (Teoria dei sentimenti morali, 1759) si ricollega, per la sua impostazione ottimistica ed antiutilitaristica, a Hutcheson e Shaftesbury. Smith evita di fare una complessa casistica dei sentimenti ed istinti morali datici da dio per realizzare il piano provvidenziale e raggiungere la felicità; egli è però convinto che l'uomo sia stato creato in modo tale da raggiungere « naturalmente » il bene. Il suo ottimismo riposa sul seguente principio: « Tutto ciò che è, è giusto. »
Alle indagini morali di Hume, Smith replica con le argomentazioni di Hutcheson, Butler e Shaftesbury: il fatto che al bene si accompagni la felicità, e quindi l'utile, non dimostra che il primo dipenda dal secondo. Si tratta di una coincidenza voluta dal piano provvidenziale di dio, non di una identità di moventi.
Noi, osserva Smith, siamo solidali con il derubato e non con il ladro anche se non siamo stati derubati, e quindi senza un nostro tornaconto. La risposta, come si vede, è ingenua, perché sarebbe facile dimostrare che difendendo il concetto dell'inalienabilità del patrimonio altrui difendiamo, mediatamente, anche l'inalienabilità del nostro. Smith invece spiega questa solidarietà con un innato sentimento di « simpatia », che sarebbe del tutto indipendente dal nostro interesse, sganciato anche dal concetto dell'utilità pubblica del quale aveva parlato Hutcheson.
Smith però aveva un senso per l'osservazione empirica — come le sue analisi economiche ampiamente dimostrano — molto superiore a quello dei moralisti inglesi che lo avevano preceduto. Egli respinge quindi, basandosi su di una semplicissima osservazione, la teoria hutchesoniana del senso morale: i concetti che gli uomini hanno di vizio e virtù sono così disparati, che è impossibile che essi dipendano da uno stesso senso morale universale, e del resto sarebbe assurdo ammettere che ci siano voluti tanti secoli per arrivare a scoprire una facoltà che, se fosse stata operante, sarebbe stata evidente quanto la vista o l'udito. La stessa critica vale per la coscienza teorizzata da Butler.
Smith si ricollega piuttosto alla « armonia » di Shaftesbury, alla luce della quale interpreta anche l'antica soluzione socratica del « demone »: nel petto di ogni uomo alberga un « semidio », che giudica della condotta sua ed altrui. I giudizi di questo mentore interiore si fondano su di una disinteressata simpatia, che per volere di dio approva incondizionatamente solo quelle azioni nostre ed altrui che tendono al bene del mondo in generale; ma anche la felicità generale svolge un ruolo subordinato, ed interviene solo come aspetto del piano provvidenziale di dio, non come movente dei giudizi del « semidio ».
Da questa filosofia morale ottimistica, Smith evolvette quasi naturalmente verso il pensiero economico. Le lezioni di filosofia morale tenute tra il 1760 ed il 1764 sono dense di esempi e ragionamenti economici, come mostrano gli appunti pubblicati nel 1896 a cura dello studioso Edwin Cannan: Lectures on justice (Lezioni sulla giustizia). Il capolavoro economico di Smith, An inquiry into the nature and causes of the wealth of nations (Ricerca sulla natura e cause della ricchezza delle nazioni) uscì nel 1776. Oltre che su analisi empiriche della realtà economica, l'opera si basa sul seguente presupposto etico-teologico, dal quale non si può assolutamente prescindere se si vuole capire lo spirito dello scritto: l'uomo è certo spinto da passioni, ma anche quando agisce « economicamente », cioè per il proprio utile, egli è « spinto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era stato previsto dalle sue intenzioni »: il bene di tutta l'umanità. Su questa premessa si fonda il libero-scambismo smithiano, che ricorda il laissez faire, laissez passer dei fisiocratici.
Con Smith l'analisi dell'importanza fondamentale del lavoro viene generalizzata. « Il lavoro annuale di ogni nazione, » così inizia il suo capolavoro economico, « è il fondo, donde originariamente si traggono tutte le cose necessarie e comode della vita che la nazione annualmente consuma. » L'opera incomincia infatti con l'esame della divisione del lavoro, esemplificata col famosissimo caso della manifattura di spilli: dieci operai che compiono operazioni parcellizzate possono arrivare, nel caso studiato da Smith, a produrre complessivamente 48.000 spilli al giorno, mentre se « avessero lavorato separatamente ed indipendentemente l'uno dall'altro, e senza che alcuno di loro fosse stato educato ad una speciale operazione, ciascuno di loro non avrebbe potuto produrre venti spilli, e forse nemmeno uno, in un giorno ».
Secondo Smith, la divisione del lavoro è un effetto della esigenza « naturale » dello scambio. Qui certo egli confonde la causa con l'effetto, perché se è vero che non ha luogo scambio senza divisione del lavoro, non è vero l'inverso (in una tribù primitiva, ha luogo la divisione del lavoro senza lo scambio). L'errore che l'autore commette è quello di assolutizzare come eterni e naturali i rapporti di produzione capitalistici, che egli considera frutto della « mano invisibile » anzichè del concreto processo storico : « Questa divisione del lavoro, dalla quale derivano tanti vantaggi non è originariamente l'effetto dell'umana saggezza [cioè del concreto processo storico] ..., essa è la necessaria conseguenza, per quanto lenta e graduale, d'una certa tendenza della natura umana ..., la tendenza a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un'altra. »
I valori prodotti dal lavoro vengono suddivisi da Smith in due categorie: valori d'uso e valori di scambio. Un bene utile come l'acqua può avere un valore di scambio bassissimo o nullo, mentre un bene inutile ma raro, come una pietra preziosa, può averlo altissimo. Sorge quindi un problema : come stabilire il valore di scambio « naturale » (o prezzo naturale) di una merce?
Smith ritiene che questo valore non possa venire stabilito in base al prezzo della merce considerata, poiché tale prezzo subisce troppe variazioni da un'epoca all'altra e da paese a paese. Cerca pertanto di stabilirlo mediante il ricorso a un'altra unità di misura, obiettiva e universale. La sua indagine lo conduce però a un risultato non perfettamente univoco, in quanto l'unità di misura cui ricorre si rivela alquanto diversa secondo che ci riferiamo a una società primitiva o a una società civilizzata.
Nella prima, cioè « originariamente », il valore di scambio di una merce dipende dal lavoro necessario per produrla. Ogni cosa infatti può essere comperata con « denaro o con mercanzia »; ma poiché denaro e mercanzia sono a loro volta frutto di lavoro, cioè « contengono il valore di una certa quantità di lavoro », lo scambio si basa sulla supposizione che la merce che scambiamo con denaro o altra merce contenga la stessa quantità di lavoro di quella che comperiamo. Se — esemplifica Smith — per uccidere un castoro occorre il doppio di lavoro che per uccidere un cervo, « originariamente » un castoro si scambiava con due cervi. Fin qui, come si vede, il valore è strettamente legato al lavoro: «In questo
stato di cose l'intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore; e la quantità di lavoro comunemente impiegata ad acquistare o procurare qualche mercanzia è la sola circostanza che può regolare la quantità di lavoro che essa deve comunemente acquistare, disporre o avere in cambio. » Alla luce di questa analisi risulti chiara l'affermazione che « non è stato con l'oro né con l'argento, ma con il lavori che tutte le ricchezze del mondo originariamente sono state acquistate ».
A questo punto però riappare il problema che si era già posto a Petty : se tutti gli scambi sono fondati sull'eguaglianza, donde viene l'accumulazione (E capitale? Per risolvere questa difficoltà, Smith dichiara che l'equivalenza rigorosa tra valore e lavoro si verifica solo nella società « originaria », primitiva. Nella società civilizzata, un uomo è ricco o povero non a seconda di quanto ha lavorato, ma a seconda del « capitale » di cui dispone per comprare lavoro : « Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui possiede i mezzi per procurarsi gli alimenti, le comodità ed i piaceri della vita. Ma dopo che si è affermata la divisione del lavoro, l'uomo può produrre col suo lavoro soltanto una piccola parte di questi alimenti e di questi piaceri; la maggior parte deve trarla dal lavori di altri uomini. Egli è quindi ricco o povero secondo la quantità di lavoro altrui che può comandare, o che ha il mezzo di comprare. » In Smith ha quindi luogo una oscillazione sul concetto e la determinazione del valore. Come ha acutamente osservato Marx, la « determinazione del valore delle merci mediante la quantità di lavoro necessaria a produrle » è da lui confusa — per la società civilizzata — con il « quantum di merce [denaro o mezzi di sussistenza] necessario all'acquisto di un determinato quantum di lavoro vivo ». L'originaria uguaglianza tra lavoro e valore di scambio non ha più luogo, e di fatto il capitalista compra con lavoro oggettivato (capitale) del lavoro vivo (forza-lavoro salariata) che gli produce più di quanto egli paghi ; in poche parole, si ha lo sfruttamento del proletariato.
Questo sfruttamento è spiegato da Smith in modo molto semplicistico : « Dopo che un capitale si è accumulato nelle mani di particolari persone, alcune di esse naturalmente lo impiegheranno per dare lavoro a gente industriosa, che provvedono di materie prime e di mezzi di sussistenza con l'intenzione di trarre profitto dalla vendita del loro prodotto o da ciò che il loro lavoro ha aggiunto al valore delle materie prime. » È la situazione storica, ancora oggi tanto diffusa, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Smith stesso infatti dichiara francamente che nel sistema di produzione basato sulla divisione del lavoro il valore prodotto dai lavoratori si decompone « in due parti, una delle quali paga il salario e l'altra il profitto dell'imprenditore sull'intero capitale — in materie prime e salario — che egli ha anticipato. » Quando vende il prodotto ottenuto con lavoro salariato, il capitalista continua a vendere lavoro oggettivato, ma ad un prezzo superiore a quello che ha pagato (egli ha pagato salario + materie prime), sicché « il suo profitto deriva dal fatto che una parte del lavoro contenuta nelle merci egli l'ha venduta e tuttavia non l'ha pagata ». « Adam Smith, » commenterà Marx « ha scoperto con ciò la vera origine del plusvalore. » Smith chiama questo plusvalore quantità addizionale di valore, che « deve essere calcolata per il profitto del capitale che ha anticipato il salario e fornito la materia prima ».
Quanto al salario, Smith è esplicito: esso deve garantire al lavoratore solo il minimo di sussistenza.
Una oscillazione troviamo anche nella teoria smithiana del profitto, che a volte viene identificato con il plusvalore, a volte con il saggio d'interesse sul capitale investito. Scrive Smith: « L'imprenditore non avrebbe alcun interesse a impiegare gli operai, se dalla vendita del loro prodotto non si attendesse qualche cosa di più di ciò che è sufficiente a reintegrare il suo capitale; e non avrebbe alcun interesse a impiegare un grosso capitale anziché uno piccolo, se il profitto non stesse in alcun rapporto con la grandezza del capitale. » Alla luce della prima paret di questo passo, il profitto viene identificato con il plusvalore, cioè con quella « quantità addizionale » di valore che gli operai, con il loro lavoro, aggiungono alla materia prima, e che non viene loro pagata dal capitalista. Alla luce della seconda parte del passo citato, invece, il profitto viene identificato con il saggio d'interesse del capitalista sulla somma investita, e ciò è errato. « Se il plusvalore non è che la parte del valore ... che l'operaio aggiunge alla materia prima oltre alla parte di valore aggiunta in rimborso del salario, per quale ragione questa seconda dovrebbe crescere immediatamente per il fatto che il capitale anticipato è, nell'un caso, maggiore che nell'altro? » (Marx)
Smith enunciò anche la seguente, ben nota, legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: con il progresso della società, da un lato aumentano l'accumulazione e gli investimenti, ma dall'altro aumenta la concorrenza sicché il profitto tende a cadere.
Nel corso delle sue acute analisi, Smith tiene comunque ferma la giusta teoria del « valore addizionale », e con essa spiega non solo il profitto industriale, ma anche la rendita fondiaria, della quale, anche se meno acutamente di Ricardo, mette in luce il carattere parassitario. Pur senza approfondire le premesse storiche che diedero luogo alla proprietà fondiaria, egli afferma: dopo che ha avuto luogo l'appropriazione privata del suolo, l'affittuario (non proprietario che investe capitale e lavoro nella terra) deve pagare al proprietario terriero un canone per l'uso del suolo. Donde viene questo valore, che resta al proprietario? Smith avverte che esso non va confuso con il profitto (capitalistico) dell'affittuario, che investe capitale in sementi, attrezzi, lavoro bracciantile salariato ecc.; l'affittuario non avrebbe alcun interesse ad investire questo capitale, se non pensasse che, con la vendita dei prodotti e dopo aver pagato il salario dei braccianti, egli rientrerà, dopo un certo lasso di tempo, in possesso del proprio capitale con l'aggiunta di un profitto. Tuttavia, in cambio del semplice uso della terra, egli calcola, oltre al profitto e al salario, di dover « lasciare al proprietario della terra una parte di ciò che il suo lavoro ha raccolto e prodotto ». Il carattere parassitario della rendita è dunque evidente: « Quella parte del prodotto o, ciò che è lo stesso, quella parte del suo prezzo che supera la somma [della quale l'affittuario rientra in possesso, e che è costituita dal rimborso del capitale investito con l'aggiunta di un profitto], il proprietario fondiario tende naturalmente a riservarla per sé come rendita fondiaria. »
In sostanza Smith considera quindi la rendita ed il profitto come due casi particolari del « valore addizionale ». Come si vede, egli generalizzò la convinzione di Petty che il lavoro fosse la fonte di ogni valore, e studiò analiticamente, seppur con oscillazioni, la produzione capitalistica del valore.
Queste stesse oscillazioni avevano del resto, oltre che un valore apologetico rispetto alla società borghese, anche un valore rivoluzionario, come appare con estrema chiarezza nella distinzione smithiana tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. « Vi è una specie di lavoro che aggiunge valore all'oggetto su cui si esercita; ve n'è un'altra, che non opera tale effetto. La prima specie di lavoro, in quanto produce valore, si può chiamare lavoro produttivo; la seconda, lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio dell'industria generalmente aggiunge, al valore della materia prima che egli manipola, il valore del proprio mantenimento e quello del profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore invece non aggiunge alcun valore. Sebbene il padrone anticipi il salario all'operaio, in effetti esso non gli costa niente, poiché il valore di questo salario gli viene di regola restituito con un profitto nel valore aumentato dell'oggetto in cui è stato impiegato il lavoro. Invece il mantenimento di un servitore non viene mai restituito. Un uomo si arricchisce impiegando una moltitudine di operai manifatturieri; s'impoverisce mantenendo una moltitudine di servitori. »
In questo passo si intrecciano due definizioni, una errata ed una giusta, di lavoro improduttivo. È giusta quella che dice che un lavoro è produttivo quanto « produce valore »; è errata quella che cerca di vincolare questa produzione di valore ad una manipolazione di materia prima. In una officina, ad esempio, è ovvio che è produttivo non solo il lavoro dell'operaio che sta al tornio, ma anche quello del manovale che trasporta la merce finita in magazzino. Senza il suo ausilio, il capitalista non potrebbe, concretamente, scambiare la merce. Ciò vale anche per l'impiegato che fa le scritture, per l'ingegnere stipendiato che dirige la produzione : tutti scambiano la propria forza - lavoro contro capitale, cioè producono per lo scambio, non per l'uso. Non produttivi sono invece, in realtà, quei lavori che si scambiano non contro capitale, ma contro reddito; i cui prodotti sono destinati non allo scambio, ma al consumo. Ciò indipendentemente dal fatto che si tratti di lavori che manipolano una materia prima oppure no.
Un attore salariato, ad esempio, non manipola materia prima, ma il suo lavoro è produttivo per l'impresario, al quale frutta un profitto sul ricavato degli incassi. Lo stesso lavoro, come indicò Marx, può essere sia produttivo sia improduttivo, a seconda che si scambi contro capitale o contro reddito. Una cuoca salariata che cucina del cibo fa lavoro produttivo rispetto all'albergatore, che considera il cibo cotto come valore di scambio da vendere all'avventore; fa lavoro improduttivo rispetto all'avventore, che destina il cibo cotto non allo scambio, ma all'uso. Nel primo caso il lavoro della cuoca è scambiato contro capitale; nel secondo, contro reddito.
Eppure la distinzione imperfetta di Smith ebbe una grande efficacia, perché offriva al capitalista borghese uno strumento teorico atto a rivendicare energicamente il proprio diritto di essere la forza egemone anche politica, oltre che economica, della società. La condanna smithiana dei servizi permetteva infatti di combattere le sopravvivenze del sistema feudale e del mercantilismo, ed esaltava la più volte ricordata « ascesi mondana » del capitalismo, sottolineando la necessità di risparmiare sul reddito per investirlo come capitale. Ecco le parole con qui Smith critica i membri non produttori della società: « Il lavoro di alcuni dei più rispettabili ordini della società è, come quello dei servitori, improduttivo di ogni valore ... Il sovrano, ad esempio, e tutti gli ufficiali civili e militari che servono sotto di lui, l'intero esercito e l'intera marina, sono lavoratori improduttivi. Essi sono servitori del pubblico e sono mantenuti con una parte del prodotto annuo dell'operosità degli altri ... Alla stessa classe appartengono gli ecclesiastici, i giuristi, i letterati di ogni genere, i medici, come pure i commedianti, i bufoni, i musicisti, i cantanti d'opera, le ballerine ecc. » Non era cosa da poco, nel 1776, mettere sullo stesso piano il re ed i buffoni.
Smith fece anche prendere coscienza — seppur meno acutamente di Ricardo — ai capitalisti, di avere interessi contrastanti con quelli degli agrari. Egli distingue, come sappiamo, tra la rendita del proprietario che esige un canone di affitto per la terra, senza investire nulla nella produzione agricola, ed il profitto dell'affittuario, che investe in lavoro, salario, sementi, ecc.; la rendita è parassitaria, in quanto tende solo ad assicurarsi un reddito per il consumo; il profitto è produttivo, perché fa parte del ciclo dello scambio. Smith suggerisce
perciò di tassare la rendita e non il profitto, perché una tassazione del secondo intacca l'accumulazione capitalistica, scoraggia gli investimenti e quindi diminuisce il reddito nazionale mentre una tassazione della prima colpisce redditi destinati al consumo improduttivo; redditi dei quali l'agrario « gode in molti casi senza sua cura ed attenzione ».

DAVID RICARDO

Insieme a Smith, Ricardo (1772-1823) è il maggior esponente dell'economia politica classica. Nato in Inghilterra da una famiglia ebraica di origine portoghese, seguì le orme del padre dedicandosi alla carriera finanziaria. Dopo aver accumulato una grande fortuna, si ritirò dagli affari per darsi agli studi ed alla politica (fu eletto al parlamento). Il suo capolavoro è intitolato The principles of political economy and taxations (Principi di economia politica e delle imposte, 1817; l'edizione definitiva, molto rimaneggiata, è del 1821).
Ricardo è privo dell'inquadramento filosofico che Smith aveva dato ai suoi studi, ma è molto più rigoroso come scienziato. Il suo procedimento è essenzialmente ipotetico-deduttivo, e la maggior parte delle sue analisi è basata su esempi - modello teorici (introdotti con la classica espressione « supponiamo che... »).
Della determinazione del valore in base al lavoro egli fa la categoria fondamentale dell'economia, alla luce della quale esamina e spiega tutti i fenomeni. Questo maggior rigore scientifico permise a Ricardo di svelare con grande acribia la composizione sociale del mondo capitalista, di affermare senza mezzi termini l'esistenza di classi antagonistiche: «Il prodotto della terra e di tutto ciò che è derivato dalla sua superficie con il concorso unitario di lavoro, macchine e capitale, » così inizia la prefazione dell'opera, « è diviso tra le tre classi della comunità »: capitalisti, agrari e proletariato.
Ricardo accetta naturalmente la distinzione smithiana tra valore d'uso e valore di scambio, ma la approfondisce con maggior rigore, legandola al concetto del mercato. Il valore di scambio è « il potere di acquistare altri beni », e dipende o dalla rarità o dal lavoro.
Ma, avverte subito, i beni rari « costituiscono una piccolissima parte dei beni quotidianamente scambiati sul mercato. La parte di gran lunga preponderante di quei beni che sono oggetto di desiderio sono procacciati dal lavoro ». Tuttavia, continua Ricardo, occorre distinguere tra valore di scambio assoluto e valore di scambio relativo. Se per produrre una libbra di zucchero prima impiegavo un tempo x, ed ora ne impiego il doppio, è ovvio che il valore di scambio assoluto, in quanto determinato dal lavoro, è raddoppiato; se prima scambiavo una libbra di zucchero con due di caffè, ora dovrei scambiarla con quattro di caffè. Ma supponiamo che contemporaneamente sia raddoppiato anche il lavoro necessario per produrre il caffè. Il valore assoluto di entrambi i beni sarà allora raddoppiato, ma il valore relativo del loro scambio reciproco resterà inalterato. Il valore di scambio assoluto dipende solo dal lavoro; quello relativo, anche dal mercato, cioè dalla quantità comparata di merci che il lavoro produce ed immette sul mercato, e dalle variazioni che questo subisce. « La ricerca sulla quale io desidero attirare l'attenzione del lettore, afferma Ricardo, « si riferisce all'azione delle variazioni sul valore relativo delle merci e non su quello assoluto. »
Per superare la semplicistica distinzione smithiana tra valore nella società primitiva e valore in quella capitalistica, Ricardo afferma che non si può mai prescindere, nella considerazione del valore, dal lavoro accumulato. L'uomo primitivo non cacciava i cervi o i castori con le nude mani, ma con delle armi, che rappresentavano lavoro accumulato, cristallizzato, capitale. Una volta che il cervo ed il castoro uccisi siano pronti per lo scambio, « il valore di questi animali sarà regolato non meramente dal tempo necessario per ucciderli, ma anche dal tempo e dal lavoro necessari per procacciarsi il capitale del cacciatore, l'arma, con l'aiuto della quale l'uccisione ha avuto luogo ». Ciò vale non solo per la società primitiva, ma anche per la società industriale: « Non è soltanto il lavoro direttamente impiegato nella produzione di una merce che ne determina il valore, ma anche il lavoro impiegato nella produzione degli strumenti, degli utensili e degli edifici che rendono possibile quel lavoro. » Nell'un caso come nell'altro, è sempre soltanto il lavoro (presente e passato) che determina il valore. Il fatto che i mezzi di produzione appartengono al capitalista, non cambia la legge di fondo che il valore discende dal lavoro; tale fatto riguarda unicamente la distribuzione del valore netto tra profitti e salari.
Una posizione centrale nel sistema ricardiano è occupata dalla teoria del salario. Anche qui, Ricardo portò una notevole chiarificazione rispetto a Smith, che pensava che un aumento dei salari comportasse automaticamente un aumento di valore, cioè dei prezzi naturali delle merci. Ricardo mostra con estrema chiarezza che i salari incidono non sul valore naturale (o prezzo naturale), ma sui profitti. Supponiamo che un imprenditore impieghi dieci pescatori ad un salario X, ed ottenga 20 salmoni al giorno, e che un altro imprenditore impieghi dieci cacciatori allo stesso salario X, ottenendo 10 daini al giorno. «Il prezzo naturale di un daino sarà di due salmoni, qualunque sia la parte, grande o piccola, del prodotto totale che tocca ai lavoratori. » Se infatti i cacciatori, con una rivendicazione salariale, ottenessero un compenso pari a x + n, il valore naturale del daino resterà inalterato, essendo rimasta inalterata la quantità di lavoro necessario per cacciarlo, ed il valore relativo di un daino per due salmoni resterà pure inalterata; muterà solo la distribuzione del valore prodotto della caccia, cioè aumenterà la parte destinata al salario e diminuirà quella riservata al profitto.
Quanto alla forza-lavoro, Ricardo la considera una merce come tutte le altre, un valore di scambio che aumenta o diminuisce in rapporto al valore delle merci necessarie per ottenerla. Applicando con rigore il principio ricardiano che una merce ha un valore pari al lavoro necessario per ottenerla, si deduce che il lavoro ha un prezzo naturale, pari alla quantità di merci necessarie per mantenere vivo il lavoratore e la sua progenie. « Il prezzo naturale del lavoro è il prezzo necessario a porre i lavoratori, nel loro complesso, in condizione di vivere e di riprodursi, senza aumenti né diminuzioni. » Il principio dell'equivalenza tra valore e lavoro permise a Ricardo di distinguere anche tra salario nominale, cioè la quantità di denaro che il lavoratore ottiene, e salario reale, cioè la quantità di merci che il lavoratore può effettivamente acquistare. « Il prezzo naturale del lavoro... dipinde dal prezzo degli alimenti e degli altri mezzi di sussistenza e di godimento che occorrono al lavoratore e alla sua famiglia per il mantenimento. Se i prezzi dei mezzi di sussistenza aumentano, aumenterà anche il prezzo naturale del lavoro; se i primi diminuiscono, diminuirà anche il secondo. »
Ma a Ricardo, interessa il valore relativo, di mercato, delle merci (quindi anche del lavoro), non quello naturale o assoluto; e il prezzo di mercato dipende dalla quantità comparata delle merci disponibili, cioè dalla domanda e dall'offerta. Ciò vale anche per il lavoro, che « è costoso quando è scarso, e a buon mercato quando è abbondante ». Supponiamo che una forte domanda di lavoro faccia aumentare i salari; vi saranno due conseguenze: una diminuzione del saggio di profitto (i salari, come sappiamo, incidono sui profitti) ed un miglioramento delle condizioni di vita del proletariato tali, per cui i lavoratori aumenteranno di numero (in termini concreti ciò significa: vi sarà meno fame, meno malattie mortali perché non curate, una natalità più alta ed una mortalità più bassa). La combinazione di questi due fattori porterà necessariamente ad un aumento dell'offerta di forza-lavoro, e quindi ad una diminuzione dei salari. Il meccanismo della domanda e dell'offerta è quindi tale, secondo Ricardo, che prezzo naturale e prezzo reale del lavoro tendono a coincidere.
Come si vede, la teoria ricardiana pone francamente il profitto come fulcro della società, e fa dipendere tutto da esso. I salari devono sempre restare ad un livello che non incida sull'accumulazione capitalistica. Ricardo respinge quinti la legislazione allora vigente a favore dei poveri, dichiarando che si tratta di una « intrusione legale » nella « libera competizione del mercato ».
La teoria ricardiana del profitto non è molto diversa da quella di Smith, anche se la distinzione tra capitale fisso (lavoro = valore accumulato in macchine, utensili, edifici ecc.) e capitale variabile (salari ed acquisto di materie prime) lo porta ad uno studio più approfondito del saggio di profitto in relazione alla composizione del capitale impiegato ed alla sua velocità di rotazione. Anche Ricardo comunque postula l'esistenza di « un saggio generale di profitto, o un profitto medio uguale in grandezza per differenti investimenti di capitale di uguale grandezza o per differenti sfere di produzione in cui siano investiti capitali di uguale grandezza o, ciò che fa lo stesso, suppone un profitto proporzionale alla grandezza dei capitali impiegati nelle differenti sfere della produzione » (Marx).
Anche Ricardo ha inoltre elaborato una legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto; a differenza di Smith, egli àncora questa legge non alla crescente accumulazione ed alla crescente concorrenza che vi si accompagna, bensì alla rendita fondiaria. Lo sviluppo della produzione comporta infatti un aumento della domanda di forza-lavoro e della popolazione, quindi un aumento della domanda di cibo; ma l'incremento della produttività del suolo è molto limitato, e questo (come vedremo fra poco nella teoria ricardiana della rendita) porta ad un aumento della rendita differenziale. La tripartizione del reddito nazionale tra proprietari fondiari, capitalisti e proletariato tenderà quindi a spostarsi a favore dei primi. « Supponiamo che il grano e le merci manifatturate siano venduti sempre allo stesso prezzo; i profitti saranno alti o bassi a seconda che i salari siano alti o bassi. Ma supponiamo che il prezzo del grano aumenti perché la sua produzione richiede più lavoro [e per Ricardo, come vedremo nella sua teoria della rendita differrenziale, ciò è inevitabile]: non per questo si verificherà un aumento dei prezzi delle merci manifatturate, per la produzione delle quali non è necessaria alcuna addizionale quantità di lavoro. Se quindi i salari resteranno allo stesso livello, anche i profitti degli industriali non subiranno oscillazioni; ma se, come è assolutamente certo, i salari aumenteranno con l'aumentare del prezzo del grano [altrimenti il proletariato si troverebbe al di sotto del limite di sussistenza e verebbe a mancare l'offerta di forza - lavoro], allora i profitti dovranno necessariamente cadere. »
Di decisiva importanza per comprendere il pensiero di Ricardo è quindi la teoria della rendita, con la quale egli seppe esprimere la decisa volontà della classe capitalistica inglese di liberalizzare il commercio dei grani e di abbattere il protezionismo che favoriva gli interessi parassitari della proprietà terriera. « La rendita, » afferma Ricardo, « è quella parte del prodotto della terra che si paga al proprietario fondiario per l'utilizzazione delle forze originarie e indistruttibili del suolo.» Essa non va quindi confusa con il profitto del capitale agricolo che, ad opera dell'affittuario, « viene impiegato per migliorare il suolo ed erigere le costruzioni necessarie ad immagazzinare e conservare i prodotti ». Ove ha luogo investimento di capitale, ivi si ha profitto, non rendita; quest'ultima è solo parassitaria.
La rendita, precisa acutamente Ricardo, è solo differenziale, mai assoluta. Supponiamo di essere in un paese vergine (è evidente il riferimento storico all'espansione coloniale inglese), ricco di terra al punto che la coltivazione delle sole terre fertili soddisfi il fabbisogno della popolazione insediatasi. In tale paese non vi sarebbe rendita alcuna, perché la disponibilità della terra in rapporto alla popolazione sarebbe praticamente illimitata, come quella dell'aria o dell'acqua. La terra non sarebbe insomma un bene di scambio, perché « secondo i comuni principi della domanda e dell'offerta, non può essere pagata rendita alcuna per tale terra, per la ragione stessa... per cui nulla è pagato per l'uso dell'aria o dell'acqua o di qualsiasi altro dono di natura del quale esiste una quantità illimitata ».
Ma il naturale aumento della popolazione fa sì che la disponibilità di terra si contragga, e che si mettano a cultura terre meno fertili, di seconda qualità; il lavoro necessario per ottenere una produzione agricola su tali appezzamenti sarà maggiore, e quindi (per il principio ricardiano che lavoro = valore), il prezzo di tale produzione sarà maggiore. Ma dal momento che la nuova coltivazione avviene per sopperire ad una prevalenza della domanda sull'offerta, il prezzo di mercato del prodotto della terra di prima qualità aumenterà, adeguandosi al prezzo naturale del prodotto della terra di seconda qualità. L'eccedenza tra il prezzo naturale del prodotto della terra di prima qualità ed il suo prezzo di mercato costituisce la rendita differenziale, che resta nelle mani del proprietario fondiario. « Si paga una rendita per l'uso del suolo perché la terra non è illimitata in quantità e uniforme in qualità, e perché, aumentando la popolazione, vengono posti a coltura terreni di qualità inferiore o in posizione meno vantaggiosa. Quando, progredendo la società, si sottopone a cultura terreno di seconda qualità, sorge immediatamente una rendita sulla terra di prima qualità, e l'importo di questa rendita dipenderà dalla differenza nella qualità di queste due estensioni di terra. » La progressione può, evidentemente, continuare: « Quando è messa a coltura terra di terza qualità, sorge immediatamente una rendita nella terra di seconda qualità. »
Il carattere parassitario della rendita e l'antagonismo tra capitalisti e proprietari fondiari è messo così chiaramente in luce. Il proprietario ha interesse a che il prezzo del grano aumenti; il capitalista, a che diminuisca.
Altrettanto serio ed alieno da atteggiamenti apologetici è il pensiero di Ricardo sul macchinismo industriale. È noto che all'inizio del XIX secolo la massiccia introduzione di macchinario industriale provocò una tremenda disoccupazione, alla quale spesso gli operai reagirono rompendo le macchine per conservare il posto di lavoro ed evitare il licenziamento. Gli economisti smithiani asserivano che queste conseguenze dannose per la classe operaia erano solo passeggere; e lo stesso Ricardo inizialmente ne fu convinto. Nella prima edizione (1817) dei Principi affermò che « ogni introduzione di macchine, capaci di economizzare lavoro salariato..., costituisce un vantaggio generale ». Il capitalista avrebbe infatti risparmiato sui salari, aumentato l'accumulazione e reagito alla caduta tendenziale del saggio di profitto; il proprietario terriero avrebbe visto aumentare il valore d'acquisto reale della sua rendita, a seguito della diminuzione dei prezzi dei prodotti industriali nei quali la spendeva; il proletariato da un lato avrebbe beneficiato della diminuzione dei prezzi dei valori industriali, dall'altro lato avrebbe visto aumentare, con l'accumulazione, la richiesta di forza - lavoro: i capitali accumulati sarebbero infatti stati investiti in altri rami della produzione, con possibilità di assorbire la mano d'opera temporaneamente licenziata.
Con quella onestà scientifica che, come osservò Marx, « lo differenzia in maniera così essenziale dagli economisti volgari », nella terza edizione dei Principi Ricardo aggiunse un capitolo, « Sulle macchine », nel quale ammetteva di essersi sbagliato. Confermava che proprietari terrieri e capitalisti avevano interesse all'introduzione di macchine, ma aggiungeva: « Sono convinto che la sostituzione del lavoro umano mediante macchine è spesso molto nociva alla classe lavoratrice. » Ricardo si era infatti reso conto che le macchine potevano portare un aumento del reddito netto (plusvalore capitalistico) accompagnato da una diminuzione del reddito lordo (determinato dalla somma globale degli investimenti, sulla quale si prelevano i salari). La diminuzione del reddito lordo avrebbe portato ad una disoccupazione cronica, sicché, in un sistema capitalistico, l'introduzione di macchine è spesso dannosa alla classe operaia. « L'opinione nutrita dalla classe lavoratrice, che l'impiego delle macchine danneggi spesso i suoi interessi, non è basata su pregiudizi od errori, ma è conforme agli esatti principi dell'economia politica. »
Ricardo restò però erroneamente convinto, come Smith, che una incessante accumulazione di capitale non potesse che avere conseguenze benefiche, e che una crisi di sovrapproduzione fosse impossibile: «In una nazione non può mai accumularsi alcuna quantità di capitale che non possa essere impiegata produttivamente. » Ricardo si rifece anche alla distinzione smithiana tra lavoro produttivo ed improduttivo, ma capì chiaramente che la differenza stava non nella differenza tra la produzione più o meno diretta di merci, bensì tra lo scambio del lavoro contro capitale (lavoro produttivo) o contro reddito (improduttivo). Su questa base, egli distinse anche tra consumo produttivo (spese fatte per la produzione: salari, acquisto di materie prime ecc.) ed improduttivo (consumo di beni voluttuari); naturalmente criticava il secondo, che impediva una ulteriore accumulazione, e che era praticato soprattutto dai proprietari terrieri.

THOMAS ROBERT MALTHUS

Dall'insieme dell'analisi di Ricardo, l'ottimismo economico della « mano invisibile » di Smith era uscito gravemente compromesso, soprattutto per la chiara indicazione dell'esistenza di aspri conflitti di classe nella società. Alla luce di questa scoperta, un carattere decisamente e ciecamente reazionario acquista l'opera del pastore anglicano Thomas Malthus (1766-1834), che nel 1798 pubblicò, anonimo, il suo Essay on the principle of population as it affects the future improvement of society (Saggio sul principio di popolazione e sulle sue conseguene sul futuro progresso della società). Nella prima edizione si trattava solo di un opuscolo; a partire dal 1803, con la seconda edizione e la successiva, esso crebbe fino alle dimensioni di un ampio trattato.
Malthus fu un deciso sostenitore degli interessi dei proprietari fondiari, ed invocò a questo scopo la cosiddetta « legge dei compensi decrescenti », secondo la quale un capitale investito nella terra non porta un uguale aumento di produttività: radoppiando la somma investita in un fondo, non si ottiene — di regola — un radoppiamento della produzione agricola. L'incremento della popolazione ha invece un ritmo molto rapido, sicché Malthus affermò che la terra sarebbe presto divenuta insufficiente, e formulò la famosa legge secondo cui l'indice demografico aumenta in progressione geometrica (I, 2, 4, 8...), quello della produzione agricola in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4...). Malthus predicava quinti
il controllo demografico, e fece una rozza analisi dei mezzi che potevano attuarlo, dividendoli in due categorie: repressivi (che aumentano l'indice di mortalità: epidemie, guerre, carestie ecc.) e preventivi (che diminuiscono l'indice di natalità: vizio — cioè appagamento sessuale irregolare : adulterio, sodomia ecc. — e « moralità »). Prevenzione « morale » significava per Malthus predicare ai poveri che se non potevano mantenere figli era meglio non si sposassero; inculcare loro l'astinenza sessuale e il senso del peccato; abolire le leggi sulla carità pubblica, perché il lenire le miserie dei poveri significava spingerli a riprodursi. La sua tesi è riassunta da questo passo : « Chiunque nasca in un mondo già oggetto di appropriazione privata e non ritragga i mezzi di sussistenza né dai propri genitori né dal proprio lavoro, non ha alcun diritto di essere mantenuto; in realtà egli è inutile in questo mondo. Alla gran mensa della natura non c'è alcun piatto che lo attende. La natura gli comanda di andarsene e non tarda a mettere in esecuzione il suo ordine. » Del proprio stato di miseria, i disoccupati devono insomma accusare non la proprietà privata della terra o dei mezzi di produzione industriale, ma la natura o la lussuria dei propri genitori, che non hanno resistito alla « tentazione » di avere rapporti sessuali.
L'opera di Malthus è priva di rigore scientifico, come appare anche dal fatto che egli stesso si è ampiamente contraddetto nello scritto Principles of political economy (Principi di economia politica, 1820). Ancora una volta, il suo scopo è quello di difendere gli interessi dei proprietari terrieri, e per far questo si ricollega alla distinzione ricardiana tra consumo produttivo e consumo improduttivo. Ricardo, come si è visto, aveva commesso l'errore di credere che una costante accumulazione di capitali non potesse portare in alcun caso ad una crisi di sovrapproduzione. Malthus (e su questo punto aveva ragione) negò questo principio, dichiarando che la produzione si reggeva solo sulla domanda effettiva, cioè su di una richiesta del mercato tale da consentire al capitalista il recupero del capitale investito con l'aggiunta di un profitto. Ma - egli osserva - il capitalista non può sperare di vendere la globalità dei propri prodotti al salariato, giacché questi, per definizione, guadagna solo lo stretto necessario per vivere, e perché la somma totale dei salari è, sempre per definizione (essendo il profitto lavoro non pagato), inferiore alla somma totale delle merci offerte sul mercato. Per sostenere la domanda effettiva e incentivare la produzione occorre quindi favorire la rendita, cioè il consumo improduttivo, scambiato non contro capitale ma contro reddito. Oltre ai proprietari fondiari, occorre un gran numero di coloro che già Smith aveva definito parassiti: ecclesiastici, avvocati, soldati, domestici, giudici ecc.; i loro « lussi » sono assolutamente necessari alla società.
La conclusione del pensiero di Malthus è che il proletariato che lavora sfruttato e deve praticare il celibato mentre i consumatori improduttivi vanno difesi e incoraggiati. Estremamente preciso risulta il seguente passo di Marx: « Ciò che caratterizza Malthus è la fondamentale volgarità dei sentimenti; volgarità che può permettersi soltanto un prete, che riconosce nella miseria umana la punizione del peccato originale e in generale ha bisogno di " questa valle di lacrime ", ma che nello stesso tempo, per riguardo alle prebende di cui gode e con l'aiuto del dogma della predestinazione, trova assolutamente vantaggioso " addolcire " alle classi dominanti il soggiorno in questa valle di lacrime. »

GLI UTILITARISTI MORALI

In Adam Smith abbiamo visto il principio che l'uomo contribuirebbe al bene della società ricercando il proprio utile, ma nello stesso tempo la difesa della preminenza assoluta della moralità sull'utilità.
La grandissima influenza esercitata sul pensiero inglese dalle lucide riflessioni di Hume, e nello stesso tempo lo sviluppo dell'economia politica smithiana e ricardiana abbatterono il residuo teologico che permaneva nelle filosofie morali di Shaftesbury, Butler, Hutcheson e dello stesso Smith, e diedero luogo ad un pensiero morale e politico spregiudicatamente utilitaristico e liberale, sostanzialmente laico.
Come iniziatore di questo indirizzo si suole indicare Jeremy Bentham (1748 -1832), che se ne fece energico banditore sia negli scritti sia nell'attività politica e filantropica, interamente dedicata a persuadere i propri concittadini che il dovere di un buon inglese è non di concepire le leggi come qualche cosa di fisso, immutabile e perfetto, ma bensì come un corpus perennemente riassestabile e perfezionabile, avente come fine ultimo quello di promuovere « la più grande felicità per il più grande numero di persone ». I suoi scritti principali furono: A fragment on governement (Un frammento sul governo, 1776); Introduction to the principles of moral and legislation (Introduzione ai principi della morale e della legislazione, 1789); A table of the springs of action (Prospetto dei moventi dell'azione, 1815); Deontology, or the science of morality (Deontologia, o la scienga della moralità, pubblicato postumo nel 1834).
La necessità di promuovere la più grande felicità per il più grande numero di persone era già stata sostenuta da Cesare Beccaria, nello scritto Dei delitti e delle pene, al quale Bentham esplicitamente si richiama. Il filosofo inglese criticò il giusnaturalismo, affermando che l'esistenza di un patto originario non era storicamente assodabile, e che comunque esso non avrebbe spiegato perché gli uomini avessero stabilito di convivere rispettando leggi comuni. La sola risposta a quel perchè era, a suo giudizio, che gli uomini avessero deciso di rispettare le leggi per il vantaggio che, individualmente e socialmente, ne avrebbero ricavato. Le leggi non erano quindi eterne, ma dettate da motivi pratici ed empirici, e
potevano essere modificate per migliorare l'ordinamento della società. Su questa base Bentham (principalmente tramite una rivista, la « Westminster Review », che annoverò tra i suoi collaboratori James Mill e suo figlio, John Stuart Mill, combatté da un lato il conservatorismo politico, e dall'altro il giusnaturalismo radicale e rivoluzionario di Rousseau e dei giacobini francesi.
Sul principio dell'utile Bentham fonda non solo la legislazione civile, ma anche la morale. Un'azione è buona, dichiara, quando è utile, cioè quando arreca piacere.
La nostra natura ha infatti insiti in sé l'amore per il piacere e l'odio per il dolore, sicché tutto ciò che arreca piacere è utile e buono, e tutto ciò che arreca dolore disutile e cattivo. Il piacere non va però considerato in modo individualistico, bensì secondo una prospettiva sociale, giacché esso coincide con la « benevolenza più comprensiva e più illimitata » verso il prossimo.
La morale diviene così una precisa aritmetica del piacere, che va rigorosamente calcolato in tutti i suoi aspetti. Molto spesso accade che un'azione ci arrechi non solo piacere, ma anche dolore o viceversa; essa quindi sarà buona soltanto se, analizzando tutte le sue caratteristiche e facendo su di esse un calcolo quantitativo, ci darà più piacere che dolore. Queste caratteristiche sono le seguenti: intensità, durata, certezza e prossimità del piacere; sua fecondità (capacità di essere fonte di altri piaceri) e purezza (essere scevra il più possibile di dolore). Vi sono dunque azioni che, per quanto abbiano aspetti piacevoli, comportano conseguenze dolorose tali per cui, a conti fatti, conviene astenersene.
Questa aritmetica morale permette, secondo Bentham, di uscire dalla cerchia individuale, e di dare una fondazione sociale alla virtù. In questo senso egli partecipa in pieno dell'ottimismo smithiano, tanto da essere convinto che la virtù coincida con l'opinione pubblica, la quale diviene quasi una personificazione della concezione sociale dell'utile. Un uomo non può essere felice se è disprezzato dai suoi simili, sicché l'adeguamento al bene pubblico è un fattore fondamentale di piacere. L'importanza attribuita da Bentham al calcolo quantitativo del bene e del male lo indusse anche ad introdurre nel linguaggio etico termini quali « massimizzazione » del piacere e «. minimizzazione » del dolore.
Tra gli amici e collaboratori di Bentham, spicca James Mill (1773-1836) che fu ancora più impegnato politicamente e svolse un ruolo molto importante per l'affermazione del liberalismo politico inglese. Figlio di una famiglia povera, seppe raggiungere un'alta carica nella famosa Compagnia delle Indie (anche a seguito della pubblicazione di un'ampia opera intitolata History of british India (Storia delle Indie britanniche, 1818). Pubblicò pure un testo di economia politica ricardiana, Elements of political economy (Elementi di economia politica, 1820), e fu amicissimo di Ricardo; fu anzi lui ad incoraggiarlo a pubblicare i suoi scritti ed a dedicarsi alla politica, tanto che Bentham disse di loro: « Io sono stato il padre spirituale di Mill, e Mill quello di Ricardo. » Oltre che collaboratore della « West - minster Review », Mill fu saggista ed articolista brillante ed efficace, e compilò alcune delle più importanti voci della famosa Encyclopedia britannica (ad esempio le voci giurisprudenza, legge, prigioni). Dal punto di vista filosofico, i suoi scritti maggiori sono: Analysis of the phenomena of the human mind (Analisi dei fenomeni della mente umana, 1829) e A fragment on Mackintosh (Un frammento su Mackintosh, 1835).
L'utilitarismo di Mill rappresenta un deciso passo innanzi rispetto a quello di Bentham giacché egli si sforzò, basandosi su di un'analisi psicologica, di dimostrare che il bene deriva dall'utile. Oltre che a Bentham, egli si richiama a Hume ed a Hartley. Da Hume desume il principio che i fatti originari che spiegano altri fatti devono essere semplici e del minore numero possibile. Sotto l'influenza di Bentham, egli ritiene che solo il dolore ed il piacere siano fatti originari, sicché tutte le altre discipline filosofiche (logica, etica, pedagogia ecc.) si riducono ad una psicologia che studi le associazioni che le sensazioni di piacere e dolore provocano in noi, dando origine alle idee. Queste si distinguono in vere o false non secondo criteri ontologici astratti né secondo criteri formali, bensì a seconda delle solidità che, come associazioni, manifestano alla prova dell'esperienza: se vengono contraddette dall'esperienza — e quindi restano isolate e non si ripresentano frequentemente — sono false; se vengono confermate al punto da divenire un'abitudine con fondamento empirico-sperimentale, sono vere. Le associazioni vere manifestano insomma, alla prova dell'esperienza, il carattere di essere « inscindibili ». Quanto alle azioni (e quindi all'etica), esse sono frutto di associazioni (moventi) che eccitano il desiderio o il timore. Le idee sono infatti associazioni scomponibili, in ultima analisi, in piacere o dolore; e se una idea mi si presenta indicandomi un'azione per conseguire un piacere, viene naturale seguirla per raggiungere quest'ultimo.
Sul modo in cui le sensazioni si associano in noi per dare luogo ad idee e moventi, in Mill troviamo influenze dell'insegnamento di Hartley. Egli parla però di associazionismo « chimico », e in questo si differenzia da quello « meccanico » di Hartley. Con questo richiamo alla chimica anziché alla meccanica, Mill vuole sottolineare che l'associazione può certo essere scomposta in sensazioni piacevoli o dolorose originarie, ma anche che, quando si presenta unita, ha una qualità nuova.
La verità che l'utile egoistico sia la base originaria dei nostri moventi non esclude che noi, a livello di associazione, proviamo sentimenti del tutto disinteressati. Quando proviamo, ad esempio, gratitudine per il prossimo, questo sentimento resta disinteressato anche se affermiamo che esso è scomponibile e riducibile in ultima istanza, all'interesse egoistico. A tale proposito, Mill fa il noto esempio della luce, che continua a restare bianca anche se all'esame spettroscopico risulta scomponibile nei colori dell'iride. Il valore dei sentimenti disinteressati è una qualità propria delle associazioni, e dire che la gratitudine può essere scomposta non significa negare che essa abbia un valore come movente di azioni disinteressate: « Forse che un movente complesso cessa di essere movente non appena si scopre che esso è complesso? » L'influenza di questi valori disinteressati come movente di azioni « è quello che è, e non muta per il fatto che essi sono semplici o composti ».
Questa autonomia qualitativa dei valori delle associazioni permette a Mill di spiegare meglio di quanto avesse fatto Bentham il carattere sociale e non individualistico dell'utilitarismo morale. La totalità psichica formatasi con l'associazione e lo stabilizzarsi di essa diviene il principio fondamentale della natura umana (che in pratica non viene mai scomposta del tutto), tanto da acquistare una forza cogente verso l'individuo. Nella scomposizione elementare risulta che è per motivi individualistici ed egoistici che l'uomo non danneggia il prossimo: perché il danno non si ritorca contro di lui. Ma poi l'associazione tra utile individuale e utile del prossimo acquista, del tutto naturalmente, un'autonomia qualitativa propria, tale per cui si impone all'individuo come norma generale, alla quale egli deve piegarsi. Questa forza cogente delle idee come associazioni e moventi morali è tale, che l'individuo arriva a sacrificare il proprio utile, sino alla vita stessa, al bene pubblico.