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William Petty / Adam Smith / David Riccardo / Thomas Robert Malthus / Jeremy
Bentham / James Mill
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CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA NASCITA DELL'ECONOMIA POLITICA MODERNA
L'OTTOCENTO: L'impetuoso progresso dell'atteggiamento
scientifico aveva investito tutti i campi del pensiero: le scienze naturali e
quelle umane, le credenze religiose e l'ordinamento politico.
La fondazione dell'economia
politica.
Le premesse teoriche per l'impostazione moderna di questa scienza risagono
almeno fino al rinascimento, nel quale spicca l'altera figura di Machiavelli,
la cui
opera era stata una profonda lezione di realismo razionalistico. Occore egli
aveva detto, guardare in faccia la realtà, esaminare l'uomo non quale dovrebbe
essere, ma quale effettivamente è. Solo così si potranno ottenere risultati
positivi, come la fondazione di grandi comunità nazionali prospere. La stessa
preoccupazione si trova, seppur con diversissime angolazioni di
pensiero, in Bodin, Grozio, Hobbes, Spinoza, Locke, Hume e molti altri autori.
Ma la condizione essenziale perché la scienza economica potesse svilupparsi
era, ovviamente, la nascita del mondo economico moderno, cioè la rivoluzione
industriale. All'inizio del XVIII secolo la produzione
industriale fece, con la nascita delle fabbriche, un balzo qualitativo di estrema
importanza. Già nei due secoli precedenti il mercante che acquistava la
produzione degli artigiani per venderla sul mercato interno ed estero era stato
progressivamente sostituito dal capitalista, padrone della materia prima ed a
volte delle macchine (ad esempio lana e telai), e affidava la lavorazione
del prodotto ad un semiproletariato che lavorava a domicilio,
corrispondendogli un salario. All'inizio del XVIII secolo si fece un passo
innanzi di grandissima importanza: il proletariato non lavorava più a
domicilio, ma nelle fabbriche, sicché il rapporto tra lui e
l'imprenditore diveniva quello che è ancora oggi predominante nei
paesi a regime capitalista: l'operaio vendeva forza - lavoro in cambio
di un salario che era inferiore al valore che produceva.
Dallo sfruttamento del lavoro salariato traeva così origine un
vertiginoso processo di accumulazione capitalistica ed un enorme
aumento di investimenti produtivi. Il passaggio dal lavoro a domicilio
al lavoro in fabbrica era dettato anche dalla necessità di organizzare
sempre meglio la produzione, con l'introduzione di macchine via via
più complesse ed efficienti. Nel 1775 il magnate dell'industria
Boulton e il tecnico Watt diedero vita ad una società industriale, che
può essere considerata la prima importante realizzazione di una
alleanza organica tra industria e scienza applicata.
I due secoli precedenti avevano preparato il terreno affinché questa
rivoluzione industriale potesse svilupparsi rapidamente e solidamente.
Le grandi scoperte geografiche e l'espansione del commercio interno ed
internazionale avevano consentito alla parte più dinamica della
borghesia di ammassare i capitali che ora venivano investiti nel
processo industriale. La crisi endemica delle grandi proprietà
terriere della corona, della nobiltà e della chiesa aveva inferto un
grave colpo alla manomorta e alle bardature feudali, rendendo
commerciabile la terra ed i suoi prodotti, ed anche di ciò si era
avvalsa la borghesia, che di quella crisi e di quei rivolgimenti
politici e sociali era stata la forza egemone. Inoltre la pratica
della recinzione delle terre e la stessa abolizione del sistema
feudale di produzione avevano creato una enorme massa di ex contadini
poveri, ex servi della gleba ed ex braccianti, che si trovavano del
tutto privi di forme di sostentamento che non fossero la disperata
ricerca di un capitalista al quale vendere la forza - lavoro delle
proprie braccia. Inurbamento e disoccupazione cronica o stagionale
divennero spaventosi fenomeni di massa. Inoltre lo sviluppo della
produzione gettava sul lastrico un sempre maggior numero di artigiani,
incapaci di reggere alla concorrenza dei prodotti industriali; anche
questi ex artigiani andavano ad ingrossare le file del proletariato.
Nel XVIII secolo, soprattutto in Inghilterra, troviamo quindi
cristallizzate le tre classi fondamentali delle moderne società
capitalistiche: i capitalisti industriali, i proprietari terrieri, il
proletariato. Dall'esistenza di antagonismi e conflitti tra queste tre
classi bisogna partire, per capire tutti i rivolgimenti che gli ultimi
secoli di storia presentano.
WILLIAM PETTY
Per inquadrare storicamente la nascita dell'economia politica moderna
dobbiamo tornare brevemente ad un pensatore del Seicento inglese,
William Petty che Marx definì « uno dei più geniali e originali
indagatori dell'economia », ed anche « il fondatore dell'economia
politica moderna ». Come i suoi contemporanei Locke e Hobbes, egli era
strettamente legato allo sviluppo delle scienze sperimentali, e fu tra
i membri fondatori della Royal Society. Nei confronti del mondo
economico mantenne lo stesso atteggiamento degli scienziati moderni
nei confronti della natura, e dichiarò di voler basare le proprie
analisi non su affermazioni retoriche o petizioni di principi morali,
bensì su osservazioni empiriche da esprimersi « in termini di numero,
peso e natura ». Profondamente influenzato da Hobbes, seguì lo stesso
metodo di scomposizione analitica e ricomposizione sintetica che
questi aveva applicato al mondo politico, studiando con spregiudicato
realismo i rapporti di azione e reazione meccanica tra i vari fattori
della vita economica. I suoi scritti maggiori sono A treatise of taxes
and contributions (Trattato sulle tasse e i contributi, 1662) e
Political arithmetics (Aritmetica politica, composta nel 1670 e
pubblicata postuma, nel 1690).
La modernità di Petty sta soprattutto nel fatto che egli indica nel
lavoro la fonte del valore. Se noi affermiamo, scrive, che un
quintale di grano vale un'oncia di argento, intendiamo dire che il
lavoro necessario ad estrarre, raffinare e trasportare sul mercato di
Londra un'oncia d'argento è uguale al lavoro necessario per seminare,
coltivare, mietere, trebbiare, insaccare e trasportare sul mercato di
Londra un quintale di grano. Se trovassimo una miniera più ricca,
nella quale l'argento potesse venire estratto con la metà del lavoro
che nella prima miniera, per un quintale di grano occorrerebbero due
once d'argento anziché una. Il valore viene quindi già considerato da
Petty come lavoro umano astratto : la diversità dei lavori, egli nota,
è indifferente; conta solo il tempo del lavoro. Inoltre il prodotto
del lavoro ha la capacità di essere cristallizzato, fissato in un
bene: un campo dissodato vale più di un campo vergine unicamente
perché ha assorbito e fissato in sé una certa quantità di lavoro. La
ricchezza è quindi pari alla somma dei lavori presenti e passati, nel
senso che anche un utensile (ad esempio una vanga) ha valore in quanto
rappresenta lavoro cristallizzato.
L'equivalenza lavoro-valore costituisce per Petty il prezzo « naturale
» delle merci. Ma è evidente che il prezzo di mercato non registra una
simile perfetta uguaglianza; donde verrebbe, altrimenti,
l'accumulazione di capitali? Petty individuò genialmente la fonte
dell'accumulazione in quello che poi Marx chiamerà plusvalore, cioè
nello sfruttamento del lavoro salariato. Che prezzo bisogna pagare, si
chiede l'autore, per il lavoro salariato? Meno di quanto esso produce,
risponde, non più di quanto basta al salariato per sopravvivere e
continuare a produrre, arricchendo non se stesso bensì « il pubblico »
(cioè, in concreto, il capitalista). « La legge dovrebbe concedere
all'operaio solo l'indispensabile alla vita; poiché se gli accordasse
il doppio, egli lavorerebbe solo la metà di quanto potrebbe fare e
altrimenti farebbe. » L'eccedenza tra il costo della mano d'opera
salariata ed il valore da essa prodotto resta al capitalista come
profitto. Nel caso di Petty che studiò principalmente l'investimento
di capitali in agricoltura (si ricordi che siamo ancora nel Seicento),
il profitto è pari alla differenza tra le spese (acquisto delle
sementi, usura degli attrezzi e soprattutto lavoro salariato; anche le
sementi e gli attrezzi possono infatti essere ridotti a lavoro
precedente cristallizzato) ed il ricavato dalla vendita.
ADAM SMITH
Un carattere specifico di Petty, che lo avvicina a tutto il movimento
filosofico e scientifico del Seicento, è la convinzione che i fenomeni
economici siano regolati da leggi oggettive, che operano nel tessuto
sociale anche prima di essere scoperte ed individuate; leggi eterne,
immutabili, che si tratta di esplorare, esplicitare ed esporre in modo
rigoroso, quantitativo. Anche nel campo dell'economia assistiamo
quindi all'affermarsi di una caratteristica peculiare degli altri rami
del sapere scientifico: che si ha un progresso nel processo di
comprensione razionale, in quanto osservazioni sempre più accurate e
precise, sempre più penetranti e generali, integrano ma non annullano
le scoperte e le teorie precedenti. Ogni progresso significa
elaborazione di una teoria che spiega in modo più razionale, più
generale, più completo anche i fatti rilevati dalla teoria precedente,
sicché gli « errori » di quest'ultima appaiono non chimere, bensì
frutto di osservazioni parzioali; divengono, molto spesso, casi
particolari di una teoria più generale.
Questo progresso nella scienza economica è evidentissimo da Petty a
Smith. Nel primo abbiamo visto una brillante indagine sull'origine del
valore con particolare riferimento all'impresa agricola. Nel secondo,
lo studio del rapporto tra lavoro e valore viene esteso a tutti i rami
dall'ormai affermatasi civiltà industriale.
Adam Smith (I723-90) era, come il suo amico Hume, scozzese. Compiuti
gli studi a Glasgow e Oxford, ottenne la cattedra di filosofia morale
di Glasgow. Viaggiò molto, soggiornando in Francia per due anni. Negli
ultimi anni della sua vita lasciò l'insegnamento per dedicarsi
all'ufficio di dirigente amministrativo delle dogane.
Lo scritto smithiano Theory of moral sentiments (Teoria dei sentimenti
morali, 1759) si ricollega, per la sua impostazione ottimistica ed
antiutilitaristica, a Hutcheson e Shaftesbury. Smith evita di fare una
complessa casistica dei sentimenti ed istinti morali datici da dio per
realizzare il piano provvidenziale e raggiungere la felicità; egli
è però convinto che l'uomo sia stato creato in modo tale da
raggiungere « naturalmente » il bene. Il suo ottimismo riposa sul
seguente principio: « Tutto ciò che è, è giusto. »
Alle indagini morali di Hume, Smith replica con le argomentazioni di
Hutcheson, Butler e Shaftesbury: il fatto che al bene si accompagni la
felicità, e quindi l'utile, non dimostra che il primo dipenda dal
secondo. Si tratta di una coincidenza voluta dal piano provvidenziale
di dio, non di una identità di moventi.
Noi, osserva Smith, siamo solidali con il derubato e non con il ladro
anche se non siamo stati derubati, e quindi senza un nostro
tornaconto. La risposta, come si vede, è ingenua, perché sarebbe
facile dimostrare che difendendo il concetto dell'inalienabilità del
patrimonio altrui difendiamo, mediatamente, anche l'inalienabilità del
nostro. Smith invece spiega questa solidarietà con un innato
sentimento di « simpatia », che sarebbe del tutto indipendente dal
nostro interesse, sganciato anche dal concetto dell'utilità pubblica
del quale aveva parlato Hutcheson.
Smith però aveva un senso per l'osservazione empirica come le sue
analisi economiche ampiamente dimostrano molto superiore a quello
dei moralisti inglesi che lo avevano preceduto. Egli respinge quindi,
basandosi su di una semplicissima osservazione, la teoria
hutchesoniana del senso morale: i concetti che gli uomini hanno di
vizio e virtù sono così disparati, che è impossibile che essi
dipendano da uno stesso senso morale universale, e del resto sarebbe
assurdo ammettere che ci siano voluti tanti secoli per arrivare a
scoprire una facoltà che, se fosse stata operante, sarebbe stata
evidente quanto la vista o l'udito. La stessa critica vale per la
coscienza teorizzata da Butler.
Smith si ricollega piuttosto alla « armonia » di Shaftesbury, alla
luce della quale interpreta anche l'antica soluzione socratica del «
demone »: nel petto di ogni uomo alberga un « semidio », che giudica
della condotta sua ed altrui. I giudizi di questo mentore interiore si
fondano su di una disinteressata simpatia, che per volere di dio
approva incondizionatamente solo quelle azioni nostre ed altrui che
tendono al bene del mondo in generale; ma anche la felicità generale
svolge un ruolo subordinato, ed interviene solo come aspetto del piano
provvidenziale di dio, non come movente dei giudizi del « semidio ».
Da questa filosofia morale ottimistica, Smith evolvette quasi
naturalmente verso il pensiero economico. Le lezioni di filosofia
morale tenute tra il 1760 ed il 1764 sono dense di esempi e
ragionamenti economici, come mostrano gli appunti pubblicati nel 1896
a cura dello studioso Edwin Cannan: Lectures on justice (Lezioni sulla
giustizia). Il capolavoro economico di Smith, An inquiry into the
nature and causes of the wealth of nations (Ricerca sulla natura e
cause della ricchezza delle nazioni) uscì nel 1776. Oltre che su
analisi empiriche della realtà economica, l'opera si basa sul seguente
presupposto etico-teologico, dal quale non si può assolutamente
prescindere se si vuole capire lo spirito dello scritto: l'uomo è
certo spinto da passioni, ma anche quando agisce « economicamente »,
cioè per il proprio utile, egli è « spinto da una mano invisibile a
promuovere un fine che non era stato previsto dalle sue intenzioni »:
il bene di tutta l'umanità. Su questa premessa si fonda il
libero-scambismo smithiano, che ricorda il laissez faire, laissez
passer dei fisiocratici.
Con Smith l'analisi dell'importanza fondamentale del lavoro viene
generalizzata. « Il lavoro annuale di ogni nazione, » così inizia il
suo capolavoro economico, « è il fondo, donde originariamente si
traggono tutte le cose necessarie e comode della vita che la nazione
annualmente consuma. » L'opera incomincia infatti con l'esame della
divisione del lavoro, esemplificata col famosissimo caso della
manifattura di spilli: dieci operai che compiono operazioni
parcellizzate possono arrivare, nel caso studiato da Smith, a produrre
complessivamente 48.000 spilli al giorno, mentre se « avessero
lavorato separatamente ed indipendentemente l'uno dall'altro, e senza
che alcuno di loro fosse stato educato ad una speciale operazione,
ciascuno di loro non avrebbe potuto produrre venti spilli, e forse
nemmeno uno, in un giorno ».
Secondo Smith, la divisione del lavoro è un effetto della esigenza «
naturale » dello scambio. Qui certo egli confonde la causa con
l'effetto, perché se è vero che non ha luogo scambio senza divisione
del lavoro, non è vero l'inverso (in una tribù primitiva, ha luogo la
divisione del lavoro senza lo scambio). L'errore che l'autore commette
è quello di assolutizzare come eterni e naturali i rapporti di
produzione capitalistici, che egli considera frutto della « mano
invisibile » anzichè del concreto processo storico : « Questa
divisione del lavoro, dalla quale derivano tanti vantaggi non è
originariamente l'effetto dell'umana saggezza [cioè del concreto
processo storico] ..., essa è la necessaria conseguenza, per quanto
lenta e graduale, d'una certa tendenza della natura umana ..., la
tendenza a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un'altra. »
I valori prodotti dal lavoro vengono suddivisi da Smith in due
categorie: valori d'uso e valori di scambio. Un bene utile come
l'acqua può avere un valore di scambio bassissimo o nullo, mentre un
bene inutile ma raro, come una pietra preziosa, può averlo altissimo.
Sorge quindi un problema : come stabilire il valore di scambio «
naturale » (o prezzo naturale) di una merce?
Smith ritiene che questo valore non possa venire stabilito in base al
prezzo della merce considerata, poiché tale prezzo subisce troppe
variazioni da un'epoca all'altra e da paese a paese. Cerca pertanto di
stabilirlo mediante il ricorso a un'altra unità di misura, obiettiva e
universale. La sua indagine lo conduce però a un risultato non
perfettamente univoco, in quanto l'unità di misura cui ricorre si
rivela alquanto diversa secondo che ci riferiamo a una società
primitiva o a una società civilizzata.
Nella prima, cioè « originariamente », il valore di scambio di una
merce dipende dal lavoro necessario per produrla. Ogni cosa infatti
può essere comperata con « denaro o con mercanzia »; ma poiché denaro
e mercanzia sono a loro volta frutto di lavoro, cioè « contengono il
valore di una certa quantità di lavoro », lo scambio si basa sulla
supposizione che la merce che scambiamo con denaro o altra merce
contenga la stessa quantità di lavoro di quella che comperiamo. Se
esemplifica Smith per uccidere un castoro occorre il doppio di
lavoro che per uccidere un cervo, « originariamente » un castoro si
scambiava con due cervi. Fin qui, come si vede, il valore è
strettamente legato al lavoro: «In questo
stato di cose l'intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore; e
la quantità di lavoro comunemente impiegata ad acquistare o procurare
qualche mercanzia è la sola circostanza che può regolare la quantità
di lavoro che essa deve comunemente acquistare, disporre o avere in
cambio. » Alla luce di questa analisi risulti chiara l'affermazione
che « non è stato con l'oro né con l'argento, ma con il lavori che
tutte le ricchezze del mondo originariamente sono state acquistate ».
A questo punto però riappare il problema che si era già posto a Petty
: se tutti gli scambi sono fondati sull'eguaglianza, donde viene
l'accumulazione (E capitale? Per risolvere questa difficoltà, Smith
dichiara che l'equivalenza rigorosa tra valore e lavoro si verifica
solo nella società « originaria », primitiva. Nella società
civilizzata, un uomo è ricco o povero non a seconda di quanto ha
lavorato, ma a seconda del « capitale » di cui dispone per comprare
lavoro : « Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui possiede i
mezzi per procurarsi gli alimenti, le comodità ed i piaceri della
vita. Ma dopo che si è affermata la divisione del lavoro, l'uomo può
produrre col suo lavoro soltanto una piccola parte di questi alimenti
e di questi piaceri; la maggior parte deve trarla dal lavori di altri
uomini. Egli è quindi ricco o povero secondo la quantità di lavoro
altrui che può comandare, o che ha il mezzo di comprare. » In Smith ha
quindi luogo una oscillazione sul concetto e la determinazione del
valore. Come ha acutamente osservato Marx, la « determinazione del
valore delle merci mediante la quantità di lavoro necessaria a
produrle » è da lui confusa per la società civilizzata con il «
quantum di merce [denaro o mezzi di sussistenza] necessario
all'acquisto di un determinato quantum di lavoro vivo ». L'originaria
uguaglianza tra lavoro e valore di scambio non ha più luogo, e di
fatto il capitalista compra con lavoro oggettivato (capitale) del
lavoro vivo (forza-lavoro salariata) che gli produce più di quanto
egli paghi ; in poche parole, si ha lo sfruttamento del proletariato.
Questo sfruttamento è spiegato da Smith in modo molto semplicistico :
« Dopo che un capitale si è accumulato nelle mani di particolari
persone, alcune di esse naturalmente lo impiegheranno per dare lavoro
a gente industriosa, che provvedono di materie prime e di mezzi di
sussistenza con l'intenzione di trarre profitto dalla vendita del loro
prodotto o da ciò che il loro lavoro ha aggiunto al valore delle
materie prime. » È la situazione storica, ancora oggi tanto diffusa,
dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Smith stesso infatti dichiara
francamente che nel sistema di produzione basato sulla divisione del
lavoro il valore prodotto dai lavoratori si decompone « in due parti,
una delle quali paga il salario e l'altra il profitto
dell'imprenditore sull'intero capitale in materie prime e salario
che egli ha anticipato. » Quando vende il prodotto ottenuto con lavoro
salariato, il capitalista continua a vendere lavoro oggettivato, ma ad
un prezzo superiore a quello che ha pagato (egli ha pagato salario +
materie prime), sicché « il suo profitto deriva dal fatto che una
parte del lavoro contenuta nelle merci egli l'ha venduta e tuttavia
non l'ha pagata ». « Adam Smith, » commenterà Marx « ha
scoperto con ciò la vera origine del plusvalore. » Smith chiama questo
plusvalore quantità addizionale di valore, che « deve essere calcolata
per il profitto del capitale che ha anticipato il salario e fornito la
materia prima ».
Quanto al salario, Smith è esplicito: esso deve garantire al
lavoratore solo il minimo di sussistenza.
Una oscillazione troviamo anche nella teoria smithiana del profitto,
che a volte viene identificato con il plusvalore, a volte con il
saggio d'interesse sul capitale investito. Scrive Smith: «
L'imprenditore non avrebbe alcun interesse a impiegare gli operai, se
dalla vendita del loro prodotto non si attendesse qualche cosa di più
di ciò che è sufficiente a reintegrare il suo capitale; e non avrebbe
alcun interesse a impiegare un grosso capitale anziché uno piccolo, se
il profitto non stesse in alcun rapporto con la grandezza del
capitale. » Alla luce della prima paret di questo passo, il profitto
viene identificato con il plusvalore, cioè con quella « quantità
addizionale » di valore che gli operai, con il loro lavoro, aggiungono
alla materia prima, e che non viene loro pagata dal capitalista. Alla
luce della seconda parte del passo citato, invece, il profitto viene
identificato con il saggio d'interesse del capitalista sulla somma
investita, e ciò è errato. « Se il plusvalore non è che la parte del
valore ... che l'operaio aggiunge alla materia prima oltre alla parte
di valore aggiunta in rimborso del salario, per quale ragione questa
seconda dovrebbe crescere immediatamente per il fatto che il capitale
anticipato è, nell'un caso, maggiore che nell'altro? » (Marx)
Smith enunciò anche la seguente, ben nota, legge della caduta
tendenziale del saggio di profitto: con il progresso della società, da
un lato aumentano l'accumulazione e gli investimenti, ma dall'altro
aumenta la concorrenza sicché il profitto tende a cadere.
Nel corso delle sue acute analisi, Smith tiene comunque ferma la
giusta teoria del « valore addizionale », e con essa spiega non solo
il profitto industriale, ma anche la rendita fondiaria, della quale,
anche se meno acutamente di Ricardo, mette in luce il carattere
parassitario. Pur senza approfondire le premesse storiche che diedero
luogo alla proprietà fondiaria, egli afferma: dopo che ha avuto luogo
l'appropriazione privata del suolo, l'affittuario (non proprietario
che investe capitale e lavoro nella terra) deve pagare al proprietario
terriero un canone per l'uso del suolo. Donde viene questo valore, che
resta al proprietario? Smith avverte che esso non va confuso con il
profitto (capitalistico) dell'affittuario, che investe capitale in
sementi, attrezzi, lavoro bracciantile salariato ecc.; l'affittuario
non avrebbe alcun interesse ad investire questo capitale, se non
pensasse che, con la vendita dei prodotti e dopo aver pagato il
salario dei braccianti, egli rientrerà, dopo un certo lasso di tempo,
in possesso del proprio capitale con l'aggiunta di un profitto.
Tuttavia, in cambio del semplice uso della terra, egli calcola, oltre
al profitto e al salario, di dover « lasciare al proprietario della
terra una parte di ciò che il suo lavoro ha raccolto e prodotto ». Il
carattere parassitario della rendita è dunque evidente: « Quella parte
del prodotto o, ciò che è lo stesso, quella parte del suo prezzo che
supera la somma [della quale l'affittuario rientra in possesso, e che
è costituita dal rimborso del capitale investito con l'aggiunta di un
profitto], il proprietario fondiario tende naturalmente a riservarla
per sé come rendita fondiaria. »
In sostanza Smith considera quindi la rendita ed il profitto come due
casi particolari del « valore addizionale ». Come si vede, egli
generalizzò la convinzione di Petty che il lavoro fosse la fonte di
ogni valore, e studiò analiticamente, seppur con oscillazioni, la
produzione capitalistica del valore.
Queste stesse oscillazioni avevano del resto, oltre che un valore
apologetico rispetto alla società borghese, anche un valore
rivoluzionario, come appare con estrema chiarezza nella distinzione
smithiana tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. « Vi è una
specie di lavoro che aggiunge valore all'oggetto su cui si esercita;
ve n'è un'altra, che non opera tale effetto. La prima specie di
lavoro, in quanto produce valore, si può chiamare lavoro produttivo;
la seconda, lavoro improduttivo. Così il lavoro di un operaio
dell'industria generalmente aggiunge, al valore della materia prima
che egli manipola, il valore del proprio mantenimento e quello del
profitto del suo padrone. Il lavoro di un servitore invece non
aggiunge alcun valore. Sebbene il padrone anticipi il salario
all'operaio, in effetti esso non gli costa niente, poiché il valore di
questo salario gli viene di regola restituito con un profitto nel
valore aumentato dell'oggetto in cui è stato impiegato il lavoro.
Invece il mantenimento di un servitore non viene mai restituito. Un
uomo si arricchisce impiegando una moltitudine di operai
manifatturieri; s'impoverisce mantenendo una moltitudine di servitori.
»
In questo passo si intrecciano due definizioni, una errata ed una
giusta, di lavoro improduttivo. È giusta quella che dice che un lavoro
è produttivo quanto « produce valore »; è errata quella che cerca di
vincolare questa produzione di valore ad una manipolazione di materia
prima. In una officina, ad esempio, è ovvio che è produttivo non solo
il lavoro dell'operaio che sta al tornio, ma anche quello del manovale
che trasporta la merce finita in magazzino. Senza il suo ausilio, il
capitalista non potrebbe, concretamente, scambiare la merce. Ciò vale
anche per l'impiegato che fa le scritture, per l'ingegnere stipendiato
che dirige la produzione : tutti scambiano la propria forza - lavoro
contro capitale, cioè producono per lo scambio, non per l'uso. Non
produttivi sono invece, in realtà, quei lavori che si scambiano non
contro capitale, ma contro reddito; i cui prodotti sono destinati non
allo scambio, ma al consumo. Ciò indipendentemente dal fatto che si
tratti di lavori che manipolano una materia prima oppure no.
Un attore salariato, ad esempio, non manipola materia prima, ma il suo
lavoro è produttivo per l'impresario, al quale frutta un profitto sul
ricavato degli incassi. Lo stesso lavoro, come indicò Marx, può essere
sia produttivo sia improduttivo, a seconda che si scambi contro
capitale o contro reddito. Una cuoca salariata che cucina del cibo fa
lavoro produttivo rispetto all'albergatore, che considera il cibo
cotto come valore di scambio da vendere all'avventore; fa lavoro
improduttivo rispetto all'avventore, che destina il cibo cotto non
allo scambio, ma all'uso. Nel primo caso il lavoro della cuoca è
scambiato contro capitale; nel secondo, contro reddito.
Eppure la distinzione imperfetta di Smith ebbe una grande
efficacia, perché offriva al capitalista borghese uno strumento
teorico atto a rivendicare energicamente il proprio diritto di essere
la forza egemone anche politica, oltre che economica, della società.
La condanna smithiana dei servizi permetteva infatti di combattere le
sopravvivenze del sistema feudale e del mercantilismo, ed esaltava la
più volte ricordata « ascesi mondana » del capitalismo, sottolineando
la necessità di risparmiare sul reddito per investirlo come capitale.
Ecco le parole con qui Smith critica i membri non produttori della
società: « Il lavoro di alcuni dei più rispettabili ordini della
società è, come quello dei servitori, improduttivo di ogni valore ...
Il sovrano, ad esempio, e tutti gli ufficiali civili e militari che
servono sotto di lui, l'intero esercito e l'intera marina, sono
lavoratori improduttivi. Essi sono servitori del pubblico e sono
mantenuti con una parte del prodotto annuo dell'operosità degli altri
... Alla stessa classe appartengono gli ecclesiastici, i giuristi, i
letterati di ogni genere, i medici, come pure i commedianti, i bufoni,
i musicisti, i cantanti d'opera, le ballerine ecc. » Non era cosa da
poco, nel 1776, mettere sullo stesso piano il re ed i buffoni.
Smith fece anche prendere coscienza seppur meno acutamente di
Ricardo ai capitalisti, di avere interessi contrastanti con quelli
degli agrari. Egli distingue, come sappiamo, tra la rendita del
proprietario che esige un canone di affitto per la terra, senza
investire nulla nella produzione agricola, ed il profitto
dell'affittuario, che investe in lavoro, salario, sementi, ecc.; la
rendita è parassitaria, in quanto tende solo ad assicurarsi un reddito
per il consumo; il profitto è produttivo, perché fa parte del ciclo
dello scambio. Smith suggerisce
perciò di tassare la rendita e non il profitto, perché una tassazione
del secondo intacca l'accumulazione capitalistica, scoraggia gli
investimenti e quindi diminuisce il reddito nazionale mentre una
tassazione della prima colpisce redditi destinati al consumo
improduttivo; redditi dei quali l'agrario « gode in molti casi senza
sua cura ed attenzione ».
DAVID RICARDO
Insieme a Smith, Ricardo (1772-1823) è il maggior esponente
dell'economia politica classica. Nato in Inghilterra da una famiglia
ebraica di origine portoghese, seguì le orme del padre dedicandosi
alla carriera finanziaria. Dopo aver accumulato una grande fortuna, si
ritirò dagli affari per darsi agli studi ed alla politica (fu eletto
al parlamento). Il suo capolavoro è intitolato The principles of
political economy and taxations (Principi di economia politica e delle
imposte, 1817; l'edizione definitiva, molto rimaneggiata, è del 1821).
Ricardo è privo dell'inquadramento filosofico che Smith aveva dato ai
suoi studi, ma è molto più rigoroso come scienziato. Il suo
procedimento è essenzialmente ipotetico-deduttivo, e la maggior parte
delle sue analisi è basata su esempi - modello teorici (introdotti con
la classica espressione « supponiamo che... »).
Della determinazione del valore in base al lavoro egli fa la categoria
fondamentale dell'economia, alla luce della quale esamina e spiega
tutti i fenomeni. Questo maggior rigore scientifico permise a Ricardo
di svelare con grande acribia la composizione sociale del mondo
capitalista, di affermare senza mezzi termini l'esistenza di classi
antagonistiche: «Il prodotto della terra e di tutto ciò che è derivato
dalla sua superficie con il concorso unitario di lavoro, macchine e
capitale, » così inizia la prefazione dell'opera, « è diviso tra le
tre classi della comunità »: capitalisti, agrari e proletariato.
Ricardo accetta naturalmente la distinzione smithiana tra valore d'uso
e valore di scambio, ma la approfondisce con maggior rigore, legandola
al concetto del mercato. Il valore di scambio è « il potere di
acquistare altri beni », e dipende o dalla rarità o dal lavoro.
Ma, avverte subito, i beni rari « costituiscono una piccolissima parte
dei beni quotidianamente scambiati sul mercato. La parte di gran lunga
preponderante di quei beni che sono oggetto di desiderio sono
procacciati dal lavoro ». Tuttavia, continua Ricardo, occorre
distinguere tra valore di scambio assoluto e valore di scambio
relativo. Se per produrre una libbra di zucchero prima impiegavo un
tempo x, ed ora ne impiego il doppio, è ovvio che il valore di scambio
assoluto, in quanto determinato dal lavoro, è raddoppiato; se prima
scambiavo una libbra di zucchero con due di caffè, ora dovrei
scambiarla con quattro di caffè. Ma supponiamo che contemporaneamente
sia raddoppiato anche il lavoro necessario per produrre il caffè. Il
valore assoluto di entrambi i beni sarà allora raddoppiato, ma il
valore relativo del loro scambio reciproco resterà inalterato. Il
valore di scambio assoluto dipende solo dal lavoro; quello relativo,
anche dal mercato, cioè dalla quantità comparata di merci che il
lavoro produce ed immette sul mercato, e dalle variazioni che questo
subisce. « La ricerca sulla quale io desidero attirare l'attenzione
del lettore, afferma Ricardo, « si riferisce all'azione delle
variazioni sul valore relativo delle merci e non su quello assoluto. »
Per superare la semplicistica distinzione smithiana tra valore nella
società primitiva e valore in quella capitalistica, Ricardo afferma
che non si può mai prescindere, nella considerazione del valore, dal
lavoro accumulato. L'uomo primitivo non cacciava i cervi o i castori
con le nude mani, ma con delle armi, che rappresentavano lavoro
accumulato, cristallizzato, capitale. Una volta che il cervo ed il
castoro uccisi siano pronti per lo scambio, « il valore di questi
animali sarà regolato non meramente dal tempo necessario per
ucciderli, ma anche dal tempo e dal lavoro necessari per procacciarsi
il capitale del cacciatore, l'arma, con l'aiuto della quale
l'uccisione ha avuto luogo ». Ciò vale non solo per la società
primitiva, ma anche per la società industriale: « Non è soltanto il
lavoro direttamente impiegato nella produzione di una merce che ne
determina il valore, ma anche il lavoro impiegato nella produzione
degli strumenti, degli utensili e degli edifici che rendono possibile
quel lavoro. » Nell'un caso come nell'altro, è sempre soltanto il
lavoro (presente e passato) che determina il valore. Il fatto che i
mezzi di produzione appartengono al capitalista, non cambia la legge
di fondo che il valore discende dal lavoro; tale fatto riguarda
unicamente la distribuzione del valore netto tra profitti e salari.
Una posizione centrale nel sistema ricardiano è occupata dalla teoria
del salario. Anche qui, Ricardo portò una notevole chiarificazione
rispetto a Smith, che pensava che un aumento dei salari comportasse
automaticamente un aumento di valore, cioè dei prezzi naturali delle
merci. Ricardo mostra con estrema chiarezza che i salari incidono non
sul valore naturale (o prezzo naturale), ma sui profitti. Supponiamo
che un imprenditore impieghi dieci pescatori ad un salario X, ed
ottenga 20 salmoni al giorno, e che un altro imprenditore impieghi
dieci cacciatori allo stesso salario X, ottenendo 10 daini al giorno.
«Il prezzo naturale di un daino sarà di due salmoni, qualunque sia la
parte, grande o piccola, del prodotto totale che tocca ai lavoratori.
» Se infatti i cacciatori, con una rivendicazione salariale,
ottenessero un compenso pari a x + n, il valore naturale del daino
resterà inalterato, essendo rimasta inalterata la quantità di lavoro
necessario per cacciarlo, ed il valore relativo di un daino per due
salmoni resterà pure inalterata; muterà solo la distribuzione del
valore prodotto della caccia, cioè aumenterà la parte destinata al
salario e diminuirà quella riservata al profitto.
Quanto alla forza-lavoro, Ricardo la considera una merce come tutte le
altre, un valore di scambio che aumenta o diminuisce in rapporto al
valore delle merci necessarie per ottenerla. Applicando con rigore il
principio ricardiano che una merce ha un valore pari al lavoro
necessario per ottenerla, si deduce che il lavoro ha un prezzo
naturale, pari alla quantità di merci necessarie per mantenere vivo il
lavoratore e la sua progenie. « Il prezzo naturale del lavoro è il
prezzo necessario a porre i lavoratori, nel loro complesso, in
condizione di vivere e di riprodursi, senza aumenti né diminuzioni. »
Il principio dell'equivalenza tra valore e lavoro permise a Ricardo di
distinguere anche tra salario nominale, cioè la quantità di denaro che
il lavoratore ottiene, e salario reale, cioè la quantità di merci che
il lavoratore può effettivamente acquistare. « Il prezzo naturale del
lavoro... dipinde dal prezzo degli alimenti e degli altri mezzi di
sussistenza e di godimento che occorrono al lavoratore e alla sua
famiglia per il mantenimento. Se i prezzi dei mezzi di sussistenza
aumentano, aumenterà anche il prezzo naturale del lavoro; se i primi
diminuiscono, diminuirà anche il secondo. »
Ma a Ricardo, interessa il valore relativo, di mercato, delle merci
(quindi anche del lavoro), non quello naturale o assoluto; e il prezzo
di mercato dipende dalla quantità comparata delle merci disponibili,
cioè dalla domanda e dall'offerta. Ciò vale anche per il lavoro, che «
è costoso quando è scarso, e a buon mercato quando è abbondante ».
Supponiamo che una forte domanda di lavoro faccia aumentare i salari;
vi saranno due conseguenze: una diminuzione del saggio di profitto (i
salari, come sappiamo, incidono sui profitti) ed un miglioramento
delle condizioni di vita del proletariato tali, per cui i lavoratori
aumenteranno di numero (in termini concreti ciò significa: vi sarà
meno fame, meno malattie mortali perché non curate, una natalità più
alta ed una mortalità più bassa). La combinazione di questi due
fattori porterà necessariamente ad un aumento dell'offerta di
forza-lavoro, e quindi ad una diminuzione dei salari. Il meccanismo
della domanda e dell'offerta è quindi tale, secondo Ricardo, che
prezzo naturale e prezzo reale del lavoro tendono a coincidere.
Come si vede, la teoria ricardiana pone francamente il profitto
come fulcro della società, e fa dipendere tutto da esso. I salari
devono sempre restare ad un livello che non incida sull'accumulazione
capitalistica. Ricardo respinge quinti la legislazione allora
vigente a favore dei poveri, dichiarando che si tratta di una «
intrusione legale » nella « libera competizione del mercato ».
La teoria ricardiana del profitto non è molto diversa da quella di
Smith, anche se la distinzione tra capitale fisso (lavoro = valore
accumulato in macchine, utensili, edifici ecc.) e capitale variabile
(salari ed acquisto di materie prime) lo porta ad uno studio più
approfondito del saggio di profitto in relazione alla composizione del
capitale impiegato ed alla sua velocità di rotazione. Anche Ricardo
comunque postula l'esistenza di « un saggio generale di profitto, o un
profitto medio uguale in grandezza per differenti investimenti di
capitale di uguale grandezza o per differenti sfere di produzione in
cui siano investiti capitali di uguale grandezza o, ciò che fa lo
stesso, suppone un profitto proporzionale alla grandezza dei capitali
impiegati nelle differenti sfere della produzione » (Marx).
Anche Ricardo ha inoltre elaborato una legge sulla caduta tendenziale
del saggio di profitto; a differenza di Smith, egli àncora questa
legge non alla crescente accumulazione ed alla crescente concorrenza
che vi si accompagna, bensì alla rendita fondiaria. Lo sviluppo della
produzione comporta infatti un aumento della domanda di forza-lavoro e
della popolazione, quindi un aumento della domanda di cibo; ma
l'incremento della produttività del suolo è molto limitato, e questo
(come vedremo fra poco nella teoria ricardiana della rendita) porta ad
un aumento della rendita differenziale. La tripartizione del reddito
nazionale tra proprietari fondiari, capitalisti e proletariato tenderà
quindi a spostarsi a favore dei primi. « Supponiamo che il grano e le
merci manifatturate siano venduti sempre allo stesso prezzo; i
profitti saranno alti o bassi a seconda che i salari siano alti o
bassi. Ma supponiamo che il prezzo del grano aumenti perché la sua
produzione richiede più lavoro [e per Ricardo, come vedremo nella sua
teoria della rendita differrenziale, ciò è inevitabile]: non per
questo si verificherà un aumento dei prezzi delle merci manifatturate,
per la produzione delle quali non è necessaria alcuna addizionale
quantità di lavoro. Se quindi i salari resteranno allo stesso livello,
anche i profitti degli industriali non subiranno oscillazioni; ma se,
come è assolutamente certo, i salari aumenteranno con l'aumentare del
prezzo del grano [altrimenti il proletariato si troverebbe al di sotto
del limite di sussistenza e verebbe a mancare l'offerta di forza -
lavoro], allora i profitti dovranno necessariamente cadere. »
Di decisiva importanza per comprendere il pensiero di Ricardo è quindi
la teoria della rendita, con la quale egli seppe esprimere la decisa
volontà della classe capitalistica inglese di liberalizzare il
commercio dei grani e di abbattere il protezionismo che favoriva gli
interessi parassitari della proprietà terriera. « La rendita, »
afferma Ricardo, « è quella parte del prodotto della terra che si paga
al proprietario fondiario per l'utilizzazione delle forze originarie e
indistruttibili del suolo.» Essa non va quindi confusa con il profitto
del capitale agricolo che, ad opera dell'affittuario, « viene
impiegato per migliorare il suolo ed erigere le costruzioni necessarie
ad immagazzinare e conservare i prodotti ». Ove ha luogo investimento
di capitale, ivi si ha profitto, non rendita; quest'ultima è solo
parassitaria.
La rendita, precisa acutamente Ricardo, è solo differenziale, mai
assoluta. Supponiamo di essere in un paese vergine (è evidente il
riferimento storico all'espansione coloniale inglese), ricco di terra
al punto che la coltivazione delle sole terre fertili soddisfi il
fabbisogno della popolazione insediatasi. In tale paese non vi sarebbe
rendita alcuna, perché la disponibilità della terra in rapporto alla
popolazione sarebbe praticamente illimitata, come quella dell'aria o
dell'acqua. La terra non sarebbe insomma un bene di scambio, perché «
secondo i comuni principi della domanda e dell'offerta, non può essere
pagata rendita alcuna per tale terra, per la ragione stessa... per cui
nulla è pagato per l'uso dell'aria o dell'acqua o di qualsiasi altro
dono di natura del quale esiste una quantità illimitata ».
Ma il naturale aumento della popolazione fa sì che la disponibilità di
terra si contragga, e che si mettano a cultura terre meno fertili, di
seconda qualità; il lavoro necessario per ottenere una produzione
agricola su tali appezzamenti sarà maggiore, e quindi (per il
principio ricardiano che lavoro = valore), il prezzo di tale
produzione sarà maggiore. Ma dal momento che la nuova coltivazione
avviene per sopperire ad una prevalenza della domanda sull'offerta, il
prezzo di mercato del prodotto della terra di prima qualità aumenterà,
adeguandosi al prezzo naturale del prodotto della terra di seconda
qualità. L'eccedenza tra il prezzo naturale del prodotto della terra
di prima qualità ed il suo prezzo di mercato costituisce la rendita
differenziale, che resta nelle mani del proprietario fondiario. « Si
paga una rendita per l'uso del suolo perché la terra non è illimitata
in quantità e uniforme in qualità, e perché, aumentando la
popolazione, vengono posti a coltura terreni di qualità inferiore o in
posizione meno vantaggiosa. Quando, progredendo la società, si
sottopone a cultura terreno di seconda qualità, sorge immediatamente
una rendita sulla terra di prima qualità, e l'importo di questa
rendita dipenderà dalla differenza nella qualità di queste due
estensioni di terra. » La progressione può, evidentemente, continuare:
« Quando è messa a coltura terra di terza qualità, sorge
immediatamente una rendita nella terra di seconda qualità. »
Il carattere parassitario della rendita e l'antagonismo tra
capitalisti e proprietari fondiari è messo così chiaramente in luce.
Il proprietario ha interesse a che il prezzo del grano aumenti; il
capitalista, a che diminuisca.
Altrettanto serio ed alieno da atteggiamenti apologetici è il pensiero
di Ricardo sul macchinismo industriale. È noto che all'inizio del XIX
secolo la massiccia introduzione di macchinario industriale provocò
una tremenda disoccupazione, alla quale spesso gli operai reagirono
rompendo le macchine per conservare il posto di lavoro ed evitare il
licenziamento. Gli economisti smithiani asserivano che queste
conseguenze dannose per la classe operaia erano solo passeggere; e lo
stesso Ricardo inizialmente ne fu convinto. Nella prima edizione
(1817) dei Principi affermò che « ogni introduzione di macchine,
capaci di economizzare lavoro salariato..., costituisce un vantaggio
generale ». Il capitalista avrebbe infatti risparmiato sui salari,
aumentato l'accumulazione e reagito alla caduta tendenziale del saggio
di profitto; il proprietario terriero avrebbe visto aumentare il
valore d'acquisto reale della sua rendita, a seguito della diminuzione
dei prezzi dei prodotti industriali nei quali la spendeva; il
proletariato da un lato avrebbe beneficiato della diminuzione dei
prezzi dei valori industriali, dall'altro lato avrebbe visto
aumentare, con l'accumulazione, la richiesta di forza - lavoro: i
capitali accumulati sarebbero infatti stati investiti in altri rami
della produzione, con possibilità di assorbire la mano d'opera
temporaneamente licenziata.
Con quella onestà scientifica che, come osservò Marx, « lo differenzia
in maniera così essenziale dagli economisti volgari », nella terza
edizione dei Principi Ricardo aggiunse un capitolo, « Sulle macchine
», nel quale ammetteva di essersi sbagliato. Confermava che
proprietari terrieri e capitalisti avevano interesse all'introduzione
di macchine, ma aggiungeva: « Sono convinto che la sostituzione del
lavoro umano mediante macchine è spesso molto nociva alla classe
lavoratrice. » Ricardo si era infatti reso conto che le macchine
potevano portare un aumento del reddito netto (plusvalore
capitalistico) accompagnato da una diminuzione del reddito lordo
(determinato dalla somma globale degli investimenti, sulla quale si
prelevano i salari). La diminuzione del reddito lordo avrebbe portato
ad una disoccupazione cronica, sicché, in un sistema capitalistico,
l'introduzione di macchine è spesso dannosa alla classe operaia. «
L'opinione nutrita dalla classe lavoratrice, che l'impiego delle
macchine danneggi spesso i suoi interessi, non è basata su pregiudizi
od errori, ma è conforme agli esatti principi dell'economia politica.
»
Ricardo restò però erroneamente convinto, come Smith, che una
incessante accumulazione di capitale non potesse che avere conseguenze
benefiche, e che una crisi di sovrapproduzione fosse impossibile: «In
una nazione non può mai accumularsi alcuna quantità di capitale che
non possa essere impiegata produttivamente. » Ricardo si rifece
anche alla distinzione smithiana tra lavoro produttivo ed
improduttivo, ma capì chiaramente che la differenza stava non nella
differenza tra la produzione più o meno diretta di merci, bensì tra lo
scambio del lavoro contro capitale (lavoro produttivo) o contro
reddito (improduttivo). Su questa base, egli distinse anche tra
consumo produttivo (spese fatte per la produzione: salari, acquisto di
materie prime ecc.) ed improduttivo (consumo di beni voluttuari);
naturalmente criticava il secondo, che impediva una ulteriore
accumulazione, e che era praticato soprattutto dai proprietari
terrieri.
THOMAS ROBERT
MALTHUS
Dall'insieme dell'analisi di Ricardo, l'ottimismo economico della «
mano invisibile » di Smith era uscito gravemente compromesso,
soprattutto per la chiara indicazione dell'esistenza di aspri
conflitti di classe nella società. Alla luce di questa scoperta, un
carattere decisamente e ciecamente reazionario acquista l'opera del
pastore anglicano Thomas Malthus (1766-1834), che nel 1798 pubblicò,
anonimo, il suo Essay on the principle of population as it affects the
future improvement of society (Saggio sul principio di popolazione e
sulle sue conseguene sul futuro progresso della società). Nella prima
edizione si trattava solo di un opuscolo; a partire dal 1803, con la
seconda edizione e la successiva, esso crebbe fino alle dimensioni di
un ampio trattato.
Malthus fu un deciso sostenitore degli interessi dei proprietari
fondiari, ed invocò a questo scopo la cosiddetta « legge dei compensi
decrescenti », secondo la quale un capitale investito nella terra non
porta un uguale aumento di produttività: radoppiando la somma
investita in un fondo, non si ottiene di regola un radoppiamento
della produzione agricola. L'incremento della popolazione ha invece un
ritmo molto rapido, sicché Malthus affermò che la terra sarebbe presto
divenuta insufficiente, e formulò la famosa legge secondo cui
l'indice demografico aumenta in progressione geometrica (I, 2, 4,
8...), quello della produzione agricola in progressione aritmetica (1,
2, 3, 4...). Malthus predicava quinti
il controllo demografico, e fece una rozza analisi dei mezzi che
potevano attuarlo, dividendoli in due categorie: repressivi (che
aumentano l'indice di mortalità: epidemie, guerre, carestie ecc.) e
preventivi (che diminuiscono l'indice di natalità: vizio cioè
appagamento sessuale irregolare : adulterio, sodomia ecc. e «
moralità »). Prevenzione « morale » significava per Malthus predicare
ai poveri che se non potevano mantenere figli era meglio non si
sposassero; inculcare loro l'astinenza sessuale e il senso del
peccato; abolire le leggi sulla carità pubblica, perché il lenire le
miserie dei poveri significava spingerli a riprodursi. La sua tesi
è riassunta da questo passo : « Chiunque nasca in un mondo già oggetto
di appropriazione privata e non ritragga i mezzi di sussistenza né dai
propri genitori né dal proprio lavoro, non ha alcun diritto di essere
mantenuto; in realtà egli è inutile in questo mondo. Alla gran mensa
della natura non c'è alcun piatto che lo attende. La natura gli
comanda di andarsene e non tarda a mettere in esecuzione il suo
ordine. » Del proprio stato di miseria, i disoccupati devono insomma
accusare non la proprietà privata della terra o dei mezzi di
produzione industriale, ma la natura o la lussuria dei propri
genitori, che non hanno resistito alla « tentazione » di avere
rapporti sessuali.
L'opera di Malthus è priva di rigore scientifico, come appare anche
dal fatto che egli stesso si è ampiamente contraddetto nello scritto
Principles of political economy (Principi di economia politica, 1820).
Ancora una volta, il suo scopo è quello di difendere gli interessi dei
proprietari terrieri, e per far questo si ricollega alla distinzione
ricardiana tra consumo produttivo e consumo improduttivo. Ricardo,
come si è visto, aveva commesso l'errore di credere che una costante
accumulazione di capitali non potesse portare in alcun caso ad una
crisi di sovrapproduzione. Malthus (e su questo punto aveva ragione)
negò questo principio, dichiarando che la produzione si reggeva solo
sulla domanda effettiva, cioè su di una richiesta del mercato tale da
consentire al capitalista il recupero del capitale investito con
l'aggiunta di un profitto. Ma - egli osserva - il capitalista non può
sperare di vendere la globalità dei propri prodotti al salariato,
giacché questi, per definizione, guadagna solo lo stretto necessario
per vivere, e perché la somma totale dei salari è, sempre per
definizione (essendo il profitto lavoro non pagato), inferiore alla
somma totale delle merci offerte sul mercato. Per sostenere la domanda
effettiva e incentivare la produzione occorre quindi favorire la
rendita, cioè il consumo improduttivo, scambiato non contro capitale
ma contro reddito. Oltre ai proprietari fondiari, occorre un gran
numero di coloro che già Smith aveva definito parassiti:
ecclesiastici, avvocati, soldati, domestici, giudici ecc.; i loro «
lussi » sono assolutamente necessari alla società.
La conclusione del pensiero di Malthus è che il proletariato che
lavora sfruttato e deve praticare il celibato mentre i consumatori
improduttivi vanno difesi e incoraggiati. Estremamente preciso risulta
il seguente passo di Marx: « Ciò che caratterizza Malthus è la
fondamentale volgarità dei sentimenti; volgarità che può permettersi
soltanto un prete, che riconosce nella miseria umana la punizione del
peccato originale e in generale ha bisogno di " questa valle di
lacrime ", ma che nello stesso tempo, per riguardo alle prebende di
cui gode e con l'aiuto del dogma della predestinazione, trova
assolutamente vantaggioso " addolcire " alle classi dominanti il
soggiorno in questa valle di lacrime. »
GLI UTILITARISTI
MORALI
In Adam Smith abbiamo visto il principio che l'uomo contribuirebbe al
bene della società ricercando il proprio utile, ma nello stesso tempo
la difesa della preminenza assoluta della moralità sull'utilità.
La grandissima influenza esercitata sul pensiero inglese dalle lucide
riflessioni di Hume, e nello stesso tempo lo sviluppo dell'economia
politica smithiana e ricardiana abbatterono il residuo teologico che
permaneva nelle filosofie morali di Shaftesbury, Butler, Hutcheson e
dello stesso Smith, e diedero luogo ad un pensiero morale e politico
spregiudicatamente utilitaristico e liberale, sostanzialmente laico.
Come iniziatore di questo indirizzo si suole indicare
Jeremy Bentham
(1748 -1832), che se ne fece energico banditore sia negli scritti sia
nell'attività politica e filantropica, interamente dedicata a
persuadere i propri concittadini che il dovere di un buon inglese è
non di concepire le leggi come qualche cosa di fisso, immutabile e
perfetto, ma bensì come un corpus perennemente riassestabile e
perfezionabile, avente come fine ultimo quello di promuovere « la più
grande felicità per il più grande numero di persone ». I suoi scritti
principali furono: A fragment on governement (Un frammento sul
governo, 1776); Introduction to the principles of moral and
legislation (Introduzione ai principi della morale e della
legislazione, 1789); A table of the springs of action (Prospetto dei
moventi dell'azione, 1815); Deontology, or the science of morality
(Deontologia, o la scienga della moralità, pubblicato postumo nel
1834).
La necessità di promuovere la più grande felicità per il più grande
numero di persone era già stata sostenuta da
Cesare Beccaria, nello
scritto Dei delitti e delle pene, al quale Bentham esplicitamente si
richiama. Il filosofo inglese criticò il giusnaturalismo, affermando
che l'esistenza di un patto originario non era storicamente
assodabile, e che comunque esso non avrebbe spiegato perché gli uomini
avessero stabilito di convivere rispettando leggi comuni. La sola
risposta a quel perchè era, a suo giudizio, che gli uomini avessero
deciso di rispettare le leggi per il vantaggio che, individualmente e
socialmente, ne avrebbero ricavato. Le leggi non erano quindi eterne,
ma dettate da motivi pratici ed empirici, e
potevano essere modificate per migliorare l'ordinamento della società.
Su questa base Bentham (principalmente tramite una rivista, la «
Westminster Review », che annoverò tra i suoi collaboratori James Mill
e suo figlio, John Stuart Mill, combatté da un lato il conservatorismo
politico, e dall'altro il giusnaturalismo radicale e rivoluzionario di
Rousseau e dei giacobini francesi.
Sul principio dell'utile Bentham fonda non solo la legislazione
civile, ma anche la morale. Un'azione è buona, dichiara, quando è
utile, cioè quando arreca piacere.
La nostra natura ha infatti insiti in sé l'amore per il piacere e
l'odio per il dolore, sicché tutto ciò che arreca piacere è utile e
buono, e tutto ciò che arreca dolore disutile e cattivo. Il piacere
non va però considerato in modo individualistico, bensì secondo una
prospettiva sociale, giacché esso coincide con la « benevolenza più
comprensiva e più illimitata » verso il prossimo.
La morale diviene così una precisa aritmetica del piacere, che va
rigorosamente calcolato in tutti i suoi aspetti. Molto spesso accade
che un'azione ci arrechi non solo piacere, ma anche dolore o
viceversa; essa quindi sarà buona soltanto se, analizzando tutte le
sue caratteristiche e facendo su di esse un calcolo quantitativo, ci
darà più piacere che dolore. Queste caratteristiche sono le seguenti:
intensità, durata, certezza e prossimità del piacere; sua fecondità
(capacità di essere fonte di altri piaceri) e purezza (essere scevra
il più possibile di dolore). Vi sono dunque azioni che, per quanto
abbiano aspetti piacevoli, comportano conseguenze dolorose tali per
cui, a conti fatti, conviene astenersene.
Questa aritmetica morale permette, secondo Bentham, di uscire dalla
cerchia individuale, e di dare una fondazione sociale alla virtù. In
questo senso egli partecipa in pieno dell'ottimismo smithiano, tanto
da essere convinto che la virtù coincida con l'opinione pubblica, la
quale diviene quasi una personificazione della concezione sociale
dell'utile. Un uomo non può essere felice se è disprezzato dai suoi
simili, sicché l'adeguamento al bene pubblico è un fattore
fondamentale di piacere. L'importanza attribuita da Bentham al calcolo
quantitativo del bene e del male lo indusse anche ad introdurre nel
linguaggio etico termini quali « massimizzazione » del piacere e «.
minimizzazione » del dolore.
Tra gli amici e collaboratori di Bentham, spicca
James Mill (1773-1836) che fu ancora più impegnato
politicamente e svolse un ruolo molto importante per l'affermazione
del liberalismo politico inglese. Figlio di una famiglia povera, seppe
raggiungere un'alta carica nella famosa
Compagnia delle Indie (anche a
seguito della pubblicazione di un'ampia opera intitolata History of
british India (Storia delle Indie britanniche, 1818). Pubblicò pure un
testo di economia politica ricardiana, Elements of political economy
(Elementi di economia politica, 1820), e fu amicissimo di Ricardo; fu
anzi lui ad incoraggiarlo a pubblicare i suoi scritti ed a dedicarsi
alla politica, tanto che Bentham disse di loro: « Io sono stato il
padre spirituale di Mill, e Mill quello di Ricardo. » Oltre che
collaboratore della « West - minster Review », Mill fu saggista ed
articolista brillante ed efficace, e compilò alcune delle più
importanti voci della famosa Encyclopedia britannica (ad esempio le
voci giurisprudenza, legge, prigioni). Dal punto di vista filosofico,
i suoi scritti maggiori sono: Analysis of the phenomena of the human
mind (Analisi dei fenomeni della mente umana, 1829) e A fragment on
Mackintosh (Un frammento su Mackintosh, 1835).
L'utilitarismo di Mill rappresenta un deciso passo innanzi rispetto a
quello di Bentham giacché egli si sforzò, basandosi su di un'analisi
psicologica, di dimostrare che il bene deriva dall'utile. Oltre che a
Bentham, egli si richiama a Hume ed a Hartley. Da Hume desume il
principio che i fatti originari che spiegano altri fatti devono essere
semplici e del minore numero possibile. Sotto l'influenza di Bentham,
egli ritiene che solo il dolore ed il piacere siano fatti originari,
sicché tutte le altre discipline filosofiche (logica, etica, pedagogia
ecc.) si riducono ad una psicologia che studi le associazioni che le
sensazioni di piacere e dolore provocano in noi, dando origine alle
idee. Queste si distinguono in vere o false non secondo criteri
ontologici astratti né secondo criteri formali, bensì a seconda delle
solidità che, come associazioni, manifestano alla prova
dell'esperienza: se vengono contraddette dall'esperienza e quindi
restano isolate e non si ripresentano frequentemente sono false; se
vengono confermate al punto da divenire un'abitudine con fondamento
empirico-sperimentale, sono vere. Le associazioni vere manifestano
insomma, alla prova dell'esperienza, il carattere di essere «
inscindibili ». Quanto alle azioni (e quindi all'etica), esse sono
frutto di associazioni (moventi) che eccitano il desiderio o il
timore. Le idee sono infatti associazioni scomponibili, in ultima
analisi, in piacere o dolore; e se una idea mi si presenta indicandomi
un'azione per conseguire un piacere, viene naturale seguirla per
raggiungere quest'ultimo.
Sul modo in cui le sensazioni si associano in noi per dare luogo ad
idee e moventi, in Mill troviamo influenze dell'insegnamento di
Hartley. Egli parla però di associazionismo « chimico », e in questo
si differenzia da quello « meccanico » di Hartley. Con questo richiamo
alla chimica anziché alla meccanica, Mill vuole sottolineare che
l'associazione può certo essere scomposta in sensazioni piacevoli o
dolorose originarie, ma anche che, quando si presenta unita, ha una
qualità nuova.
La verità che l'utile egoistico sia la base originaria dei nostri
moventi non esclude che noi, a livello di associazione, proviamo
sentimenti del tutto disinteressati. Quando proviamo, ad esempio,
gratitudine per il prossimo, questo sentimento resta disinteressato
anche se affermiamo che esso è scomponibile e riducibile in ultima
istanza, all'interesse egoistico. A tale proposito, Mill fa il noto
esempio della luce, che continua a restare bianca anche se all'esame
spettroscopico risulta scomponibile nei colori dell'iride. Il valore
dei sentimenti disinteressati è una qualità propria delle
associazioni, e dire che la gratitudine può essere scomposta non
significa negare che essa abbia un valore come movente di azioni
disinteressate: « Forse che un movente complesso cessa di essere
movente non appena si scopre che esso è complesso? » L'influenza di
questi valori disinteressati come movente di azioni « è quello che è,
e non muta per il fatto che essi sono semplici o composti ».
Questa autonomia qualitativa dei valori delle associazioni permette a
Mill di spiegare meglio di quanto avesse fatto Bentham il carattere
sociale e non individualistico dell'utilitarismo morale. La totalità
psichica formatasi con l'associazione e lo stabilizzarsi di essa
diviene il principio fondamentale della natura umana (che in pratica
non viene mai scomposta del tutto), tanto da acquistare una forza
cogente verso l'individuo. Nella scomposizione elementare risulta che
è per motivi individualistici ed egoistici che l'uomo non danneggia il
prossimo: perché il danno non si ritorca contro di lui. Ma poi
l'associazione tra utile individuale e utile del prossimo acquista,
del tutto naturalmente, un'autonomia qualitativa propria, tale per cui
si impone all'individuo come norma generale, alla quale egli deve
piegarsi. Questa forza cogente delle idee come associazioni e moventi
morali è tale, che l'individuo arriva a sacrificare il proprio utile,
sino alla vita stessa, al bene pubblico.
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