Emanuele Severino

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Le Tesi Deboli

“Più il mondo è pericoloso, più la sicurezza è ottenuta attraverso l’aumento degli strumenti repressivi e dalla limitazione della democrazia. Chiedendo l’abolizione della pena di morte si va dunque contro corrente”. Per tali motivi Emanuele Severino afferma che una moratoria universale contro la guerra resta ancora un sogno. Analizzando le tappe della lotta di Cesare Beccaria per l’abolizione della pena di morte nella seconda metà del ‘700 Severino sottolinea come essa sia, ancor oggi, un fondamentale punto di riferimento per gli «abolizionisti».

[...] Il mondo è in guerra. Non esiste un diritto internazionale capace di infliggere sanzioni efficaci. La fame produce milioni di morti; l’incremento demografico ne aumenta il numero; si appresta ad aumentarlo in modo ancor più consistente la forma di produzione e di uso della ricchezza che sta distruggendo la terra. Gli Stati si sentono insicuri: o perché gravati dalla povertà, o perché timorosi di perdere i loro privilegi. Quando il mare è in tempesta il capitano della nave diventa intransigente con l’equipaggio. Più il mondo è pericoloso, più la sicurezza è ottenuta dall’aumento degli strumenti repressivi e dalla limitazione della democrazia. Chiedendo l’abolizione della pena di morte si va dunque contro corrente. Quando non ci si mette d’accordo, non rimane altro, per sopravvivere, che la guerra, l’omicidio di massa. Raro che chi perde non venga eliminato e che quindi non si usi la pena capitale. Questo, lo sfondo - scontato - dell’esecuzione di Saddam Hussein. Da esso non si può prescindere, se si vuol discutere la pena capitale. Che dunque non è e non è mai stata un fenomeno semplicemente giudiziario. Una moratoria universale contro la guerra occorrerebbe dunque innanzitutto? Un sogno. Non sarebbe un sogno solo se, anche nell’interesse dei ricchi, si incominciasse a ridurre l’enorme distanza che li divide dai poveri. Nel 1791 Robespierre sostiene che a differenza dell’individuo, che per legittima difesa può uccidere, lo Stato non ha questa necessità perché può difendersi in altri modi. (È l’argomento principale col quale la Chiesa ha preso recentemente le distanze dalla sua accettazione in linea di principio della pena capitale). Ma appena due anni dopo Robespierre sostiene che Luigi XVI meriti la morte. Si convince che lo Stato rivoluzionario sta correndo pericoli troppo gravi: devono essere affrontati con tutti i mezzi, anche con la pena di morte - che anche lui, come già prima Beccaria, non aveva considerato come la più efficace. Anche qui, la comprensione giuridica della pena capitale è determinata dal contesto politico. Sin dall’inizio della nostra civiltà si afferma il principio che «il tutto è prima delle parti» e che quindi la totalità in cui consiste lo Stato vien prima degli individui che ne fan parte. Vien prima, lo Stato, anche nel senso che tra la sua vita e quella dell’individuo è quest’ultima a dover esser soppressa quando metta in pericolo lo Stato. «Lodevole e salutare», dice san Tommaso, questa soppressione. In linea di principio questa è ancora oggi la posizione della Chiesa cattolica. Essa tien fermo il modo in cui la tradizione filosofica intende il rapporto tra il tutto e le parti e vede in Dio, e solo in Dio, il padrone di tutte le creature e della vita umana. Nella seconda metà del ‘700 la lotta di Cesare Beccaria per l’abolizione della pena di morte ha risonanza mondiale. Ancor oggi è un fondamentale punto di riferimento degli «abolizionisti». Rispetto alla tradizione cristiana l’«illuminismo» di Beccaria è ambiguo. Da un lato, per lui come per ogni «contrattualista», lo Stato non vien più prima degli individui, ma sono gli individui a dar vita allo Stato mediante un «patto sociale». Per garantire la propria sopravvivenza essi cedono allo Stato - con un «contratto», appunto - una parte dei loro diritti, tra cui quello di farsi giustizia da soli. Dall’altro lato, Beccaria mantiene il principio della tradizione cristiana che l’uomo non è padrone della propria vita, «non è padrone di uccidersi», e quindi non può cedere allo Stato o ad altri la facoltà di ucciderlo. Per Beccaria la pena di morte è quindi in contrasto col patto sociale. Rousseau aveva già mostrato che tale contrasto non sussiste; ma, quel che più conta, l’argomento di Beccaria presuppone l’intera e gigantesca costruzione filosofico-teologica elaborata dalla tradizione occidentale, che già l’illuminismo, pur appartenendole, incomincia a mettere in crisi. Si può allora comprendere perché Beccaria abbia affiancato, a questa sua prima critica, una seconda, in cui sostiene che la pena di morte è meno temibile, per il delinquente, della reclusione a vita. Gli «abolizionisti» considerano questo principio o vero o probabile. Conduce però a un paradosso che provo a indicare così: se la morte non è la pena più temuta da chi compie il massimo dei delitti, cioè l’omicidio, ne viene che la morte è una delle pene che sono più adatte a punire i delitti minori. A questo punto, infatti, non si può replicare che no, che la pena di morte non deve essere mai inflitta. Non si può replicare così, proprio perché, con quella sua seconda argomentazione, Beccaria intende dimostrare che la pena capitale non deve essere mai inflitta, e quindi non si può presupporre come vero ciò che egli si propone appunto di dimostrare. Ossia non si può replicare in quel modo, quando ci si trova di fronte al paradosso che se la pena di morte non è la più temibile per punire i delitti maggiori, allora essa resta a disposizione ed è tra le più adatte per punire quelli minori. Già nella «Dichiarazione di Stoccolma» dell’11 dicembre del 1977 Amnesty International dichiara: «Non è mai stato provato che la pena capitale svolga una particolare azione deterrente». È la tesi di Beccaria espressa con più cautela, perché egli considera invece provata proprio l’inesistenza di quella deterrenza particolare. L’azione meritoria di Amnesty International è confortata dal fatto che la gran mole di indagini statistiche da essa promosse non conferma la maggiore deterrenza della pena di morte [...]. Il (o un) motivo per cui Amnesty e molti «abolizionisti» vogliono eliminare tale pena è che essa, per la maggioranza, non risulta la più deterrente, e quindi la sua esistenza è inutile. Ma, allora, perché non tener conto della minoranza che invece afferma quella superiore deterrenza della pena capitale? Dunque, per esercitare tale deterrenza, sia pure in un numero minore di casi, la pena capitale dovrebbe rimanere. L’orrore dell’uomo per la morte (che nessuna statistica può portare alla luce nel suo autentico significato) e per il suo presentarsi come pena inflitta dallo Stato di diritto merita argomenti più forti. Il diritto di punire