Emmanuel Betta
Animare la vita. Disciplina della nascita tra medicina e morale nell'Ottocento.
La condanna dell'aborto da parte della Chiesa è un evento relativamente recente nella storia del cattolicesimo. Per San Tommaso, ad esempio, l'anima entrava nell'infante dopo un certo periodo di tempo. Solo alla fine dell'Ottocento il Santo Uffizio decretò che l'anima fosse presente fin dal primo momento del concepimento, proibendo così anche l'aborto terapeutico.
Secondo Emmanuel Betta, autore di Animare la vita. Disciplina della nascita tra medicina e morale nell'Ottocento, si trattò di una reazione della Chiesa alla medicalizzazione del parto e alla maggiore soggettività delle donne. Tuttavia, esisteva uno scarto fra la precettistica e la pratica effettiva dei sacerdoti.
La Chiesa condanna l'aborto come omicidio solo molto tardi, alla fine
dell'Ottocento attraverso una serie di sentenze del Sant'Uffizio. È questo il
risultato di una ricerca storica sugli archivi che dimostra come anche la Chiesa
non abbia espresso un decreto formale e di principio sulla origine della vita
almeno fino alla fine dell'Ottocento. Solo allora, il Sant'Uffizio emise una
serie di sentenze a carattere normativo che fissavano limiti e finalità per
l'uso di operazioni ostetriche. In questo modo rese illecita ogni pratica medica
che mettesse a rischio la vita del bambino anche di fronte al pericolo di vita
della madre.
Fino a quel momento una grande cautela, un silenzio ufficiale. Molti interventi
pastorali o teologici di ricerca. [...] Ma perché, dunque, si rompe questo lungo
silenzio? La Chiesa si irrigidisce di fronte alla medicalizzazione del parto e
alle conseguenti proposte di un riconoscimento giuridico dell'aborto terapeutico
in primo luogo perché ne poteva conseguire una sorta di legittimazione comunque
dell'aborto. E rompe questo lungo silenzio, nel suo modo più solenne, in nome
della fede e non solo della morale. Una reattività questa della Chiesa verso la
scienza con cui entra in competizione sul suo stesso terreno, che finisce per
renderla subalterna. Rischia cioè, per quanto potrebbe sembrare paradossale, una
sorta di materialismo scientista essa stessa. Perché non ricava più la sua
verità solo dal suo patrimonio interno di tradizione e di sapienza come nel suo
passato. Per San Tommaso, ad esempio, era possibile ammettere una maggiore
fluidità nell'intervento sui feti perché l'anima entrava solo dopo un certo
periodo di tempo ad animare la vita. L'irrigidimento dogmatico di fine Ottocento,
invece, si basa sulla così detta «animazione immediata», cioè sull'idea che
l'anima è presente fin dal primo momento del concepimento e ciò avviene
contemporaneamente alla medicalizzazione del parto, quando si fanno più ampie le
possibilità di intervento, quando infine la donna diventa potenzialmente più
minacciosa. Spaventata da tutto ciò la Chiesa rischia, a sua volta, una sorta di
«materialismo spiritualista»: in nome della superiorità della vita eterna su
quella terrena privilegia il feto (al quale il battesimo garantirà appunto la
vita eterna) a scapito della vita della donna (tutto sommato una semplice vita
terrena).
Ma questo irrigidimento fu seguito assai poco nella pastorale. Sul terreno del
vissuto religioso, di fronte ai casi concreti delle donne con i parti difficili,
i sacerdoti lasciano, infatti, il campo ai medici. [...] Lo scarto tra la
precettistica e la pratica dei confessionali, nelle materie di morale sessuale,
è un altro segno delle difficoltà della Chiesa e, insieme, della sua forza, di
fronte alla crescita della soggettività moderna, specialmente femminile. Perché
è in questo rapporto intimo e concreto che si misura la saggezza della Chiesa e
la sua capacità di attingere alle sue radici sapienziali più che precettistiche.
Con un taglio squisitamente storico questa ricerca ricostruisce per la prima
volta lo statuto etico unico di una vita che dipende da un'altra. Una vita
individualizzata ma non autonoma, una relazione specialissima e unica come è
quella tra la madre e il feto.
Quando la conflittualità tra Chiesa e scienza avviene sullo stesso terreno, in
nome di una supposta superiorità reciproca senza attenzione alle distinzioni tra
queste due sfere, non si snatura solo il messaggio della Chiesa. La disamina
degli atti del Sant'Uffizio infatti mette in luce anche alcuni grandi limiti del
discorso laico della scienza ottocentesca. Quella sorta di autosufficienza
onnipotente, dalle tinte a sua volta religiose, che si ripresenta nelle pretese,
così attuali, di rivendicare la sua totale autonomia. Autonomia che si esercita
sul corpo delle donne senza ascoltarne le ragioni e le sapienze e che
delegittima ogni discorso religioso che voglia uscire dalla mera sfera
individuale delle coscienze.
Emmanuel Betta, Animare la vita. Disciplina della nascita tra medicina e morale
nell'Ottocento, il Mulino, Bologna, pp. 368, € 28,00.