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IL TRAMONTO DELL'ETA' PROTOBIZANTINA
Il regno di
Giustiniano ebbe un'importanza grandissima nelle vicende storiche del
Mediterraneo: fu l'ultimo tentativo di affermazione di un'unità
politica e religiosa, reviviscenza dell'« Imperium Romanum ». Ma il
sogno giustinianeo di rinnovare l'antico Stato imperiale era
anacronistico ed ebbe solo la conseguenza di esaurire le capacità di
difesa dell'impero bizantino, quale si era andato costituendo negli
ultimi due secoli, contribuendo grandemente ad affrettare il processo
di distruzione delle basi su cui poggiava lo Stato edificato da
Costantino. Il secolo di Giustiniano non segnò, come egli voleva,
l'inizio di un'era nuova, ma diede, con le sue pretese di universalità
romana, il colpo di grazia allo Stato tardo-antico o protobizantino.
Tuttavia il sogno di restaurazione dell'impero romano universale restò
l'eterna nostalgia politica, la « grande idea » di Bizanzio; e
Giustiniano ebbe il merito per un momento di aver dato ad essa
l'apparenza di una realtà. Píú tardi a Giustiniano si ispireranno
tutti gli imperatori che perseguiranno una politica imperialistica
verso l'Occidente, da Basilio II a Manuele Comneno.
Tuttavia l'eredità lasciata da Giustiniano ai suoi successori fu tra
le piú pesanti e, dopo la sua morte, l'impero attraversò uno dei
periodi piú gravi di crisi. I suoi immediati successori, Giustino II
(565-78), Tiberio II (578-82) e Maurizio (582-602) ebbero l'ingrato
compito di dover fronteggiare (e alterne furon le vicende della guerra)
il nemico persiano sul fronte orientale, fino a quando Maurizio con la
sua abile politica non riuscì a concludere un trattato di pace con
Cosroe II Parviz, che egli stesso aveva aiutato ad accedere al trono.
Piú difficile fu dominare la situazione nell'Occidente e sulla
frontiera danubiana. I Langobardi in Italia, i Visigoti in Spagna e i
Mauri in Africa costringevano l'impero ad abbandonare la maggior parte
dei territori riconquistati a prezzo di tanti sacrifici da Giustiniano.
L'organizzazione degli esarcati di Ravenna e di Cartagine ad opera di
Maurizio cercò ancora di salvare il salvabile dell'orgogliosa
restaurazione giustinianea.
Ma nella regione balcanica Avari e Slavi invadevano continuamente il
territorio dell'impero, né le forze bizantine riuscirono ad opporsi ad
un insediamento massiccio di Slavi nella penisola. La lunga guerra
contro di essi condotta da Maurizio portò a una rivolta dell'esercito
e all'uccisione dell'imperatore e dei suoi figli. Una soldataglia
sfrenata portava al potere uno dei peggiori imperatori della storia di
Bizanzio, un avventuriero, il centurione Foca (602-10), il quale con
le sue follie portò l'impero sull'orlo della rovina. Mentre tutta la
penisola balcanica veniva sommersa dall'avanzata slava, il re persiano,
col pretesto di voler vendicare il suo amico Maurizio, iniziava una
grande offensiva contro l'impero bizantino. spingendo i suoi eserciti
nei territori dell'Asia Minore.
In questa grave situazione l'impero trovò un salvatore in Eraclio, che
proveniva dall'esarcato di Cartagine. Il suo regno (610-41)
costituisce un momento decisivo nella storia di Bizanzio, che va
particolarmente sottolineato. Dopo una serie poco felice di operazioni
militari contro l'esercito persiano, che portarono all'invasione delle
province orientali dell'impero (nel 614 cadeva in mano persiana
Gerusalemme, e la Croce di Cristo veniva portata a Ctesifonte; nel 619
veniva perduto dall'impero l'Egitto con gravi conseguenze per
l'approvvigionamento di grano della capitale), Eraclio, nel 622,
assunse direttamente il comando dell'esercito e condusse una brillante
campagna, per la quale anche la potente Chiesa bizantina mise a
disposizione le sue ricchezze. La guerra per la prima volta fu
condotta in un'atmosfera di emozionalità religiosa, quasi « crociata »
contro gli infedeli profanatori del Santo Sepolcro e adoratori del
fuoco, e portò in poco tempo all'annientamento dell'impero persiano
(628). Nasceva allora l'idea medievale di « guerra santa », che poi
dovevano riprendere gli Arabi. Tutti i territori già appartenuti
all'impero bizantino furono restituiti ed Eraclio, nel 630, si recava
a Gerusalemme per restituirle trionfalmente la Santa Croce.

Ma non
soltanto sui Persiani si ottenne ii trionfo; anche nella regione dei
Balcani si riuscirono a ottenere successi, che portarono un notevole
sollievo alla situazione dell'impero, contro Avari e Slavi.
La riconquista delle province orientali riproponeva il problema
religioso sempre aperto dei rapporti coi monofisiti. Nella soluzione
di esso Eraclio trovò un collaboratore nel patriarca Sergio. Tra
l'ortodossia di Calcedonia e la dottrina monofisita si cercò di
trovare una conciliazione, prima mediante il monoenergismo (la
dottrina secondo cui alle due nature unite nella persona del Cristo si
sovrappone una sola attività e poi attraverso il monotelismo
(che proclamava nel Cristo le due nature, ma una sola volontà. Ma la promulgazione dell'« Ecthesis » (638 ),
i'esposizione della dottrina monotelita redatta dal patriarca Sergio,
non raggiunse lo scopo auspicato. Come tutte le soluzioni precedenti,
incontrò l'ostilità sia degli ortodossi sia dei monofisiti,
e provocò un lungo conflitto con Roma che si prolungò per circa
quarant'anni.
E d'altra parte l'« Ecthesis » riuscí inutile per la conciliazione
delle province monofisite. L'avanzata irresistibile dell'islam, quando
essa fu promulgata, aveva già sottratto all'impero la Siria e la
Palestina; e si iniziava la conquista dell'Egitto. I dissensi
religiosi, che da tempo coprivano le tendenze separatiste di queste
regioni, agevolavano il compito dei conquistatori. Né la saggia
politica conciliante di Eraclio ebbe il tempo di agire su tali regioni,
che erano state appena strappate alla Persia.
Così tristemente si chiudeva il regno di Eraclio con la sua morte
(641) e si chiudeva anche un periodo della storia di Bizanzio. Con la
morte di Eraclio si concludeva praticamente quel periodo dello Stato
protobizantino che aveva continuato senza grandi fratture lo Stato
romano basso-imperiale dalle mire universalistiche e si apriva un
nuovo periodo, quello
« medíobizantino », caratterizzato dalla parte preponderante che nel
nuovo Stato acquistavano le popolazioni greco-asiatiche dell'Asia
Minore, sulle quali si fondava ormai la monarchia bizantina quasi
esclusivamente, e dal ruolo unico che assumeva ora Bizanzio come
centro dell'impero e della civiltà bizantina, che ormai di diritto
poteva avere questo appellativo. I centri della civiltà ellenistica
avevano esaurito la loro funzione storica. L'impero romano era
divenuto una monarchia orientale medievale racchiusa in più ristretti
confini e con mutate caratteristiche. L'Occidente aveva cessato di
costituire un interesse reale per il nuovo Stato e la penisola
balcanica era profondamente slavizzata.
Più grave era la perdita della Siria, della Palestina e dell'Egitto
con i centri di Berito, di Antiochia, di Alessandria che avevano avuto
un ruolo preponderante nella vita dello Stato protobizantino ed erano
le città più importanti del Mediterraneo orientale. E inoltre la Siria
era il centro delle industrie più attive e l'Egitto il granaio della
capitale.
Tuttavia il mondo bizantino, dopo queste immani perdite, sembrava aver
acquistato una maggiore omogeneità sia dal punto di vista etnico sia
dal punto di vista religioso. Le province monofisitiche avevan
costituito una perenne e ostinata opposizione a ogni conciliazione con
la capitale. Presto sarà restaurata l'ortodossia e, nella successiva
storia di Bizanzio, i concetti di nazionalità e di ortodossia
finiranno col confondersi.
Effetto di questa concentrazione territoriale etnica e religiosa sarà
per l'impero una maggiore capacità di difesa sulle frontiere sempre
minacciate.
La storia culturale di questo periodo rispecchia con sufficiente
fedeltà gli accadimenti politici contemporanei.
Il secolo di
Giustiniano è senza dubbio uno dei più significativi, se non
addirittura il più significativo della storia culturale di Bizanzio.
Ed è stato definito appunto l'« età d'oro della letteratura bizantina
» (E. Stein). Difatti, accanto alle grandi creazioni artistiche di
Costantinopoli e di Ravenna, si ha una fioritura letteraria di alta
qualità e di notevoli proporzioni. Ma è appunto la produzione
letteraria dell'età giustinianea che ne riflette profondamente le
contraddizioni.
Giustiniano, nel 529, chiuse la scuola filosofica neoplatonica di
Atene, quasi per porre ufficialmente fine all'ultima espressione
dell'ellenismo ormai morente. Perseguitò gli ultimi resti del
paganesimo. Egli stesso fu molto piú di un teologo dilettante e
compose vari trattati dogmatici, che noi ancora possediamo e che non
sono privi di valore e di originalità: essi contribuircno in qualche
modo all'elaborazione della dottrina cosiddetta « neocalcedonica ».
Persino la sua opera legislativa, il Corpus iuris civilis, si apre «
nel nome di Nostro Signor Gesù Cristo », e nel primo titolo del libro
primo del Codice vien data una definizione ufficiale « della altissima
Trinità e della fede cattolica ».
Eppure non è nella letteratura teologica che l'età di Giustiniano
trova la sua migliore espressione. L'età delle grandi creazioni del
pensiero cristiano era ormai definitivamente chiusa. Nella produzione
dell'età di Giustiniano (e anche in se guíto) domina il principio di
autorità, per cui le discussioni
teologiche sono fondate su citazioni di Padri della Chiesa, e l'esegesi
biblica trova la sua espressione nelle « catene », che commentano i versetti
della Scrittura con passi estratti dai commentari dei più celebri esegeti
precedenti già riconosciuti
come autorità. Domina ormai la tecnica del riassunto, del digesto
proprio delle civiltà compilatorie. Si aggiunge l'utilizzazione nella teologia
della logica aristotelica che, attraverso la Isagoge di Porfirio, era
entrata come base della propedeutica filosofica, e che avvia la
teologia alla scolastica. Comunque, anche nell'attività
teologico-polemica l'età di Giustiniano duce pensatori di notevole
livello, come gli scrittori del Corpus Leontianum.
Di maggior rilievo, nella letteratura religiosa, è la poesia liturgica
di Romano il Melodo. Essa costituisce il necessario complemento alle
grandi chiese elevate da Giustiniano. Era nella chiesa che il popolo
cristiano assisteva al grande dramma annuale del ciclo liturgico. E
la musica e il canto del acar, « contacio » innalzantisi nell'interno dei
templi abbaglianti e splendenti di mosaici e di ori dovevano creare
un'atmosfera irreale prefigurante i misteri del trascendente. Nel
canto liturgico, cosí come nelle decorazioni delle chiese, il mondo
bizantino assorbe e fa sue forme orientali (il « contacio » traspone
in greco forme poetiche e ritmiche siriache), continuando l'opera
sincretica dell'età ellenistica.
Notevole è anche l'attività letteraria monastica proporzionata
all'estendersi del monachesimo in quest'età: all'agiografia che
raggiunge un livello notevole con Cirillo di Scitopoli, e alla
produzione ascetica ed edificante si aggiunge la produzione
cronachistica di un Malala, che la storia abbassa al livello
dell'agiografia intessendola di leggende, di miracoli, di
soprannaturale. Ma sarà Malala più che Procopio che eserciterà
un'influenza determinante come modello dei primi cronisti slavi e
armeni e delle primitive croniche medievali occidentali.
Ma nonostante l'atteggiamento religioso dell'imperatore, a
caratterizzare l'età giustinianea è la grande produzione letteraria
che continua la tradizione classicistica dell'ellenismo. Sembra quasi
che l'alta cultura ignori deliberatamente lo spirito religioso e
teocratico che Giustiniano vuol dare ai suoi tempi e che ritorni con
compiacenza ai modelii pagani. Cosi, dopo la produzione di storie
ecclesiastiche dei secoli IV e V, ha il sopravvento la storiografia
laica, che si plasma sui grandi modelli classici, e si ha una
produzione storica profana di notevole valore che si prolunga fino ai
tempi di Eraclio. Il piú grande di questi storici, Procopio, sembra
ostentare uno scetticismo oscillante tra un fatalismo razionalistico,
un teismo vagamente cristiano e la credulità superstiziosa, ed esprime
un aperto distacco nei riguardi delle controversie teologiche del suo
tempo, quasi contaminassero la tradizione dei modelli cui egli si
ispirava.
Alla più schietta tradizione dell'età ellenistica si ricollega la
produzione poetica. Con Agatia, col Silenziario e con gli altri
scrittori di epigrammi si ha un'estrema fioritura di componimenti che
ha costituito l'ultimo notevole contributo alla formazione
dell'Analogia Palatina: delicati epigrammi d'amore lontani le mille
miglia dallo spirito del cristianesimo o persino dedicati alle antiche
divinità pagane.
Storici e poeti dell'età giustinianea appartengono alla classe dei
funzionari dell'impero, che alla tradizione classica si formavano
nelle scuole di retorica e di diritto: per essi erano un vanto la
dottrina e l'erudizione. In alcuni diventano persino pedante passione
antiquaria, come in Giovanni Lido e, con più intelligenza, in Pietro
Patrizio.
L'impulso dato alle lettere dall'età di Giustiniano, con un rinnovato
senso di fedeltà alla forma e allo spirito della tradizione classica,
non si esaurisce con lui: attenuato dalle avverse condizioni politiche
si manifesta ancora nella storiografia e dà un ultimo sprazzo sotto il
regno di Eraclio, nella prosa di Teofilatto Simocatta e nella poesia
di Giorgio di Pisidia.
Tra il regno di Giustiniano e quello di Eraclio avviene una grande
trasformazione che compie l'evoluzione della situazione linguistica
dell'impero bizantino. Giustiniano aveva ancora usato il latino nella
redazione della sua opera legislativa e al latino era ancora legato
dalla sua formazione culturale occidentale. Ma egli stesso era stato
costretto ad adoperare, negli ultimi anni, il greco nelle « Novelle »,
perché fossero comprese dalle popolazioni cui eran rivolte. E Giovanni
Lido, nella stessa età giustinianea, notava che la conoscenza del
latino diventava sempre meno utile, mentre l'uso del greco si
estendeva sempre più anche all'amministrazione.
Ormai i titoli ufficiali latini venivano sostituiti dai corrispondenti
greci: eparco, logoteta, stratego. Solo nell'esercito e nelle
iscrizioni militari durò più a lungo l'uso del latino, fino al tempo
di Maurizio. Ma al tempo di Eraclio era già finito il bilinguismo: il latino cessava di essere la lingua
ufficiale
dell'amministrazione e dell'esercito per cedere il posto al greco, che era
la lingua del popolo e della Chiesa. L'ellenizzazione artatamente
contenuta si sviluppò rapidamente. Anche nella titolatura ufficiale
dell'imperatore i termini « imperator », « Caesar », « augustus », con
Eraclio, cedevano il posto al titolo di « basileus », che diventava
ormai il titolo ufficiale del sovrani bizantini. Soltanto l'impero
continuò a chiamarsi «
Ρωμανια » e «
Ρωμαιοι » i suol
sudditi; ma il valore semantico di tali termini si era ormai trasformato.
La scomparsa del latino dall'uso ufficiale dell'impero bizantino e uno
dei segni caratteristici della fine dello Stato protobizantino.
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