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Bisogna anzitutto
prestare attenzione alla teoria della percezione, così come
suggerito tra gli altri da Rudolph Arnheim e Ernst Gombrich . Si
comprende allora che l'occhio non registra tutti i dati visivi,
ma ne seleziona alcuni sulla base di uno schema mentale che
riconosce gli elementi più semplici (nel senso di marcati, che
risaltano con evidenza) e stabili (uno sbadiglio mi sfugge, una
serie di sbadigli no). Questo per un'esigenza di economia
percettiva. La percezione infatti ha bisogno di organizzarsi
subito in comprensione utile alla sopravvivenza. Perciò ognuno
interpreta i dati che ha selezionato partendo da sé: non per
caso nelle Lezioni americane, alla voce Visibilità, Italo
Calvino si diceva convinto che «la nostra immaginazione non può
che essere antropomorfa». Ecco allora che la selezione operata
dall'occhio sul corpo di una persona che sta di fronte risponde
al bisogno di attribuire un senso coerente a ciò che circonda. E
poiché difficilmente si accetta di avere sbagliato, Gombrich ha
parlato di un vero e proprio «pregiudizio fisiognomico».
Con questa base teorica diviene possibile individuare una serie
di funzioni che la fisiognomica ha svolto nel corso della sua
storia plurisecolare e che rispondono al bisogno di economia e
coerenza, nel senso di un dominio sulla complessità del reale
che riporti l'ignoto al noto (è economico che ogni fisionomia
nuova venga ricondotta entro schemi precostituiti), e
l'invisibile al visibile (è coerente che ogni carattere-anima
possa essere conosciuto attraverso i segni del corpo). Si cerca
così in ogni modo di evitare lo spaesamento dinanzi al nuovo,
reso inoffensivo attraverso una serie di schemi di
riconoscimento ben collaudati.
Per illustrare quanto detto conviene fare riferimento al
trattato che Giambattista Della Porta ha edito nel 1586 e
ampliato nel primo Seicento. Si tratta di un testo di
letteratura comparata, anche per quanto riguarda la ricezione
europea dell'opera. Il titolo latino è De humana physiognomonia,
quello italiano Della fisonomia dell'uomo. E' un'opera di
sintesi del pensiero classico-medievale sull'uomo, il suo
aspetto fisico e il carattere, che comprende anche la
chiromanzia e l'astrologia. Rispetto alle fonti, non ci sono
elementi nuovi, se non una certa preoccupazione circa
l'affidabilità della fisiognomica: se l'uomo finge - si chiede
Della Porta che è anche autore di testi teatrali - la
fisiognomica è in grado di smascherarlo? Anche di là dalla
simulazione, per Della Porta resta vero che un carattere può
cambiare nel tempo, con l'età. Come Socrate del quale si diceva
che aveva saputo modificare un temperamento predisposto al vizio
(che corrispondeva al suo aspetto fisico deforme) attraverso
l'esercizio quotidiano della virtù. Non sempre perciò i belli
sono buoni, e i brutti cattivi.
Questi problemi (la finzione del comportamento, la
trasformazione del carattere) non incidono sul successo della
fisiognomica che risponde a un bisogno innato di orientamento
nel mondo, soddisfatto a mio avviso sotto quattro punti di vista
che corrispondono alle quattro funzioni della fisiognomica
aristotelico-dellaportiana:
1. Chiamo la prima funzione previsionale o temporale, perché la
lettura del corporeo utilizza le competenze della medicina
prognostica e dell'astrologia per dominare il tempo. Già i
babilonesi, gli arabi e poi Pitagora e Tolomeo cercavano di
indovinare il futuro; Della Porta propone anche delle terapie
alchemiche e dunque scientifiche per sanare i difetti
psicofisici, a garanzia di un futuro eticamente migliore.
2. La seconda funzione è quella topografica o spaziale, perché
la lettura del corporeo tenta di connettere ordinatamente ogni
presenza terrena entro il sistema degli
elementi-umori-temperamenti per semplificare la comprensione del
reale. Anche in questo caso Della Porta prende le mosse dal
mondo greco, in cui la fisiognomica era legata alla medicina
degli "umori" e dei "temperamenti", nata con Ippocrate (un
medico un poco più vecchio di Aristotele). E' noto che la
sistemazione della materia avvenne nel II secolo d.C., grazie a
Galeno che definì lo schema dei temperamenti sulla base dei
quattro elementi che si credeva costituissero la realtà (acqua,
aria, terra, fuoco). Galeno assicurava di avere derivato questi
dati dall'osservazione, dall'esperienza medica. Questo schema
più o meno identico restò valido sino alla fine del Cinquecento.
E anche chi manifestò qualche perplessità verso la fisiognomica
(ad esempio Leonardo da Vinci) finì poi con accettarla perché
questo schema medico-fisiognomico permise di ordinare le forme
visibili, evitando la sensazione di spaesamento dinanzi a corpi
nuovi e sconosciuti.
3. Chiamo la terza funzione simbolica o paradigmatica, volendo
usare una categoria linguistica, perché la congettura sul
corpo-carattere diviene giudizio di valore secondo alcuni
paradigmi che caratterizzano la cultura occidentale. E' una
funzione assai importante dal punto di vista letterario: la
fisiognomica studia il rapporto tra esterno e interno, tra corpo
e carattere. Si muove dunque tra valori estetici (bellezza) e
valori etici (bontà), cercando di organizzare un discorso
coerente che colleghi questi fattori. Come spiega Della Porta,
sin dal mondo antico, in ambito platonico e poi stoico, il corpo
viene sottoposto a giudizio: alcune parti vengono giudicate
migliori di altre, in particolare - attraverso un'analisi di
tipo simbolico - ciò che sta in alto sarebbe più nobile di ciò
che sta in basso. Così nel corpo umano la testa e il volto (e in
esso soprattutto gli occhi) esprimerebbero l'anima. Tra un bel
volto e un bel corpo, bisognerebbe preferire dunque il primo
caso, perché mostrerebbe un buon carattere. A questo proposito -
passo dunque a considerare l'interiorità - l'ideale greco, e poi
occidentale, è basato sul concetto di medietà, di
ragionevolezza. Ciò significa che il carattere migliore è quello
che vince l'irrazionalità dell'istinto, evita gli eccessi, e si
comporta in modo equilibrato. Questa è la kalokagathia greca che
ritroviamo nello studio caratterologico di Teofrasto e, dopo
molti secoli, in quello di La Bruyère. Per meglio definire un
modello di medietà psico-fisica la fisiognomica ha elaborato un
criterio di confronto fra uomo e animale (che a mio avviso
definisce la quarta funzione): quando un uomo presenta un
aspetto simile, troppo simile, a un animale, sembrando deforme,
significa che in lui prevale l'aspetto irrazionale del
comportamento, quello più lontano dalla medietà. Questo tipo di
uomo è da evitare.
4. E dunque si può definire la quarta funzione analogica o
sintagmatica, perché la congettura sul corpo-carattere combina
giudizi su uomini e animali, differenziati solo da un grado
diverso di complessità psicologica (solo gli uomini infatti
possono fingere). Jurgis Baltrusaitis ha parlato in questo caso
di aberrazione, analizzandone gli sviluppi nell'ambito
figurativo della caricatura. Ma anche la letteratura si avvale
di questa funzione analogica, ad esempio nel genere letterario
della favola esopica che, nella teoria di Gotthold Eprhaim
Lessing, risulta strettamente legata alla fisiognomica
zoomorfica.
Queste quattro funzioni a volte sono presenti in uno stesso
autore (è il caso del Della Porta); a volte una prevale
sull'altra (basta pensare a Lessing teorico della favola).
Spesso la letteratura registra la prevalenza della funzione
simbolica in base alla quale il corpo viene considerato un
ostacolo che copre la scoperta dell'interiorità. Conoscere sé
significa rimuovere il soma a favore della psiche. Conoscere gli
altri significa osservare la loro anima attraverso una «finestra
sul cuore» (secondo il topos attribuito a Socrate da Vitruvio)
allestita appunto dalla fisiognomica che però su questa strada
entra decisamente in crisi. Non per caso nell'Italia seicentesca
si scrivono solo semplici rifacimenti di Della Porta. Certo,
l'accento sull'interiorità posto dalla religione
controriformista non rende facile un'indagine naturalistica sul
corporeo. E così occorre attendere Cesare Lombroso per avere un
dibattito sulla leggibilità del corporeo a livello europeo,
mentre nel XVIII secolo il centro della riflessione si sposta in
Germania.
I protagonisti sono il pastore protestante zurighese Kaspar
Lavater e il docente di fisica dell'Università di Göttingen
Georg Lichtenberg: il primo scrive un'opera sulla fisiognomica
tradizionale, recuperando Aristotele e Della Porta, intitolata
Frammenti fisiognomici (1775), apprezzata tra gli altri da
Balzac; il secondo attacca il pensiero di Lavater in numerosi
scritti nei quali nega alla fisiognomica la possibilità di
conoscere l'interiorità dell'uomo attraverso l'analisi
dell'aspetto esteriore: come ricorda Hans Blumenberg, per
Lichtenberg la fisiognomica è una disciplina fondata sul
pregiudizio: a seguire le regole di Lavater, si rischia di
impiccare i bambini prima che abbiano commesso qualsiasi colpa,
solo sulla base del loro aspetto fisico.
Colpisce il fatto che, con Lavater, la fisiognomica sia divenuta
un vero fenomeno sociale, anche grazie all'uso delle
silhouettes, i profili del corpo su sfondo bianco, per i quali
Lavater inventa anche una macchina, una sorta di strumento
fotografico che permette di fissare i profili delle persone. Da
tutta Europa gli giungono disegni, silhouettes, incisioni, di
persone che vogliono conoscere il loro carattere. Filosofi e
scrittori lo vanno a trovare ammirati (Goethe, ad esempio). Ma
proprio questo entuasismo preoccupa Lichtenberg che sottolinea
il fatto che l'uomo finge, si maschera, nasconde le sue
deformità fisiche e psichiche. E questi meccanismi di finzione
dovrebbero essere analizzati. Così Lichtenberg propone di
sostituire la fisiognomica con la patognomica, cioé lo studio
delle passioni transitorie che deformano i corpi nelle varie
circostanze della vita. E' un sogno antico (già Aristotele, poi
Della Porta ne avevano parlato). Il fatto è che la complessità
della patognomica impedisce di giungere a regole chiare e
semplici come quelle della fisiognomica. Lichtenberg ha
un'abbondante produzione critica nei confronti di Lavater,
mentre risulta meno ricca a sua parte costruttiva.
Sembra facile dire che Lichtenberg ha ragione. Bisogna però
rinunciare a intepretare ciò che vediamo. E ciò non è possibile.
Abbiamo infatti bisogno della fisiognomica come orientamento nel
nostro essere uomini sociali. La patognomica è faticosissima:
presuppone un'attenzione capillare ai dettagli che un volto
presenta in tutti gli attimi in cui lo osserviamo. E non ci
fornisce alcun sistema di riferimento sicuro: non ci sono misure
del cranio, non c'è proporzione del volto e del corpo, cui fare
riferimento. Tutto si gioca sull'interazione, sull'incontro tra
me e un altro che devo analizzare presuppondendo anche la sua
finzione.
Se la fisiognomica si basa sul risparmio della fatica percettiva
e garantisce uno schema di riferimento sicuro, la patognomica
moltiplica il dispendio psichico e giunge al relativismo (perché
l'occhio dell'osservatore è sempre in qualche modo affetto da
pregiudizi, mentre il corpo dell'osservato è in contnuo
cambiamento). Lo scontro tra Lavater e Lichtenberg è molto
importante anche per il discorso sulle funzioni della
fisiognomica. In questo caso propongo di adottare il punto di
vista della critica letteraria. Lavater sostiene infatti che il
fisionomo è un poeta perché è capace di esprimere attraverso le
parole la verità del carattere e l'armonia del cosmo, che
sfuggono alla vista della maggior parte delle persone.
Lichtenberg condivide questa opinione, ma la condanna in nome
della scienza: accusa infatti Lavater di scambiare dei ritratti
inventati con delle descrizioni vere, di costruire dei
personaggi adatti alla letteratura senza osservare chi gli sta a
fronte. Per Lichtenberg bisogna distinguere quella che, sulle
orme di Freud, il critico italiano Giovanni Bottiroli ha di
recente definito «rappresentazione di parola» (un reale
stereotipato, veicolato dai luoghi comuni del linguaggio) e la
«rappresentazione di cosa» (un reale altro, inatteso, non
etichettabile con parole abituali). Lichtenberg accusa perciò
Lavater di proporre una teoria della rappresentazione che svolge
una funzione diegetica (per parlare in termini di critica
letteraria), raccontando ciò che un uomo può diventare; ad essa
Lichtenberg vuole sostituire una teoria dell'espressione, che si
occupa solo di ciò che un uomo è in ogni determinata situazione,
sulla base funzione mimetica della patognomica.
Il romanzo ottocentesco che nasce proprio per raccontare storie
compiute con un inizio e una fine, con personaggi riconoscibili
perché semplificati, utilizza la fisiognomica lavateriana.
Balzac ne è un esempio, anche se non semplice. Sembra infatti di
capire che dal punto di vista della teoria letteraria Balzac
sostenga la capacità mimetica della patognomica (mi riferisco
all'introduzione a Facino Cane, 1836) per poi applicare invece
gli schemi fisiognomici nella descrizione dei personaggi. E
anche qui non sempre in modo meccanico: il romanzo La vieille
fille (1836) è una vera discussione sulla fisiognomica.
Ma nell'Ottocento si sviluppa anche una settima funzione della
fisiognomica, quella sociale, a proposito della quale risultano
utili i suggerimenti di Jean Baudrillard sul «delitto perfetto»
che il linguaggio avrebbe compiuto ai danni del corporeo. Essa
interessa soprattutto i secoli della moderna sensibilità, dal
Sette al Novecento, nei quali il discorso psicofisico ha teso
alla sovrapposizione di analisi naturale e culturale, codice
descrittivo e normativo, ai fini di un controllo collettivo del
comportamento. Il caso italiano più importante da questo punto
di vista si trova verso gli anni Ottanta dell'Ottocento con
l'antropologia criminale di Cesare Lombroso, un medico militare
che comprese la necessità dell'analisi fisiognomica dei corpi
durante le visite di leva fatte ai giovani soldati. Nel suo
testo più famoso, L'uomo delinquente (1876) lo studio
dell'aspetto esteriore dell'uomo permette di riconoscere la
predisposizione a commettere crimini. E' evidente l'importanza
sociale di questo pensiero: sostenendo che il corpo condiziona
l'anima, si limita la libertà dell'uomo e si discrimina una
parte della società, quella degli esseri fisicamente sfortunati.
Questo pericolo era già stato segnalato da Lichtenberg.
La ricerca lombrosiana risulta particolarmente interessante
perché è nata dall'incontro di un uomo del nord Italia (Lombroso
è nato a Verona) con la realtà arretrata del sud, dove era
appunto medico militare. Il mondo criminale si confonde dunque
con quello delle fisionomie altre, selvagge, straniere. E questo
pregiudizio di natura etnica può essere verificato anche oggi,
dal momento che viviamo per la prima volta in un mondo
"multifacciale", per il quale non abbiamo strumenti adeguati di
interpretazione. Basta pensare alla difficoltà di leggere i
tratti somatici delle altre razze, distinguendo ad esempio i
volti dei cinesi da quelli dei giapponesi; o le fisionomie dei
neri. Non solo in Italia, da qualche decennio questa incapacità
provoca un crescente disagio, perché genera insicurezza, almeno
ad ascoltare illustri sociologi come Zygmunt Bauman o Alessandro
Dal Lago. Sappiamo o crediamo di sapere interpretare lo sguardo
di simpatia o minaccia di un europeo, ma ci sentiamo impauriti
dinanzi a volti che parlano un altro linguaggio. Vorremmo dunque
uno schema semplice come quello della fisiognomica dei
temperamenti. Dimentichiamo però che lo sguardo fisiognomico è
fatto di pregiudizi (parola di Gombrich), e che non ci permette
mai di conoscere qualcosa di nuovo, ma ci costringe a
riconoscere gli schemi nei quali siamo cresciuti. Da tempo
l'argomento ha interessato gli studi postcoloniali e
interculturali e l'imagologia di Hugo Dyserinck, Daniel-Henri
Pageaux, Benedict Anderson e Joep Leerssen. Ma c'è ancora spazio
per l'approfondimento della questione sotto il profilo
fisiognomico.
Questa ricerca permetterebbe tra l'altro di verificare la
permanenza della fisiognomica nel mondo contemporaneo. Sembra di
capire che a livello alto la nascita della psicoanalisi ha
determinato la crisi della fisiognomica come scienza.
Fisiognomica e psicoanalisi considerano infatti fondamentale il
rapporto tra esterno e interno, ma in modo quasi opposto, almeno
per tre motivi.
1. La fisiognomica osserva e giudica attraverso lo sguardo,
l'occhio indiziario che osserva alcune tracce e ricostruisce
un'identità psicosomatica; la psicoanalisi è fondata
sull'ascolto, sulla comprensione delle parole;
2. La fisiognomica, anche nella più recente versione
lombrosiana, afferma che il corpo condiziona l'anima, cioé che
un uomo fatto in un certo modo ha molto probabilmente un dato
carattere; per la psicoanalisi invece i turbamenti psichici si
impongono al corpo, e non per caso si parla nel linguaggio
comune di somatizzazione, cioé di incarnazione dei problemi
della psiche.
3. La fisiognomica azzarda previsioni psicofisiche, affermando
che un dato corpo avrà un dato destino (anche se tanto l'antica
astrologia quanto la moderna antropologia criminale parlano solo
di inclinazione); la psicoanalisi è fondata invece su un metodo
regressivo, guarda all'indietro, sino all'infanzia.
Naturalmente il fallimento della fisiognomica è legato anche
allo sviluppo delle scienze naturali, sempre più specialistiche,
contro la natura enciclopedica della fisiognomica. Basta pensare
alla scoperta dei microbi della fine dell'Ottocento. Cosa può
dire la fisiognomica a questo proposito? Può parlare di
carattere?
Ma nell'immaginario collettivo, cioé a livello medio-basso le
cose sono diverse. Direi che fino agli anni Cinquanta del
Novecento resta vera l'idea che il corpo condiziona il
comportamento, essendo entrambi fattori legati alla natura.
Proprio questa ipotesi ha giustificato tra l'altro i pregiudizi
razziali. Dopo la seconda guerra mondiale, si fa lentamente
strada l'idea che il corpo sia modificabile; molti fattori
contribuiscono a questo nuovo modo di concepire il corporeo, tra
cui lo sviluppo degli studi medici; le migliori condizioni
economiche; la volgarizzazione della psicoanalisi, con cui
abbiamo imparato a non vergognarci della fisicità. Ecco allora
che dedichiamo moltissima attenzione al corporeo: non solo con
la palestra o la moda, ma con la chirurgia plastica, le diete
possiamo diventare ciò che vogliamo, o crediamo di volere. Dal
punto di vista dell'osservazione, sembra che abbia avuto ragione
Lichtenberg; nel secondo Novecento la patognomica è stata più
importante della fisiognomica. Il corpo viene osservato come
fattore culturale, simbolico, più che naturale. Non si giudica
una persona solo per il suo aspetto fisico, ma anche per la cura
che ha di se stessa, per il modo di fare, insomma per la
patognomica.
Questo però ci ha reso più insofferenti verso le forme di
diversità: dinanzi a un corporeo da plasmare vorremmo vedere
sempre rispettati una serie di pregiudizi di tipo
estetico-culturale elaborati dall'Occidente. Per trovare una
verifica, è sufficiente leggere i settimanali maschili e
femminili e le brochures dei cosmetici che costituiscono una
sorta di paraletteratura con molte indicazioni fisiognomiche che
rispondono, a livello divulgativo, al bisogno di mettere in
relazione i dati somatici con quelli interiori. Concludo
rammentando che questa necessità corrisponde all'esigenza di
dominare ciò che ci circonda, evitando la sensazione di
spaesamento che coglie dinanzi al nuovo. Lo sguardo fisiognomico
è infatti capace di collocare ogni nuova fisionomia entro uno
schema di interpretazione e di giudizio che aiuta a riconoscere
il nuovo attraverso il vecchio, ma non a conoscere il nuovo di
per sé stesso. Questa sua funzione limitata, ma tranquillizzante
costituisce precisamente la ragione della secolare fortuna della
fisiognomica.
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